NOVECENTO, UNO…NOVECENTO, DUE… AGGIUDICATO

di Tano Pirrone

Mettendo a posto appunti, bozze, stampe e depliant di film e spettacoli teatrali visti e recensiti quest’anno ho trovato un breve appunto, con pochi riferimenti: «Strano recensire la prima di uno spettacolo, che, con lo stesso attore e lo stesso regista, ha debuttato venticinque anni orsono. Non c’ero quella sera…». Le poche migliaia di neuroni superstiti non mi hanno aiutato a ricordare di che cosa si trattasse. Ho fatto, però, una breve veloce ricerca nei miei archivi ed ho trovato: parlavo del bravissimo Eugenio Allegri e di Gabriele Vacis, che hanno riportato sulle scene Novecento. Un monologo al Teatro Eliseo, la scorsa stagione. Assistetti alla prima e la recensii.
Per i tre lettori curiosi, di seguito, riporto il breve articolo.

NOVECENTO.UN MONOLOGO, regia di Gabriele Vacis, con EugenioAllegri.

“Ho scritto questo testo per un attore, Eugenio Allegri, e un regista, Gabriele Vacis. Loro ne hanno fatto uno spettacolo che ha debuttato al festival di Asti nel luglio di quest’anno”. È l’incipit della breve presentazione che Alessandro Baricco scrive per Novecento. Un monologo; prosegue chiedendosi, dubbioso, se quello che ha scritto è un testo teatrale. Dal debutto, in quasi venticinque anni, sono andate in scena oltre 500 repliche con più di 200.000 spettatori. Questi numeri sono la risposta al retorico interrogarsi di Baricco.

Baricco legge al Sociale Novecento, 2019

Non c’eravamo ad Asti quell’estate, ma c’eravamo alla Prima all’Eliseo, il 2 aprile di quest’anno. Nel frattempo abbiamo letto più volte, e riletto ora, per l’occasione, il breve testo di Baricco; visto e rivisto il bel film che Giuseppe Tornatore ha realizzato nel 1998 con grande successo di pubblico e di critica. Lo stesso successo che è arriso, giustamente, al testo e allo spettacolo teatrale.
La storia inizia il 1º gennaio 1900, quando Danny Boodman, un macchinista nero del transatlantico Virginian, trova un neonato abbandonato in una cassa di limoni nella prima classe della nave. Danny dà al bambino il proprio nome, aggiungendovi le parole della scritta sulla cassetta in cui l’ha trovato “T.D. Lemon” (pensando che il significato di “T.D.” fosse “Thanks Danny” e che quindi lui fosse destinato ad allevare il bambino) ed il secolo dell’anno in cui ha trovato il bambino: Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, che sarà poi chiamato soltanto con l’ultimo dei suoi appellativi.

Eugenio Allegri in Novecento, regia di Gabriele Vacis

Il piccolo cresce sul piroscafo, che fa la spola fra Europa e America, senza mai scendere a terra. Diventa un prodigioso pianista, che batte in una mitica tenzone anche uno dei grandi padri del Jazz: “Jelly Roll” Morton. Rimarrà per sempre sulla Virginian fino alla morte, sua e della sua nave, fatta saltare in aria con la dinamite, perché ormai inservibile.
Eugenio Allegri, nelle vesti del narratore, il trombettista Tim Tooney, è un vortice di bravura: usa la voce come un’orchestra, alti bassi gravi acuti, e il corpo come una macchina per costruire immagini, gira come una trottola senza fermarsi, dilata la narrazione, sospende, riprende, evoca, conquistando il pubblico e mettendo a frutto l’articolatissima esperienza: teatro sperimentale, Commedia dell’arte, messa in scena di opere di contemporanei, prima sconosciute ai più; autore egli stesso e regista.

Gabriele Vacis

A dirigere lo spettacolo sempre lui, Gabriele Vacis dalla lunga e ricca carriera: sperimentatore con impegnativi progetti a sfondo sociale; nella lirica, con opere di autori contemporanei; nel teatro antico con tecniche innovative; nel cinema; nell’intreccio di linguaggi a scopo pedagogico; nella direzione di grandi eventi.
Due straordinarie carriere intrecciate con quella di Baricco. A questa “treccia” è appeso il meritatissimo successo di questa edizione, di cui siamo stati emozionati testimoni al Teatro Eliseo di Roma.

