La storia raccontata dai film (5) Il mito di Gassman: l’attore e l’uomo

18 APRILE, 2019

di Gianni Sarro
http://www.ponzaracconta.it/2019/04/18/la-storia-raccontata-dai-film-5-il-mito-di-gassman-lattore-e-l-uomo/

Roma 1952, al teatro Valle va in scena Amleto riscuotendo un grandissimo successo; 1958, 1959 e 1961, il cinema italiano sforna tre capolavori, s’intitolano I soliti ignoti, La grande guerra e Il sorpasso. La liaison tra questi avvenimenti, è l’attore che ne è protagonista: Vittorio Gassman. La carriera teatrale di Gassman ha inizio nel 1943, quando recita ne La nemica; da quel momento la leggenda non si è più fermata, ha marciato a ritmi vorticosi attraverso Shakespeare, Sofocle, Alfieri, Kafka, Pirandello, recital di poesia.

Al cinema il boom è meno immediato, arriva quando Gassman ha già 36 anni ma I soliti ignoti (1958)Il sorpasso (1962), L’armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle crociate (1970) sono stati grandissimi successi e di cui il Mattatore ebbe a dire che erano: “tra i pochi film che brucerei malvolentieri”. Gassman aveva tutto per essere un grande attore, il fisico atletico, una faccia da statua classica, una voce inconfondibile e indimenticabile, l’aria da bel mascalzone; condite il tutto con una buona dose d’egocentrismo ed esibizionismo e il cocktail esplosivo è servito. Gassman deve la sua affermazione nel cinema a due maschere indossate grazie alla collaborazione con Mario Monicelli (che ebbe la brillante intuizione d’imporlo come attore comico, lui grande attore drammatico) e Dino Risi. Con il primo Gassman indossa la maschera popolaresca: “il Mattatore” è un fanfarone (L’armata Brancaleone), un tartaglione vanaglorioso ed incapace (I soliti ignoti) che sfodera l’arroganza per coprire un’evidente timidezza.
Uno dei più stimati critici cinematografici italiani, Brunetta, ha tessuto un parallelo tra i personaggi interpretati da Gassman e il Miles Gloriosus di Plauto.
Nella collaborazione con Dino Risi, Gassman ha invece elaborato una maschera borghese, venata di feroce amarezza; “il Mattatore” indossa i panni del borghese arrivato e cinico che comincia a scoprire i segnali di crisi dentro se stesso riflettendola sugli altri. Film come Il sorpassoLa marcia su Roma e Il profeta ne sono la testimonianza più diretta. Nel 1969 inizia la seconda parte della carriera cinematografica di Gassman con il film L’alibi, diretto con due tra gli amici-colleghi più stretti Adolfo Celi e Luciano Lucignani, film nel quale Gassman fa un primo sconsolato bilancio della sua esistenza di quasi cinquantenne. Tra gli anni ’60 e ’70 Gassman inizia così a visitare una galleria di personaggi che aiutano a fornire il ritratto dell’Italia dell’epoca: il gretto, il rampante,l’aggressivo,l’impudente. Negli anni ’80 la maschera cinematografica di Gassman s’immalinconisce, si fa più intima, meno cialtronesca e sfrontata, diventando quasi delicata. Sono gli anni della collaborazione con un altro grande regista Ettore Scola (che già lo aveva diretto nel 1974 in C’eravamo tanto amati), con il quale gira La Terrazza, La Famiglia, La cena. Vittorio Gassman ha scritto tantissimo, soprattutto dai sessant’anni in poi, e la suaL produzione è stata fortunatamente bulimica ed eccessiva come la sua carriera d’attore: memorialistica, saggistica, narrativa, poesia.

Il suo esordio (escludendo ovviamente le traduzioni e gli adattamenti dei testi originali dei suoi spettacoli) fu l’autobiografia Un grande avvenire dietro le spalle, pubblicata nel 1981, in cui il Mattatore ripercorre le tappe dei suoi primi trent’anni di carriera e con infallibile istrionismo si straparla addosso, seguendo il suo istinto più saldo e pervicace: essere il centro d’attrazione unico. Nella scrittura di Gassman si coglie una volontà impudica di mostrarsi senza ritegno, ai limiti del blasfemo verso se stesso. Scritta con evidenti auspici terapeutici, come afferma lo stesso autore: “Da quando ho cominciato a scrivere queste memorie, sto nettamente meglio. Sono più giorni che scrivo al tavolino, senza cambiare posizione ogni dieci minuti per andare a smuovere meccanicamente le file dei libri allineate nella biblioteca”.

L’autobiografia, logorroica e sfrontata, prima ancora di stupire per ciò che racconta, stupisce per come è scritta. Gassman passa con disinvoltura dal presente al passato, dalla prima alla terza persona, per chiudere con una tirata di circa venti pagine in cui abolisce la punteggiatura. Cogliendo tra gli episodi narrati (ma rammentiamo sempre ciò che Gassman amava dire di se stesso e cioè che un attore è un mentitore di professione, inaffidabile ed insincero) come non citare quello accaduto nei primi anni cinquanta, durante il primo sbarco ad Hollywood del nostro eroe… Il Mattatore doveva affrontare un’intervista con una delle più importanti giornaliste dell’establishment hollywoodiano, tal Louella Parson; una delle prerogative della giornalista era quella di essere profondamente cattolica. Nonostante le raccomandazioni dei press agents di tenere un profilo basso nelle risposte alle domande, quando Gassman si sentì chiedere cosa pensasse del papa, la risposta fu iconoclasta fino all’autolesionismo: “Il papa? Ah, sì! fantastico spesso di ucciderlo”. Un vero impulso di sincerità inconsulta, chissà forse necessaria a riequilibrare la necessità di dover fingere per contratto.

Dice Gassman in Intervista sul teatro (2002) che il mestiere dell’attore ha un rapporto strettissimo con la malattia: “L’attore rischia la frattura dell’io individuale, la schizofrenia, oppure l’angoscia ancestrale del non essere più nessuno”; a ciò Gassman aggiungeva un’acuta osservazione sull’esibizionismo degli artisti: “Quello dell’attore è un mestiere che invita continuamente ad esporsi, anche in senso fisico. Norman Brown, parlando da un punto di vista psicoanalitico, sostiene che il rapporto fra attore e pubblico è quello tipico dell’esibizionista sessuale e lo spettatore in questo caso è un voyeur”.

Esiste, d’altronde, anche un esibizionismo emotivo, che, spiega Gassman, comporta: “Un tipo di finzione e di violenza molto particolare”e durante la rappresentazione l’attore deve avere la capacità di conservare un po’ di lucidità: “Soffrire il pathos, e al tempo stesso incasellarlo per riutilizzarlo”, serve cioè un autocontrollo che a volte è difficile da mantenere, come accade a Gassman nell’interpretare Otello, con la vicenda del quale si rischia un’immedesimazione pressoché totale e questo è, afferma Gassman: “Un viaggio molto doloroso” a cui egli si sottrae, almeno in parte grazie al fatto che gli ultimi momenti della tragedia di William Shakespeare sono in versi e i versi esigono “Un’attenzione tecnica formale. Che è per me, qualcosa come un ancora di salvezza, mi assicura un minimo d’autocontrollo, una difesa dal pericolo”.

Come ogni grande Gassman aveva una sincera antipatia per la morte, definita di volta in volta “incongrua”, “immorale”, “non accettabile”, “nota stonata”. Nella sua autobiografia Gassman si domanda: “Che Dio abbia azzeccato tutto tranne la durata della vita?”, nel suo caso questo dubbio è lecito porselo. Gassman è stato un artista poliedrico, non si è mai accontentato di nulla, si è sempre ritagliato nuovi spazi: attore immenso, romanziere, regista, polemista.

