PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI 2019 #12. UNA VITA IN 10 FILM O I 10 FILM DI UNA VITA.

9 Dicembre 2019
Pino Moroni
https://www.artapartofculture.net/2019/12/09/piu-libri-piu-liberi-2019-12-una-vita-in-10-film-o-i-10-film-di-una-vita/

Più libri più liberi anche presentazioni di libri, film e documentari sul genere cinema. Dal libro di Charles Brandt The Irishman (presentato dall’attore Pif e dal critico Paolo Mereghetti) al documentario di Marco Spagnoli La luna italiana (storia del direttore generale dei programmo Apollo e del lancio dell’Apollo 11, l’italo-americano Rocco Petrone) a  Una vita in 10 film, libro-gioco divertentissimo, onnicomprensivo del cinema mondiale dalla sua origine ad oggi.

L’autore Severino Salvemini, professore alla Bocconi, accompagnato da Felice Laudadio, Presidente Fondazione Centro Sperimentale di Roma e Domenico De Masi sociologo, ha presentato il suo libro nato dall’ idea di chiedere a 200 e più personaggi famosi e non (politici, imprenditori, artisti, giocatori, architetti e gente comune) di indicare 10 film che hanno connotato la loro vita.

E questa scelta ovviamente soggettiva non è dipesa dalla intrinseca qualità dei film. Il ricordo che ora si rivela in tutta la sua forma è dipeso dalla età, dal mood del momento, dai sogni, dagli ideali, dal gusto personale, dagli incubi che si sono avuti e che si vivono nella vita. Si è scoperto – ha detto l’autore – che la scelta è stata dettata da motivi emozionali più che razionali. Ed alla fine le persone, che hanno partecipato al gioco dei film, in fondo hanno rivelato con la loro scelta le loro fantasie, le ragioni personali, familiari e lavorative della stessa.
Tanto per esemplificare, visto che oltre le scelte di 10 film, ogni intervistato ha anche spiegato in poche righe perché ha privilegiato uno su tutti (il primo), abbiamo sentito dai presenti (in attesa di leggere anche gli altri) le loro ragioni.
Il Presidente dell’AIE, Ricardo Franco Levi, per esempio, ha scelto Totò, Peppino e la malafemmina, come film che ha visto e condiviso più volte con la sua famiglia, con quei dialoghi diventati tormentoni familiari. Per Domenico De Masi il primo film è quello che ha veduto per primo a sette anni al paese, Tempi moderni, ricordando i seguenti in ordine di date fino ad arrivare a 2001: Odissea nello spazio. Si è fatto poi l’esempio di due personaggi, l’imprenditore Oscar Farinetti con la sua intensa emozione per La vita è bella di Roberto Benigni. E Oliviero Toscani, fotografo iconografico che ha ricordato il film sperimentale magiaro Lemonade Joe, capostipite degli spaghetti western all’inizio degli anni ’60.
Lo stesso autore delle interviste si è intervistato, ma per lui il primo film è anche il film più tecnico da un punto di vista cinematografico, In the mood for love di Won Kar-Wai fatto di carrellate, ralenti, dissolvenze, piani strettissimi, musica sublime, reso perfetto da strumentazioni e maestranze perfette come usa oggi nella cinematografia coreana. E così anche le schede dei 10 critici rispecchiano solo il profondo amore per la grande indiscussa tecnica della settima arte.
Quali sono le conclusioni di questa importante operazione su una nuova classifica dei film di più di un secolo di cinema, che però non vogliono rappresentare i migliori in senso assoluto ma solo quelli che hanno contrassegnato le emozioni nella vita di tanti diversi intervistati. Si distanziano dagli altri: 2001: Odissea nello spazio, 8 e1/2, Blade Runner, Amarcord, Il Padrino, C’era una volta in America, Apocalipse Now, La vita è bella, Manhattan, Ultimo Tango a Parigi, Arancia meccanica, Shining, La dolce vita. Con prevalenza di tre grandi registi come Kubrick, Fellini e Coppola. Per i giovani predilezione per i film di questo secolo (Forrest Gump, Il favoloso mondo di Amelie, La grande bellezza, The Wolf of Wall Street). Mentre i più vecchi prediligono i film degli anni 40/70. Le spettatrici hanno scelto più Almodovar, Benigni, Spielberg, Weir, Tornatore, Truffaut, Visconti.
Gli spettatori hanno preferito più Kubrick, Landis, Antonioni, Leone, Wilder, Wells, Chaplin. I giovani invece amano Tarantino, Allen, Anderson, Sorrentino. I più anziani Bergman, Godard, Hitchcock, De Sica.
Ma tutti i film sono stati visti come essenziali per la formazione sociologica se non psicologica degli intervistati, funzionali alla costruzione delle loro identità personali, ben nascosti nei segreti dei propri ricordi, ed oggi con sorpresa riscoperti.

Vi presento WALL-E

proposto da Sandro Russo

http://www.ponzaracconta.it/2019/12/26/vi-presento-wall-e/

Per qualche suggestione interna (neanche troppo difficile da immaginare) del “Canto di Natale” di Capossela pubblicato ieri, mi sono ricordato di WALL-E, una delle migliori pellicole prodotte dalla Walt Disney-Pixar (*). Diretto da Andrew Stanton, WALL-E ha vinto il premio Oscar come miglior film d’animazione nel 2009.
Il film – fantascientifico d’animazione, senza personaggi antropomorfi (almeno non tra i principali), con un titolo che non significa granché – secondo me rappresenta una vetta della sintesi tra sceneggiatura e immagini – una scommessa vinta – proponendo in una maniera del tutto originale, ancorché inconsueta, temi importanti quali il futuro del pianeta Terra, lo smaltimento dei rifiuti, la solidarietà tra gli esseri umani, il corretto stile di vita e la lotta alla sedentarietà; inoltre adombra la possibilità dello sviluppo di intelligenza autonoma e di emozioni in robot creati per altri scopi.
Wikipedia dedica un’estesa trattazione del film (trama, riconoscimenti e curiosità); provo a farne una sintesi per gli aspetti che più mi hanno interessato.

Anno 2105. Il livello di inquinamento del pianeta Terra è altissimo, la superficie terrestre è ormai completamente ricoperta di immondizia. Una grande azienda commerciale che ha preso in mano il governo del mondo, ha costruito una flotta di navi spaziali, la cui ammiraglia è la Axiom, sulla quale parte dell’umanità si è imbarcata per una crociera di cinque anni allo scopo di sopravvivere, mentre sulla Terra ha realizzato e messo in opera un esercito di robot chiamati WALL-E (“Waste Allocation Load Lifter Earth-Class” – “Sollevatore di Carichi per l’Allocazione dei Rifiuti – serie Terrestre”) incaricati di fare pulizia, compattando i rifiuti in cubi.
Ma qualcosa non va come dovrebbe, i robot pian piano si disattivano tutti e nel 2110 la missione di rientro non può avere luogo, visto che il pianeta non è stato ripulito. Uno dei robot però è rimasto ancora in funzione. È lui il protagonista del film.

