Border- Creature di confine (Grans) Ali Abbasi, 2018

di Tano Pirrone

Sono da sempre tenacemente tassonomico e di ciò ho sempre pagato le conseguenze, la cui più grave è il senso di Opus Interruptus, che mi affligge dall’infanzia, quando collezionavo – fra tante altre cose – gusci di noce e li nascondevo in un bidet di ferro smaltato, con supporto di ferro. Non riesco, insomma, a pensare a un oggetto o a un fatto senza classificarlo, etichettarlo, destinarlo al posto X dell’immenso, ordinato archivio dell’esistente. Di fronte ad un’opera come Border, di cui ho letto velocemente alcune recensioni per sapere cosa andavo a vedere, ho però deciso di non procedere a nessuna classificazione, per non trovarmi annebbiato da marasma, com’è accaduto ai veloci – repentini – commentatori, che dagli avamposti del Web hanno sparato alla cieca etichette, raffiche di Full metal labels – per dirla alla maniera di Stanley – colpendo in parti vitali il buonsenso, il pudore e le residuali scorte di santapazienza. Per risanarmi ho passato la notte a rileggere La biblioteca scomparsa di Luciano Canfora (Sellerio, 2009, Collana: “La rosa dei venti”). La lettura mi ha riportato nell’alveo senza farmi scordare nulla del film visto la sera, né nulla rinnegare delle prime impressioni.

La prima cosa che ho da dire nel merito è che chi ha ideato, progettato e messo in opera l’artificio di trasformazione dei due interpreti (da piacenti umani in esseri ripugnanti, simili ai Troll, che nelle leggende scandinave abitano nei boschi e nei luoghi solitari, parenti stretti degli Orchi, che invece popolavano (?) i nostri territori mediterranei e le nostre fantasie) ha diritto ai massimi riconoscimenti. Non bastavano banali maschere di silicone per diventare esseri para-umani disgustosi, soprattutto se in molte determinanti scene si presentavano nudi (e felicissimi): si è lavorato su tutto il corpo, con realismo impressionante. Altro riconoscimento a chi si è occupato del doppiaggio dei protagonisti, in particolare ad Olivia Manescalchi che ha prestato la voce a Tina, il personaggio protagonista e a Luca Ghignone, che lo ha fatto a Vore, il deuteragonista. Non sono un maniaco di film in V.O.: penso che, se non si conosce in modo adeguato la lingua che si parla nel film, la rincorsa continua a leggere i sottotitoli e guardare le immagini lascia sul campo feriti e detriti. O non si legge bene o si sfalsa continuamente il coerente rapporto con le immagini cui il testo si riferisce. Il processo mentale di coordinamento – in condizioni o film particolari – si sfilaccia, depauperando la comprensione globale. La qualità del doppiaggio è quindi, per lo spettacolo, decisiva.

Terza nota, il cambiamento di registro avvertito nel film da pignoli maestri di rigorosa filologia ortodossa: dico che se un linguaggio ha bisogno di esprimere situazioni o concetti diversi o addirittura contrastanti si farà ricorso a modi diversi di comunicazione, di espressione, proprio in rapporto al ricevente e alle finalità, che l’autore si propone. Stesse accuse, ben mi ricordo, furono fatte, per The Lobster (2015), all’ottimo regista greco Yorgos Lanthimos, per nostra fortuna oggi riconosciuto e premiato.

Tina (Eva Melander) è effettivamente brutta, deforme, un vero mostro, che ha però doti particolarissime che la rendono preziosa nello scovare fra i passeggeri che scendono dalle navi (siamo in Svezia e il va e vieni continuo di traghetti fa parte del paesaggio), chi ha qualcosa da nascondere. Tina arriccia il naso camuso, fiuta e azzecca se il tizio nasconde qualcosa di illegale, nei bagagli, addosso o dentro di sé. Si scopre, man mano che il mostro (apparentemente femmina) ed un suo simile (apparentemente maschio) incontrato fra i passeggeri in transito, sono mutanti androgini. In loro coesistono attributi diversi e di norma contrastanti (compresi quelli sessuali). Condizione ideale, direbbe Woody Allen, per non restare soli il sabato sera. L’essere che Tina incontra è Vore interpretato da Eero Milonoff, più scafato di Tina, battagliero, antagonista. Sembra che i due maschio/femmina rappresentino un’evoluzione (almeno per il rapporto con la natura e per il senso di giustizia), ma poi, per tutto il resto, si scopre che non cambia nulla: l’eterna lotta fra il Bene e il Male permane; restano i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Aggiungo: i due mangiano vermi e insetti, con gran gusto. Io in queste scene ho chiuso gli occhi, stancandoli di meno e mantenendo il buon appetito che mi ha fatto apprezzare la successiva parca cena solitaria. Fatti i giusti avvisi, consiglio vivamente di vederlo e gustarne l’asprissima storia come una speranza, ormai diventata certezza: poco cambia attorno a noi se qualcosa non cambia in ognuno di noi, se le ragioni degli altri non diventano anche le nostre ragioni.

Ali Abbasi, il trentasettenne regista di origine iraniana, scandinavo per scelta, alla sua seconda opera, riconosciuta ovunque, ha diretto prima Shelley (2016) in cui anticipava temi ed angolature. Chi ha voglia di approfondire leggesse l’intervista fattagli dal blog Esquire. Fatemi sapere.

Mamma Roma se l’obiettivo è la città eterna

Le mostre Galleria nazionale, Maxxi e Palazzo Braschi offrono uno sguardo sulla capitale. Gli scatti di Garrubba, le opere di Di Paolo e quelle degli artisti scelti per il Museo della fotografia

ARIANNA DI CORI

C’ è chi si ferma per il tempo di  uno scatto, c’è chi a Roma ha messo radici per poi errare altrove. Al centro, una città di anarchici e vagabondi, di poveri e potenti, di intellettuali e turisti. Una bellezza ferita —dalle bombe oppure dall’eterna aria decadente che vi si respira — che dal dopoguerra ad oggi ha incantato generazioni di fotografi. Sono ben tre le mostre dedicate a mostri sacri della fotografia che con Roma hanno intessuto un legame. A partire dalla Galleria nazionale, dove oggi apre “Lontano”, monografica del fotoreporter napoletano — di casa a Roma dal 1950 e scomparso nel 2015 — Caio Mario Garrubba, ideata dall’Istituto Luce che ha acquisito la sua collezione di 60mila negativi e 40mila diapositive. Era un uomo che rifiutava l’universo patinato dell’editoria milanese, provava una naturale idiosincrasia per i potenti e sceglieva sempre e comunque la strada. Quella che porta in una surreale piazza danzante incastonata nella città in costruzione (“Roma,1955”), o che s’interrompe innanzi al muro di Berlino (fotografato nel 1961, ancora in fase di cantiere). Secondo fotografo occidentale dopo Cartier-Bresson a recarsi in Cina, i suoi reportage hanno subito attirato l’attenzione del settimanale “Il Mondo”. Un legame, quello con la rivista diretta da Mario Pannunzio, che portò un altro fotografo addirittura ad abbandonare la professione con la chiusura della rivista, nel 1966. Si tratta di Paolo di Paolo, classe 1925, che il Maxxi museo nazionale

Gabriele Basilico II Tevere Si intitola “Roma” questa foto del 2007 in mostra a Palazzo Braschi

omaggia da domani con “Il mondo ritrovato”. In mostra 250 scatti, per la maggior parte inediti, tra divi del cinema — da Anna Magnani, immortalata mentre prende il sole, a Marcello Mastroianni e Luchino Visconti — fino a scrittori come Pier Paolo Pasolini, e artisti, nobiltà e persone comuni. La riscoperta del cantore dell’Italia che rinasce dalle ceneri della guerra, si deve a sua figlia Silvia, che 20 anni fa ha trovato in cantina l’impressionante raccolta di Di Paolo di 250mila negativi, provini, stampe e diapositive. È invece la Roma contemporanea protagonista di “Fotografi a Roma”, a Palazzo Braschi, anch’essa aperta da domani. Raccoglie gli scatti realizzati da 15 star della fotografia internazionale, in 15 anni di progetto Commissione Roma. Un invito rinnovato dal 2003 al 2017 dall’ideatore e curatore (nonché fotografo) del festival FotoGrafia, Marco Delogu, che porta a una raccolta di 100 scatti appena acquisiti all’interno della collezione permanente dell’archivio fotografico del Museo di Roma. Dalle vedute romantiche e dai colori ovattati di Gabriele Basilico, che percorre il Tevere dalla diga di Prima Porta al ponte sud del Grande Raccordo, si passa allo sguardo divertito e barocco di Martin Parr, che indaga sulle moltitudini di turisti che affollano siti archeologici e piazze famose, fino all’umanità che Paolo Pellegrin ritrova nella famiglia rom di Sevla, che vive nel campo dietro Ponte Marconi. CRIERODVIIORE RISERVATA

Caio Maria Garrubba La Festa Roma 1955

da Repubblica, 16 aprile 2019
Paolo di Paolo Anna Magnani 1960 esposto al MAXXI

La storia raccontata dai film

La fame nel cinema italiano Terza Parte

23 MARZO, 2019

di Gianni Sarro
http://www.ponzaracconta.it/2019/03/23/la-storia-raccontata-dai-film-4-la-fame-nel-cinema-italiano-terza-parte/

Arriviamo finalmente al 1974 e ad Ettore Scola. E’ lui a dirigere C’eravamo tanto amati, film cardine del nostro cinema, perché narra trent’anni di storia italiana, tracciando, non a caso, lo stesso arco di Roma città apertaLadri di bicicletteI soliti ignotiIl sorpasso.
Il film di Scola è un film di Storia e di storie, con una struttura complessa, dove si mescolano flashback (retrospezione o racconto di un evento avvenuto prima – analessi – NdR), flashforward (anticipazione o prolessi – NdR), fantasie ad occhi aperti, materiali di cinegiornali, rappresentazione teatrale; realizzando una contaminazione tra dramma e commedia, parodia e denuncia sociale.
Questa contaminazione, secondo Lino Micciché (storico del cinema e critico – NdR), avviene perché negli anni ’70 il cinema non si può più limitare a mostrare il reale, come avveniva nel Neorealismo, perché mostrare non basta; non riesce più a far capire la realtà complessa della società del dopo-boom economico.