Io ho avuto la possibilità di vedere Gassman recitare a teatro una sola volta: al teatro Quirino di Roma nel 1983, dove recitava il Macbeth. Ricordo che l’entrata in scena dell’attore avveniva nella penombra del palcoscenico, così prima ancora di vederlo in carne e ossa si percepì la presenza di Gassman, il suo magnetismo aveva già invaso il teatro. Alla fine dello spettacolo scendemmo nei camerini. Entrammo nel camerino in punta di piedi, io mi limitai a stringergli la mano e a biascicare qualche complimento di circostanza. Ma il ricordo più forte è quello visivo: Gassman era seduto su una sedia, un braccio appoggiato sul tavolino, indossava un accappatoio bianco, sul viso, incorniciato da un ispida barba, il trucco e il sudore avevano disegnato una maschera nella quale i caratteri del personaggio si contaminavano con quelli dell’attore, dell’uomo.

Il Mattatore ha disseminato le sue interpretazioni di tante gemme, io scelgo: il tenero addio ad Abacucco (Carlo Pisacane-Capannelle) ne L’armata Brancaleone: di Monicelli (1966):

La cronaca della partita che Peppe er pantera fa al commissario in: Audace colpo dei soliti ignoti (Nanni Loy; 1959):

Il Gassman ormai maturo nella lettura del V canto dell’Inferno, quello di Paolo e Francesca, dove declama i versi immortali “Amor c’a nulla amato amar perdona”:

E, last but not least, l’Otello, nell’edizione portata in scena nel 1957, insieme a Salvo Randone:Condividi questo articoloFacebookTwittergoogle_plus

Aspettando Fellini (3)

a cura di Tano Pirrone

Il terzo documento che presentiamo, aspettando il centenario della nascita di Federico Fellini, è la recensione che Tullio Kezich fece del film Intervista (1987), pubblicata nel suo libro Il film’90 – Cinque anni al cinema 1986 – 1990, Arnoldo Mondadori Editore, Oscar Mondadori, Guide n. 43.

L’autore non avrebbe bisogno di presentazioni, essendo stato fra i critici più fecondi e dall’ampio respiro produttivo: fu critico, commediografo, produttore e sceneggiatore cinematografico e televisivo, scrittore, attore. Ma lo ricordiamo ai più giovani (magari ci fossero!), essendo egli venuto a mancare nel 2009.

Il film che presentiamo è la penultima opera di FF, preceduta da Ginger e Fred del 1986 e seguita nel 1990 da La voce della luna.

Trama: la visita di una troupe giapponese agli studi di Cinecittà permette a Fellini di rievocare alcuni momenti della sua vita di cineasta, in un continuo alternarsi tra passato e presente. Il ricordo della prima visita del giovane a Cinecittà per intervistare una diva, quando rimase affascinato da questo mondo dei sogni. Le riprese de La dolce vita. Seguite da un incontro, quasi trent’anni dopo, tra Marcello Mastroianni e Anita Ekberg.

___________________________________

Intervista
Regia di Federico Fellini. Soggetto: Federico Fellini, Franz Kafka. Sceneggiatura: Federico Fellini, Gianfranco Angelucci. Fotografia: Tonino Delli Colli. Montaggio: Nino Baragli: Musiche: Nicola Piovani. Scenografia: Danilo Donati. Interpreti e personaggi: Federico Fellini: se stesso; Sergio Rubini: Fellini da giovane/se stesso; Paola Liguori: la diva; Maurizio Mein: aiuto regista.

Chi volesse rivederlo e non ne possiede una copia può facilmente reperirlo sul libero mercato online, noleggiarlo (noi siamo clienti da sempre di VideoElite) o ricorrere allo streaming.

INTERVISTA

di Federico Fellini, 1987

Con Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Maurizio Mein.

Qual è il segreto della grandezza di Fellini? Come fa il mago di Cinecittà a creare I suoi capolavori? Come sceglie i personaggi dei film? Che cosa succede in realtà sul set di Federico? E quando è cominciato tutto questo? E dove andrà a parare? Il «filmettino» Intervista finge di dare una risposta alle eterne domande della fellinologia, attribuendole in gran parte all’insistente e cerimoniosa curiosità di un gruppo di intervistatori della Tv giapponese.

Mettendosi in prima persona al centro dello schermo nel diario frammentato della preparazione di un immaginario film tratto da Amerika di Kafka, Fellini maestro dell’intervista finge di auto intervistarsi in un giocoso incalzare di ricordi e simulazioni.

L’effetto è quello di un 8 1/2 con Federico in persona al posto di Mastroianni, ancora più deciso a dire «io» che nel suo capolavoro del ’63. Mastroianni è presente «as himself », brutalmente invecchiato e infilato nel frac turchino di un Mandrake pubblicitario, a fianco di un’Anita Ekberg anche lei maltrattata dagli anni che ci separano da La dolce vita. Premiato a Cannes benché fuori concorso, trionfatore a Mosca, acclamato a Locarno, a Montreal e ovunque, Intervista conferma l’ambigua disponibilità del suo autore alla confessione disarmata e alla bugia spudorata, alla cronaca divertita e alla fantasticheria senza rete. Filmato sulla realtà, il film finisce per essere una delle fantasie più libere scaturite dalla mente del suo autore. Il quale, anche come interprete di se stesso, appare naturale ai limiti della totale reinvenzione. [1987]

___________________

Tullio Kezich “IL FILM ‘90” – Cinque anni al cinema 1986 – 1990

Oscar Mondadori, Guide 43 – Arnoldo Mondadori Editore – 1990

Aspettando Fellini (2)

Luci del Varietà

a cura di Tano Pirrone

Una scalcinatissima compagnia di varietà si esibisce nel rustico teatro di un borgo. Il rozzo pubblico mostra di apprezzare mediocremente lo spettacolo; salvo una bella fanciulla che, lei, invece, ne sembra affascinata. La ragazza vorrebbe entrare a far parte di quella compagnia; e infatti, dopo lo spettacolo, riesce ad aggregarcisi. La compagnia parte; in treno la fanciulla fa amicizia con il capocomico, buon diavolo un po’ millantatore e liber­tino; e al prossimo paese, con la nuova recita, riesce ad ottenere di figurare come ballerina. Questa recita, però, va malissimo; finché il padrone del teatro, di fronte ai fischi e agli sberleffi del pubblico, ha un’idea: afferra per un braccio la novizia, cui durante la danza è caduta la gonnella, e la caccia a forza, seminuda, sul palcoscenico. Naturalmente la bella ragazza spogliata ottiene un pronto successo e lo spettacolo si replica per varie sere. Anzi un avvocato di provincia, melomane e dongiovannesco, invita tutta la compagnia in una sua villa in collina. I poveri comici si sfamano finalmente ad un pranzo abbondante; ma quando l’avvocato vuol riscuotere il prezzo della non disinteressata ospitalità, si scontra con il capocomico anche lui invaghito della vezzosa ballerina. Pugilato e rottura; i comici vengono messi alla porta e, di lì a pochi giorni, li ritroviamo a Roma, più in bolletta che mai. Questa volta però la fanciulla si dà delle arie e il capocomico, che per lei ha piantato la moglie, ci rimette tempo e denaro. Tutto finisce al solito modo: la bella ragazza ormai lanciata, gra­zie ai favori di un ricco impresario, entra in una compagnia di grido; il capocomico, dal canto suo, riconciliatosi con la moglie e abborracciata alla meglio una seconda e non meno scalcinata compagnia, parte in terza classe per un giro in provincia.

Questa storia un po’ esile, intitolata Le luci del varietà, è stata diretta da Alberto Lattuada e Federico Fellini, con Carla Del Poggio, Peppino De Filippo e Giulietta Masina nelle parti principali. Il film appare fatto con molta cura e con una certa finezza; nella prima parte ha anche un episodio gustoso, quello dell’avvocato, personaggio verissimo e ben riuscito; ma nel complesso pecca di una certa freddezza e frammentarietà. Gli ambienti della capitale nella seconda parte non sono così azzeccati come quelli provinciali della prima; e la storia della bella e spensierata ragazza e dello sciagurato capocomico rimane a mezzaria, con trapassi troppo bruschi e ingiustificati. Peccato; se il personaggio della ragazza fosse stato studiato più a fondo, il film avrebbe avuto una maggiore solidità e conseguenza. Così com’è, esso non permette alla bella e vivace Carla Del Poggio che un gioco limitato e insufficientemente espressivo. Brava la Masina in una parte che le conviene perfettamente. Peppino De Filippo, invece, ci è sembrato alquanto impacciato.

