La dissolvenza

a cura di Letizia Piredda

In generale il passaggio da un’inquadratura ad un’altra avviene tramite lo stacco, cioè il passaggio diretto e immediato da un piano a quello successivo.
Un altro modo per passare da un’inquadratura ad un’altra è la dissolvenza che può essere di vari tipi:
1. La dissolvenza d’apertura, in cui l’immagine appare progressivamente a partire dal nero dello schermo.
2. La dissolvenza in chiusura, in cui l’immagine scompare progressivamente fino a diventare nera.


3. La dissolvenza incrociata, quando l’immagine che scompare e quella che compare si sovrappongono per alcuni istanti sullo schermo.

Dissolvenza incrociata

Le dissolvenze erano utilizzate di frequente nel cinema classico, in particolare per evidenziare i passaggi tra una scena e l’altra e indicare così l’esistenza di un’ellisse o salto temporale.
Rispetto alle dissolvenze incrociate, le dissolvenze in chiusura  rappresentano una pausa più pronunciata, interrompono il flusso narrativo e separano nettamente le azioni che le precedono da quelle che le seguono. Altre soluzioni di punteggiatura, ora cadute in disuso, sono l’iris, dove un foro circolare si apre o si chiude intorno ad una parte dell’immagine, e la tendina, in cui la nuova immagine si sostituisce alla precedente facendola scorrere via dallo schermo.

Iris e tendine

In vari film d’autore moderni l’uso dell’iris ha il significato di un omaggio al cinema delle origini. Ne sono un esempio alcuni film di Wim Wenders, come Lisbon Story e I fratelli Skladanowsky, in cui il regista fa un uso ripetuto di questo segno d’interpunzione.

Ursus: due storie parallele

di Letizia Piredda

Vi ricordate  Quo Vadis? (1951) nell’adattamento di Hollywood, con Deborah Kerr e Robert Taylor? Uno dei Kolossal del genere Peplum davvero indimenticabile. Nella vicenda spicca un personaggio  secondario: è il servo Ursus , un gigante dalla forza prodigiosa, ma dal cuore gentile. E’ il protettore della cristiana Licia, e, più di una volta  interviene  in sua difesa.  Ma la vicenda clou del film è quella dell’arena, dove vengono uccisi i cristiani  colpevoli , secondo Nerone, di aver appiccato il fuoco a Roma. Licia è legata ad un palo di legno al centro dell’arena. Viene fatto entrare nell’anfiteatro un toro selvaggio, ed Ursus l’enorme guardia del corpo di Licia, deve cercare di difenderla dall’animale a mani nude.

Quando ormai sembra tutto perduto, Ursus,  con forza sovrumana  riesce a spezzare il collo del toro, salvando Licia.
Vi chiederete : ma come mai un richiamo a questo film?
E’ da due o tre giorni che sono tornata da Trieste: la mia prima visita a questa città dalle mille sfaccettature, imprendibile , solenne nella sua architettura austroungarica e avvolta  in quell’atmosfera mitteleuropea che tanto l’ha caratterizzata in tutte le sue manifestazioni sociali, culturali e politiche. Città di confine e, come tale, città contesa, città dalle mille storie per lo più sconosciute al turismo ufficiale, ma molto ben raccontate da Covacich , nel suo libretto Trieste sottosopra .
Si gira facilmente a piedi Trieste, soprattutto se si è abituati alle distanze di Roma. Più di una volta nel mio girovagare sono passata nella bellissima piazza dell’Unità d’Italia, dove uno spazio ampio si apre sconfinando sul mare, al punto che non si sa se è il mare a entrare nella Piazza o la Piazza a entrare nel mare. Più di una volta ho scorto con la coda dell’occhio una grande gru sul lato destro, ma il fascino della piazza , la fretta di raggiungere la meta prefissata per quel giorno, il caldo che in certe ore si fa sentire anche lì, non mi hanno dato il tempo di soffermarmici.
Solo quando la mia amica triestina, che , generosamente, mi dava in tempo reale numerose dritte sulle cose da vedere, sulle gite più belle, non che sui caffè storici e sui ristoranti più tipici, mi chiese se avevo visto Ursus, qualcosa si è messo in moto nella mia mente e dopo un momento di sconcerto,  ho cominciato a collegare quel pezzo di gru, visto sbadatamente oltre piazza dell’Unità con l’incredibile storia, tutta triestina, di Ursus.