Anno 2805. Sono ormai 700 anni che WALL-E, l’ultimo della serie di robot originariamente presenti sulla Terra, continua imperterrito la sua opera di spazzino del pianeta, giorno dopo giorno, compattando e stoccando l’immondizia in cubi che poi impila uno sull’altro fino a formare centinaia di enormi grattacieli di rifiuti. La sera, finito il suo lavoro, torna alla sua “casa”, dove custodisce gli oggetti da lui ritenuti interessanti trovati nel corso delle sue operazioni di pulizia. Uno di questi oggetti è una vecchia videocassetta del film Hello, Dolly! (film di Gene Kelly del 1969, basato sull’omonimo musical di Broadway). WALL-E è affascinato da questo film che gli fa sognare di poter trovare un giorno una compagna, tenerla per mano, ballare con lei e non essere più solo.
È così che durante questi sette secoli WALL-E, da freddo automa meccanico senz’anima qual era, ha sviluppato una personalità (quasi) umana.

WALL-E con un’espressione triste (!?)

A rompere questa secolare routine, un giorno scende dal cielo un razzo che deposita sul pianeta un robot molto particolare, e WALL-E spera che ciò possa spezzare la sua infinita solitudine. Il robot sembra essere di genere femminile, ha una forma ad uovo ed è di un livello tecnologico molto superiore: può volare e registrare immagini.
Una volta incontrati, il robot proveniente dallo spazio si presenta col nome di EVE (Extraterrestrial Vegetation Evaluator – “Esaminatore di Vegetazione Extraterrestre”).

Trailer da YouTube:

WALL-E non sa cosa EVE sia venuta a fare sul suo pianeta e, in una comunicazione rudimentale, si chiedono a vicenda della propria funzione: WALL-E le mostra che il suo compito è compattare i rifiuti, EVE invece gli dice che la sua missione è riservata.

La brevissima sequenza del ritrovamento di una piantina viva:

Quando WALL-E le mostra una piantina che aveva trovato fra le macerie, individuando che si tratta di un segnale di vita su un pianeta apparentemente morto, EVE la prende, la chiude dentro di lei e si disattiva: la sua missione infatti era trovare una forma di vita sulla Terra, pianeta ritenuto ormai privo di vita.
WALL-E, che ormai si è affezionato tantissimo a EVE – possiamo dire è perdutamente “innamorato”? -, resta quindi alle prese con una robot inanimata, ma nonostante ciò continua a prendersi cura di lei sperando in un suo risveglio. Tempo dopo il razzo torna a prenderla, ma WALL-E non vuole lasciarla andare (…).
La trama è complessa: c’è tutta una seconda parte sull’astronave degli umani (obesi e praticamente immobili) che viaggia nello spazio; varie avventure; poi WALL-E e EVE (come Adamo ed Eva) tornano sulla terra desolata, ma il robottino cingolato, per le tante peripezie cui è andato incontro, ha perso la memoria…
Ancora da YouTube, il sottofinale:

Non so se sono riuscito a dare un’idea del film e del perché mi abbia così interessato.
Ho trovato geniale la capacità degli autori – regista, sceneggiatori, animatori – di rendere l’essenza dell’umanità, i sentimenti, da immagini di mezzi meccanici, per definizione privi d’espressione… Di mostrare la capacità di WALL-E di provare emozioni mentre raccoglie, compatta e sperimenta, come spinto da un’umana curiosità, gli svariati oggetti che trova in giro. Tra essi, appunto, la videocassetta di Hello, Dolly!, grazie alla quale WALL-E scopre l’amore e acquista coscienza della sua solitudine. È con queste premesse che i realizzatori del film avevano intenzione di emozionare gli spettatori, costruendo una storia d’amore fra due robot.
…E poi una miriade di citazioni (da Blade runner a E.T. L’extraterrestre, a 2002: la seconda Odissea; perfino da Pinocchio) (Cfr. una lista completa in Wikipedia).

Insomma, il luogo comune per cui un film d’animazione sia un sottogenere è di gran lunga venuto meno; oltre alla sperimentazione grafica e all’aspetto visivo, anche i contenuti sono divenuti “alti” [faccio solo alcuni esempi tra una moltitudine di opere importanti; basti pensare a Valzer con Bashir (Ari Folman 2008), a La sposa cadavere (Tim Burton, 2005), le opere di Jan Švankmajer (1934 – vivente) e di Hayao Miyazaki (1940 – vivente); il recentissimo La famosa invasione degli orsi in Sicilia; Lorenzo Mattotti, 2019).

Spero di aver dato un’idea.

WALL-E saluta e augura Buone Feste e Buon Anno

(*) La Pixar – la cui fusione con la Disney ha dato nuova linfa alla storica casa e l’ha salvata dal declino – si prefigge, con ogni suo nuovo film, di superare i limiti nel campo della tecnica e dell’animazione. WALL-E in questo senso è innovativo in più di un campo (un altro esempio: a chi non l’ha visto consiglio Inside–outOscar come miglior film d’animazione 2016 (regia di Pete Docter) e Coco del 2017 diretto da Lee Unkrich e Adrian Molina).

PARASITE. UN FILM ORIGINALE CHE NASCONDE UN FORTE MESSAGGIO POLITICO

27 Novembre 2019

Pino Moroni
https://www.artapartofculture.net/2019/11/27/parasite-un-film-originale-che-nasconde-un-forte-messaggio-politico/

Perché il cinema coreano sta diventando così importante da vincere la Palma d’oro a Cannes e candidarsi con successo come miglior film straniero ai prossimi Oscar? E perché, malgrado la forte idiosincrasia dell’occidente verso i noiosi e lenti film orientali, l’uscita dell’ultimo film sud-coreano, Parasite, oltre alle buone recensioni, ha mostrato ottimi riscontri al botteghino?