“L’Europeo”, 4 maggio 1951

Luci del varietà (p.p.p. 6 dicembre 1950). Regia: Alberto Lattuada, Fe­derico Fellini. Sogg.: F. Fellini. Scen.: F. Fellini, A. Lattuada, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano. La recensione segue a quella di Un marito per mia madre di Henri-Georges Clouzot, cui si riferisce il titolo complessivo dell’articolo: Clouzot si diverte.

Storyboard .Un ricordo di Sergio Leone

30 APRILE, 2019

di Tano Pirrone

La teoria dei sei gradi di separazione in semiotica e in sociologia è un’ipotesi secondo la quale ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona o cosa attraverso una catena di conoscenze e relazioni con non più di 5 intermediari. L’ho sperimentata personalmente più volte e vi assicuro che funziona.
Quando ho deciso di ricordare Sergio Leone, di cui ricorre oggi il 30° anniversario della morte, mi è subito venuto in mente Stefano, un allora giovane architetto, con il quale a metà degli anni ottanta strinsi una bella amicizia, che chiamai a collaborare in un progetto di lavoro e che mi aiutò a ristrutturare casa, con un ottimo lavoro, ancora oggi attuale

Ci frequentammo a lungo e facemmo un viaggio insieme in Toscana, nella settimana di pasqua del 1985. Durante una mia visita a casa sua, parlandomi di lui, dei suoi studi e delle sue esperienze, mi disse che aveva lavorato per Sergio Leone, curando, nel suo penultimo film (Giù la testa, 1971) lo storyboard.
Cos’è lo storyboard? In campo cinematografico si tratta di una serie di disegni, in genere diverse centinaia, che illustrano, inquadratura per inquadratura, ciò che sarà poi girato sul set. Di solito sotto i disegni sono indicati i movimenti della macchina da presa (ad esempio: “panoramica a destra”, oppure “carrello in avanti”) e delle frecce ne indicano la direzione. Spesso altre frecce, poste all’interno dell’inquadratura, indicano i movimenti dei personaggi e degli oggetti. A volte è descritta la scena e sono riportati brani del dialogo, oppure si scrive il tipo di obiettivo che s’intende usare, la luce o l’atmosfera che si vuole creare e, in certi casi, si segnala addirittura il costo di un’inquadratura.

Sergio Leone fu un utilizzatore di questa modalità esecutiva. Ogni suo film aveva alle spalle un lavoro minuzioso di pre-confezionamento in immagini della storia che poi avrebbe girato sul set. Di Sergio Leone sapevo quello che tutti sapevano e avevo visto, ammirato tutti i suoi film. Stefano non si fece pregare: prese dal suo archivio un voluminoso fascicolo e mi mostrò le numerosissime tavole da lui magnificamente disegnate, nelle quali, su input del grande regista, aveva descritto, una dietro l’altra, tutte le scene che sarebbero andate a comporre il film.
Ancora oggi ricordo quelle tavole e mi sento affascinato dal mondo che sta dietro un film, della grande macchina organizzativa che ne permette la realizzazione. Mi piacerebbe rivederle.
Cercherò Stefano, col quale sono rimasto in contatto e gli chiederò di permettermelo. Lo farò oggi stesso. Sarà un modo come un altro per ricordare il grande maestro del cinema, non solo italiano, scomparso ormai da trent’anni, ma che vive attualissimo ancora oggi.
Ciao Sergio. In attesa di poter vedere una tavola originale dal film di Sergio Leone, un famoso storyboard della storia del cinema; da Psyco (Psycho, 1960), di Hitchcock.

Da YouTube, il leggendario ‘triello’ nelle sequenze conclusive di “Il buono, il brutto, il cattivo”, 1966, di Sergio Leone. Un capolavoro di montaggio e di attenzione ai dettagli:

..…con Clint Eastwood, Lee Van Cliff e Eli Wallach

Nota

http://www.ponzaracconta.it/2019/04/30/storyboard-un-ricordo-di-sergio-leone/
Sul 30° anniversario della morte di Sergio Leone, leggi anche qui

Piccolo Cabotaggio (5) da Ancona alle Tremiti

28 MARZO, 2017

di Tano Pirrone
http://www.ponzaracconta.it/s=piccolo+cabotaggio+5&submit.x=17&submit.y=6

Prima di salpare, come in un ideale alzabandiera, G., S. ed io, schierati sulla tolda e rivolti verso la costa, rivolgiamo un pensiero al “compagno” Federico Hohenstaufen, nato il 26 dicembre 1194 a pochi chilometri in linea d’aria, nella pubblica piazza di Jesi, da Costanza d’Altavilla e da Enrico IV di Svevia.
Lo Stupor Mundi, meraviglia del mondo, per discendenza materna normanno e nipote dei grandi Ruggero I di Sicilia e Federico Barbarossa – pur con inevitabili contraddizioni – fu cerniera fra passato e futuro.

Statua sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli: Federico II di Svevia – Hohenstaufen (Federico II imperatore del Sacro Romano Impero, Federico I di Sicilia), re di Napoli

Uomo di “multiforme ingegno” compì un’operazione vasta ed incisiva di contrasto verso l’ingovernabile status quo e di ammodernamento delle strutture burocratiche e di controllo del territorio. Seppe essere, al contempo, sovrano feudale in Germania e costruttore dell’Italia meridionale, che divenne lo stato più progredito del XIII secolo

Il Castello di Melfi dove nel 1231 Federico II promulgò le costituzioni

La riforma dello stato si basò sulle Constitutiones Melphitanae, che stabilivano, appunto, la supremazia della monarchia su quella dei baroni, dei Comuni e della Chiesa. La fioritura di castelli (circa 200) non fu mania di sovrano folle – come nel caso di Ludovico II di Baviera, il Ludwig di Visconti(1), – ma il tentativo, riuscito, di frenare la boria e lo strapotere dei baroni, di superstiti enclavi musulmane e della Chiesa. Gioielli architettonici che ci restano come memoria della Storia divenuta Leggenda, di una insuperabile capacità di “produrre” bellezza, di superba abilità di cambiare il corso della Storia e di aprire “porte” verso il futuro(2).

La fortezza di Castel del Monte, Andria, fatta costruire da Federico II

Salutiamo a pugno chiuso, il braccio sinistro alzato, il Puer Apuliae, e salpiamo con calma dal porto turistico di Ancona. In poco tempo ci troviamo a babordo l’incombente maestosità di Monte Cònero. 572 metri di altezza sarebbero veramente pochi, insufficienti, per meritarsi l’appellativo di Monte. Ma il Cònero ha tali e tante caratteristiche che è più che lecito attribuirgli indiscutibilmente quel titolo. È, insieme con il Gargano, il più importante promontorio dell’Adriatico. Le sue rupi marittime sono le più alte di tutta la costa orientale: pareti a picco sul mare, boschi fittissimi e ben curati, sentieri, calette, approdi. Ha una solennità che appartiene soltanto ai monti e per questo il Cònero è Monte a tutti gli effetti.
Parco dal 1987, è amatissimo dai marchigiani e meta di escursionisti e vacanzieri, amanti della natura, delle specialità culinarie e degli ottimi vini.
Il nome Cònero origina dal nome greco (sempre loro!) del corbezzolo – kòmaros -, pianta caratteristica della macchia mediterranea. C’è anche un forte napoleonico (i forti napoleonici sono diffusi – quasi – come le case in cui ha dormito Garibaldi).