Novecento non è solo un film

di Tano Pirrone

Nel riuscitissimo film di Roberto Faenza Sostiene Pereira (1995), tratto dall’altrettanto riuscito e avvincente romanzo di Antonio Tabucchi, il protagonista, Pereira, anziano giornalista, vedovo, ogni volta che entra ed esce da casa parla con il ritratto della moglie; le racconta la sua – fino ad allora – monotona vita di curatore della rubrica culturale su un giornale di Lisbona; le chiede consigli. Si comporta, insomma, come se la donna fosse ancora presente nella sua vita e assolvesse al compito rassicurante di confidente e consigliera.

Sostiene Pereira, di Roberto Faenza, 1995

Walter Veltroni nel suo gradevolissimo ultimo libro, Assassinio a Villa Borghese (Marsilio), fa fare quasi la stessa cosa allo sfigato – fino ad allora – protagonista, l’eterno aspirante commissario Giovanni Bonvino.

Ma non è al ritratto della moglie scomparsa (scomparsa, sì, ma in fuga con un nuovo amore) che rivolge le sue attenzioni, bensì ad un poster di un attore, scomparso da tempo, immaturamente, che pochi ormai ricordano, e che per questo, oggi, ne scrivo: Nik Novecento, al secolo Leonardo Sottani, attore prediletto di Pupi Avati – icona, come si dice oggi del regista bolognese – con cui lavorò in sei film: Una gita scolastica, 1983; Noi tre, 1984; Impiegati, 1984; Festa di Laurea, 1985; Ultimo minuto, 1987; Sposi, 1987. Partecipò anche ad altri due film: Una domenica sì, Cesare Bastelli, 1986 e Strana la vita, Giuseppe Bertolucci, 1987.

Nik Novecento

Fu molto attivo in televisione: appariva ogni sera su Canale 5, nel Maurizio Costanzo Show, riscuotendo con la sua aria di falsa (o vera?) ingenuità e le sue simpatiche battute un gran successo di pubblico sia tra i giovani che tra gli spettatori più maturi. Morì il 15 ottobre 1987 a soli 23 anni per una malformazione cardiaca di cui soffriva fin dalla nascita. Per morire scelse la sede della società di produzione di Pupi e Antonio Avati, in Prati. Naturalmente era di Pontecchio Marconi, in provincia di Bologna. Mentore e pupillo hanno contribuito a darci quel cinema della memoria, cui siamo molto legati e che lo portò ad essere amico di Federico Fellini tanto da progettare – senza esito – un film insieme.
Due ultime cose: la parte del giornalista, vaso di coccio che diventa eroe con un inaspettato colpo di reni della sua coscienza è affidata da Faenza ad un Marcello Mastroianni straordinario, calato perfettamente nel ruolo, senza gigionerie e con immedesimazione esemplare. È una delle ultime volte che Marcello sale sul set; concluderà la sua immensa carriera, già malato e provato dalla fatica di sopravvivere, con la partecipazione a Viaggio all’inizio del mondo di Manoel de Oliveira, 1997. L’altra questione è sul perché Veltroni abbia inserito nel poliziesco fresco di stampa il riferimento ricorrente a Nik Novecento. Quasi sicuramente lo avrà conosciuto; non trovo nulla che colleghi i due e non ho avuto modo di chiederlo in occasione della presentazione del suo libro alla Casa del Cinema, perché il libro non lo avevo ancora letto e non sapevo che vi abitasse il gradito ricordo di Nick. Indagherò. Intanto… ciao Nik, e grazie!

“L’Agnese va a morire”

La Redazione

Alcuni giorni fa Giuliano Montaldo ha raccontato un simpatico episodio accaduto ai tempi delle riprese di L’agnese va a morire, film del 1976.

Ingrid Tulin in L’agnese va a morire, di Giuliano Montaldo, 1976

‘Un mese prima delle riprese la Thulin va nelle valli di Comacchio per ambientarsi, conoscere i posti, rubare l’accento (recitò in italiano, anzi in romagnolo pur sapendo che sarebbe stata doppiata). Decide che deve muoversi in bicicletta, come l’Agnese, e assieme al caporeparto dei trovarobe va in una vecchia rimessa dove le fanno provare una serie di vecchie biciclette d’epoca.