Questa gigantesca gru,  Ursus, su ponte galleggiante risponde perfettamente nella sua storia e nelle sue mastodontiche dimensioni all’ Ursus di Quo vadis?
Dalla sua costruzione ,ancora sotto l’Austro-Ungheria (1913), fino ai primi anni di attività sotto l’Italia (1932), la struttura ha sempre lavorato instancabilmente da un angolo all’altro del golfo di Trieste, rendendosi disponibile, qualunque fosse il compito. Tra le tante imprese eroiche, va menzionata la rimozione pericolosa  e sofferta dei relitti di navi sommergibili nell’Adriatico, con il rischio di un’esplosione delle tante mine lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale..
La sua silhouette  è immediatamente riconoscibile: 70 metri d’altezza, con una superficie di 1100 metri quadrati, una delle tre chiatte con gru d’epoca rimaste intatte non solo in Europa, ma in tutto il mondo.
La sopravvivenza di questo gigante di ferro sembra sia dovuta ad un suo uso estensivo , fino alla metà degli anni Novanta. In contrapposizione alla decadenza del porto nel secondo dopo guerra, l’Ursus grazie alla sua solidità ha continuato a lavorare a sufficienza tanto da garantirsi una buona pensione ed evitare, solo per il vivo interesse dei triestini e delle associazioni cittadine, un’ingrata distruzione.
Due giganti, sì ma dal cuore generoso: c’è ancora qualche speranza per noi tutti!

Mauro Covacich Trieste sottosopra. Editore La terza, 2006

Ugo Gregoretti: una vita da “corsaro”

di Letizia Piredda

Regista, autore televisivo, attore, giornalista e drammaturgo, è stato definito in tanti modi : maestro della TV intelligente, l’arma ironica del cinema italiano, maestro della satira e dell’aneddotica. Sicuramente all’impegno culturale, artistico , professionale e politico, ha saputo sempre affiancare una vena satirica dissacrante, una capacità non comune di porsi sempre fuori dagli schemi ,oltre ad una capacità empatica che lo avvicinava  alla gente comune,  ripresa poi a livello giornalistico da Sergio Zavoli.

Insieme a molti nomi illustri, tra cui Umberto Eco , Furio Colombo, Piero Angela, fece parte dei corsari della TV  , realizzando una serie di spettacoli come Romanzo popolare italiano e Il Circolo Pickwick, le miniserie Le tigri di MompracemDentro Roma. Nel frattempo debutta al cinema con I nuovi angeli, seguito poi dal film ad episodi Ro.Go.Pa.G. con Pierpaolo Pasolini, Roberto Rossellini e Jean – Luc Godard. Il suo episodio Il pollo ruspante, è una critica impietosa del mondo dei consumi vista attraverso una gita domenicale di famiglia.

Ugo Gregoretti e Gigi Proietti in Circolo Pickwick, 1968

Ma il cinema sembra non essergli molto congeniale, o meglio non  facile da conquistare, venendo dalla TV. Riportiamo le sue parole in proposito: Perché ho girato così pochi film? C’è un motivo.  Per molti ero un miserabile rospo che usciva  dal pantano maleodorante delle disprezzatissima tv, osando fare un salto nell’Olimpo del cinema. Così tornò a occuparsi principalmente di tv con molti documentari Apollon, una fabbrica occupata (1969) e Contratto (1971) e l’autobiografico Maggio musicale (1990);  un omaggio a Zavattini realizzato nel 1982, l’inchiesta Sottotraccia del 1991, dedicata all’Italia ‘minore’ e seminascosta, Lezioni di design, trasmissione che presentava oggetti notevoli di design ed i relativi autori, insignita nel 2001 del premio Compasso d’oro e Uova fatali. In tutti questi programmi la genialità di Gregoretti si esprime con l’invenzione della contaminazione tra la cultura d’élite e la fruizione popolare. In Uova fatali si pose all’avanguardia sotto il profilo tecnologico, con l’uso del Chroma Key, vale a dire la fusione di immagini o spezzoni filmati diversi, utilizzato per la prima volta come linguaggio e strumento creativo.
Parallelamente nell’80 iniziò la carriera teatrale allestendo più di 50 spettacoli e dirigendo dal 1985 all’89 il teatro Stabile di Torino, non solo prosa però, si era dedicato anche all’opera lirica mettendo in scena nel 1976  L’italiana in Algeri.
Il  suo ultimo progetto, era  l’adattamento per il cinema della sua autobiografia La storia sono io (con finale aperto). Ci piace chiudere questo breve excursus con il suo commento salace, quando gli chiedevano come sarebbe stato questo suo nuovo film: Sarà il ritratto di un perfetto cialtrone, la mappa esatta delle mia cialtroneria congenita e inguaribile. Un monito per tanti miei colleghi che si auto-monumentalizzano, io invece ho fatto un anti-monumento. Un esempio: non si parla mai delle mia attività professionale ma solo della storia di un uomo qualunque che, come diceva Goldoni, è nato sotto l’influsso di una stella comica.