Corbezzolo (Arbutus unedo); Fam Ericaceae

Portonovo. Fortino Napoleonico dall’alto (ricostruito)

Dal Cònero al Gargano la costa si riabbassa per elevarsi un po’ verso Grottammare.
Transitando poco dopo davanti Porto Recanati, G. con l’yiddish humourche contraddistingue le sue battute, insieme al fumo della pipa, emette sospettoso: «Mi sento osservato. Voi?».
Anni di autodifesa dalla glacialità fulminante di G. mi forniscono subito la chiave per capire a cosa si sta riferendo: «Il giovane favoloso, operoso all’infinito?».
G. annuisce soddisfatto: «Passiamo di qua in barca una volta nella vita e non vogliamo rendere il giusto omaggio a Giacomino nostro?».
Non possiamo dargli torto. Ogni tanto, passeggiando per Villa Borghese cominciamo a declamare le poesie di autori classici imparate a scuola e allora giù con In morte del fratello GiovanniA SilviaIl sabato del villaggio

Parliamone, allora, alla nostra maniera, citando Mario Martone e il suo film Il giovane favoloso, 2014.

Martone è uomo di teatro(3) e di cinema. In entrambi i campi ha realizzato opere di gran pregio artistico e di elevato spessore umano, civile, e culturale. La sua carriera di regista di lungometraggi, costantemente di altissima qualità, ha inizio nel 1992 con Morte di un matematico napoletano; seguono L’amore molesto (1995), Teatro di guerra (1998), L’odore del sangue (2004), Noi credevamo (2010), Il giovane favoloso (2014).

La vita di Giacomo è un susseguirsi di siepi difficili da superare: il padre severo che non ha nelle proprie corde il confronto con il mondo esterno, la madre bigotta e anaffettiva, il borgo che lo tiene prigioniero, la malattia che lo separa da sé stesso e dagli altri, l’incomprensione di gran parte degli intellettuali del tempo. Un sistema che prende la forma di Natura ostile.
Martone segue Leopardi dalla fanciullezza alla morte, dedica alla permanenza a Recanati la prima ora di film, in un’eco dell’Amadeus di Milos Forman, poi Firenze, dove incontra l’amata Fanny e Antonio Ranieri, il soggiorno di pochi mesi a Roma e la tappa conclusiva di Napoli, (sovrabbondante, a mio avviso, ai fini dell’equilibrio narrativo).
Elio Germano trova invece un perfetto equilibrio interpretativo e traduce magnificamente il Leopardi dei libri e delle biblioteche in immagini e parole comprensibili e moderne: Germano interpreta i versi del Poeta senza declamarli, riconducendoli al contesto in cui sono stati concepiti e restituendo loro la capacità emotiva di chi allora li scrisse per chi oggi li legge o li ascolta. Film colto, scandito da ritmi e modalità teatrali, inquadra in pieno la modernità di Leopardi ed il suo invito a guardare oltre ogni confine «che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude»(4).Premi attribuiti: Film dell’anno al Nastro d’argento 2015; Miglior film al Globo d’oro 2015; Ciak d’oro 2015 per Miglior film e Migliore sceneggiatura; David di Donatello 2015 ad Elio Germano come miglior attore protagonista.

Da You Tube: Elio Germano nel film di Mario Martone dice “L’infinito”

Filiamo piacevolmente, ansiosi di arrivare alla destinazione conclusiva del tratto adriatico.
Più giù ecco San Benedetto del Tronto, in cui ho soggiornato, ospite di cari amici: cittadina a forte vocazione turistica, pulita, ordinata, efficiente, con un’ottima offerta di servizi e meritata e diffusa rinomanza. Superata la foce del Tronto, costeggiamo l’Abruzzo: Roseto degli Abruzzi, covo ritempratore di A., indomabile fattrice di haiku; Pescara, la costa dei Trabocchi(5), da Francavilla al mare fino a Vasto, alla cui altezza viriamo per San Domino, la più grande e la più abitata delle Isole Tremiti


Viaggiare in barca è piacevole se i compagni di viaggio sono “compatibili”, e l’equipaggio efficiente e discreto, il mare buono, il vento dosato alle nostre esigenze, i punti di partenza e di destinazione non troppo lontani, se la distanza dalla costa è tale da non perderla mai di vista e sentire, quando il vento soffia da terra, profumi conosciuti, che pur lievi si mischiano al salmastro. Parliamo, con G. e S. di politica, di libri, di film, degli amici del “Comitato Centrale” che sono rimasti a terra e attendono il nostro ritorno.

Ora parliamo, sfiorando l’Abruzzo, dell’immane tragedia che ha colpito le terre del Centro Italia. Siamo tutti oltre i 70, abbiamo memoria di tante altre “tragedie” simili che hanno ferito il nostro Paese e che si ripetono costantemente come in un tragico gioco, con gli stessi rituali: la disperazione, il lutto, la solidarietà, i discorsi, le promesse, l’infinita litania dei luoghi comuni, pasto fertile per la demagogia endemica di un popolo che ripete all’infinito la stessa partitura.
Mio padre nacque nel 1907 e l’anno dopo ci fu il terremoto e maremoto di Messina e Reggio Calabria. Negli anni novanta viaggiando in treno si vedevano ancora le baracche “provvisorie”.
Soltanto in Friuli ho visto affrontare con dignità, efficienza e – diciamolo pure – onestà il sisma del 1976. Dieci anni dopo, ospite di amici a Gemona, venivo guidato sui luoghi a visitare – non rovine persistenti – ma abitati ricostruiti e fabbriche, stalle, laboratori, di nuovo attivi; e ripristinati i cicli produttivi.
Ho amici carissimi che lavorano nella Servizio di Protezione Civile; a loro ho chiesto come facciano le “Autorità” a non comprendere che se nelle terre distrutte si lasciano morire le bestie, inaridire i campi, chiudere le officine e i laboratori non può esserci ricostruzione: quelle terre saranno morte per sempre.

Il loro imbarazzato silenzio mi fa parlare di altro, di cani, di cinema…

Note

  1. Ludwig è un film del 1973 diretto da Luchino Visconti sulla vita di Ludovico II di Baviera. Interpretato da Helmut Berger, Romy Schneider, Trevor Howard e Silvana Mangano. È il terzo e ultimo film della “trilogia tedesca”, di cui fanno parte anche La caduta degli dei (1969) e Morte a Venezia (1971). Il DVD del film è uscito in edicola l’11/02/2017, nella collana “Il cinema di Luchino Visconti” edita da «Il Cinema di Repubblica – L’Espresso». Si trova su AmazonIbsLa Feltrinelli a prezzi equivalenti
  2. Una figura storica di tanto rilevo non ha incuriosito il cinema. Esiste, in base alle ricerche effettuate, un solo film TV, italiano, del 2007 diretto da Paolo Bianchini: Il giorno, la notte, poi l’alba. Tratta di un presunto incontro avvenuto fra Federico e Francesco d’Assisi. Una nota completa ed esauriente può leggersi sul sito Stupormundi.it specializzato in questioni federiciane.
  3. Regista di: Faust o la quadratura del cerchio, 1976; Otello del 1982; Coltelli nel cuore, 1986 da Brecht; Ritorno ad Alphaville, 1986 da Godard; Filottete di Sofocle nel 1987; Riccardo II di Shakespeare nel 1997; fondatore e animatore di gruppi teatrali; direttore artistico del Teatro Stabile di Torino dal 2007 ad oggi; regista di opere liriche: Don Giovanni (2002) e Le nozze di Figaro(2006 di Mozart, Torvaldo e Torliska (2006) di Rossini fino alle più recenti (2016) Morte di Danton di Buchner, La cena delle beffe di Giordano e Tre risvegli di Cavalli – Colasanti.
  4. Si acquista con estrema facilità su Amazon (€ 16,92), su Ibs, La Feltrinelli (€ 9,99) ecc.
  5. È così chiamato il tratto di costa della provincia di Chieti che va da Francavilla al Mare fino a San Salvo, passando per Ortona, Fossacesia, San Vito Chietino e Vasto. Deve il suo nome alla macchina da pesca su palafitta. Ringrazio della segnalazione il mio amico O. sempre curioso e generoso di informazioni.