immagine per Parasite movie
Parasite di Bong Joon-ho, 2019

La risposta è che il divario delle tematiche e delle realizzazioni tra le due cinematografie mondiali sta affievolendosi. Con i suoi pregi e i suoi difetti Parasite è una pellicola che parla di due famiglie (i poveri Ki-taek ed i ricchi Park), con i loro piccoli grandi problemi quotidiani, che potrebbero essere ovunque ed agire con le stesse dinamiche narrate dallo sceneggiatore regista Bong Joon-ho (Snowpiercer, Okjia).
Dinamiche però non convenzionali, come nei prodotti fotocopia del cinema europeo ed americano, perché in questo film chi fa la storia, organizza piani, chi ha l’ingegno e lo mette a frutto, usando un bagaglio di conoscenza dato dalla sopravvivenza e non frutto di studi universitari economico-tecnologici, è l’emarginato della società.
Rovesciando il teorema: poveri ignoranti e sempliciotti e ricchi istruiti, furbi e intraprendenti. Dalla parte di tutti i parassiti (scarafaggi od umani che siano) che qui si chiamano indigenti senza lavoro, sempre alla ricerca di un espediente per sopravvivere.
La famiglia Ki-taek (padre, madre e due giovani figli) vive in un puzzolente seminterrato adibito ad abitazione, sotto il livello di una strada, subendone il rumore, l’inquinamento, gli allagamenti e le esternazioni corporee degli ubriachi. La famiglia Park (padre, madre e due figli ancora adolescenti) vive in una villa, disegnata da un architetto, moderna, luminosa, elegante, tecnologica. Una enorme vetrata su un prato verde interno, circondato da numerosi alberi pregiati.
La prima parte del film in cui una stupenda scenografia (Ha-Jung Lee) creata nei teatri di posa e funzionale alla smagliante fotografia (Kyung-pyo Hong) fa da perfetto sfondo alle strategie messe in atto dalla famiglia Ki-taek per vampirizzare i membri della supponente credulona famiglia Park.
Tutti i componenti riescono, usando più o meno leciti espedienti a diventare autista, cuoca, ed educatori dei figli della famiglia Park. Soprattutto ai due giovani Ki-taek, abili mistificatori di carriere universitarie inesistenti, pseudo psicologi e critici d’arte, spetta il compito di irretire sul piano intellettuale la famiglia Park. Vivendo due vite e società e sognando, vista l’ingenuità dei ricchi, di sostituirsi a loro. Iniziando a prendere possesso della casa nel momento in cui i Park sono in vacanza.
Fin qui dice il regista coreano tutto rientra nell’ordine prestabilito e nelle regole generali di una società evoluta, che fa parte dei paesi più sviluppati (viene nominata l’Ocse, n.d.r.) e produce un reddito annuo alto non ben redistribuito. Ecco il punto chiave in cui le due cinematografie (orientale ed occidentale) convergono nel raccontare il presente: i sistemi economici sono ormai omologati e sono omologate anche le strategie di parassitismo del benessere, ovunque.
Ma quando il caso arriva a rompere gli equilibri precari di un sistema ed allo stesso tempo le strategie ed i piani organizzati all’interno di esso dai singoli, un buio pericoloso fatto di misteri, di stanze segrete, di ospiti inattesi e concorrenti, di violenza repressa, invade la luminosa bellezza di ogni ambiente e la serenità delle persone. E nella natura come nella società si scatena l’inferno.
E’ un cambio di registro impressionante quello del regista Bong Joon-ho. Tutto viene filmato con un taglio caos-geometrico, fuori e dentro la casa, in cui ciò che avviene è fuori il controllo di tutti i protagonisti, ma per il regista confluisce in un mosaico filmico in cui tutti i pezzi si incastrano. E’ il momento migliore di un film non convenzionale e dirompente.
Nella parte finale per sciogliere tutti i dubbi su una convivenza forzata tra poveri arrabbiati e ricchi spreconi, in un party grottesco per un bambino viziato, il regista coreano cambia ancora registro e si misura con un caos-splatter, con coltelli, spiedi e sangue, in cui tutto sembra fuori controllo, ma che riesce a gestire con un montaggio di grande professionalità (Jonma Yang) senza cadere nel ridicolo. E’ pur sempre, come ormai sembra necessario mostrare in moltissime pellicole, un pezzo da horror gratuito, ma forse molto funzionale al messaggio di violenza politica che il regista voleva mandare.
Con un finale che sconfina nel fantasy, in cui i parassiti poveri, come in un sogno prendono possesso della casa dei ricchi. Musica eccezionale di Jung Jaeil II, nei suoi differenti stili tra classico e moderno con la sorpresa di sentire anche la canzone In ginocchio da te cantata da Gianni Morandi.

IL CLASSICO DEL MESE

I Gangsters (The Killers), di Robert Siodmak, 1946
di Letizia Piredda

E’ un noir basato sul romanzo omonimo di Ernest Hemingway. Tra i maggiori successi di Siodmak, il film racconta in flashback la ricostruzione degli eventi che hanno portato all’assassinio di un ex pugile affiliato ad una banda di gangster. Il cast include nomi prestigiosi come Burt Lancaster e Ava Gardner. Nel 1964 Don Siegel ne girò un remake intitolato Contratto per uccidere.

I Gangsters di Robert Siodmak, 1946

In realtà, in prima battuta, questo film sembra poco un noir e più un poliziesco: infatti c’è un’indagine che, attraverso molteplici flashback, dura per tutto il film. Ma se considerato  come un poliziesco, c’è un elemento assolutamente incongruo: il fatto che il protagonista (lo Svedese) praticamente non è ucciso, ma si fa uccidere dai killer, cosa assolutamente inaccettabile per i canoni del genere. E ancora, come noir ci sono alcuni elementi, ma non proprio tutti gli elementi più tipici. Sì, la femme fatale c’è,  l’onirismo inteso come bianco/nero fortemente contrastato c’è, ma non l’onirismo più psicologico, quello inteso come continuo fluire da sogno, veglia, dormiveglia.

Burt Lancaster e Ava Gardner in I Gangsters

Ma vediamo adesso quali sono gli elementi principali che caratterizzano il personaggio dello svedese:
– è un uomo finito come pugile (e di conseguenza trattato come qualcosa da
buttar via)
– è ammaliato da Kitty per la quale accetta di fare una rapina a mano armata
– tenta il suicidio quando Kitty fugge con il bottino
– è tradito da Kitty e da Colfax che nel frattempo si sono sposati e sono
diventati una coppia rispettabile
– è tormentato perché non si perdona di aver fatto un errore fatale, di fronte al quale non c’è più niente da fare: non ha  più via di scampo, e questo lo porta a un gesto estremo (cioè si fa uccidere dai killer di Colfax).

Burt Lancaster, lo Svedese

L’insieme di questi elementi ci porta ad alcune considerazioni importanti:
è un personaggio in gabbia, senza via di scampo, tradito da Kitty e da lei raggirato, e usato, per poter fuggire con il bottino e realizzare il piano architettato da Colfax; vittima sacrificale, uomo finito, senza possibilità di riscatto, perché non può perdonarsi gli errori commessi.
A sottolineare questo aspetto converge tutta la messa in scena: non c’è contrasto buio/luce tra dentro e fuori; sia l’interno che l’esterno sono buio/buio: e questo delinea l’atmosfera cupa dell’impossibilità di riscatto. Addirittura quando i killer sparano nella stanza semibuia dello svedese, l’unica luce sono proprio gli spari.
Ci sono poi alcuni elementi tipici dell’espressionismo, come la mano che scivola inerte lungo la colonnina del letto, quando lo svedese muore.
Ora tutto questo ci sembra assolutamente in linea con l’atmosfera del noir, che, va ricordato, è un genere composito dove convivono più generi come il poliziesco, l’horror, il thriller, e che, in molti casi, non è facile tracciare una linea di confine netta l’uno dall’altro.
L’uso dei flashback di ben sette personaggi diversi ci riporta a Citizen Kane: ma non è solo questo l’elemento in comune; c’è anche il taglio giornalistico e la profondità di campo, usata da Siodmak più per addensare le fasi di un’azione senza stacco, che per rappresentare più azioni su diversi piani.
A sottolineare la maestria tecnica del regista basti il confronto della stessa scena (la rapina) in due film diversi:
1) In I Gangster la scena della rapina viene letta, dall’articolo di cronaca,  dal capo delle assicurazioni e ripresa dalla macchina da presa a distanza, con un effetto distanziante per lo spettatore, che assiste ma non partecipa alla scena.
2) In Doppio Gioco (Criss Cross,1949), invece, la scena della rapina è ripresa dall’alto (“l’occhio di Dio”) (*) con un effetto che attira verso il basso lo spettatore (effetto vertigine) che, di conseguenza, viene coinvolto fortemente nella scena.