Il film di Scola schiera un parterre de roi dove insieme a Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores spicca Aldo Fabrizi, in una delle più belle interpretazioni della sua carriera.

Fabrizi con i personaggi di Don Pietro (Roma città aperta) e di Romolo Catenacci (C’eravamo tanto amati) rappresenta il mutamento dei tempi, tra il dopoguerra e gli anni 70.
Don Pietro è il simbolo della speranze di un futuro migliore, e non esita a subire il martirio, simbolicamente uguale a quello di Gesù, per il bene dell’umanità. Viceversa Romolo Catenacci rappresenta i 30 anni che sono passati dal 1945, le speranze che sono naufragate. Il corpaccione gargantuesco del palazzinaro/pescecane è l’emblema del disfacimento e dell’auto-indulgenza dell’Italia degli anni 70.

Essendo un film che segue una traiettoria di trent’anni, C’eravamo tanto amati ribadisce l’itinerario culinario che abbiamo visto nei film precedenti. Nelle sequenze iniziali, ambientate nell’immediato dopoguerra a Roma, Gassman, Manfredi e Satta Flores, mangiano tutti i giorni in un ristorante conosciuto come il “Re della mezza porzione”, che ci ricorda padre e figlio in Ladri di Biciclette.

Man mano che C’eravamo tanto amati va avanti, i pranzi diventano più ricchi ed abbondanti, fino ad arrivare a quella scena di gargantuesca opulenza dove Fabrizi, in uno dei suoi cantieri, presenzia all’arrivo di una gigantesca porchetta, depositata sul lungo tavolo allestito per il pranzo da una gru, mentre da alcuni altoparlanti vengono diffuse le note dell’inno di Mameli.

Dunque alla fine di questo gioco cine-culinario, il cibo non è più una necessità, ma assurge a simbolo, ad idolo da glorificare, a discapito di ideali sotterrati da trent’anni nei quali sono scoppiate laceranti contraddizioni sociali che hanno trasformato i sogni in incubi.

Per finire, dallo stesso film di Scola, un ricordo che abbraccia Fellini e altri attori “che abbiamo tanto amato”: la ricostruzione della famosa scena del bagno de La dolce vita, a Fontana di Trevi, ricostruita per l’occasione con i personaggi veri e inserito nella trama del film…

[La storia raccontata dai film. La fame nel cinema italiano (terza parte) – Fine]

Piccolo cabotaggio 3

Trasferimento da Venezia alle Isole Tremiti 
8 MARZO, 2017
di Tano Pirrone http://www.ponzaracconta.it/s=piccolo+cabotaggio+3&submit.x=0&submit=0

“L’Hallber Rassy 45”ed altre accortezze
L’eterea, impalpabile, opalina fantasia, pur vivace, pronta, esploratrice resistente ed inquieta, per farsi segno, scrittura ha bisogno di radici profonde, di fondamenta solide, di ancore pesanti legate a robuste e lunghe catene.
Organizzare un viaggio in mare, pur di piccolo cabotaggio e con rotta sempre a ridosso della costa, per un terricolo stagionato ed irrecuperabile come me ha bisogno di compagni di viaggio esperti e di mezzi adeguati, che utilmente lo rassicurino e rendano sicuro, confortevole e verosimile il viaggio stesso.
La scelta dei compagni d’avventura è, di solito, cosa assai complicata e più affidata alla dea bendata che alla perizia nella ricerca. Ho tra gli amici più cari con cui condivido quasi tutte le mattine chiacchiere e caffè, due esperti di barche e della loro saggia conduzione; di essi mi son fidato e con loro, pur gravati dal peso dell’età ormai non più verde, ho formato l’equipaggio e con loro ho scelto la barca con cui affrontare in sicurezza e senza ambasce il lungo viaggio.

Hallberg-Rassy-45
S. e G., una volta compreso – non è stato per nulla facile! – che si trattava di un viaggio immaginario e che avremmo dovuto tutti insieme essere fedeli alla verosimiglianza senza ricorrere ad un viaggio vero, si sono dichiarati d’accordo ed hanno iniziato a sotterrarmi di informazioni.
È notorio che io sono buon conoscitore dell’arte antica di coltivare gli agrumi, portata in Sicilia dagli Arabi e affidata ai rudi e laboriosi abitanti di Trinacria, come col fuoco fece Prometeo, che rubandolo agli dei ne fece dono agli uomini; nello stesso modo si sa che conosco poco o punto le fondamentali nozioni dell’arte del navigare e distinguo a malapena un caicco da un gozzo, un peschereccio da un rimorchiatore, i burchielli dai catamarani, e mi persiste, archiviato fra i misteri, cosa siano gli scalmi.      In ragione di ciò, simuleremo il nostro viaggio di piccolo cabotaggio, salendo a bordo di un bellissimo scafo l’Hallberg Rassy 45 (la cifra indica la lunghezza in piedi), intramontabile barca di diporto su cui il mio amico S. ha imbarcato negli anni d’oro belle fanciulle spiegando le vele in tutto il Mediterraneo.
A bordo abbiamo voluto due marinai ché provvedano a tutte le esigenze di navigazione e di conforto. Mi dicono, gli esperti, che potremo procedere ad una velocità media oraria di circa 5 miglia nautiche (pari, metro più metro meno, a poco più di 9 chilometri).
Prevedendo di navigare dall’alba al tramonto per una media di 12 ore, percorreremo ogni dì circa 60 miglia nautiche, raggiungendo le Tremiti in meno di una settimana; salvo impedimenti meteorologici, o incidenti (tipo inciampo con narratore giù per terra con sterno e mano destra dolenti e, soprattutto, conseguente precipite autostima).
Ho deciso così di apportare una piccola variazione – in addendum – al programma originario: scivolando giù per il “libero tristo fragrante verde Adriatico” (1) abbineremo luoghi a film della nostra memoria, più o meno noti, più o meno di successo, ma tutti degni di essere citati e possibilmente rivisitati.
Divideremo il viaggio in due parti: dal Lido di Venezia a Riccione e da lì alle Isole Tremiti. I nostri tre lettori ce ne saranno grati.
Il viaggio. Dal Lido a Riccione
Salpiamo all’alba dal Lido, che abbiamo lasciato al tramonto del giorno e della vita di Gustav in Morte a Venezia, e tenendo il Litorale sulla nostra sinistra vediamo sfilare Malamocco e Alberoni, il passaggio al mare aperto e poi tutto il Litorale di Pellestrina, fino a Chioggia, dove due cose ci attraggono (oltre la città stessa, i suoi canali e i suoi ponti): il magnifico mercato ed il ricordo di un bel film abbastanza recente: Io sono Li di Andrea Sepe, 2011.

Chioggia_-Canal-Vena_
Chioggia_-Mercato-del-pesce_

Il giovane regista è documentarista eccellente e prolifico, ha vivo l’interesse per etnie, popoli e culture marginali. Ha realizzato oltre Io sono Li un solo altro lungometraggio La prima neve, 2013, in cui continua la sua personale ricerca fra essere umani e luoghi. Il resto della sua produzione sono documentari, colti, profondamente segnati da interesse e solidarietà per i suoi personaggi.
Shun-Li (Zhao Tao), cinese emigrata in Italia confeziona quaranta camicie al giorno in un laboratorio tessile di Roma per pagare il viaggio e i documenti per il figlio rimasto – lì – in Cina e che la madre sogna di riabbracciare al più presto. A Chioggia apprende la lingua e stabilisce una delicata storia di amicizia con Bepi (Rade Šerbedžija), anziano pescatore croato da oltre venti anni in Italia. La storia si intreccia con invidie e contrasti che denunciano con toni pacati un’integrazione mancata.
Io sono Li è cinema di poesia, umile e ostinato, che ha trovato riconoscimenti di pubblico e di critica [su Ponzaracconta Gabriella Nardacci ha già scritto del film e presentato il relativo trailer].
Io-sono-Li_-Locandina
Oltre al Donatello alla protagonista bisogna ricordare il Premio Lux del Parlamento europeo, riservato ai quei lavori che esplorano le diversità delle culture in Europa.
Rivederlo è un’esigenza per mettersi in pari con il clima stupidamente avverso nei confronti dell’immigrazione e dell’integrazione e coglierne la levità e la compostezza disadorna. Indispensabile per cogliere e comprendere quanto sia lucido e necessario lo sguardo alieno di chi è straniero nella propria nazione. Comprarlo è facile: lo vende Amazon a 6,99€, abbinando, se volete, La prima neve a 9,99€. 