RI-COGNIZIONE IN TRASTEVERE (1)

di Antonio Celli e Angela Solano

PRIMA STAZIONE
ove si parla del Dio della soglia, di chi sale le scale e di chi non sa frenare le cadute, e poi di due grandi registi e di due registi simpatici.

Siamo nelle pendici del Gianicolo, colle sacro a Giano, dio dei passaggi, delle porte , delle soglie ed è opportuna una breve introduzione su Trastevere, sul suo carattere di Porta tra mondi , luogo di contrasto e di contatto.


Lungo il crinale che da Porta San Pancrazio si indirizza verso il Tevere (le direttrici Via Garibaldi-Via della Lungaretta), si sviluppavano i percorsi che dall’entroterra etrusco portavano al guado immediatamente a valle dell’isola Tiberina  ( il primo per chi proviene dalla costa; il successivo si trova a Fidenae, 8 km a Nord),e, incrociandosi con il percorso proveniente dalle saline costiere, rendeva di estrema importanza l’area che consentiva il controllo del passaggio, considerando che sul lato opposto del fiume insistevano rilievi tufacei molto adatti ad ospitare insediamenti fortificati: solo dopo innumerevoli conflitti e la definitiva sconfitta della etrusca Veio (396 a.C.) il sito entrò stabilmente nell’area di pertinenza romana.
Quest’area, l’odierno Trastevere, divenne parte integrante della città solo molto tardi, nel 7 a.c., con la ridefinizione delle Regioni urbane approntata da Augusto : essendo area extrapomeriale, cioè esterna alla città “Inaugurata” , non era sottoposta agli innumerevoli vincoli e limitazioni che il rituale imponeva allo spazio sacralizzato, e quindi poteva ospitare , come ospiterà, comunità straniere , con i loro dei ed i loro luoghi di culto, le loro sepolture. La caratterizzazione del Trastevere come multietnico luogo di incontro si manterrà a lungo e sarà propria anche del tempo presente.

Un film recente, Il primo re , ci aiuterà a  formarci una immagine dell’ambiente fisico preesistente alle fasi di antropizzazione : il fiume, dal regime estremamente irregolare , può dar luogo a piene travolgenti e comunque, non essendo irregimentato in un alveo rigidamente definito, scorre nella pianura formando acquitrini ed impaludamenti, in continuità e sovrapposizione con la boscaglia ed i boschi originari. Le comunità proto- storiche si muovono e si contrastano in questo ambiente. 

Primo Re di Matteo Rovere, 2019

La presenza umana, che come già detto si agglutina in quest’area sopratutto per l’importanza del guado tiberino, determinerà nel corso del tempo un progressivo innalzamento del livello del suolo, con il conseguente affrancamento dalla minaccia del fiume degli abitati. Per rendersi conto dell’entità di questa trasformazione è sufficiente una visita alla Basilica di San Crisogono (per rimanere nell’ambito del Trastevere) : al di sotto della chiesa attuale, vi è la basilica di età costantiniana (inizi IV sec d.C.)  edificata a sua volta su di una domus tardorepubblicana; la strada di età repubblicana che costeggia la domus, si trova ad oltre sei metri sotto il livello attuale. Per arrivare al livello dell’età protostorica si dovrà scendere ancora più in basso.

La porzione più elevata del Trastevere, il Gianicolo, nel tempo verrà investita solo parzialmente dai fenomeni di trasformazione dovuti all’uomo, tanto che ancora oggi è possibile osservare parti di una flora (bosco mediterraneo di querce, lecci , olmi , lauri, gelsi ecc.) probabile residuo di età arcaiche, e questo in dipendenza del suo essere ricoperto da boschi sacri, connessi alla presenza di numerose divinità : in particolare Giano, divinità dai molteplici aspetti, era protettore di ogni passaggio, ogni mutamento, protettore di tutto ciò che aveva un inizio ed una fine, con la prerogativa di poter volgere lo sguardo sia al passato che al futuro; era preposto alla custodia di porte e ponti.  Nei miti arcaici oltre ad essere connesso alla ciclicità dell’anno, al risorgere della natura ,alle acque ,sia sorgive che fluenti,era considerato il fondatore di un villaggio sulla sponda destra del Tevere, Gianicola.