(*) In ambito cinematografico, l’espressione God’s Eye (Occhio di Dio) viene comunemente adoperata per indicare quel particolare tipo di ripresa effettuata dall’alto, in maniera perfettamente perpendicolare alla scena, in cui gli accadimenti non vengono mostrati dal punto di vista di un particolare personaggio (o un altro elemento), quanto da quello del narratore onnisciente.

NOVECENTO, UNO…NOVECENTO, DUE… AGGIUDICATO

di Tano Pirrone

Mettendo a posto appunti, bozze, stampe e depliant di film e spettacoli teatrali visti e recensiti quest’anno ho trovato un breve appunto, con pochi riferimenti: «Strano recensire la prima di uno spettacolo, che, con lo stesso attore e lo stesso regista, ha debuttato venticinque anni orsono. Non c’ero quella sera…». Le poche migliaia di neuroni superstiti non mi hanno aiutato a ricordare di che cosa si trattasse. Ho fatto, però, una breve veloce ricerca nei miei archivi ed ho trovato: parlavo del bravissimo Eugenio Allegri e di Gabriele Vacis, che hanno riportato sulle scene Novecento. Un monologo al Teatro Eliseo, la scorsa stagione. Assistetti alla prima e la recensii.
Per i tre lettori curiosi, di seguito, riporto il breve articolo.

NOVECENTO.UN MONOLOGO, regia di Gabriele Vacis, con EugenioAllegri.

“Ho scritto questo testo per un attore, Eugenio Allegri, e un regista, Gabriele Vacis. Loro ne hanno fatto uno spettacolo che ha debuttato al festival di Asti nel luglio di quest’anno”. È l’incipit della breve presentazione che Alessandro Baricco scrive per Novecento. Un monologo; prosegue chiedendosi, dubbioso, se quello che ha scritto è un testo teatrale. Dal debutto, in quasi venticinque anni, sono andate in scena oltre 500 repliche con più di 200.000 spettatori. Questi numeri sono la risposta al retorico interrogarsi di Baricco.

Baricco legge al Sociale Novecento, 2019

Non c’eravamo ad Asti quell’estate, ma c’eravamo alla Prima all’Eliseo, il 2 aprile di quest’anno. Nel frattempo abbiamo letto più volte, e riletto ora, per l’occasione, il breve testo di Baricco; visto e rivisto il bel film che Giuseppe Tornatore ha realizzato nel 1998 con grande successo di pubblico e di critica. Lo stesso successo che è arriso, giustamente, al testo e allo spettacolo teatrale.
La storia inizia il 1º gennaio 1900, quando Danny Boodman, un macchinista nero del transatlantico Virginian, trova un neonato abbandonato in una cassa di limoni nella prima classe della nave. Danny dà al bambino il proprio nome, aggiungendovi le parole della scritta sulla cassetta in cui l’ha trovato “T.D. Lemon” (pensando che il significato di “T.D.” fosse “Thanks Danny” e che quindi lui fosse destinato ad allevare il bambino) ed il secolo dell’anno in cui ha trovato il bambino: Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, che sarà poi chiamato soltanto con l’ultimo dei suoi appellativi.

Eugenio Allegri in Novecento, regia di Gabriele Vacis

Il piccolo cresce sul piroscafo, che fa la spola fra Europa e America, senza mai scendere a terra. Diventa un prodigioso pianista, che batte in una mitica tenzone anche uno dei grandi padri del Jazz: “Jelly Roll” Morton. Rimarrà per sempre sulla Virginian fino alla morte, sua e della sua nave, fatta saltare in aria con la dinamite, perché ormai inservibile.
Eugenio Allegri, nelle vesti del narratore, il trombettista Tim Tooney, è un vortice di bravura: usa la voce come un’orchestra, alti bassi gravi acuti, e il corpo come una macchina per costruire immagini, gira come una trottola senza fermarsi, dilata la narrazione, sospende, riprende, evoca, conquistando il pubblico e mettendo a frutto l’articolatissima esperienza: teatro sperimentale, Commedia dell’arte, messa in scena di opere di contemporanei, prima sconosciute ai più; autore egli stesso e regista.

Gabriele Vacis

A dirigere lo spettacolo sempre lui, Gabriele Vacis dalla lunga e ricca carriera: sperimentatore con impegnativi progetti a sfondo sociale; nella lirica, con opere di autori contemporanei; nel teatro antico con tecniche innovative; nel cinema; nell’intreccio di linguaggi a scopo pedagogico; nella direzione di grandi eventi.
Due straordinarie carriere intrecciate con quella di Baricco. A questa “treccia” è appeso il meritatissimo successo di questa edizione, di cui siamo stati emozionati testimoni al Teatro Eliseo di Roma.

L’UFFICIALE E LA SPIA DI POLANSKI E HARRIS.

NON UN FILM SU UNA STORIA MA UN FILM SULLA STORIA. NON SOLO AFFAIRE DREYFUS
3 Dicembre 2019
https://www.artapartofculture.net/2019/12/03/lufficiale-e-la-spia-di-polanski-e-harris/

Pino Moroni

Siamo entusiasti e onorati che Pino Moroni ( cliccate sul link per avere un quadro delle sue molteplici attività e competenze) abbia accettato con questo articolo una, speriamo lunghissima, collaborazione con Odeon.
Pino è nostro amico e sodale fin dagli inizi di “Visioni”, tra le polverose poltrone del Detour, ancora nella vecchia sede di via Urbana (dal 2009 trasferito al n° 107 della stessa via). Da allora cene, “pizze-&-birra” insieme, incontri al casale, raccolte di kiwi (miei) e olive (sue)… In ogni circostanza ci siamo trovati amici, uniti da un comune sentire e dalle stesse esperienze vissute, ai tempi in cui vita, cultura e emozioni facevano la stessa strada.
Ci fa piacere ritrovarlo anche tra le pagine di questo Blog (by Sandro Russo)

Un incontro prolifico tra Roman Polanski e Robert Harris. Un regista che fin dal suo primo film ha privilegiato il racconto thriller, declinato in generi diversi, psicologico, horror, metafisico, poliziesco, ecc. con titoli come Il coltello nell’acqua (1962), Rosemary Baby (1968),  Chinatown (1974), L’inquilino del terzo piano (1976), Frantic (1978), ecc.. Il suo incontro con uno scrittore che ha invece declinato i suoi romanzi in maggior parte nel genere thriller-storico (Imperium, Pompei, I diari di Hitler, ecc.) ha prodotto due capolavori come L’uomo nell’ombra (2010) ed ora L’ufficiale e la spia (2019).

https://www.artapartofculture.net/new/wp-content/uploads/2019/11/l-ufficiale-e-la-spia-di-roman-polanski-2019-trailer-ufficiale-hd-1280x720.jpg
Jean Dujardin in L’ufficiale e la spia,2019 di Roman Polanski

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Jean Dujardin e Louis Garrel

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Emmanuelle Seigner e Jean Dujardin