Usciamo lentamente dalla Laguna veneta e iniziamo a scendere, tenendo ora la costa sulla nostra destra (a tribordo) ed è subito un “fociare” di fiumi, il Brenta, l’Adige e poi il vecchio Po, che dissolve in mille rami la sua possente linfa. Navigando scrupolosamente secondo le indicazioni del portolano (2) vediamo scorrere la Riserva naturale delle bocche del Po antistante Porto Tolle.
E qui dobbiamo alzare un saluto grato ad uno dei padri del Cinema italiano (e non solo): Roberto Rossellini. Fra le paludi del Polesine, fra le acque che lente giungono alla meta, il regista romano ambienta il sesto episodio di Paisà, 1946, secondo film della Trilogia della guerra antifascista (Roma città aperta, 1945, e Germania anno zero, 1948). Paisà è giustamente considerato come una vetta del cinema neorealista: diviso in sei episodi, che accompagnano la guerra dallo sbarco di luglio 1943, attraverso la Napoli della fame e degli scugnizzi, una storia romana fra una ragazza ed un soldato americano, la Firenze della lotta partigiana, l’Appennino con un incontro fra frati conventuali e cappellani non cattolici, e oltre la Linea Gotica(3), nell’inverno del 1944, le paludi del Polesine e la durissima, spietata lotta fra nazisti in ritirata e partigiani.
Fiumi di parole, muri di libri sono stati scritti su questo film, sulla trilogia della guerra, su Roberto Rossellini, perché in un veloce viaggio si possa approfondire oltre. Chi volesse rivederlo e non lo avesse nella videoteca personale, può acquistarlo on line oppure vederlo in streaming: http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-681aa7d8-652a-46fd-8cf7-43d8bb3bf2b8.html.
Continuando il nostro viaggio verso il sud, costeggiamo i Lidi di CIl-Rex-in-Amarcord
A me basta rivolgere il pensiero riconoscente a Federico Fellini, uno dei massimi uomini del cinema di tutti i tempi. Io reputo 8 ½ il film più bello, completo e meglio realizzato di sempre, ma io esagero sempre… o quasi. Come non celebrare il grande Federico se non citando il suo fantasmagorico carnet de souvenirs, Amarcord (1973).

Il titolo è una “univerbazione”, la riduzione, cioè, di una frase romagnola “A m’arcord” (Io mi ricordo), che è diventato un neologismo della nostra lingua, cui ricorriamo quando “rievochiamo in chiave nostalgica”. Numerosissimi gli interpreti, magnificamente guidati, che hanno dato vita a personaggi ormai mitici, come Magali Noël, nella parte della provocante parrucchiera Ninola, decisa a trovare un futuro marito uguale a Gary Cooper, ma pronta, nel frattempo, a offrirsi con generosità (“Signor Principe, gradisca”), da cui “La Gradisca”; come Maria Antonietta Beluzzi, “La Tabaccaia”, con cui Titta (interpretato da Bruno Zanin) trascorre alcuni sospirati momenti di intimità nella di lei bottega; come Ciccio Ingrassia, nella parte di Teo, lo zio matto (…voglio una donna …voglio una donnaaa!).

È un film senza intreccio, senza vicenda. Avvengono le “solite” cose tanto nella vita privata che nella pubblica e avvengono tutte nello stesso modo, secondo una visione del mondo “contadina”, in cui storia e natura si confondono sicché la vita umana risulti inserita costantemente nell’inalterabile, eterno, sicuro flusso cosmico.
Per chi volesse acquistarlo, Amazon è sempre lì, drone o non drone: la nuova versione restaurata costa € 16,99. Anche La Feltrinelli e Mondadori vendono on-line.
Ormeggiati tranquillamente nel porto turistico di Rimini, pronti a salpare alla prima notizia del passaggio, nella notte, del Rex(4) o del suo scintillante fantasma, ci riposiamo sulla terra ferma [la scena dell’attesa del Rex e del relativo passaggio (da Amarcord), è stata inserita nel filmato di Sandro Russo per la serata del Faro della Guardia, il 10 agosto 2012. Leggi e guarda qui].
Ne approfitto per l’ultima liaison fra città adriatiche e film lungo la rotta dal Lido di Venezia alle Tremiti. Pochi chilometri a sud Riccione, Misano Adriatico, Cattolica e poi le Marche, terra ballerina, cui va tutta la nostra vicinanza, simpatia e solidarietà.
Proprio a Riccione è ambientato il bel film di Valerio Zurlini (5) Estate violenta, 1959.

Estate-violenta_-Locandina
L’estate in cui si svolge la storia narrata da Zurlini è quella del 1943, nella quale i tempi si accelerano e le regioni d’Italia, che sembravano ancora sicure, sono coinvolte dalla montante onda della guerra. I giovani borghesi trascorrono la stagione dei bagni al mare; fra essi Carlo (Jean-Louis Trintignant), il figliolo ventenne di un gerarca fascista (Enrico Maria Salerno). Fra noie, feste ed amorazzi, il giovanotto s’infatua di Roberta (Eleonora Rossi Drago), bellissima vedova di un ufficiale che trascorre la stagione in una villa a mare con la madre (Lilla Brignone) e con la piccola figlia. Allo scoccare del 25 luglio piovono bombe sulla spiaggia e sulla stazione. La relazione, intreccio fra l’immaturità del giovane e la dolorosa disillusione di lei, ha la sua conclusione nel momento della fuga verso nord: il treno su cui viaggiano verso posti più sicuri è bombardato; il violento impatto con la realtà mette Carlo di fronte alle sue responsabilità: convince la recalcitrante Roberta a tornare indietro dalla figlia e dalla madre e va incontro al suo destino.

La sceneggiatura, tratta da un soggetto originale di Zurlini, è frutto del lavoro comune con Suso Cecchi D’Amico e Giorgio Prosperi. Il film scorre con garbo ed eleganza, con alcune scene clou, come il ballo ed il primo bacio e il bombardamento del treno nel finale. Salerno è superbo interprete del gerarca fascista, ammirevole la presenza scenica della grande attrice di teatro Lilla Brignone; alter ego del regista, perfettamente calato nel profilo psicologico ed etico di Carlo, il grande Trintignant (doppiato da Paolo Ferrari).
Due Nastri d’argento hanno premiato nel 1960 Eleonora Rossi Draghi come migliore attrice e Mario Nascimbeni per la colonna sonora. Lo stesso anno al Festival di Mar Del Plata la Draghi ricevette il premio per migliore attrice.
Per ri/vederlo, se non ce lo avete in casa, o non avete amici che stivano Dvd, potrete trovarlo sul web: https://www.youtube.com/watch?v=qmyP26vUELw
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Note
(1) – Gabriele D’Annunzio, Canto Novo, Libro secondo, 46
(2) – Manuale basato sull’esperienza e l’osservazione che fornisce le informazioni non rappresentabili dalle carte nautiche, in particolare una descrizione accurata dell’aspetto verticale della costa.
(3) – Denominazione data, durante la seconda guerra mondiale, alla linea difensiva tedesca su cui si ritirarono le truppe tedesche sul fronte italiano nel 1944; correva da Forte dei Marmi a Rimini e impediva alle forze alleate di entrare nella pianura padana. Crollò tra l’autunno del 1944 e l’aprile del 1945 (l’Enciclopedia, vol. 9, La biblioteca di Repubblica).
(4) – Il transatlantico Rex, costruito dai Cantieri Navali Ansaldo di Sestri Ponente e inaugurato nel settembre del 1932 rimase il più grande mai costruito fino al varo nel 1991 della Costa Classica. Il Rex è protagonista di una celebre scena di Amarcord, nella quale una folla ne attende nottetempo il passaggio nell’Adriatico a bordo di piccole imbarcazioni. Tale scena è di pura fantasia, in quanto il Rex, eccetto l’ultimo viaggio verso Trieste nel 1994, non passò mai nell’Adriatico.
(5) – Dopo una serie di documentari, esordì con il lungometraggio Le ragazze di San Frediano (1955) da un racconto di Vasco Pratolini. Con Estate violenta (1959), su una complicata storia d’amore nell’Italia del secondo dopoguerra, e La ragazza con la valigia (1961), sulla complessa relazione tra due giovani dall’animo profondamente diverso, si ritagliò un posto di psicologo della donna e della gioventù. Con Cronaca familiare(1962), sempre da Pratolini, compose a colori un’opera figurativamente equilibrata e un’elegia dei sentimenti, vincendo il Leone d’oro a Venezia (ex-aequo con L’infanzia di Ivan di A. Tarkovskij). Seguirono Le soldatesse (1965), dal romanzo di Ugo Pirro sulle prostitute di guerra, Seduto alla sua destra (1968), su un dramma del colonialismo in chiave evangelica; La prima notte di quiete (1972). Z. riconferma il gusto per la sintonia tra cinema e letteratura con Il deserto dei tartari (1976) dal romanzo di Dino Buzzati.
Nei suoi film spicca la raffinatezza del gusto figurativo e le accurate inquadrature. Negli ultimi anni della sua vita è stato insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Piccolo cabotaggio (3) – Continua

Piccolo cabotaggio 2

Venezia e Visconti

di Tano Pirrone http://www.ponzaracconta.it/2017/02/26/piccolo-cabotaggio-2-venezia-e-visconti/

Oggi prima tappa del nostro viaggio da un’“ascella” all’altra della nostra Bell’Italia. In prima battuta affronteremo il film più “coriaceo” della dozzina programmata, che è anche, a mio vedere, uno dei film più complessi e che ha fatto scrivere fiumi d’inchiostro.
Ho cercato di essere “leggero”, non so se ci sono riuscito. C’è spazio nei commenti per dirmi, anche brevemente, la vostra. 
Gute reise, bon voyage, buon viaggio.
T. P.

Alla Recherche dell’Isola perduta

Lido di Venezia: “Nome dato alle lunghe isole formanti il cordone litoraneo delle lagune venete, e particolarmente l’isola, o freccia litoranea, della laguna di Venezia, coi forti di S. Nicolò, Quattro Fontane, Alberoni e con Malamocco. Sono formate da detriti trasportati dal Brenta e dagli altri fiumi veneti, respinti dalla marea. Bei giardini, grandi stabilimenti balneari. Ab. 4000” (1).

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Grazie al favorevole clima estivo e alla purezza dell’acqua sin dalla metà del XIX secolo divenne località balneare. Nel 1857 fu costruito il primo stabilimento balneare, seguirono vari insediamenti e nel 1900 fu inaugurato il Grand Hotel des Bains, che fra tanti ospiti illustri annoverò Thomas Mann, lo scrittore tedesco, premio Nobel per la letteratura nel 1929.