Le Valli di Comacchio

Ne prova tre o quattro, le tocca, le annusa, le tasta e alla fine ne sceglie una e dice “E’ questa!”. Un meccanico prende la bici e le dà una sistemata. Smonta il manubrio per metterci un po’ d’olio. E nella canna alla quale era attaccato il manubrio scopre un foglietto. Lo leggono. E’ un messaggio diretto a un capo partigiano. La bicicletta era appartenuta a una staffetta e quel messaggio era rimasto lì da allora, senza che nessuno l’avesse mai trovato. Chissà che fine aveva fatto, la donna che aveva montato quella bicicletta trent’anni prima?’

Mi sono innamorato di Sofia

di Tano Pirrone

Per amore di un amico ho dovuto recitare in pubblico il testo di una canzone napoletana. Ora, io sono siciliano da quando, due millenni e più di mezzo, addietro, un mio nonno emigrante partì dalle rive delle Grecia e sbarcò nella Trinacria d’oro, ricca a dismisura di ogni ben di dio e libera e felice di essere posseduta da mani operose ed aratri inesorabili. Quarant’anni di Roma poco hanno inciso sulla mia cadenza siciliana e le rade letture napoletane poco o niente potevano contribuire ad avvicinare il mio parlare alla lingua fioritissima di Eduardo e di Murolo. Inoltre, estrema cattiveria, impunita malvagità, prima di me recita in un napoletano antico, strascicato, bisturi d’anima, un vecchio coetaneo, attore, finissimo dicitore, auriga per ascolti inenarrabilmente coinvolgenti. Nulla avendo da perdere mi sono buttato, – non, come meritavo, sotto la funicolare che passa a poche decine di metri dal Teatro Diana, lì dove avveniva il mio scempio – ma nella suicida lettura. I consigli dei miei amici napoletani (raddoppi delle iniziali di pizza, PPPPizza!) ed altri sotterfugi furono messi in pratica e sotto il caldo manto di una benfattissima collaboratrice di Erato, Melpomene e Talia, lessi e riscossi la simpatia e la benevolenza dei saggi rappresentanti di un popolo che non lascia mai nessuno indietro, neanche un transfuga blaterante in lingue improprie.
Il testo – abbiate pietà per i termini che uso, ma tengo famiglia – il testo che lessi, al mio meglio (e al loro peggio) è quello che il divino Murolo scrisse per la canzone composta per Sophia, Sophia Loren, che sotto la guida di Vittorio De Sica è la procace pizzaiola, moglie di Giacomo Furia, nell’indimenticato film a episodi “L’oro di Napoli” tratto dalla omonima raccolta di racconti di Giuseppe Marotta, adattati da Cesare Zavattini, e girato nel 1954. Sophia aveva vent’anni ed il Vesuvio, se mi si consente, le faceva un baffo: bella, maliziosa, tutta curve, tornanti, abbondanze inusitate.

L’oro di Napoli, di De Sica, 1954

Sophia è la bella pizzaiola puteolana che fa le pizze a credito nel rione Materdei. Lei è miele degli iblei per tutti i maschi del quartiere ed il marito è – giustamente – gelosissimo. Nonostante la marcatura strettissima, Sophia ha un amante segreto, segretissimo, ma una distrazione sta per rendere nota la tresca. Infine Rosario, il marito sarà sempre più convinto del tradimento della moglie, la quale però potrà andare in giro a testa alta per la sua inattaccabile onestà.
La canzone di cui scriviamo non fa parte del film, ma, scritta e composta da Murolo, fu portata, poco tempo dopo alla notorietà e al successo da Beniamino Maggio.

Mi chiamo Pasqualino Lasottana,
e sono innamorato di Sophia,
la bella pizzaiola puteolana
ma quest’amore è solo fantasia,
m’ha sonno e dint’o suonno me credite
allucco: vengo ‘e pizze, favorite!
Ah Sophia Sophia,
io me sento d’ascì pazzo
quando penso alle tue pizze
più non posso riposar.
Ah Sophia Sophia,
ma che suonno me facesse
‘ncopp’e ‘ppizze m’addurmesse
e nun me scetasse “cchiù!