Polanski non è certo più quel ribelle anarchico che scandalizzava Hollywood ed il mondo con i suoi film creativi ed innovativi (Cul de sac 1966, Per favore non mordermi sul collo 1967, Che? 1972) e con la sua vita dissipata e fuori le regole.
E infatti il film L’ufficiale e la spia, che narra l’Affaire Dreyfus, un caso di spionaggio militare della fine del secolo XIX non è altro che la puntuale rivisitazione della storia di un ufficiale francese-ebreo accusato di essere informatore dei tedeschi, condannato ingiustamente da un tribunale militare ad una umiliante degradazione ed alla detenzione sull’Isola del diavolo nella Guyana francese.
Lo scrittore Robert Harris, che ha studiato a fondo l’Affaire e l’ha descritto minuziosamente nel suo libro (momento per momento, ambiente per ambiente, comportamento per comportamento, parola per parola), fa partire la storia dalla mattina in cui Alfred Dreyfus (Louis Garrel) viene degradato nel cortile della Scuola Militare di Parigi.
Ma poi nel seguito di questo famosissimo evento il protagonista principale del libro e del film diventa il colonnello George Picquart (Jean Dujardin), presente alla degradazione e poi nominato capo della sezione statistica dell’esercito, unità del controspionaggio militare.
Un uomo integerrimo che fa dell’onore e della ricerca della verità i suoi ideali, seguendo fatti certi contro le falsificazioni strumentali e le manipolazioni. Contro soprattutto i poteri forti, gli alti comandi militari che chiedono ai subalterni ufficiali cieca obbedienza, senza voler ammettere i propri errori. Picquart che combatte contro un muro d’omertà rischierà la carriera, la prigione e forse la vita.
Ma non si può capire il film di Polanski ed il romanzo storico di Harris senza sapere perché nel 1894 si è verificato un Caso Dreyfus.
Qui solo la Storia può aiutare. 25 anni prima (1870/71) nella guerra Franco-Prussiana la Germania aveva annientato la Francia imperiale di Napoleone III e occupato l’Alsazia e la Lorena. Nella guerra i generali dell’esercito francese avevano collezionato una grande quantità di errori, arrivando alla disfatta di Sedan.
In parte i Prussiani avevano vinto per aver usato una micidiale artiglieria pesante, targata Krupp, tecnologicamente più avanzata. L’opinione pubblica francese scossa da quella cocente sconfitta (i prussiani assediarono anche Parigi) era alla ricerca di una rivincita (revanchismo) ed il nuovo esercito della III Repubblica si stava attrezzando con una più moderna artiglieria (famoso l’ultrasegreto cannone da 75).
In tale contesto le rivelazioni ed i passaggi di informazioni sulle nuove armi da parte di spie francesi erano l’innesco per far esplodere il represso nazionalismo dell’opinione pubblica che unito all’ondata di antisemitismo risultarono determinanti nella scelta di un capro espiatorio ebreo, appunto Dreyfus.

Questa la Storia, ma il film anche se aderente al romanzo di Harris dice qualcosa di più sull’indagine del colonnello Picquart. Vuoi perché Polanski è di origini ebree ed ha sofferto l’ostracismo polacco e poi tedesco verso la sua famiglia (deportata nei campi di sterminio) e poi per essere stato perseguito tutta la vita per i noti fatti sessuali degli anni ’70, di cui è stato accusato e condannato.

Le parti migliori del film sono comunque le indagini del nuovo capo del controspionaggio negli archivi della sezione statistica: ambienti angusti, cupi, vecchi, polverosi, con infissi ormai in pezzi ed odore di fogna. E’ la fine dell’ ‘800 e malgrado la Belle Epoque, oltre l’architettura, le altre infrastrutture ed i servizi, la società è in decomposizione a cominciare dai vertici e può avvenire di tutto, anche il sopruso su un militare innocente.
Polanski, perfetto nel descrivere gli ambienti, molto attento alla verità dei fatti accaduti, quasi pedissequo nel suo filmare classico anni ‘50, con la sua maestria cinematografica, si permette di superare la vera storia creando una fiction moderna fatta anche di colpi di scena e forti tensioni, allontanandosi così da un qualsiasi docufilm sull’Affaire.
Mentre i generali ai vertici dell’esercito, colpevoli di occultamento e falsificazione di prove, i politici ed i magistrati, in un balletto di maschere e battute feroci, negano spergiurando sulla validità delle prove false, e l’opinione pubblica, come sempre condizionata dal potere appoggia la Ragion di Stato, cresce il ruolo degli intellettuali nella società francese.
Sul giornale L’Aurore esce un editoriale di Emile Zola, una lettera aperta al Presidente della Repubblica, il famoso J’accuse che fa riaprire il processo (Dreyfus sarà condannato ancora).
Asciutte e perfette le recitazioni degli interpreti principali (Dujardin, Garrel, Seigner, Gadebois) e degli altri minori (militari e politici) tutti grandi attori della Comèdie Francaise.

  • L’ufficiale e la spia.
  • Regia: Roman Polanski
  • Soggetto: Robert Harris (romanzo)
  • Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polanski
  • Musica: Alexandre Desplat
  • Interpreti: Jean Dujiardin (George Picquart), Louis Garrel (Alfred Dreyfus), Emmanuelle Seigner (Pauline Monnier), Gregory Gadebois (Joseph Henry)
  • Produttore: Alain Goldman
  • Casa di produzione: Gaumont, France 2 e 3 Cinema, Rai Cinema, Eliseo Cinema (Luca Barbareschi)

Noah Baumbach

di Lorenza Del Tosto

“Il suo film a Venezia è stato bocciato dalla presidente della giuria perché troppo sessista…” esordisce un giornalista credendo di rivelare cose note. “Davvero…?” Noah Baumbach, a Roma per presentare Storia di un matrimonio, sembra confuso. “Non lo sapevo…” – mormora, ma subito nasconde lo sconcerto. C’è molto aplomb in lui, o forse è solo timidezza, seduto attorno ad un tavolo nella saletta di un elegante albergo romano, già scintillante di luci natalizie. Anche questo incontro sembra una favola di Natale.