Pendici Est del Gianicolo, all’interno dell’Orto Botanico.

Le vicende del ’48/49 , culminate con la resistenza alle truppe di Oudinot delle forze della Repubblica romana , asserragliate sul colle, probabilmente consigliarono il Governo pontificio di rendere l’accesso al Gianicolo molto più agevole e praticabile per eventuali reparti armati : nel 1865-68 si integra l’insufficiente sistema di accesso (strade di tipo vicinale e rampe gradonate) con un ampio viale a tornanti , l’attuale via Garibaldi . Il colle, così, si avvicina alla città,  anche se sarà poi solo dai primi del ‘900 che le pendici Sud verranno coinvolte nel processo di espansione edilizia che aveva investito la nuova Capitale: palazzine e villini, destinati ad una utenza medio-alto borghese definiranno il nuovo volto del Gianicolo.

Torniamo  ora alla Scalea del Tamburino, al presente.

L’epigrafe ci porta al grande cinema, a Sergio Leone,che in questa via abitò ed il cui ricordo è ancora molto vivo nella memoria dei residenti più anziani.
Nel Luglio 2016 ,organizzata dai “ragazzi del nuovo cinema America” , si tenne una  rassegna della sua cinematografia  (trilogie del dollaro e del tempo) con proiezione dei film su un maxi schermo collocato ai piedi della Scalea; a ricordare il regista furono Ennio Morricone (peraltro suo compagno di classe delle elementari) , Dario Argento e Carlo Verdone .
Il grande riscontro ed interesse riscossi dall’iniziativa attestano quanto la memoria di Leone sia entrata a far parte ormai della stratificazione delle storie del luogo , in posizione significativa .
Un film recente rende un particolare omaggio a questa presenza , evocandola proprio attraverso la centralità , nel dispiegarsi della storia, attribuita alla Scalea:
Tutto quello che vuoi   2017  regia Francesco Bruni. (Nota 1)

Nel film la Scalea , che Alessandro percorre quotidianamente per raggiungere la vicina residenza dell’anziano poeta in via Dandolo, rappresenta, in forma metaforica, il processo di trasformazione  che il giovane, dapprima riluttante, poi progressivamente con sempre maggiore coinvolgimento emotivo, “ascende” alla scoperta di un sé stesso diverso, nel contatto con un mondo in cui  umanità e poesia sono valori.
Nel film, oltre all’omaggio tributato a Leone, sono evidenti i richiami al primo Pasolini : l’incipit del film è una citazione palese di quello di Accattone (gruppo di giovani senza progetti, seduti al bar) e , nello svolgersi della trama, si ricollega al finale dello stesso; nel medesimo luogo in cui Accattone ha l’incidente mortale, Alessandro porta a compimento il proprio processo di “rinascita” riuscendo a recuperare il rapporto con il padre; altra evocazione pasoliniana, in questo caso di Mamma Roma, è la strada che percorrono sia Ettore  che Alessandro attraverso il mercato di Porta Portese ma, mentre per il primo è luogo giustificato dal voler rivendere i dischi rubati, per il secondo il luogo si giustifica solo in quanto evocazione del precedente.

Nota 1 :Alessandro, un ragazzo di 22 anni, accetta un lavoro come accompagnatore di Giorgio, un anziano, vivace e divertente poeta di 85 anni: i due appartengono a mondi profondamente diversi, ma proprio la loro eterogeneità e distanza iniziale permetterà a Giorgio di addormentarsi sereno e ad Alessandro di iniziare a trovare un proprio equilibrio che lo riavvicinerà al padre e lo spingerà fuori dalla gabbia emotiva nella quale si era rinchiuso.  (da Wikipedia)

Accattone al bar del Pigneto
Alessandro al bar di San Callisto
Morte di Accattone
Ponte Testaccio e Lungotevere Portuense oggi
Via Bettoni e, sullo sfondo, Lungotevere Portuense: Alessandro corre
La corsa di Alessandro: Porta Portese
Mamma Roma: Ettore a Porta Portese