[Piccolo cabotaggio (5). Da Ancona alle Tremiti – Continua]


Cyrano, mon amour (Edmond) Alexis Michalik, 2018

di Tano Pirrone

Di Edmond Rostand. E di come egli dal fallimento artistico assurse al successo e alla gloria; e di come precipitato in una crisi creativa senza pari, ne uscì in modo mirabile; di come scoprì e perseguì capacità di ascolto e di interazione con la gente e con l’ambiente circostante.

Edmond de Bergerac alias Cyrano Rostand: questa è la storia e quelli gli spunti – fondamentali, ma non unici – che Alexis Michalik utilizza in modo brillante per narrarci la genesi di un’opera teatrale che da ben oltre un secolo è la più eseguita, il Cyrano de Bergerac, ispirata alla figura storica di Savinien Cyrano de Bergerac, uno dei più estrosi scrittori del seicento francese, precursore della letteratura fantascientifica.

Un testo per tutte le stagioni: dalla première del 28 dicembre del 1897 al Théâtre de la Porte-Saint-Martin di Parigi fino alla stagione in corso (sì, 2018-2019!), il Cyrano è stato portato sulle scene migliaia di volte e conta versioni cinematografiche memorabili. Il giovane regista Michalik (13 dicembre 1982), alla sua prima sortita, ci regala un film intelligente, misurato, colto, mai presuntuoso o autoreferenziale, perfettamente allineato con lo spirito dei tempi (quei tempi!), capace di cogliere e trasmettere il senso profondo della narrazione teatrale, annunciando l’avvento della nuova arte, che in quei giorni vedeva la luce e che nessuno, forse, poteva prevedere divenisse in pochi anni l’arte moderna per eccellenza: il cinema, signori!, di cui in sala abbiamo goduto il connubio naturale ed esaltante con l’arte millenaria del teatro.

Michalik ci narra di Cyrano, personaggio romantico per eccellenza, à la manière de Feydeau, l’iperrealista, altro grande del teatro francese, in quegli anni imperante e in quei giorni sulle scene con Le dindon (Il tacchino); e dei Fratelli Lumière, di cui Edmond è ospite casuale – e disperato – alla prima proiezione delle vedute animate nel Salon Indien du Gran Café del Boulevard des Capucines; e di George Meliès che negli stessi anni sperimenta il suo cinema dei quadri animati e dei suoi viaggi fantastici. Michalik ci conduce alla dicotomia che Jean-Luc Godard ha messo in evidenza, fra il filone dei Lumière, che avevano scoperto “lo straordinario nell’ordinario” e quello derivato da Meliès, che aveva trovato “l’ordinario nello straordinario” e quindi l’orizzonte sconfinato dei mondi fantastici già patrimonio della letteratura in misurata contrapposizione con il cinema realistico dei due fratelli di Besançon. Lo fa con sapienza senza mai una minima sbavatura didascalica.

Tutto il film, o almeno le lunghi parti che lo richiedevano, ha il ritmo e la struttura dei vaudeville di George Feydeau (interpretato dallo stesso Michalik): tutta la parte conclusiva (le caotiche prove, la scrittura in itinere di interi atti della pièce, la première con le sostituzioni imprevedibili di attori, ha la cifra stilistica delle sue più vivaci opere.

La crisi di Rostand durò nella realtà cinque anni (tanti ne trascorsero dal flop – cui partecipò, apparentemente non sfiorata, Sarah Bernhardt – fino alla prima del 28 dicembre 1897), ma nel film, con sprezzo del pericolo, il regista-sceneggiatore-attore comprime tutto in tre settimane: sapientemente, però, regge e manovra saldamente i vari fili e, con incontestabile abilità, li intreccia fino a costituire il robusto e credibile asse narrativo, che giunge fino alla fine senza cedimenti.

I personaggi sono ben definiti e ineccepibilmente interpretati. Parigi tutt’intorno a loro vive i bagliori irripetibili della Belle èpoque, e generosa ci trascina dentro le case, nei suoi teatri, lungo i suoi viali, in fastosi locali – da Chez Maxim ai bordelli di lusso.

—————————————————————-

Cyrano, mon amour (p.p.p. 18 aprile 2019)

Titolo originale: EdmondSceneggiatura e Regia: Alexis Michalik – Musiche: Roman Trouillet (originali) – Montaggio: Anny Danché, Marie Salvi – Scenografia: Franck Schwarz – Suono: Fred Demolder.

Interpreti: Thomas Solivérès (Edmond Rostand); Olivier Gourmet (Constant Coquelin); Mathilde Seigner (Maria Legault); Tom Leeb (Léo Volny); Alice de Lencquesaing (Rosemonde); Jean-Michel Martial (Monsieur Honoré); Dominique Pinon (Lucien: buttafuori/suggeritore/Conte de Guiche); Blandine Bellavoir (Suzon); Simon Abkarian (Ange Fleury, uno dei due fratelli corsi, produttori dello spettacolo e lenone); Guillaume Bouchède (Le Bret); Clémentine Célarié (Sarah Bernhardt); Antoine Duléry (l’altro fratello corso, produttore e lenone); Nicolas Briançon (Jules Claretie, Comedie Francaise); Lionel Abelanski (portiere dell’albergo); Alexis Michalik (Georges Feydeau).

Distribuzione: Officine UBU

Durata: 109′

Origine: Francia, 2018.

Nordic Film Fest 2019

Roma – Casa del Cinema – Villa Borghese

a cura di Tano pirrone

Da giovedì 2 maggio a domenica 5 si terrà a Roma l’ottava edizione del NORDIC FILM FEST, nata per promuovere la cinematografia e la cultura di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. Organizzata dalle relative ambasciate e dal Circolo Scandinavo di Roma, gode della collaborazione dell’Ambasciata di Islanda a Parigi dei Film Institutes dei rispettivi Paesi e del patrocinio del Comune di Roma e della Regione Lazio.

Il programma prevede la proiezione, a ingresso libero, anche di nuovi film in anteprima o inediti in Italia in V.O. e sottotitoli in italiano. Sono previsti presentazioni e incontri con ospiti internazionali (registi, attori, produttori, sceneggiatori). Il tema di quest’anno è Borders/Confini, non solo in senso geografico, ma anche tra “mondi”, modi di essere e di pensare diversi.

Uno spazio, curato dal Circolo Scandinavo, previsto per sabato 4 maggio, dalle ore 16 alle 20, sarà dedicato a corti e lungometraggi con ospiti nordici. Il lungometraggio We are like oranges affronta il tema del razzismo in Svezia. Introdurrà la regista e sceneggiatrice svedese Cecilia Gärding, mentre alla proiezione dei corti parteciperà la regista finlandese Pia Andell. Per la prima volta al NFF la web serie norvegese SKAM, portata in Italia da Timvision. La rassegna sarà aperta da Becoming Astrid sulla vita di Astrid Lindgren, l’autrice del fortunato libro Pippi calzelunghe. Presenzieranno l’attrice Alba August e il produttore Lars G. Lindström. Sarà preceduto dal documentario finlandese Every Other Couple, introdotto dalla regista Mia Halme.

Fra i tanti film in programma segnaliamo: il finlandese Void (vincitore di 4 Jussi Awards, il più importante premio finlandese); Border – Creature di confine di Ali Abbassi, candidato all’Oscar per il miglior trucco e acconciatura, 4 candidature all’European Film Awards, vincitore del Noir in Festival e di 6 Guldbagge Awards (tra cui miglior film e migliore attrice); il norvegese What Will People Say; il danese A Fortunate Man, ultimo film di Bille August, vincitore di un premio Oscar e di due Palma d’oro. Chiuderà la rassegna il film islandese diretto da Benedikt Erlingsson Woman at War – La donna elettrica, vincitore del Premio Lux del Parlamento Europeo.