Storia di un matrimonio, (Marriage Story), di Noah Baumbach 2019

Stamattina un vetro rotto nel suo aereo ha portato ad un atterraggio imprevisto in Svizzera e quindi: Baumbach arriverà tardissimo, sarà esausto, i giornalisti sono invitati a non presentarsi. Poi altra notizia: Noah arriverà in ritardo, ma farà tutto come previsto. I giornalisti hanno cambiato di nuovo i loro programmi e si sono seduti qui ad aspettarlo. Storia di un matrimonio è un bellissimo film che sembra sgusciare via inafferrabile: a Venezia è affondato nel silenzio della giuria, è un film Netflix e passerà sulla piattaforma dopo un breve intervallo nei cinema, il regista rischiava di non arrivare, e che dire poi del tema trattato: la storia di un divorzio?
“No grazie per carità, già dato…” – si schermiscono in tanti con un sorriso. Ma chi riesce a vederlo può accorgersi che è uno di quei film che, senza che te ne accorgi, ti cambia lo sguardo e un evento triste, come  un divorzio, può lasciare dentro, a sorpresa, un volo di ali.  
Delle sue disavventure nei cieli Baumbach porta solo un velo di stanchezza sul viso: naso prominente, un’ironia nascosta negli occhi scuri. E’ minuto e  delicato nei gesti, ma emana da lui grande energia e volontà tenace (come il giovane protagonista del suo film Il Calamaro e la balena, dove il divorzio è visto con gli occhi dei ragazzini, che, superata la paura di visitare il museo da solo, diventa grande e si affranca dal padre).
Ma l’accusa di sessista deve averlo turbato e, più tardi, nell’incontro con il pubblico cerca di liberarsene: “E’ un film sulla prospettiva… come nei film di Hitchcock: se sei con il ladro che sta rubando i gioielli in una casa e all’improvviso torna la famiglia, tu vuoi sapere cosa succede al ladro. Così la prima parte del film sei con lei, con Nicole, prendi le parti di lei, nella seconda sei con lui e prendi le parti di lui e nell’ultimo terzo, dopo aver oscillato avanti e indietro, sei con entrambi, almeno spero. Capisci che sono due persone che cercano di fare del loro meglio. Per lei è la storia di una rinascita e per lui di un crollo”.
Per questo, per mantenere la prospettiva, ha tagliato scene interessanti ad esempio con gli amici che prendevano le parti dell’uno o dell’altra. “Ho capito che dovevo stare tutto sul divorzio e comunque la vita non si ferma solo perché stai divorziando, ci sono il lavoro, il pranzo, il figlio, i capelli da tagliare.

Risuona nella sua voce una perplessità profonda di fronte a quell’accusa, perché sebbene il film scorra fluido, così perfettamente orchestrato da avere l’impressione che non ci sia dietro nessuno sforzo, ci sono in realtà mille fili nascosti, parti di un tessuto che si sfrangia, strati che scorrono sotterranei.
C’è il modo in cui vanno a volte le cose: per cui ciò che ti ha unito è poi anche ciò che ti separa. Grazie all’amore dell’altro sei cresciuto, come accennano gli stessi avvocati, e quella crescita ti fa essere diverso e ti porta a cercare altrove.  Non è colpa di nessuno e l’amore tra Charlie e Nicole rimarrà sempre: somiglia a quello di bravi genitori che, se ti amano, ti fanno crescere libero e pronto ad andar via.
Il tema ricorrente allora non è solo il divorzio, ma anche la crescita personale, magari nel dolore o magari no, ma sempre nel rapporto con gli altri.
“I miei protagonisti sono eroi moderni che lottano entrambi contro ogni avversità e in questa lotta volevo offrire loro tutto ciò che il cinema di meglio ha da offrire: anche le grandi musiche”. Dice con slancio e il suo viso si illumina.
“Randy Newman è un compositore straordinario, io gli spiego a parole le emozioni e lui le traduce subito in musica, crea dei pezzi al pianoforte che mi manda sul cellulare, amiamo entrambi la musica nei film di Truffaut: che non sottolinea un tema, ma vi si oppone, e crea una sorta di schermaglia con le immagini”.
La musica che celebra l’amore tra Charlie e Nicole nelle bellissime scene iniziali, che solo in apparenza sembrano levare il tappeto da sotto i piedi dello spettatore e ingannarlo sul corso della storia, ritorna nei passaggi più impensati del film, quando la rottura è più evidente. Ad esempio nel momento in cui Charlie (un grandissimo Adam Driver) si accorge di essere scomparso dalle foto in casa della madre di Nicole (una grandissima Scarlett Johansson) perché in un divorzio sono tante le persone che perdi, non solo la persona amata. In quel momento irrompe la musica iniziale come una una voce interiore, la voce dell’amore finito, che non può essere trattenuta.
Tra i tanti fili nascosti c’è l’idea di casa che all’inizio è famiglia, e poi diventa i luoghi anonimi degli studi legali, e la casa in affitto messa su come una quinta teatrale a beneficio dell’esperta del tribunale che dovrà decidere sull’affido. Case e pareti dove resteranno parti di loro che non ci sono più. 

Charlie e Nicole

E c’è il filo intessuto dal bellissimo assolo di Charlie che canta “Being alive” tratto da Company di Stephen Sondheim: opera di Broadway che narra l’avventura di un uomo che non vuole sposarsi perché non sopporta le costrizioni di un legame e poi finisce per invocare quelle stesse costrizioni perché: ci sono mille ragioni per non stare insieme, ma non ce ne è una per restare da soli.

Non c’è forse in Being alive un’impalpabile ammissione di responsabilità da parte di Charlie per aver dominato troppo nel rapporto, per non aver tollerato lo spazio e i bisogni dell’altro? Chissà.
Questo spiegherebbe magari l’apparente squilibrio, definito sessista: per Charlie si tratta di un percorso più lungo per arrivare ad una comprensione più profonda di sé, per Nicole è liberazione e rinascita già iniziate da tempo.
Noah Baumbach somiglia molto al suo Charlie mentre, seduto attorno al tavolo, sfinito dalle disavventure aeree, parla con passione del lavoro di scrittura, del lavoro con gli attori, ed elude la questione Netflix, a favore o contro, che è un’ombra tra le lucine di Natale, nessun giornalista si azzarda a metterlo alle strette, qui dove in tanti ascoltano, chiedendogli una sua opinione al riguardo.

Noah Baumbach e Adam Driver

Anche Baumbach è un eroe moderno al pari di Charlie mentre parla di sceneggiatura.
“Solo quando comincio a scrivere”, racconta, “mi accorgo di quante cose ascoltate casualmente, vissute personalmente entrano nella storia”.
Per questo film ha fatto tanta ricerca, tante conversazioni con i legali, ma la sceneggiatura sarebbe stata molto diversa senza i tre attori scritturati ancora prima che iniziasse a scriverla:  Adam Driver, Scarlett Johansson e Laura Dern. “Il monologo di Nicole l’ho costruito vedendo il viso di Scarlett che lo raccontava, senza di lei avrei forse distribuito le informazioni nell’arco del film e Laura Dern mi ha permesso di creare una figura di avvocato straordinaria.”
Con il Charlie del film condivide il lavoro curato ossessivamente nel minimo dettaglio, ma anche la collaborazione con tutti. La compagnia teatrale, la troupe televisiva e il cast tecnico del film accompagnano Charlie e Nicole, e Baumbach stesso, come una seconda famiglia: quella che resta sempre.
“La scena magnifica della grande lite tra i due con il crollo finale di Charlie come l’ha costruita? E’ straordinaria…”