1-Incidente mortale di Accattone
2-Casa di Alessandro
3-Scalea del Tamburino
——– Itinerario corsa Alessandro
////////////   Ettore a Porta Portese

La scelta degli scenari urbani, con i rimandi che sottintende, consente al regista non solo di rendere un omaggio ad un’opera e a un autore , ma anche, una volta lette le connessioni nascoste , di arricchire le possibili letture del proprio lavoro.
A questo punto possiamo inserire immagini da altri autori:
in “Caro diario”  Moretti , nel primo episodio (In vespa) ci mostra tappe di un suo ricercato contatto con la città, una delle quali è incentrata proprio sull’ambiente in cui ci troviamo – Via Dandolo – luogo di un desiderio che rimarrà tale;

Caro Diario, Nanni Moretti, 1993

per Gianni Di Gregorio, infine, non vi è separazione tra l’ambiente di vita e quello della rappresentazione : vive da moltissimi anni in Viale Glorioso, e qui ambienta i suoi primi due film da regista; con molti dei personaggi che vi appaiono condivide i luoghi della vita reale.

Gianni e le donne, Gianni di Gregorio, 2011

Per inciso, i più anziani tra loro sono stati compagni di gioco di Sergio Leone.

Ri-cognizione in Trastevere (1) Segue

Jeremy Irons e i ragazzi del Piccolo America

di Lorenza Del Tosto

– È qui, è arrivato… – sussurra una voce nel giardino di un antico convento di Roma – un tempo commissionato al Borromini e ora trasformato in albergo – dove siamo seduti  sotto filacci porpora di piccole nubi al tramonto.
Eccolo Jeremy Irons, vestito di scuro svetta alto contro le luci soffuse dell’atrio che apre alla chiesa. E’ appena arrivato da Londra per presentare stasera, in piazza, Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci su invito  dei ragazzi del Piccolo  America.
– Noi scriviamo a tutti –
ci ha detto Valerio Carocci, il ragazzo presidente del gruppo, sorriso aperto, tratti volitivi, molti non rispondono ma noi li invitiamo lo stesso. E, alla fine, qualcuno più generoso ci dice di sì.
Lui, il presidente, è uno che non molla.
– Finché non ottengo quello che voglio vado avanti: avevo un problema con l’assessore Bergamo, che ci ha cacciato dalla piazza, e per sei mesi non ho pensato ad altro. Io sono fatto così: se ho un problema lo devo risolvere. E poi la sera, quando torno  a casa, voglio stare da solo… le ragazze però non lo capiscono.

Ora in giardino, emozionati, ma senza piaggeria i ragazzi si presentano  all’ospite importante che ha accettato il loro invito, bruciano di passione, di follia, di giovinezza e si fanno in quattro perché ogni cosa vada nel verso giusto. Anni di occupazioni di casa abbandonate hanno insegnato loro a muoversi in gruppo e all’unisono, e ora, da anfitrioni provetti, offriranno l’aperitivo al loro ospite prima di accompagnarlo sul palco e poi a cena, orgogliosi di mostrare il calore di un quartiere che li accoglie, di strade e vicoli che si aprono ai loro ospiti, tra foto e richieste di autografi.
Ieri un ragazzo dell’ufficio stampa si stupiva: ma come portate gente di questo calibro in giro così? Senza sicurezza? Senza niente? I responsabili, in genere, fanno mille storie, impongono mille regole.
– Sì, così li portiamo in giro – rideva Valerio,  sicuro del fatto suo  perché, come spiega sempre a tutti: – noi vogliamo portare la cultura nelle strade, vogliamo che il cinema arrivi anche alla gente che non può pagare un biglietto.
Ma questa è diventata, all’improvviso, una sera speciale, diversa dalle altre, perché  nella notte sono successe cose molto brutte.
Ma come non lo avete informato? – si stupisce il giovane presidente.
Federico, il ragazzo che è andato a prendere Jeremy Irons all’aeroporto: capelli lunghi, modi pacati, ottimo inglese, vegetariano, membro del comitato di selezione del film in piazza, sorride per scusarsi: lui ha preferito parlare di cinema, di quello che è successo stanotte è meglio che ne parli Valerio, in cui tutti riconoscono il loro leader naturale, ma senza servilismo, in piena indipendenza, perché ognuno, qui nel gruppo, si dedica a ciò di cui ha competenza: i microfoni, la parte tecnica, la scelta dei film, le foto, i social. Ognuno qui dà il meglio di sé in quello che sa fare.