Ora basta, però! Chi vuole capirci di più, e meglio, deve leggere il libro delizioso e farcito di notizie e di ricordi del mio caro amico Renato Ribaud “non c’è PIZZA senza NAPOLI” (Adriano Gallina editore, 2019).


Nel libro l’omaggio alla pizza è completo, armonico, e indizio di un amore che trascende la stessa pizza, ed è diretto alla sua città natia, Napoli ed al groviglio inestimabile rappresentato dalla cultura partenopea, Mater matuta generosa e prolifica di scrittori, poeti, pittori, teatranti, cantanti e musicisti, che hanno fatto grande Napoli, e con essa l’Italia.
M’aggio scurdato ca doppo tutto ‘stu bene ‘e ddio m’hanno ditto ch’aggia partì n’ata vota ‘p’accumencià d’o capo!

Spin-ops. Da Alfredo…

di Tano Pirrone

Da Piazza della Consolazione salendo per le scale c’è via dei Fienili, e lì, all’angolo, c’era – forse c’è ancora, ma sarà certamente un’altra cosa – c’era la trattoria del “Re della mezza porzione”, in cui si svolgono scene ormai storiche del film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati” (1974).

C’eravamo tanto amati, di Ettore Scola, 1974

In un’intervista Scola conferma che quel locale si trovava davvero lì, e che anzi c’era già all’epoca delle riprese de “La valigia dei sogni” di Luigi Comencini (1953), di cui, col vostro permesso, parleremo nei prossimi giorni. Ora entriamo nel locale, che nel film “necessario” di Luigi Comencini diventava la scena principale per tutta la durata della pellicola. Altre cronache – è Ettore Scola che racconta – riportano che quel locale che si affaccia su piazza della Consolazione negli anni Quaranta era noto come ‘Alfredo il Bottigliere’ ed era frequentato dal mondo del cinema italiano. Negli anni Settanta poi tornò ad avere ancora grande successo quando era diventato una caratteristica trattoria romana e serviva una mezza porzione… ‘abbondante me raccomando’, come recitava nella sua battuta Vittorio Gassman.
Ho ripreso il ricordo della trattoria e del film, che è un punto fermo nella classifica dei film più amati dalla mia generazione, decina d’anni in più decina d’anni in meno, perché nel suo gradevolissimo giallo appena uscito in libreria, Walter Veltroni a tre quarti del racconto lo cita e va avanti per diverse pagine. Non potrebbe essere altrimenti, visto il grande amore e la profonda conoscenza che ha Veltroni del cinema. Anche per lui quel locale e i dialoghi che Scola mette in bocca ai suoi personaggi sono sintesi brillante della storia dell’Italia del dopoguerra e dei primordi del ‘Boom’:
<<La nostra generazione ha fatto veramente schifo.>>
<<E tutto questo perché? Per un futuro diverso.>>
<<Il futuro è passato. E non ce ne siamo nemmeno accorti.>>
<<Buttare via la propria vita significa farne il migliore degli usi. Vivere come ci pare e ci piace costa poco perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità.>>
Nella scena in cui i tre si rincontrano e cenano nella fatidica trattoria, Gianni (Vittorio Gasmann) sta per dir loro la verità su chi lui è diventato, ma viene subito stoppato da Antonio (Nino Manfredi), che non vuole rovinare la rimpatriata con brutte notizie e che con slancio interpella il trattore: <<A re della mezza, per secondo…>> e Arturo, il re della mezza, pronto: <<…tre picchiapò!>>.