Come nelle passate edizioni ci sarà una sezione dedicata allo Storytelling, a cura della Writers Guild Italia. L’incontro con ospiti del NFF, rappresentanti dell’industria cinematografica dei Paesi Nordici e sceneggiatori italiani, affronterà il tema del “gender” della scrittura. L’incontro si terrà presso l’auditorium dell’Ambasciata di Finlandia, venerdì 3 maggio alle ore 10

NORDIC FILM FEST si avvale anche quest’anno dell’importante partnership con IED (Istituto Europeo di Design) che ha realizzato la sigla originale.

FIFDH 2019, un Film Festival per i Diritti Umani

a cura di Letizia Piredda

Si è chiusa  da poco più di un mese, a Ginevra, la 5° Edizione del Film Festival dei Diritti Umani. Organizzata in collaborazione con Amnesty International, è la più importante rassegna internazionale dedicata al cinema e ai diritti umani. Si chiama Fifdh, e si tiene ogni anno a Ginevra, da 17 anni, in concomitanza con la sessione principale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.


«Questa edizione rende omaggio a potenti attori del cambiamento», spiega Isabelle Gattiker, direttore della manifestazione, che «in tutto il mondo, di fronte a situazioni inaccettabili, osano alzare la voce». Fifdh, Festival e forum internazionale per i diritti umani, si è interrogata su «nuove forme di resistenza artistica, politica e collettiva» e vuole essere un’occasione non solo per informarsi, ma anche per impegnarsi concretamente a favore dei diritti umani, attraverso strumenti concreti di coinvolgimento del pubblico.

Tra i moltissimi film che sono stati presentati, meritano un particolare rilievo Ancora un giorno, 2018 (titolo originale,Another day of life)di  Raul de la Fuente&Damian Nenow, tratto dal libro omonimo del giornalista e scrittore Ryszard Kapuscinski.

E in prima mondiale, il film Ximei di Andy Cohen&Gaylen Ross, ritratto di Liu Ximei, una giovane donna cinese che lotta per difendere i diritti delle persone con HIV in Cina, che è stato proiettato in presenza dell’artista Ai Weiwei. In uscita in questi giorni nelle sale romane.

Il rosso al cinema

di Gianni Sarro

Istantanea. Al cimitero monumentale del Verano di Roma, dal monumento ai 2728 ebrei deportati nei lager nazisti  pende una foglia solitaria, penzolante, un po’ anemica. Sembra messa lì apposta per simboleggiare la desolazione e la disperazione lasciate dietro di sé dal nazismo e dalla seconda guerra mondiale, conflitto che ha tolto la vita a 50.000.000 di esseri umani, in particolare russi e tedeschi.

Il rosso sbiadito della foglia rimanda anche al cinema. Steven Spielberg in Schindler’s List sceglie di girare la pellicola, con un dolente bianco e nero, si concede solo una macchia di colore. Il cappotto di una bambina ebrea, che vediamo due volte. La prima mentre gioca, la seconda in una fossa comune. Il colore di quel cappotto è rosso. Per Spielberg il rosso simboleggia la speranza, la vita, ma anche il sangue innocente versato durante quel catastrofico conflitto.

Il rosso è un colore caro all’autore americano. Nell’abbrivio iniziale della carriera di cineasta, siamo nel 1971, dopo aver ottenuto di dirigere Duel chiede alla produzione due cose soprattutto: un camion old style, di quelli con il muso sporgente, con l’espressione “cattiva” e una macchina. Rossa. Quella tinta, secondo Spielberg, è la più indicata per staccare dal paesaggio dominata da marrone e dall’ocra del deserto californiano. Ma simboleggia anche il pericolo, l’ansia di sfuggire alla morte rappresentata dal bisonte della strada.

A volte il rosso caratterizza una sola scena, ma è dirompente. Come si può ammirare nelle Due inglesi, di Truffaut. Muriel (Stacey Tendeter) e Claude (Jean Pierre Leaud) dopo anni finalmente si raggiungono e hanno il loro primo (e unico) rapporto sessuale.  Truffaut non adotta parafrasi: una macchia di sangue rosso si allarga sul lenzuolo a simboleggiare la perdita della verginità da parte della donna. Nella prima versione circolata in Italia questa scena fu tagliata dalla censura dei primi anni settanta.

 Il Rosso domina prepotente un’intera pellicola, Film Rosso una delle opere più acclamate di Krzysztof Kieslowsky. Il cineasta polacco basa la trilogia dei colori (oltre il rosso, le altre due pellicole sono Film Bianco e Film Blu) sui colori che compongono la bandiera francese. Nello specifico Film Rosso è dedicato a una delle tre parole che compongono il motto della Rivoluzione Francese, Fraternité. Il rosso viene visto da Kieslowski come il colore dell’ottimismo, sentimento che caratterizza l’intera pellicola.

Così come rosso è il vestito indossato da Vivien Leigh (che dà il volto a Rossella O’Hara) sulla locandina originale di Via col vento, il melò più amato e conosciuto nella storia del cinema. Il rosso del sangue (insieme al nero della notte e del soprannaturale) infine è uno dei due colori dominanti del Macbeth; al cinema si può apprezzare nella versione a colori di Polanski, ma anche laddove è solo evocato, ossia nel capolavoro in bianco e nero di Welles.

Piccolo Cabotaggio (4) da Rimini a Ancona

19 MARZO, 2017d

di Tano Pirrone
https://www.ponzaracconta.it/2017/03/19/piccolo-cabotaggio-4-da-rimini-ad-ancona/

 – Non se ne parla nemmeno – disse G. premendo con decisione il tabacco nel fornelletto della pipa di turno – Manco da trent’anni da Rimini e non me ne vado senza aver fatto un giro per la città ed aver rivisto quel gioiello di architettura che è il Tempio Malatestiano. Neanche a parlarne!
Io che sto ad una barca come un luogo di meditazione sta al Bioparco di Roma nelle mattinate di sabato e di domenica, ero pienamente d’accordo. Ma stavo zitto, in surplace, perché sapevo che S. avrebbe preferito partire subito ed arrivare alle Tremiti il più presto possibile, in modo di starsene poi tranquillo in terraferma qualche giorno. Non era più abituato a passare tanto tempo su una barca, ché, con le gambe a pezzi che si ritrovava, la tolda non era proprio il posto migliore dove trascorrere le giornate. Gli mancavano il cane, la bicicletta e l’ozio sfottente delle mattinate passate al bar del Bioparco, anche se G. ed io ci davamo da fare per tenerlo su di tono.
S. cercava di coinvolgermi in questa decisione, perché sapeva che anch’io avevo difficoltà a camminare e che risentivo ancora della caduta di qualche giorno prima, proprio alla partenza dal Lido di Venezia. Non aveva torto. Lì, però, a poche centinaia di metri c’era, immobile e senza tempo, uno degli oggetti che amo di più, proprio quel Tempio, che G. voleva rivedere.
Stava ficcato al centro di una città bellissima e da tutti i cinefili amatissima. Mi arresi ancor prima che lo scontro cominciasse: sarei andato con G. in visita alla città. S. pur di non rimanere solo, accettò di aggregarsi, ponendo solo alcune condizioni organizzative utili a salvaguardare le ginocchia usurate dal tempo ma ancor più dal rugby. Fu così che chiamammo un taxi; pochi minuti dopo eravamo davanti al Tempio.