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La vocazione turistica internazionale del Lido fu confermata e sviluppata dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, fortemente voluta da Mussolini e inaugurata nel 1932, e dall’apertura, qualche anno dopo, della sede del Casinò di Venezia.
Thomas Mann vi ambientò il racconto Der Tog in Venedig (La morte a Venezia) (2), che Luchino Visconti ridusse nel film di cui oggi parliamo: Morte a Venezia (1971) (3), secondo capitolo della “trilogia tedesca”, preceduto da La caduta degli dei (1969) e seguito da Ludwig (1973).

Morte-a-Venezia_-Locandina_-OKDi nobili origini, Luchino Visconti di Modrone per alcuni suoi film scelse ambienti aristocratici e alto borghesi (fra questi, i tre citati). I contenuti, però, non sono mai aristocratici. Molto attento e sensibile ai temi sociali e psicologici, Visconti costruì i suoi film come testimonianze della sua convinzione che “il vecchio mondo dell’aristocrazia doveva tramontare perché solo pochissimi potevano partecipare ai suoi splendori e che la nuova democrazia borghese e la sua morale non fanno altro che legittimare una forma banale dell’individualismo del possesso.(4)”

Il progetto di portare sullo schermo il testo di Mann Visconti lo accarezzava da tempo, ma l’ansia di realizzarlo divenne man mano più urgente con la crisi di un’incipiente vecchiaia e in sintonia con le tematiche del racconto. Non solo l’innamoramento senile del protagonista per un bellissimo adolescente, ma forse, ancor più il conflitto fra estetica e etica. Il racconto di Thomas Mann rispondeva perfettamente alle sue esigenze espressive. E rappresentava un ultimo passo per giungere alla rappresentazione della Recherche di Proust.
Il flusso del tempo che scorre lungo le pagine della Recherche è lo stesso che trascina Aschenbach verso l’ossessione e la morte. E con il soggiorno a Venezia del protagonista e di sua madre iniziava la prima stesura della sceneggiatura scritta con Suso Cecchi d’Amico. Nel 1971 se ne andarono assieme in Francia a cercare i luoghi in cui girare il film.
Visconti morì senza aver potuto portare a termine il suo progetto proustiano. Forse, dentro di sé, aveva sempre saputo che non l’avrebbe mai realizzato. Forse amava e conosceva troppo bene Proust per pensare realmente di poterlo traslocare sullo schermo.
Il tema che legava Morte a Venezia e la Recherche era chiaramente l’omosessualità e quello “di fare dell’omosessualità, dell’amore omosessuale, del desiderio omosessuale, della gelosia omosessuale, l’unico, formidabile motore che fa girare e accendersi di luci volta a volta esaltanti e sinistre l’immenso planetario della Recherche…(5)”.

Ci sono nel film di Visconti altri richiami al libro di Proust, ma è l’atmosfera storica che si sovrappone con particolar forza.
Il 1911, l’anno in cui si svolge il film è, per esempio, lo stesso in cui sono scritte le prime pagine della Recherche. E in quei mesi Thomas Mann scrive il suo racconto, il cui protagonista è lo scrittore cinquantenne Gustav von Aschenbach, nominato conte dal Kaiser e autore tra gli altri di un romanzo Un miserabile, col quale intendeva additare ai giovani “la via della risolutezza morale”. Più che assomigliarsi a Nietzsche o a Strindberg – suoi contemporanei – appare uno dei tanti intellettuali borghesi a cavallo del ’900, che ignoravano di essere infetti di decadentismo. Così il dramma di Aschenbach rimane il dramma di valori non tanto intellettuali quanto etico-sociali. E il colera che scoppia in un’antica sede della cultura europea come Venezia simboleggia appunto lo scoppio mortale dell’estetismo in un animo attaccato ai valori tradizionali. Luchino Visconti ha colto la contraddizione e sostituito lo scrittore manniano con la figura di un intellettuale esteta, musicista famoso nel quale è adombrata la figura del compositore austriaco Gustav Mahler(6). Lo stesso Mann, profondamente turbato dalla morte di Mahler, avvenuta durante il suo soggiorno a Venezia, diede al protagonista il nome e la fisionomia del compositore, pur ponendo attenzione affinché le allusioni non diventassero esplicite.

L’altero protagonista (Dirk Bogarde), reduce da un periodo di crisi, si reca per una vacanza al Lido di Venezia, dove soggiorna all’Hotel des Bains. Subito è attratto da un adolescente “di una bellezza perfetta”, con una capigliatura “come quella dello Spinario capitolino(7)”.
Tadzio(8), questo è il nome del fanciullo fa parte di una famiglia polacca alto borghese o nobile e la cui madre è una straordinariamente bella e regale Silvana Mangano.

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Il professore comincia a seguire l’adolescente con lo sguardo, nell’albergo e sulla spiaggia, e ne è ambiguamente ricambiato. Turbato da questa passione e oppresso da uno scirocco senza fine, Aschenbach si decide a ripartire, ma un contrattempo lo fa desistere. Riprende il giuoco degli sguardi e degli inseguimenti. A Venezia, intanto, emergono segni di un’epidemia di colera. Gustav rinuncia ad avvertire la famiglia di Tadzio, ricade in una profonda depressione, e cerca di riparare ai guasti del tempo e della depressione con un trucco pesante, che lo rende ridicolo alla vista.                                                Stremato, sulla sdraio, segue  il giovane efebo sulla spiaggia  e muore, il trucco disciolto  sul viso, come una  maschera grottesca.

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La tendenza a rappresentare il grottesco, è molto presente nella trilogia tedesca non tanto per una particolare predilezione estetica (in quanto spirito radicalmente ottocentesco Visconti rimarrà fedele ad altre tendenze artistiche), ma soprattutto perché l’espressionismo tedesco, meglio e più di altre, esprimeva quella inquietudine che attraversava la società tedesca del primo Novecento e che il regista voleva rappresentare.

La puntigliosissima preparazione di ogni particolare e la raffinata capacità di ricreare ambienti, costumi, atteggiamenti non poteva trascurare questo aspetto. La figura del vecchio gitante allo sbarco dal battello, il direttore dell’Hotel des Bains (ricalcato sull’omologo di Balbecin Proust), il suonatore girovago, che sembra preso in prestito da Fellini; lo stesso Aschenbach dell’ultima parte, che si fa imbonire dal barbiere e scivola in un grottesco umiliante, ributtante. E l’ultima scena della morte, in cui senza pietà, i coloranti ed il cerone lo imbrattano e gli tolgono l’ultima parvenza di dignità.

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I luoghi in cui si svolgono tanto il racconto che il film sono ben conosciuti dal regista, che vi trascorreva fanciullo (e se in Tadzio abbia voluto raffigurare se stesso adolescente?) le vacanze con la madre; e prima da Thomas Mann che vi soggiornava nel 1911 e maturava l’ispirazione del racconto. Ma anche Mahler vi soggiornò. Venezia e il suo Lido.

Tutto il film è segnato dalla presenza autorevole e dinamica dei luoghi. Il Lido, la sua spiaggia, il magnifico Hotel des Bains sono gli scenari straordinari che fanno da palcoscenico anche alla sfilata di personaggi che provengono dalla memoria di Visconti. La società, gli eventi, gli stessi luoghi rimangono sullo sfondo ed il protagonista rimane costantemente in primo piano, osservato in tutte le sue componenti etiche e intellettuali. Si affievolisce il profilo umano e sociale della sua personalità e un’analisi critica della sua condotta in rapporto alla società e alla storia, riducendosi, come sottolineato da alcuni critici ad una specie di “narcisismo”, di autocompiacimento formale. Visconti commenta la storia di Gustav, completando un unicum di rara qualità, con la musica di Mahler: il Quarto Tempo della Terza Sinfonia, l’Adagettodella Quinta Sinfonia, che ricorre nei momenti salienti del film; e brani di altri autori: la Ninna Nanna di Modest Mussorgski, cantata senza accompagnamento musicale, Per Elisa di Beethoven, suonata al pianoforte in due scene, Chi vuole con le donne aver fortuna di Armando Gil, suonata e cantata dalla piccola banda di girovaghi nella veranda dell’Hotel, La Vedova allegra di Franz Lehár (il valzer e l’aria della Veljia).

In chiusura, sono “costretto” ad utilizzare, per debito di riconoscenza, stima e amicizia, le parole conclusive del saggio ‘Morte a Venezia’ secondo la critica, di Francesco Bono e Gianni Sarro; saggio che ho letto a scrittura ultimata, ad ormeggi ormai sciolti: “…In primo piano era già apparso più volte il particolare di una macchina fotografica, che ora chiude Morte a Venezia.
“Una propria cifra simbolica”, suggerisce Sergio Frosali, una “chiara allusione al fatto che quello che per Mann era la letteratura e per Mahler la musica”, è stato per Visconti il cinema; “una sigla autografa apposta in calce all’opera”.

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Spinario. Palazzo dei Conservatori, Musei Capitolini; figura intera e (sotto) particolare del viso

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Bibliografia

(1) Dizionario di Cognizioni Utili (Vol. 3, H-M, pag. 509), nuova edizione stereotipa del 1925. Il dizionario fu pubblicato a partire dal 1905. Le informazioni riportate si riferiscono pertanto proprio al periodo in cui sono ambientati racconto e film.