Il re della mezza porzione

Tutta questa strada v’ho fatto fare per arrivare proprio al picchiapò, nome d’incerta etimologia, di sicuro gusto e di estrema funzionalità. Le ricette riportate sui vari blog specializzati differiscono e in mancanza di una fonte certa, scritta e autorevole, mi sono affidato alla versione di un blog specializzato in cucina romana. Non so voi, ma oggi prepariamo la pietanza e accompagnandola con un bicchiere di bianco dei castelli – mentre fuori piove – c’intratterremo con Ettore Scola, Gassman, Manfredi e Satta Flores, nella necessaria usuale convivialità. Vivere, così, come ci pare e piace!
Ora qualche cenno storico e la ricetta.
Il brodo di carne, si sa, è buono e saporito, e una volta, quando di soldi ce n’erano pochi, veniva preparato esclusivamente nelle occasioni di festa… Cosa si faceva poi della carne da brodo o, detto alla romana, dell’allesso?
Qui si seguiva il vecchio e consolidato rituale del recupero: la carne lessa veniva fatta letteralmente rinascere preparando il cosiddetto Picchiapò, che divenne naturalmente anche un grande classico delle osterie romane: la carne veniva tagliata a pezzi, oppure sfibrata e messa in padella con cipolle e pomodori in modo da renderla tenera e saporita.
Ma perché il nome Picchiapò? Probabilmente deriva dal fatto che la carne veniva “picchiata” sul tagliere per renderla più morbida, ma esiste anche una maschera romanesca, dalla faccia sfatta a causa del bere, chiamata “Bicchiapò”. Da non dimenticare nemmeno il fatto che “Picchiabò” era il nome del protagonista di un sonetto del Belli, e di quello di una favola di Trilussa.

Picchiapò alla romana

Ingredienti per 4 Persone

500 gr di bollito di manzo, 500 gr di pomodori pelati, ½ bicchiere (abbondante…) di vino bianco secco, 1 cipolla e poi: olio d’oliva comediocomanda, peperoncino, sale e pepe quanto basta e piace.

Spin-ops!

a cura di Letizia Piredda

L’ora dell’aperitivo

Film:”Quando la moglie è in vacanza“, (1955)
Trama: Richard Sherman si ritrova solo soletto a New York in estate, mentre la moglie e il figlio si godono la villeggiatura in campagna. Ha intenzione di lavorare sodo e di tenersi fuori dei guai, ma, sfortunatamente per lui, una bionda mozzafiato (Marilyn Monroe) viene ad abitare al piano di sopra. E quella ragazza adora intingere le patatine fritte nello champagne.

Quando la moglie è in vacanza, 1958

Citazione: Richard Sherman: “Questo è gin e vermouth. E qui c’è del Martini”.
La ragazza: “Oh, quello che ci vuole con questo caldo! Penso che prenderò un bicchiere di quello lì. Un bicchiere bello grosso!”.

Ricetta
Whiskey Sour
30 cl di bourbon
il succo di mezzo limone
mezzo cucchiaino da thè di zucchero
una ciliegia
mezza fettina di limone
Shakerate con del ghiaccio il bourbon, il succo di limone
e lo zucchero. Filtrate il tutto in un bicchiere da whiskey sour,
decorate con la fettina di limone e la ciliegia e servite.

Whiskey sour

Tratto da: Rhiannon Guy. Portala al cinema. Einaudi, 2004

Cinema 16

Cinema 16 fu un Cine Club con base a New York fondato da Amos Vogel nel 1947. Fino al 1963, Vogel assieme alla moglie Marcia, gestirono il più influente e partecipato cine club della storia del Nord America, che raggiunse i 7.000 associati. Vogel fu ispirato dalla cineasta Maya Deren, che si esibiva con proiezioni e letture di presentazione sui suoi film per tutti gli Stati Uniti, a Cuba ed in Canada.
Nel 1946 la Daren prenotò il Provincetown Playhouse nel Greenwich Village per una esibizione pubblica intitolata Three Abandoned Films, in cui proiettava Meshes of the AfternoonAt Land, e A Study in Choreography for the Camera.

 Nel titolo della serata, la Daren si riferiva all’uso che Guillaume Apollinairefaceva del termine “abbandonato”, quando diceva che un’opera non è mai completa, ma è solo abbandonata. Anche se il titolo era ironico, la mostra ebbe molto successo.I film mostrati al Cinema 16 erano perlopiù di cinema sperimentale. Questi film si differenziavano dal cinema narrativo, ed ebbero molto successo nel dopoguerra. Cinema 16 chiuse nel 1963, dopo 17 anni di programmazione.