Troppo lunga la storia dell’edificio religioso, intrecciata con la storia di Rimini e delle famiglia detta Mala Testa, che dominò la città e buona parte della Romagna fino al 1528, troppo lunga per raccontarla in questa nota di viaggio. A noi importa ricordare l’artefice dell’“involucro”, il grande umanista Leon Battista Alberti, vissuto in epoca “precolombiana”, intellettuale colto, raffinato, emblema dell’uomo rinascimentale, incessante studioso dell’antico e infaticabile progettista di modernità, cantato da Roberto Rossellini nella terza puntata del programma per la televisione L’età di Cosimo, 1973 (L’esilio di CosimoIl potere di Cosimo e Leon Battista Alberti)(1).
Rossellini si era dedicato da tempo con coerenza a quelli che erano i suoi principi del neorealismo etico ed estetico che lo porterà sulla strada difficile del cinema antinarrativo e didascalico, trovando il miglior campo di applicazione nella televisione, cui si dedicherà costantemente fra il 1964 e il 1974(2).
Rossellini ritiene che si debbano rintracciare nel passato, nelle grandi figure della storia, le ragioni del presente: meglio ancora i motivi fondamentali di una civiltà che rischia di naufragare e che proprio in quel passato può trovare una soluzione. La ricostruzione storica che egli fa non è mai erudita. Egli indaga nei fatti quotidiani, nei comportamenti. La narrazione cede all’osservazione: diventiamo spettatori e testimoni della vita quotidiana e degli atti minori, le difficoltà e le gioie che possiamo riconoscere come nostre.
La figura di Leon Battista Alberti è pedinata con discrezione ed efficacia a partire dal suo ritorno nella Firenze di Cosimo e fino al rientro a Roma, nel 1471, accompagnato dal giovane Lorenzo, signore di Firenze, nipote di Cosimo e attivamente impegnato a divenir “Magnifico”.
L’Alberti morirà l’anno successivo, lasciandoci in eredità i suoi saggi, e le sue opere architettoniche, fra cui, appunto il Tempio Malatestiano e, a Firenze, il completamento della facciata di Santa Maria Novella. In particolare il Tempio Malatestiano rappresenta, pur nella sua incompiutezza – e forse proprio o anche per questo – la sintesi del pensiero e della prassi del grande umanista, il culmine delle aspirazione umanistiche nell’architettura del rinascimento.

Non potevamo, visitato il Tempio, tornarcene subito al porto. Così ecco organizzato un giro della città, per rivedere alcuni splendidi gioielli, accumulati nel corso dei secoli: l’Arco di Augusto, il ponte di Tiberio, i palazzi gotici dell’Arengo e del Podestà, i palazzi Garampi, Gambalunga, Buonadrada, la fontana della Pigna e tanto altro e in questo tanto, in cima, il mitico Grand Hotel.

Torniamo alla barca, in tempo per godere della cenetta preparata da Alvise, il marinaio più anziano ed esperto, un sessantino segaligno e bruciato dal sole, onnisciente e tuttofare. Innaffiata, la cenetta, da un ottimo Romagna Albana, frigido e secco, quel tanto da permettere alla notte riminese di accoglierci ospitale e dolcemente cullante.

Salpiamo l’indomani, alle prime luci dell’alba, con calma, per passare in rassegna la costa da Rimini ad Ancona, che si allunga come un lungo pacifico arco. Mi viene in mente l’arco appena più lungo (il Longbow di Robin Hood?) con un estremo a Ferrara e la sua bassa e l’altro, appunto, ad Ancona. Lungo questo arco si svolge la storia di Gino Costa e di Giuseppe e Giovanna Bragana, i personaggi principali insieme con lo Spagnolo del primo film di Luchino ViscontiOssessione(3), 1943: dalla ex dogana, posta a pochi chilometri oltre il Po che da Ferrara porta a Padova, alla città degli Estensi, a Codigoro e poi, giù a Senigallia, dove Gino (Massimo Girotti) è nato; ad Ancona dove “fugge” dall’equivoca situazione creatasi con Giovanna (Clara Calamai) ed il marito Giuseppe (Juan de Landa, doppiato con accento romagnolo da Gino Cervi) e dove arriva con lo Spagnolo (Elio Marcuzzo). E poi c’è quel “più lontano possibile” dove lo Spagnolo gli consiglia di andare, presago della tragedia imminente; quell’ “imbàrcati … l’aria del mare ti sgombrerà la testa” consapevolmente suggerito, nella vaga speranza di dissuaderlo dalla passione che lo consuma e deprime.
Alle origini del film c’è il romanzo noir di James M. Caine “Il postino suona sempre due volte” (The Postman Always Rings Twice), 1934, da cui sono stati tratti, oltre Ossessione, il film del regista francese Pierre Chenal Le derniere tournant, 1939 e i due film omonimi Il postino suona sempre due volte di Tay Garnet, 1946 (con Lana Turner e John Garfield) e di Bob Rafelson, 1981 (con Jack Nicholson e Jessica Lange).

Buona parte della critica considera per certi versi Ossessione il capostipite del cinema neorealista. Può darsi. Ma il film, a mio avviso, si sostanzia dei dieci anni trascorsi da Visconti in Francia, dove collaborò attivamente con Carné e Renoir, e assume, da una parte, i connotati del noir francese, assimilandovi i connotati americani di Pavese, Vittorini ed Emilio Cecchi, dall’altra, trasferendo l’originaria ambientazione californiana nelle lande della bassa padana (l’originario titolo Palude fu cambiato per imprescindibili decisioni censorie).
Vibra nel film la corda del melodramma, che Visconti saprà far vibrare in modo superbo, ineguagliabile tanto sul palcoscenico che nella sua produzione cinematografica: straordinario esempio di quel gusto viscontiano per le storie di dannazione e di sconfitta, il suo culto per la distruzione e la morte, la sua attenzione per l’estenuazione e la decadenza.
Gli attori: bella e dannata la Calamai, che – imposta in luogo della Magnani in evidente stato di gravidanza e della Denis – arrivava dal setde La cena delle beffe di Alessandro Blasetti, 1941, dopo la famosa scena a seno nudo; bel tenebroso Massimo Girotti, oggetto del desiderio di Giovanna e dello Spagnolo, dalla lunga straordinaria carriera agli ordini di molti ottimi registi, da Mario Soldati (Dora Nelson, 1939) a Ferzan Özpetek (La finestra di fronte, 2003); l’equivoco anarcoide interpretato da Elio Marcuzzo(4) (Lo Spagnolo).

Massimo Girotti e Elio Marcuzzo (lo Spagnolo) in una scena di Ossessione 

Senza pretendere di far concorrenza al Rex – il transatlantico al cui passaggio nelle acque di Rimini Fellini dedicò l’immortale scena – filiamo, nel mare tranquillo, godendoci in una lunga carrellata quell’unicum turistico che è la costa adriatica: Riccione, Misano e Gabicce; poi le Marche, con Pesaro, città natale di Rossini e sede del Rossini Opera Festival e, per restare nel nostro ambito, della Mostra internazionale del Nuovo Cinema (cfr. la voce corrispondente su Wikipedia), ideata nel 1965 e diretta fino all’89, dal compianto storico e critico cinematografico Lino Miccichè con l’obiettivo di promuovere le opere prime nel senso non anagrafico del termine.

Un tributo cinematografico alla vita e all’opera di Rossini è firmato da Mario Monicelli, che accettò di dirigerlo, dopo il rifiuto di Robert Altman, dovuto – si dice – alle troppe pressioni ricevute – chiamiamole, se volete, raccomandazioni – soprattutto da parte di “politici”. Pur avendo un buon cast, Rossini! Rossini!, 1991 non è un gran film, ma merita di essere visto, soprattutto se si è interessati alla bella musica, e al bel canto – in particolare – e se si vuole conoscere di più su uno dei grandi geni della musica che nella terra italica hanno avuto i natali.
Un Monicelli che deve fare il compitino e portare a casa il risultato ha a disposizione Philippe Noiret (Rossini anziano che racconta la sua vita, con ricorso a numerosi flashback), Sergio Castellitto (Rossini giovane nel pieno del vigore creativo e… copulativo), Giorgio Gaber gigionesco interprete dell’impresario Domenico Barbaja), Vittorio Gassman nelle vesti di Beethoven, scomparso dalla versione originale e che ancora gira sordo e declamante in quel limbo in cui ramingano i personaggi del cinema che il pubblico non ha mai potuto vedere. Devo segnalare, per gli appassionati del bel canto la scena del castrato Velluti (da YouTube), che canta, ammirato dal padre di Gioacchino, che voleva far fare al figlio la stessa fine per assicurargli l’avvenire!