“Abbiamo fatto molte prove. Io alle prove voglio che partecipino sempre anche il direttore delle luci, lo scenografo, la montatrice: da ognuno viene un arricchimento e il film cresce. Con la montatrice lavoriamo insieme già nella sceneggiatura per togliere le parti che non servono. Così resta più tempo per ripetere le scene lunghe che permettono di esplorare e indagare in quello che succede”.
Quella scena cruciale è stata girata in due giorni. Provando e riprovando, ci sono momenti in cui le loro voci si sovrappongono, gli attori sapevano i punti precisi in cui lui avrebbe tagliato, sapevano che ad ogni battuta doveva corrispondere un gesto e in quei confini strettissimi, curati con precisione maniacale, hanno espresso una carica emotiva enorme.
“Non potevano mai riprendere la scena dal punto in cui erano arrivati, si ripartiva  sempre da capo per mantenere la tensione. Alla fine erano esausti e io con loro”.
Gli attori sono mostri di bravura: tecnicismo assoluto e assoluta emozione e Baumbach un mostro di coreografia capace, come Charlie nel film, di tirar fuori il meglio dagli altri. Ce ne accorgiamo anche noi: seduti accanto a lui ci arrivano piccole note di incoraggiamento, qualcosa di impalpabile che ti fa andare avanti leggero nonostante l’ora tarda, le frasi lunghe e le luci basse, assai poco natalizie, dell’incontro con il pubblico.
Tutti gli attori del film, anche i ruoli più brevi, sono straordinari. Per primo il ragazzino,  e poi l’esperta del tribunale, la madre e la sorella di Nicole, e gli avvocati, tutti bravissimi, non sarà certo una coincidenza.
Ma ecco che alla fine la domanda temuta è arrivata: trovando altra forma e altra strada: “Come ha reagito alla notizia della riapertura del cinema Paris a New York?”. Il Paris è cinema storico di New York davanti all’Hotel Plaza,

Il Cinema Paris riapre a New York ad opera di Netflix

specializzato in film  indipendenti, Marlene Dietrich nel 1948 ha tagliato il nastro inaugurale, e, ad un tratto, è sembrato che dovesse chiudere. Ora riapre per mano di Netflix, che vi porterà i suoi film e  riapre proprio con Storia di un matrimonio.
Noah Baumbach risponde impassibile: “E’ un grande merito di Netflix, io sono nato e cresciuto a New York, il Paris fa parte della mia vita”. Poi, a chiarire le cose e a dissipare dubbi, sancisce la differenza “In America i film Netflix hanno un’uscita esclusiva nei cinema per un mese prima di passare sulla piattaforma e, in seguito, restano in sala tutto il tempo che vogliono.”
Non è questione di Netflix sì o no, è questione che se hai potere, come l’America, sai negoziare le condizioni.
“Sono due esperienze diverse e io cerco di andare al cinema il più possibile”. Conclude  Baumbach candidamente.
E’ ora di chiudere anche se Noah, minuto e stanco, appollaiato sul suo sgabello, non smetterebbe di raccontare. Ci lascia però questo piccolo gioiello di precisione, una melagrana da aprire, in sala o sullo schermo di casa, per scoprire che, magari, anche ciò che abbiamo perso, che è finito o cambiato, ci ha lasciato dentro, a sorpresa, un volo di ali.

Novecento non è solo un film

di Tano Pirrone

Nel riuscitissimo film di Roberto Faenza Sostiene Pereira (1995), tratto dall’altrettanto riuscito e avvincente romanzo di Antonio Tabucchi, il protagonista, Pereira, anziano giornalista, vedovo, ogni volta che entra ed esce da casa parla con il ritratto della moglie; le racconta la sua – fino ad allora – monotona vita di curatore della rubrica culturale su un giornale di Lisbona; le chiede consigli. Si comporta, insomma, come se la donna fosse ancora presente nella sua vita e assolvesse al compito rassicurante di confidente e consigliera.

Sostiene Pereira, di Roberto Faenza, 1995

Walter Veltroni nel suo gradevolissimo ultimo libro, Assassinio a Villa Borghese (Marsilio), fa fare quasi la stessa cosa allo sfigato – fino ad allora – protagonista, l’eterno aspirante commissario Giovanni Bonvino.

Ma non è al ritratto della moglie scomparsa (scomparsa, sì, ma in fuga con un nuovo amore) che rivolge le sue attenzioni, bensì ad un poster di un attore, scomparso da tempo, immaturamente, che pochi ormai ricordano, e che per questo, oggi, ne scrivo: Nik Novecento, al secolo Leonardo Sottani, attore prediletto di Pupi Avati – icona, come si dice oggi del regista bolognese – con cui lavorò in sei film: Una gita scolastica, 1983; Noi tre, 1984; Impiegati, 1984; Festa di Laurea, 1985; Ultimo minuto, 1987; Sposi, 1987. Partecipò anche ad altri due film: Una domenica sì, Cesare Bastelli, 1986 e Strana la vita, Giuseppe Bertolucci, 1987.

Nik Novecento

Fu molto attivo in televisione: appariva ogni sera su Canale 5, nel Maurizio Costanzo Show, riscuotendo con la sua aria di falsa (o vera?) ingenuità e le sue simpatiche battute un gran successo di pubblico sia tra i giovani che tra gli spettatori più maturi. Morì il 15 ottobre 1987 a soli 23 anni per una malformazione cardiaca di cui soffriva fin dalla nascita. Per morire scelse la sede della società di produzione di Pupi e Antonio Avati, in Prati. Naturalmente era di Pontecchio Marconi, in provincia di Bologna. Mentore e pupillo hanno contribuito a darci quel cinema della memoria, cui siamo molto legati e che lo portò ad essere amico di Federico Fellini tanto da progettare – senza esito – un film insieme.
Due ultime cose: la parte del giornalista, vaso di coccio che diventa eroe con un inaspettato colpo di reni della sua coscienza è affidata da Faenza ad un Marcello Mastroianni straordinario, calato perfettamente nel ruolo, senza gigionerie e con immedesimazione esemplare. È una delle ultime volte che Marcello sale sul set; concluderà la sua immensa carriera, già malato e provato dalla fatica di sopravvivere, con la partecipazione a Viaggio all’inizio del mondo di Manoel de Oliveira, 1997. L’altra questione è sul perché Veltroni abbia inserito nel poliziesco fresco di stampa il riferimento ricorrente a Nik Novecento. Quasi sicuramente lo avrà conosciuto; non trovo nulla che colleghi i due e non ho avuto modo di chiederlo in occasione della presentazione del suo libro alla Casa del Cinema, perché il libro non lo avevo ancora letto e non sapevo che vi abitasse il gradito ricordo di Nick. Indagherò. Intanto… ciao Nik, e grazie!

A Serious Man: i fratelli Coen e il senso della vita

di Sandro Russo

Il ciclo binario dedicato ai fratelli Coen, all’ultimo corso di Gianni [1] (che ancora prosegue, con Gus Van Sant) ha previsto questi sei film:
– Arizona Junior, 1987;
– Fargo, 1996;
– Il grande Lebowski, 1998;       

– Prima ti sposo, poi ti rovino, 2003;
– Non è un paese per vecchi, 2007;
– Burn After Reading (A prova di spia), 2008.

Altri, anche importanti sono stati lasciati indietro, affidando alla curiosità dei discenti l’eventuale approfondimento; tra questi, molto citati a lezione, L’uomo che non c’era (2001) e A serious man (2009). Qui di seguito degli appunti “omerici” [2]di Sandro, pubblicati all’epoca dell’uscita del film.