(2) Einaudi editore, ET classici, a cura di Marino Freschi, traduzione di Anita Rho

(3) Regia di Luchino Visconti. Sceneggiatura: Nicola Badalucco e Luchino Visconti. Fotografia: Pasquale De Santis. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Scenografia: Ferdinando Scarfiotti. Con: Dirk Bogarde (Gustav von Aschenbach), Björn Andrésen (Tadzio), Silvana Mangano (madre di Tadzio), Romolo Valli (direttore dell’albergo).
Il DVD del film è uscito in edicola il 17/12/2016, nella collana “Il cinema di Luchino Visconti” edita da “Il Cinema di Repubblica – L’Espresso. La Warner Bros Entertainment lo ha pubblicato nella collana I Grandi Registi.
Riconoscimenti:
1971 David di Donatello
Migliore regista a Luchino Visconti
1971     Nastro d’argento
Regista del miglior film a Luchino Visconti
Migliore attrice non protagonista a Silvana Mangano
Migliore fotografia a Pasqualino De Santis
Migliori costumi a Piero Tosi
Nomination Migliore attore non protagonista a Romolo Valli
1971     Globo d’oro Miglior film a Luchino Visconti
1971     Festival di Cannes
Premio del 25° anniversario a Luchino Visconti
Nomination Palma d’oro a Luchino Visconti
1972     Premio Oscar
Nomination Migliori costumi a Piero Tosi
1972     Premio Bafta
Miglior fotografia a Pasqualino De Santis
Migliore scenografia a Ferdinando Scarfiotti
Migliore colonna sonora a Vittorio Trentino e Giuseppe Muratori
Migliori costumi a Piero Tosi
Nomination Miglior film
Nomination Migliore regia a Luchino Visconti
Nomination Migliore attore protagonista a Dick Bogarde

(4) Bernd Kiefer (in: “Die Sehnsucht nach dem Schönen”, tradotto da Wolfgang Pruscha).

(5) Giovanni Raboni, Introduzione alla sceneggiatura definitiva, Mondadori, Milano, 1986

(6) Entrambi, Aschenbach nel film – e possiamo dire anche nel racconto (che è del 1912) – e Mahler muoiono nel 1911.

(7) Lo Spinario è un’opera ellenistica di scultura, raffigurante un giovane seduto mentre, con le gambe accavallate, si sporge di fianco per togliersi una spina dalla pianta del piede sinistro. Ne esistono varie versioni sparse nei musei di tutto il mondo. Quella forse più antica, in bronzo (73 cm di altezza), si trova ai Musei capitolini a Roma.

(8) Nel 1970 Visconti effettua i provini per la ricerca dell’attore che deve interpretare il ruolo del fanciullo polacco. Frutto della ricerca il documentario “Tadzio” diretto dallo stesso Visconti e prodotto dalla Rai per la rubrica Cinema 70. Il documentario è disponibile al seguente indirizzo: http://www.raiscuola.rai.it/articoli/visconti-e-thomas-mann-il-personaggio-di-tadzio/8188/default.aspx

[Piccolo cabotaggio (2). Venezia e Visconti – Continua]

Piccolo cabotaggio (2). Venezia e Visconti: continua

La storia raccontata dai film

La Fame nel cinema italiano, seconda parte

di Gianni Sarro http://www.ponzaracconta.it/s=gianni+sarro+la+fame+nel+cinema+italiano+seconda+parte&submit.x=16&submit.y=5

I soliti ignoti e Il sorpasso

Iniziano gli anni cinquanta, la breve ed intensa parabola del Neorealismo si esaurisce, ma la semina è stata feconda e il raccolto generoso. Il cinema italiano s’avvia a conoscere la sua età dell’oro; da un lato crescono e si affermano registi come Fellini e Antonioni, dall’altro Risi e Monicelli, mentre tra gli sceneggiatori comincia ad apparire il nome di un giovane venuto dal sud, si chiama Ettore Scola e ne riparleremo a breve.

Il nostro viaggio cine-culinario arriva al 1958, anno in cui esce un altro capolavoro I soliti ignoti, diretto da Mario Monicelli che ha al suo attivo già un bel numero di film, alcuni di ottima fattura, come Totò e Carolina, del 1955.
Il nostro cinema ha inaugurato quel fortunato filone che Lino Miccichè ha brillantemente definito come Commedia all’italiana, genere contenuto nel macro-genere della Commedia, le cui caratteristiche sono quelle di avere un’accentuata attenzione verso le problematiche sociali declinate in una comicità a volte così aspra e corrosiva, da risultare più efficace di tanti pensosi pamphlet.
Il Belpaese ritratto nella prima Commedia all’italiana è ancora segnato dagli sconci della guerra e del ventennio fascista, si vive un po’ meglio dell’immediato dopoguerra, ma la miseria è ancora tanta, e la fame anche.

In questo senso I soliti ignoti è un film ponte, che unisce due Italie, quella dell’immediato secondo dopoguerra, rurale, povera, profondamente analfabeta, con quella sull’orlo dell’effimero boom degli anni ’60. Emigrazione interna e tv hanno in un modo o nell’altro amalgamato gli italiani. Comincia a diffondersi un tenue benessere, ma si palesano anche contraddizioni sociali che esploderanno da lì a poco.
Il film di Monicelli va ricordato anche per la consacrazione di quello che è uno dei più grandi attori di teatro del momento, ma che col cinema non ha ancora instaurato un grande feeling, Vittorio Gassman.
Tuttavia la maschera che c’interessa di più è quella del napoletano Capannelle (Carlo Pisascane (sic!), ma pochi lo conoscono col suo nome!): con la sua fame atavica ci racconta che l’Italia è abitata da sacche di povertà dove il riempire la pancia è ancora il primo problema.

Capannelle ha sempre fame, come vediamo nella scena corale dove Mastroianni ha in braccio il figlioletto e Capannelle sgraffigna qualche biscotto dell’infante. Comico, sicuramente, ma anche graffiante, nel suo affermare che il primordiale bisogno di mangiare è tutt’altro che sotto controllo.

Il momento clou il film lo raggiunge nell’indimenticabile finale. La scalcinata banda di ladri (tra gli interpreti a far compagnia a Gassman e Capannelle troviamo Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Tiberio Murgia e Totò) decide di rapinare un Monte di Pietà, la cui sede confina con un appartamento. Architettano il colpo in ogni minimo dettaglio, forano la parete di un appartamento vuoto che confina con la cassaforte, ma si ritrovano nella cucina dello stesso appartamento. La rapina è andata male, ma il gruppo di scalcinati ed inadeguati ladruncoli può almeno consolarsi con un piatto di pasta e ceci.

La scena è costruita magistralmente da Monicelli: il gruppo di scassinatori capitanato da Gassman è riunito in una stanza e ha costruito un complicato marchingegno per abbattere la parete che li divide dalla cassaforte. Quando la tensione raggiunge il climax Peppe er pantera (Gassman) chiede a Capannelle di andargli a prendere un bicchiere d’acqua. Passano alcuni secondi, la parete crolla… e cosa vediamo? Capannelle in cucina! I nostri hanno buttato giù la parete sbagliata. Ma l’aspetto che ci interessa di più è quello che vede chi altri se non l’affamato cronico Capannelle nel tempio del cibo, ossia la cucina.


Tre anni dopo, è il 1961, esce Il sorpasso, Risi mette in scena un’italietta spensierata e cicaleggiante, quella dell’effimero boom dei primi anni sessanta che ha il volto bello e sfrontato di Vittorio Gassman.
Risi incanaglisce la maschera comica che Monicelli aveva costruito per il Mattatore ne I Soliti Ignoti: più che velleitario ed ingenuo qui Gassman è cinico, furbastro, affabulatore.
Tra gli sceneggiatori del capolavoro di Risi troviamo Ettore Scola.

L’Italia ha raggiunto il benessere, il film è ambientato a Ferragosto, giorno di festa deputato allo svago e all’abbuffata. Nell’itinerario che compiono i due protagonisti (Trintignant affianca Gassman) – non dimentichiamo che Il sorpasso è un road-movie – trattorie, picnic, feste campagnole, banchetti in spiaggia fanno da fil-rouge. Tuttavia Bruno e Roberto sembra destinati a non riuscire a mangiare; vuoi perché un ristorante è chiuso, vuoi perché un altro è pieno, la loro ricerca sembra destinata a rimanere frustrata. I due occasionali amici arrivano così a Civitavecchia dove finalmente soddisfano il loro stomaco.


La scena del pranzo è ambientata in due spazi, la cucina dove l’inarrestabile Bruno s’introduce a portare scompiglio e poi nella terrazza dove ci sono i tavoli. Il pranzo è servito sotto forma di un’appetitosa zuppa di pesce, ma il cibo, nel momento in cui è stato raggiunto, sembra perdere l’importanza che aveva nei primi tre film che abbiamo analizzato. Infatti i due protagonisti siedono al tavolo distratti, Gassman alterna un boccone ad una boccata di sigaretta, mentre vagheggia una breve avventura con la cameriera del ristorante. Trintignant sbocconcella il suo piatto svogliatamente, mentre è perso dietro pensieri crepuscolari.

Un atteggiamento impensabile per Pina in Roma città aperta, per il piccolo Bruno in Ladri di biciclette, per Capannelle in I soliti ignoti, che avevano per il cibo un rispetto ai limiti della venerazione, davanti al pane, alla mozzarella in carrozza o alla pasta e ceci non c’era spazio per nient’altro, per nessuno.

Qui da YouTube la scenetta del passaggio al “villico” col sigaro puzzolente. Il film ‘lanciò’ tutta una serie di modi di dire, già il termine ‘villico’, ma anche… “Nun core ’sta machina” …quante volte l’abbiamo sentito?
Lo stesso “villico” poi passò alla televisione a fare la pubblicità dell’uovo da bere:



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Agnès Varda,la Nouvelle Vague raccontata al femminile

di Roberto Nepoti (da Repubblica 30 marzo 2019)

A quanti cineasti, soprattutto se donne, è stata intitolata una via? Ad Agnès Varda, scomparsa nella notte tra giovedì e venerdì a novant’anni. La “Traverse Agnès Varda” è in Francia: a Sète, dove si trasferì adolescente (era nata in Belgio il 30 maggio 1928). L’hanno etichettata come “la regista della Nouvelle Vague”. Ma è riduttivo definirla solo regista: è stata anche fotografa e artista plastica, esperta in installazioni, sperimentatrice di linguaggi. Inoltre, fu esponente di punta del — contemporaneo —”cinema della Rive Gauche”, assieme ad Alain Resnais e Jacques Demy, marito e collega rimpianto e celebrato in tre film (tra cui Garage Demy). Di certo, nel rinnovato clima di quegli anni, Agnès fu l’unica cineasta a portare avanti istanze femminili (gli sguardi di Godard e degli altri restavano essenzialmente sguardi di uomini). In un rapporto di forze sfavorevole alle donne, Varda racconta storie di dis•alienazione: Cléo si ribella alla sua immagine di seducente ragazza destinata all’amore; Mona (Sandrine Bonnaire) è una vagabonda in rivolta contro il mondo. I film di Varda sono i soli che raccontino personaggi femminili come istanze di coscienza, anziché come rappresentazioni maschili. Da giovane Agnès aveva studiato fotografia a Parigi, poi aveva debuttato con un lungometraggio, La pointe coute (1955), dotato di tutti i caratteri dell’emergente Nouvelle Vague: indipendenza, realismo, personaggi quotidiani. A farla conoscere fu, nel 1961, Cléo dalle 5 alle 7, cronaca di una giovane che vaga per Parigi in attesa di un responso medico. Spesso soggiornò negli Stati Uniti, dove girò film hippie e conobbe Jim Morrison. Fu attiva nel movimento femminista, firmando film e manifesti.