..Il David di Donatello 1992 premia la costumista Lilla Nerli Taviani. Moglie del prolifico Paolo, ha vinto nella categoria un altro David di Donatello (Habemus Papam, 2012) e tre volte il Nastro d’Argento (Good Morning Babilonia(5)Parenti serpenti(6) e Habemus Papam(7)) Scivoliamo senza fretta sulle note delle arie rossiniane, dello Stabat Mater e delle Sonate per archi (Camerata Bern, 1985, Deutsche Grammophon), che avevo infilato, previdente, nel borsone al momento di partire.

Giungiamo alla penultima tappa adriatica: Ancona, antica città portuale, ricca di traffici e di laborioso intraprendere. Fondata nel IV secolo a.C.dai Greci di Siracusa, che le dettero il nome agkón, che in greco significa “gomito”, dalla forma del promontorio che si chiude a formare un porto ampio e sicuro. La cosa riempie di orgoglio il mio cuore di siracusano e di colono greco approdato 2800 anni fa nella Sicilia delle Sirene e dei Ciclopi, di Vulcano e di Proserpina. Pensare che un mio avo sia poi ripartito, qualche secolo dopo, abbia risalito la sponda adriatica e, con l’innata capacità tutta dorica di trovare approdi e fiumi da risalire e montagnole su cui costruire nuove città e teatri, anfiteatri e templi, abbia scoperto la splendida insenatura formata dal promontorio che si richiude a protezione, mi fa sembrare meno periglioso questo innaturale viaggio su di un legno con tanta tela e tanta incoscienza.

Un film per Ancona? La stanza del figlio di Nanni Moretti, 2001(8).

Premetto che io sono critico poco affidabile: amo Moretti e gli perdono tutto; ho fatto anche il girotondo con lui davanti alla Rai a viale Mazzini, quando ancora pensavamo che bastasse un girotondo per cambiare almeno qualcosa… erano gli ultimi istanti di un mondo che sento già finito e lontano.
Girotondavamo l’anno dopo l’uscita nelle sale del film, che però vidi solo due o tre anni fa: ho lasciato che decantasse per una dozzina di anni, per farne attenuare la forte carica drammatica. Conoscendo la trama del film ed avendo avuto nell’ormai lontano passato esperienze simili, non avevo voluto che mi si ridestassero dolori sopiti sotto la cenere grigia degli anni.
Poi l’ho visto e ne ho apprezzato la misura, il difficile equilibrio fra l’invidiabile famiglia di “prima” ed il deflagrante dolore di “poi”. Ho conosciuto quei muri, la rabbia sorda senza rassegnazione, il dolore senza limiti della privazione, del definitivo distacco, dell’impoverimento del bagaglio dei ricordi, il loro sfigurarsi inesorabile anno dopo anno, l’obbligatorietà del cammino solitario, la mancanza di un pezzo di sé che non potrà più ricrescere; e i pianti improvvisi di notte con lacrime disperate e senza rassegnazione.
Che cavolata, scrivere come hanno scritto, che nella prima parte Moretti è Moretti e nella seconda parte Moretti non è più Moretti! Nessuno, ferito a morte, è più quello di prima; la nostra vita è fatta di “prima” e di “poi”. Punti di non ritorno, Capi senza Speranza che doppiamo, affidando la nostra vita al vento ed alla pioggia. Miriadi di prima e di poi che inanelliamo e che fanno della vita la nostra vita.
Nanni è bravo a spianare la strada all’acme della storia, attraverso la serena vita comune di una famiglia borghese, educata, colta, laica: lui, Giovanni (Nanni Moretti), il padre, psicanalista; lei, Paola (Laura Morante, bellissima ma un po’ disassata), la madre; un figlio di 17 anni, Andrea (Giuseppe Sanfelice) carino, educato, accomodante, vittima predestinata; la figlia di 14 anni, Irene (Jasmine Trinca(8)).

Il dramma è introdotto da un banalissimo comportamento di Giovanni – gentile, ma non dovuto, era domenica mattina – nei confronti di un suo cliente, che gli chiede di andare a trovarlo a casa, invece che andare col figlio a correre insieme, com’erano soliti fare. Andrea, libero da quell’impegno, raggiunge il gruppo con cui fa pesca subacquea, per non più tornare.
Un destino imprevedibile inghiottirà il mite Andrea e rischierà di distruggere tutta la famiglia. Rapporti scardinati, lavori in malora; forse per sempre, se non comparisse sulla scena Arianna (quella del filo, si, del filo che salva Teseo dal Minotauro, l’Orco che divora il cuore e la mente, il Buco senza fine che inghiotte e disperde ogni cosa nel Nulla); [nella colonna sonora del film, il disco che il padre sceglie in memoria del figlio è già stato presentato sul sito: ascolta qui].
Arianna ha amato per caso e per poco Andrea e Andrea le ha mandato delle sue foto, autoscatti di sé felice nella sua stanza. Le foto sono talee, piantate nei giorni amari. E le talee spesso radicano e si fanno pianta.

Note

  1. € 20,99 on line da La Feltrinelli, l’elegante cofanetto con i tre Dvd.
  2. A questo periodo appartengono: L’età del ferro, 1964; La prise de pouvoir par Louis XIV (La presa del potere da parte di Luigi XIV), 1966; Idea di un’isola e La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza, 1967; Atti degli Apostoli, 1968; Socrate, 1970; Pascal, 1971; Agostino d’Ippona, 1972; L’età di Cosimo, 1973; Cartesius, 1974.
  3. La Repubblica – L’Espresso ha in pubblicazione “Il cinema di Luchino Visconti”, 19 Dvd con tutti i film del Maestro; Ossessione è uscito il 24/12/2016 ed è reperibile come arretrato. Fondamentale, per la comprensione del film e di Visconti il saggio di Lino Micciché “L’opera prima” in “Luchino Visconti”, tascabili Marsilio / Cinema, 2009.
  4. Elio Marcuzzo. Antifascista finirà, da lì a qualche mese ucciso per “un terribile equivoco, una storia per me amarissima e triste. Elio condivideva le nostre speranze e il nostro odio per il fascismo”, come dichiarò molto tempo dopo Pietro Ingrao, che collaborò – non accreditato – al tavolo degli sceneggiatori, insieme con Visconti, Mario Alicata, Giuseppe De Sanctis, Gianni Puccini, Alberto Moravia (non accreditato) e Paolo Pietrangeli (non accreditato).
  5. Diretto da Vittorio e Paolo Taviani, 1987, con Charles Dance, Vincent Spano, Greta Scacchi, Joaquim de Almeida.
  6. Diretto da Mario Monicelli, 1992, con Alessandro Haber, Cinzia Leone, Marina Confalone, Monica Scattini, Pia Velsi, Paolo Panelli.
  7. Diretto da Nanni Moretti, 2011, con lo stesso Moretti, assieme a Michel Piccoli e Margherita Buy.
  8. La Repubblica – L’Espresso ha pubblicato tutti i film di Moretti; si può comprare come arretrato ad € 11,90. Copie di quell’edizione si trovano su Ebay a € 5,99. Su Amazon si compra a € 7,99. Si trova anche su La Feltrinelli (€ 9,99) e Ibs (7,99).
  9. Jasmine Trinca. Moretti la sceglie dopo duemilacinquecento provini e lei lo ricompensa con una encomiabile partecipazione, tanto da meritare apprezzamenti di critica e di pubblico al Festival di Cannes 2011 dove il film vince la Palma d’Oro, la candidatura sia al David di Donatello, sia Al Nastro d’Argento come migliore attrice non protagonista; il Ciack d’oro alla migliore attrice non protagonista; il Globo d’oro alla migliore attrice esordiente; il Premio Guglielmo Biraghi ai Nastri d’argento 2001.

[Piccolo cabotaggio (4). Da Rimini ad Ancona – Continua]