Joel e Ethan Coen

E’ stato il principale rovello dell’uomo fin da quando è comparso sulla Terra. Ha permeato miti e leggende. In ordine decrescente di sacralità è stato alla base delle religioni che – beate loro e felici i loro seguaci – hanno risolto ‘definitivamente’ il problema: sebbene ciascuna a modo suo! Se ne sono occupate le filosofie e le produzioni letterarie di ogni tempo e cultura. Buon ultimo se ne è appropriato il cinema, che ha proposto un caleidoscopio rutilante di variazioni sul tema.
Parliamo, ovviamente, del senso della vita. Un tema tanto alto e coinvolgente, forse, da non poterne parlare seriamente. Infatti…

La lista dei film che ne hanno trattato sarebbe troppo lunga, così ci limitiamo a quelli che più ci hanno coinvolto, con svolgimenti e registri quanto mai vari: drammatici, come ne ‘Il posto delle fragole’ di I. Bergman (1957); comici e irridenti, come ‘Il senso della vita’ dei Monty Python (1983); leggeri, nel film di Marc Forster (2006) ‘Vero come la Finzione’; metaforici e surreali, in ‘You the living’, 2007, di Roy Andersson; sarcastici e corrosivi come in quest’ultimo film dei fratelli Coen: ‘A serious man’ (2009).

Il film ci precipita fin dal suo inizio – un siparietto alla Isaac B. Singer ambientato in uno stetl della Russia dell’ottocento e usato come prologo – nel cupo della cultura ebraica, dei suoi riti, delle sue tradizioni.Il tema apparente del film sembra riguardare i modi in cui la parola di Hashem si manifesta all’uomo (secondo la religione ebraica il nome del signore non va mai nominato, per cui HaShem (il Nome).
Trasferita quindi la scena nell’America del 1967 – l’epoca in cui i due Coen erano loro stessi ragazzi – vediamo come Hashem mette alla prova la pazienza di un uomo qualunque – Larry Gopnick, novello Giobbe – buon praticante della sua religione e probo membro della comunità.
Il buon Larry vive in una linda casetta americana a schiera, col giardino intorno; ha una moglie, due figli, un fratello strampalato e nullafacente in casa, e fa il professore di matematica e fisica in un liceo, in attesa di promozione. All’improvviso, senza una ragione che lui possa comprendere, cominciano ad accadergli una sequela di disavventure, di fronte alle quali è completamente sprovveduto. Il giardino gli è insidiato da un vicino guerrafondaio, ma sarebbe il meno… La moglie gli notifica che si è innamorata di un amico comune e gli chiede un gett (un divorzio rituale) per risposarsi con l’amante, che a sua volta, da buon amico, cerca di consolarlo; con risultati esilaranti…

Il figlio adolescente, invece di prepararsi al bar mitzvah (il rito del passaggio alla maturità) e imparare le litanie della liturgia ebraica, si sballa di fumo e ascolta di preferenza i Jefferson Airplane. La figlia giovinetta è perennemente scontenta e gli ruba i soldi per rifarsi il naso; il fratello elabora balzane teorie con cui partecipa a giochi d’azzardo e si mette nei guai con la legge. Sul lavoro non va meglio. Gli studenti non riescono a seguirlo nelle sue lezioni – non a caso il professor Gopnik viene mostrato nel corso di una sua dimostrazione alla lavagna del principio di indeterminazione di Heisenberg (!); quello che in termini ultrasemplificati ad uso popolare si può tradurre che al mondo nulla è certo! E ancora… Il suo passaggio in ruolo appare problematico, e uno studente coreano prima tenta di corromperlo e poi lo ricatta.

Insomma, il povero Larry si trova da un giorno all’altro sfrattato di casa, a vivere in un motel insieme al fratello; dilapida i suoi risparmi in avvocati e consulenze, ha un incidente stradale e aspetta con ansia il responso di certi esami medici…
Ma la varietà delle sue frustrazioni è infinita ed in questo i Coen sono maestri: meccanismi comici ad orologeria e umorismo nero, sotterraneo ma esplosivo.
Ma torniamo al senso della vita.
Il buon Larry davvero comincia a pensare che Hashem gli voglia comunicare qualcosa e su consiglio di diverse persone si risolve alfine a parlare con i ministri del suo culto, i rabbini; addirittura con tre di loro, di saggezza e autorità crescenti.
Mille storie si sono scritte su pellegrini che affrontano difficoltà di ogni tipo, scalano montagne e rischiano la vita per raggiungere un vecchio eremita su una montagna inaccessibile e chiedergli: – O tu, il più Saggio degli uomini… Tu che hai a lungo ponderato… Dimmi, qual è il senso della vita?
Qui l’inventiva dei Coen attinge a vette di comicità e sarcasmo ineffabili. E fornisce un significato unitario a tanti dei loro film. Dal ‘drugo’ de  ‘Il grande Lebowsky’, agli inetti malviventi di ‘Fargo’, al barbiere abulico de ‘L’uomo che non c’era’, e agli altri che abbiamo amato/odiato in tutti questi anni… Tutti personaggi coinvolti in una immane vacuità di senso, in cui i poveretti si barcamenano alla meno peggio. Con l’irritante sospetto che la storia messa in scena possa essere quella di tutti.
Poi, nel film dell’uomo serio, per Larry il vento cambia e tutto sembra avviarsi verso un lieto fine di riconciliazione. Ma chi può dirlo? È possibile che il vento cambi ancora… E che vento stavolta!

Post scriptum
Ammetto che ‘noi di Omero’ siamo più sensibili di altri a questi temi.
Nel maggio scorso abbiamo sentito Javier Argüello parlare della ‘realtà’ come di un concetto che si presta a molteplici ipotesi in fisica, e nessuna definitiva; e di come la letteratura fantastica possa essere una modalità di approccio a questa entità inafferrabile.
Si accennò in quella occasione alla ‘teoria delle stringhe’ (Nambu, Nielsen e Susskind, 1970), e alla ‘teoria degli universi multipli’ (Many Worlds Interpretation, MWI), formulata dal fisico Hugh Everett III (1957) come spiegazione ultima alla meccanica quantistica.
Ma i cultori della letteratura fantastica avevano già familiarità con queste idee da Jorge L. Borges [‘Il giardino dei sentieri che si biforcano’ in ‘Finzioni’ (Ficciones, 1944); i lettori di ‘fantascienza’ ne conoscevano altri aspetti dalla frequentazione di Clifford D. Simak (il suo ‘City’ è del 1952).
Un tema interessante, quello se la fantasia non precorra di gran lunga la scienza e la realtà stessa, ma non è questo che ci interessa adesso.
Più recentemente abbiamo ascoltato con gran piacere Bernard Quiriny (Racconti Carnivori; Edizioni Omero, 2009) a cui invece il mondo serve ben reale, per poterci fantasticare sopra…
Reale o meno che si possa considerare il nostro universo, sulla mancanza di senso sono invece tutti d’accordo…
E i Coen – non da ora – sono nello stesso folto gruppo…
Wellcome to the Coen brothers! Lunga vita a loro!

NOTE

1. Gianni Sarro tiene dei Corsi di Cinema presso la Libreria Tra le Righe,
Viale Gorizia, 29-Roma
2. Omero si riferisce ad una nota Scuola di scrittura romana.