Agnes Varda dies at 90

Realizzò dodici lungometraggi, i più noti dei quali sono Les créatures, Senza tetto né legge (Leone d’oro 1985),Kung-Fu Master, Cento e una notte (1995). Particolarmente importante Documenteur del 1981; dove si dimostra come tutto nel cinema sia finzione: perfino il documentario. Eppure di documentari ne fece tanti: dal collettivo Lontano dal Vietnam (1967), con Godard, Ivens, Resnais, aBlack Panthers (1968), da Visages, Villages, realizzato in crowdfunding solo due anni fa, all’autobiografico Vardapar Agnès•Causerie, la sua ultima opera. Per tutto questo tempo la regista — inconfondibile nella sua acconciatura a caschetto bicolore — se n’è andata in giro per il mondo, collezionando trofei da far invidia a qualsiasi collega maschio, tra cui l’ Oscar alla carriera nel 2017.

Piccolo cabotaggio

di Tano Pirrone http://www.ponzaracconta.it/2017/02/19/piccolo-cabotaggio-1-presentazione/

Presentazione di sandrorustico “Io lavoro al bar / di un albergo a ore…”

Come attività principale io faccio il capo-redattore di un sito web. Il mio lavoro è convincere le persone a scrivere; con qualcuno è più facile, con altri quasi impossibile (…e tutte le sfumature intermedie).Ovviamente non tutti gli argomenti interessano allo stesso modo i miei lettori (rudi isolani dai modi spicci e poco inclini ai voli di fantasia).Con Tano è stato sfondare una porta aperta. Lui legge, si documenta, ma poi quello che butta giù va bene: “buona la prima!”Così abbiamo concordato, per un sito isolano che però ha l’ambizione di essere letto anche fuori dall’isola – un viaggio in barca lungo la penisola – piccolo cabotaggio, appunto – in cui lui potesse raccontare i ricordi e i rimandi che le sponde gli evocavano.I suoi scritti si sono nutriti, nel corso del viaggio, di associazioni personali e di molto cinema, e questo spiega il trasferimento delle sue “puntate” su questo blog…Buona navigazione!

Recalcitrante ho accettato l’invito di preparare una serie di articoli in cui fosse collegato un film ad un’isola. La mia resistenza era dettata dalla difficoltà che intuivo non facilmente superabile di trovare costantemente, nell’intera serie, per ognuna delle coppie un nesso fra l’elemento “isola” – retoricamente interpretata come simbolo di separatezza compiuta e di irrinunciabile identità – e un prodotto artistico, che superato l’angusto limite della missione di intrattenimento affermasse la sua vera e profonda essenza di metafora comunque collegabile con il primo.
Questa difficoltà, irrisoria, se la scelta è libera (una qualunque isola del mondo, fra le più note e uno dei film che l’ha avuta come location), diventa difficoltosa se si preferiscono 12 isole italiane, in un percorso che va dall’alto Adriatico al Mar Ligure. Non solo isole grandi e note con una storia cinematografica lunga e consistente, ma anche isole piccole e addirittura scogli. Il criterio di abbinamento è necessariamente vario, ma confido che trovi benevolenza nei miei sei lettori, disposti ad imbarcarsi in questo breve viaggio. Laddove mancherà il forte nesso logico, mi auguro si dia merito all’inventiva.
Scrivo “imbarcarsi” proprio perché quello che ho immaginato è un viaggio, neanche breve, lungo i mari che bagnano la nostra penisola; un percorso in massima sicurezza, costa costa, da piccolo porto a piccolo porto, che trova riscontro e giustificazione nel titolo di questa rassegna: Piccolo cabotaggio.
Voglio riportare la definizione di “cabotaggio” non come chiaramente si evince in un modernissimo dizionario, dallo Zanichelli a Wikipedia, dal Treccani al Gabrielli, ma come è riportato nell’antico “Dizionario di cognizioni UTET” di cui ho parlato – con affetto – in un mio articolo del 22 agosto 2013 “Che farò senza faro?”
Nel primo dei sei volumi “A – C”, a pag. 572, alla voce cabotaggio, si legge: “Navigazione che si fa lungo le coste del mare da capo a capo, da porto a porto. Il cabotaggio distinguesi d’ordinario in grande e piccolo. Il piccolo è la navigazione di commercio che si fa da un porto all’altro con piccoli bastimenti senza uscire dal medesimo Stato o almeno senza allontanarsene molto. Per grande cabotaggio si intendono in complesso quei viaggi che passano i limiti del piccolo, senza però essere viaggi di lungo corso (…)”
Lasceremo alla prossima occasione, se ci sarà, viaggi più impegnativi in mari più esotici e meno conosciuti, di grande cabotaggio o di lungo corso.
Tracciamo, pertanto, il viaggio e presentiamolo per sommi capi: da Venezia scenderemo per l’Adriatico, giungeremo al centro del Mare Nostrum e poi risaliremo per effettuare il giro della Sicilia, toccando prima Ustica, poi le Eolie e su, costeggiando, ci lasceremo sulla destra le isole Ponziane (che questa volta fanno “solo” da spettatori”) per far scalo nell’Arcipelago Campano, sostare in Sardegna, e completare il prudente viaggio nell’Arcipelago Toscano.

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Ed ora gli abbinamenti:
1. Venezia e il Lido: Morte a Venezia di Luchino Visconti, 1971
2. Isole Tremiti: Isole di Stefano Chiantini, 2011
3. Lampedusa: Fuocammare, docufilm di Gianfranco Rosi, 2016
4. Isola piccola (Marzamemi, Sicilia): Sud di Gabriele Salvadores, 1993
5. Ustica: Gramsci 44; documentario di Emanuele Barbucci, 2016
6. Lisca Bianca (Isole Eolie): L’avventura di Michelangelo Antonioni, 1960
7. Ischia: Vacanze ad Ischia di Mario Camerini, 1957
8. Capri: Il disprezzo di Jean –Luc Godard, 1963
9. Budelli: Deserto rosso di Michelangelo Antonioni
10. Giglio: Farfallon di Riccardo Pazzaglia, 1974
11. Elba: N (Io e Napoleone) di Paolo Virzì, 2006
12. Montecristo: Il Conte di Montecristo di Josée Dayan, 1998
Bene! Alla prossima settimana, allora con Morte a Venezia. Non molto allegro, tutt’altro, ma è un vero capolavoro, uno dei tanti dell’indimenticabile Maestro.

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La storia raccontata dai film

Un viaggio affascinante nel quale vogliamo avventurarci, potrebbe essere quello nella storia, la storia attraverso i film : e sarà questo l’oggetto di alcuni interventi di Gianni Sarro , la storia raccontata dai film , cominciando da alcune tematiche del dopoguerra,  di cui troviamo moltissime immagini nei film del neorealismo :

La fame nel cinema italiano (prima parte) di Gianni Sarro
http://www.ponzaracconta.it/2019/03/19/la-storia-narrata-dal-cinema-4a-la-fame-nel-cinema-italiano/ 

Il cinema nasce come arte di fascinazione, strumento creato per suscitare meraviglia. Nel breve volgere di pochi anni diventa un formidabile narratore di storie, capace, grazie all’illusione del movimento, di proiettare sullo schermo i sogni (non è certamente un caso che il cinema nasca pressappoco nello stesso periodo della psicanalisi freudiana) d’intere generazioni. Sono gli anni della stagione d’oro di Hollywood.
Dopo il disastro della seconda guerra mondiale però qualcosa cambia, la tragedia dell’ecatombe innescata dai nazifascisti ha interdetto la capacità di sognare, il pubblico è attonito, disorientato, questo cambiamento diventa terreno fertile per far nascere un nuovo cinema, il cui obiettivo non è quello di fornire risposte, bensì di porre delle domande, non offre soluzioni, lo spettatore è chiamato in causa, è costretto a diventare attivo. Culla del nuovo cinema è l’Italia, uno dei Paesi più devastati dalla guerra, e il nome di questo movimento cinematografico lo conosciamo tutti: il Neorealismo.
I film neorealisti sono storie di persone, non di personaggi, e una delle storie che ricorre più frequentemente nel cinema dell’immediato dopoguerra è l’esigenza primaria di mangiare: gli italiani hanno fame, tanta fame e il cibo diventa protagonista di tanti film (come vedremo anche quando la breve stagione del neorealismo sarà conclusa, il cinema italiana continuerà a mostrare il rapporto tra popolazione e cibo).
Abbiamo scelto cinque capolavori quali Roma città aperta, Ladri di biciclette, I soliti ignoti, Il sorpasso e C’eravamo tanto amati, dove il cibo è al centro di almeno una o più sequenze centrali della narrazione.

Roma città aperta è uno dei titoli più conosciuti della cinematografia italiana, uno dei simboli del Neorealismo, girato da Roberto Rossellini nel 1945, vincitore della Palma d’oro a Cannes l’anno successivo, narra gli ultimi mesi di Roma occupata dai nazisti. Protagonisti sono Aldo Fabrizi (in una delle più belle interpretazioni della sua carriera) e l’indimenticabile Anna Magnani. La macchina da presa segue (“pedina” si scriverà più tardi in molti saggi critici, ma questo è un altro discorso) personaggi che non sono eroi, ma persone comuni che hanno come obiettivo quello di sopravvivere alla barbarie tedesca.

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La sequenza che ci interessa è quasi all’inizio del film, è la prima dove appare Anna Magnani. Nell’inquadratura iniziale della scena la macchina da presa ci mostra una folla composta in maggioranza di donne e bambini che rumoreggiano e cercano di entrare in negozio, è nella seconda inquadratura che però capiamo cosa sta accadendo, è un assalto in piena regola ad un panificio.
A rivelarcelo è lo scambio di battute tra due personaggi che nel corso del film ci diventeranno famigliari, Agostino il sagrestano di Don Pietro/Fabrizi e il poliziotto di quartiere. Nel corso del dialogo ad un certo punto Agostino chiede al poliziotto: “E voi che fate per evitare tutto questo?”, il poliziotto risponde sconsolato: “Io purtroppo sono in divisa”. Una battuta fulminante, che intende come in quei cupi mesi di occupazione a cavallo tra il ‘43 e il ‘44 a Roma anche chi indossava una divisa (non fascista, sottolineiamolo) era un povero diavolo che faticava a trovare il pane.

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In questa sequenza (che ricorda l’assalto al forno narrato da Manzoni ne I promessi sposi) la macchina da presa adotta il punto di vista dei più deboli e disperati, ossia donne, bambini, i soli due soli uomini adulti presenti non sono rappresentanti della ferocia criminosa nazi-fascista, anzi il poliziotto lo vedremo poi alla fine della scena che aiuta Anna Magnani a portare la sporta con il pane appena rubato.
Nel 1948, tre anni dopo il capolavoro di Rossellini, esce un’altra pietra miliare del nostro cinema Ladri di biciclette, di Vittorio De Sica, vincitore anche di un Oscar speciale l’anno successivo.

In questo caso i protagonisti sono attori non professionisti (De Sica rifiutò i soldi di una major americana che avrebbe voluto nel ruolo del protagonista Cary Grant). Una delle caratteristiche del film è che al problema iniziale (la mancanza di lavoro) si aggiunge il furto della bicicletta, mezzo necessario allo svolgimento del nuovi impiego, alla fine entrambi non vengono risolti. Assistiamo all’evolversi di una situazione, che non trova soluzione. De Sica mostra una Roma privata di ogni fascino, i luoghi dove vanno Antonio, l’adulto, e Bruno, il bambino, sembrano tappe di un calvario, come sottolineato anche dalla pioggia torrenziale che sorprende padre e figli quando sono nei pressi di Porta Portese (anche in Roma città aperta Rossellini mostra spazi urbani poco convenzionali, quali la periferia dei quartieri Prenestino e Tiburtino). La negazione di un riconoscimento forte della città mostrata si deve alla volontà di Vittorio De Sica di non connotare il film con luoghi ascrivibili solo a Roma, ma come specchio dell’intero Paese.

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Nel loro girovagare per Roma alla ricerca della bicicletta che si protrae dall’alba (in un certo senso Ladri di biciclette è un road-movie) padre e figlio decidono di fermarsi in una trattoria. Appare subito evidente il cambiamento avvenuto in confronto a Roma città aperta, lì per procacciarsi un elemento di base come il pane, la folla doveva prendere d’assalto un panificio, invece nel film di De Sica un adulto e un bambino pur vivendo ai margini della povertà possono comunque decidere di andare in trattoria.
La sequenza inizia con la macchina da presa che attende i due protagonisti all’interno della trattoria, un locale modesto dove regna l’allegria (c’è anche un gruppo di suonatori ambulanti che suona una canzone napoletana), Antonio e Bruno prendono posto ad un tavolo e qui una battuta del primo “Adesso se ’mbriacamo” (tra le caratteristiche innovative del Neorealismo c’è quello di far parlare agli attori anche il dialetto) alla quale Bruno non replica verbalmente, ma opponendo uno sguardo di biasimo, ribadisce come il bambino sin dalla prima sequenza del film nella quale appare si dimostra più adulto del padre, uomo immaturo e patetico.

ladri-di-biciclette-in-trattoria

La scena della trattoria è movimenta dal gioco di sguardi che s’innesca tra Bruno e un altro bambino che sta pranzando in un tavolo accanto. Basta un’occhiata per capire che quel bambino è di famiglia agiata: per i vestiti che indossa, per come è pettinato, per l’uso adeguato delle posate. Viceversa Bruno indossa vestiti stazzonati e bagnati per la pioggia, è spettinato e le posate sono due nemici imbattibili, tanto che alla fine il piccolo mangia la mozzarella in carrozza con le mani.
Questa prima parte della sequenza ci narra di due nuclei famigliari appartenenti a ceti diversi, tuttavia entrambi seduti a mangiare in un locale pubblico. II pranzo è caratterizzato dai repentini cambi d’umore del genitore che rischiano in più di un’occasione di rovinare la gioia Bruno (in più di un’occasione il bambino ripone il cibo nel piatto, come se si sentisse in colpa) per quell’inatteso pasto in trattoria, che rimane un avvenimento eccezionale per buona parte degli italiani dell’immediato dopoguerra.
La chiusura della scena registra un cambiamento d’atmosfera, perché il fuoriprogramma, il pranzo, volge al termine e torna prepotente il problema di ritrovare la bicicletta, perché altrimenti come dice Antonio “Nun se magna”.
Pensando a quanto ci mostra Roma città aperta, in Ladri di biciclette registriamo un passo in avanti; nel dopoguerra per gli italiani la difficoltà non è tanto quella della disponibilità del cibo, quanto quella di avere i soldi per acquistarlo.
Nella prossima puntata riprenderemo a raccontare il rapporto tra il cibo e gli italiani con I soliti ignoti, troveremo un Paese alle soglie del boom, ma dove esistono ancora sacche di povertà che spingeranno un gruppo di improbabili ladri a rubare un… piatto di pasta e fagioli.

 

Aspettando Fellini (1)

di Tano Pirrone

Fra dieci mesi esatti, il 20 gennaio 2020, ricorrerà il centenario della nascita di uno fra i più grandi uomini di cinema di tutti i tempi: Federico Fellini. La redazione di Odeon intende onorarlo, pubblicando sistematicamente aneddoti, sceneggiature, vignette, critiche cinematografiche, spezzoni di film ormai cristallizzati nella memoria collettiva, o chicche nascoste da riproporre. Non abbiamo ancora definito un piano editoriale, ma solo la traccia su cui muoverci. Sappiamo che sarà un impegno oneroso, che potrà essere reso più lieve e gratificante dalla partecipazione attiva, anche se episodica, dei nostri trelettoritre. Basterà un commento, un suggerimento, una critica (daje!)! Apriamo il tour con il capitolo dedicato al film Roma (1972), tratto dal libro di Mario Verdone Federico Fellini (1972), L’Unità/Il Castoro, 1995 (pagg. 84/88). L’autore (1917-2009) è stato critico cinematografico, saggista e accademico ed ha contribuito allo sviluppo del cinema italiano, anche come padre di Carlo Verdone https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Verdone.

Roma

Per Fellini la cronaca era invenzione e una fantasia poteva diventare realtà. «Non sono per il cinema-verità — diceva — ma per il cinema-falsità». E i suoi falsi potevano diventare così veri che, in Roma, nella scena del ritrovamento di un antico affresco che, alla prima ventata d’aria, si polverizzava, due spettatrici colte, vicine in una pubblica proiezione — Maria Luisa Astaldi e Paola Masino — esclamavano convinte e angosciate: «Che peccato!». Roma è un incontro con la città “madre e meretrice”, come ben sappiamo, ma non il primo. Anche un ritorno alla propria infanzia; e, ugualmente, non i1 primo. Darà occasione a qualche critico di rilevare i nuovi autobiografismi, rimproverandolo con l’accusa di «ripetersi». Ma non c’è ripetizione, se non affermazione di un modo di esprimersi, di uno stile, che ha i suoi segni, le sue iterazioni. è come accusare — facciamo un esempio ben visibile — il pittore Botero, attraverso l’iperrealismo dei corpi, di ripetere se stesso. Per capire con quale spirito Fellini si è avvicinato a Roma conviene rileggere taluna delle sue dichiarazioni, per esempio una, apparsa sull’«Espresso» del 28 maggio 1971, in cui tratteggia — anche attraverso l’aneddoto — il carattere della città. Ancora il film non è stato completato, ma Fellini, attraverso le immagini che comunica e le figure che rappresenta, già sa far pulsare perfettamente la vita della città.

«In un pomeriggio di ottobre del 1938 arrivai alla stazione, salii su una carrozzella e andai in Via Albalonga, rione San Giovanni. La prima cosa che mi capitò, scendendo dalla carrozzella davanti al numero 13 in cerca dell’affittacamere, fu di prendere uno sputo in testa da tre ragazzini che non si sono neppure ritirati dalla finestra. Fu la scoperta del romano, l’antico suddito papalino che vive in una città improbabile cresciutagli attorno a tradimento, uno che non si fida di dire la verità perché “non si sa mai”, pauroso per timori amici, un uomo dalle prospettive molto ravvicinate, attorniato da storia e monumenti ma rapportato soltanto alle consuetudini quotidiane e alla tribù familiare, mamma sorelle, nonni nipoti zia. Via Albalonga di notte si trasformava in un enorme ristorante all’aperto con il tram che passava scampanellando in mezzo ai tavoli traboccanti di mamme e di nonne, di urla e di esclamazioni, di occhi di vitella e di paiate, di code alla vaccinara. Tutti distrattamente soddisfatti. Privo di senso del peccato perché già confessato ed assolto per “diritto di cittadinanza”, è difficile concepire il romano sfiorato dai rimorsi. Uno spirito “gommoso” che non litiga con le istituzioni, non fa drammi sulla cultura, né giudica il prossimo che ritiene sempre peggiore di quello che è… Roma non è cambiata dal 1938 ad oggi. In sostanza è sempre la stessa, con gli abitanti immersi nel sonno del ‘600, tutti fossili dalla salute di tartarughe. Roma non pone schemi, non sa di psicanalisi, è una palude prefreudiana entro cui si sta benissimo; non protegge, ma a lungo andare diventa un appartamento personale, piazza dei Popolo che fa da stanza da pranzo, Via Veneto come camera da letto. Roma sfugge perché è un grande simpatico luminoso specchio in cui proietti te stesso e dove ti vedi nudo senza vergogna e rossori; oppure una sirena, un mostro. Roma è uno spettacolo, e il romano dice ancora: “Andiamo a vede’ Roma.” Roma ha quel tanto di smemorato che affascina gli stranieri, una città che ti scoraggia dal dire: “Che vergogna”, perché tanto sai che il dirlo o il gridarlo non servirebbe a nulla. Qui hai la soddisfazione di arrabbiarti, sì, ma di calmarti subito dopo. Roma è tutta chiesa. Roma si astiene dal giudizio, tollera lo spaesato, è priva di senso civico, non è di nessuno, “mica è mia” dicono i romani. Per quel che mi riguarda essa è psicologicamente abbastanza corazzata da permettere di sputare su tutti i moralismi che uno ha addosso, dominata da un’ignoranza che mi restituisce la sicurezza; è la città dove ho scelto il mio lavoro; è presente in tutti i miei film».

«è cambiata Roma dalla Dolce vita ad oggi?» — continuano a chiedergli gli intervistatori a film ultimato. «Non lo so, non mi è consentito uno sguardo obbiettivo. Per me Roma è sempre quella che ho creato nel film. Anzi Roma mi ha creato e io la ricreo, come in un giuoco di specchi…».

Si parte dall’attualità: una Roma immaginata da ragazzo, una Festa de’ Noantri, un ingorgo sul raccordo anulare, i lavori della metropolitana: ma c’è sempre un ritorno irresistibile alla fantasia. Le prime sequenze sono a Rimini — ma una frangia di Rimini ricostruita — negli anni Trenta, in un collegio cattolico dove la storia della capitale è insegnata attra-verso le lezioni retoriche dei maestri e l’imposto costume “imperiale” del regime. Maggiorenne, uno studentello parte per Roma e ne riconosce gli aspetti — oltre i monumenti — anche più prosaici: le immancabili prostitute sulla Via Appia, i “posteggiatori” di canzoni, le osterie popolari e le strade rionali dove scorrazzano bambini. Ma trenta anni dopo, l’aumento della popolazione, l’immigrazione, la incapacità di dominare una città in sviluppo così virulenta, sanguigna, indisciplinata, hanno molto cambiato il volto di Roma dove i turisti aumentano e gli studenti si accaniscono nell’ostentare il loro impegno politico, che spesso ha accenti anarcoidi. Ci sono anche gli amari teatrini di quartiere, con la rivista di varietà; le case ospitali degli anni Quaranta, con la loro fauna squallida ed eterogenea, i chiassosi ritrovi conviviali delle famiglie “romane di sette generazioni” e quelli degli stranieri e delle “dive” nelle trattorie di Trastevere, dove faranno capolino anche celebrità locali, come Alberto Sordi e Anna Magnani; infine una sfilata di moda, ma ecclesiastica questa volta. Una confusione generale, dove i poliziotti manganellano e i motociclisti spericolati sfrecciano tra le piazze e le auguste rovine.

È un film-mosaico, con una Roma vera, nobile e grottesca, affascinante e in sfacelo, ammirata e dissacrata; ed è anche la Roma di Fellini, con le sue memorie e le sue deformazioni fantastiche. I quadri sono a sé stanti, ora abbaglianti ed ora orridi, ma il senso che se ne ricava è unitario. E nonostante i secoli che dividono l’ispirazione, che non può che ricollegarsi, alle origini, a Petronio Arbitro, e di poi all’attualità, non si fa fatica a collegare Roma con Satirycon (basterebbe la sequenza degli affreschi scoperti negli scavi della metropolitana) gli antichi mimi col teatrino della Bassafonda, girato all’Ambra Jovinelli; oppure ai Clowns, dove i costumi ecclesiastici cardinalizi — di cui Danilo Donati è responsabile — rimandano a quelli variopinti del film sui pagliacci. Il ritorno della fantasia è irresisti-bile, anche nello sguardo compiaciuto alle insalatiere e alle pastasciutte plebee della festa trasteverina. I toni da elegia si mescolano a quelli da requiem, e la fotografia di Giuseppe Romeno li serve egregiamente, da un episodio all’altro, ora con vivaci colori, ora con grigi diffusi, ora con misteriosi e quasi infernali notturni. Allorché usci il film, non mancarono le proteste di romani “veraci”, ma talvolta privi dì autocritica, per aver visto il regista, di Roma, soltanto l’aspetto plebeo. Un giornale della opposizione di sinistra, insieme a molti giudizi negativi raccolti, riportò, perché il pubblico ne prendesse visione, e forse con intento polemico per sottolineare il suo disaccordo, un brano della sceneggiatura:

Fellini è appoggiato al parafango di una jeep. Gli studenti sono intorno al compagno che parla. I. studente: «Volevamo parlare con lei, se possibile… domandarle se, in questo film, il ritratto che lei ha intenzione di fare di Roma, avrà un punto di vista obiettivo, riferito ai problemi drammatici irrisolti della società attuale… » Un secondo studente si fa avanti: II. studente: «Naturalmente non ci riferiamo soltanto ai problemi della scuola… » Prosegue il primo studente: I. studente: «Il mondo del lavoro, per esempio, con… con i problemi delle fabbriche, delle borgate… ». Gli studenti fanno cerchio intorno a Fellini. Interviene una studentessa: I. studentessa: « …Non vorremmo che venisse fuori la solita Roma sciatta e pacioccona, disordinata e materna… » Fellini (ride): « …Si, ho capito, ma… » II. studentessa: « …Cioè la solita prospettiva qualunquistica… » I. studente (accav.): « …Perché Roma non è solo così… » Fellini, divertito e un po’ imbarazzato, si difende. Fellini: «Io credo che si deve fare solo ciò che ci è congeniale». Anche questa è una testimonianza di ciò che spesso si pretendeva da Fellini in una epoca dominata dalle proposte di parte. La risposta di Fellini appare ora, più che mai giustificata: «Si deve fare solo ciò che è congeniale».

Da Federico Fellini di Mario Verdone, L’Unità/Il Castoro, 1995; pagg. 84/S

Se mi ricordo di Federico Fellini

di Sandro Russo del 31 ottobre 2018

Ho sempre ricordato la data della sua nascita, 1920, perché è la stessa di quella di mia madre. Poi mi sono dovuto ricordare anche quella della sua morte – il 31 ottobre – giusto 25 anni fa. A quel tempo lavoravo al Centro di Rianimazione del Policlinico di Roma e là fu trasferito Federico Fellini, in coma irreversibile, dalla Clinica Neurologica dove era degente per i postumi di un ictus. Furono terribili quei giorni in reparto. La Rai aveva montato una postazione fissa nel cortile davanti all’istituto; come se non bastasse qualcuno – forse durante la visita parenti – era riuscito a prendere un’immagine del letto di degenza, con il povero corpo disteso, che circolò tra molte polemiche (la maggior parte dei giornali non la pubblicò). Soprattutto colpiva – me, come tutti quelli che avevano visto il suo film Ginger e Fred (del 1985) – l’ossessione mediatica che si era scatenata intorno alla sua malattia.
Non si riusciva ad uscire senza essere fermati da qualche cronista che voleva informazioni extra (oltre ovviamente al bollettino medico fornito mattina e sera). Un dolly, una macchina da presa mobile montata su una piccola gru, sbirciava anche dalle finestre del piano rialzato, per cui avevamo dovuto chiudere le serrande; vivevamo barricati.
La peggiore televisione, quella del cavalier Lombardoni, “mortadelle e salami” che Fellini disprezzava e aveva messo in berlina, per un perfido contrappasso veniva a insediare la sacralità della sua morte. Quando tutto finì – il 31 ottobre 1993, appunto – non riuscii più a scindere questo (pessimo) ricordo dalla visione dei suoi film. Che sono numerosi, importanti e ciascuno meritevole di una trattazione approfondita. Ho letto in una commemorazione di Fellini da parte di Emiliano Morreale (su la Repubblica di ieri 30 ottobre) che nell’ultimo film di Virzì, Notti magiche (non ancora uscito nelle sale) a un certo punto si vede Fellini girare il finale de La voce della luna.

Riprendo l’idea del ‘film nel film’ proponendo la riproduzione fatta da Ettore Scola (1931 – 2016) in “C’eravamo tanto amati” (1974) – un film meraviglioso! – di Fellini che gira la scena più famosa de La dolce vita a Fontana di Trevi. Fellini e Scola erano amici di vecchia data, dal loro comune esordio come vignettisti nella rivista il Marc’Aurelio (come è affettuosamente raccontato nell’ultimo film di Scola Che strano chiamarsi Federico; 2013).

Note

In condivisione con: http://www.ponzaracconta.it/2018/10/31/se-mi-ricordo-di-fellini

Cerca anche nel sito Ponzaracconta : Antologia dei film girati a PonzaSatyricon. Un film di Federico Fellini. Italia 1969. Grottesco / Drammatico / Fantastico. Durata 129’.  Con Martin Potter, Hiram Keller e Lucia Bosè”