La gentile assistente di Bertolucci e un’amica di famiglia di Irons, che sono con noi  in giardino, spiegano cosa è successo ieri notte o meglio alle prime ore di questa mattina: quattro ragazzi del gruppo sono stati assaliti da altri ragazzi, nel quartiere, che hanno intimato loro di levarsi le magliette ritenute dagli aggressori antifasciste e, al loro rifiuto, li hanno aggrediti.
Valerio non si è dato pace, sui social è girata in un istante la voce e ora la notizia è su tutti giornali, sono andati a trovare il ragazzo in ospedale che ha il setto nasale rotto e sono tutti molto scossi. All’unisono si sono sguinzagliati per individuare i responsabili, e comunque hanno ottimi rapporti con il comandante dei carabinieri di zona: –  È  bravissimo il comandante: appena qualche ragazzo, qui in zona, fa cose strane lui chiama le famiglie, ci parla. Gli aggressori finiranno dentro.

Jeremy Irons ascolta il racconto nel suo aplomb britannico e si informa: c’è una questione politica dietro? E’ un problema dovuto alla crisi? Sembra ponderare ogni informazione e assorbirla mentre tutti parlano e spiegano e il suo pragmatismo britannico crea uno strano connubio con la carica vitale dei ragazzi comunque  sempre garbati, mai eccessivi
Se la metterebbe lei la nostra maglietta in segno di solidarietà?
Certo – risponde Jeremy Irons.
– Che taglia le serve?
– Una L.
– Se la metterà sopra la camicia?
– No sopra la camicia no,  fa le pieghe ed è una cosa orribile.
L’aereo è arrivato in ritardo, il pubblico aspetta già da tempo, ma non si può chiedere a uno come Jeremy Irons di cambiarsi  e restare a petto nudo in piazza.
– Facciamo venire qualcuno con una moto, Subito. Dice Valerio.
In un istante, arriva una maglietta bordeaux portata dalla piazza, dove sono in vendita, taglia L, e Irons in un angolo del giardino si cambia e poi via sul van nero verso il grande schermo di San Cosimato, non c’è tempo, stasera, per la passeggiata tra i vicoli.

Ed ecco la piazza: i ragazzi la guardano come fosse una loro creatura  che non li tradisce ma – la piazza non fa mai questo -, li sentiamo ripetere spesso: – No non c’è nessun pericolo: la piazza non se ne va, la piazza rimane sempre fino alla fine del film -, tutto il resto può essere  un problema, magari i mesi per superare le barriere  burocratiche, ma la piazza mai.
Il van arriva sotto il palco dove la folla preme da ogni lato, sono venuti a vedere Jeremy Irons e a protestare contro la violenza di ieri: voci rotte dall’emozione, occhi lucidi e allegri, bravo, gridano, scattano foto e lui, Jeremy, sorride imperturbabile, subito si è adattato al ruolo che le circostanze gli hanno richiesto, arriva la voce di Valerio che è salito sul palco e urla che quello che è successo non dovrà più succedere e ringrazia la folla tanta che è qui per difendere la libertà della piazza.
Gente preme da ogni lato, poi miracolosamente, i ragazzi aprono un varco, e senza forze di sicurezza, senza nulla
Jeremy è sul palco e noi dietro a lui ed è un boato. Ma in tanto frastuono lui è calmo e pacato, chiede solo in un sussurro che la gente si sieda, non vuole che nessuno se ne stia aggrappato, abbarbicato alle assi del palco, come in un assalto alla fortezza, e, in un istante, tramite un ordine segreto, la piazza si siede, incredibile questa grande creatura così viva, occhi davanti a noi bruciano e attendono, bruciano e attendono e ce li sentiamo sulla pelle.

Jeremy non può non sentirla anche lui la trepidazione attorno. Questa serata è un omaggio a Bertolucci e lui lo sa bene: la moglie Clare Peploe è seduta lì in prima fila, i ragazzi si sono assicurati che ci fosse il posto per lei riservato, era molto stanca, ma ha detto che avrebbe fatto uno sforzo ed eccola lì con i suoi occhi stanchi.

I fiati trattenuti e Jeremy Irons, che è uomo di teatro, lì sulla sedia non è seduto come gli altri no, il suo corpo è proteso verso il pubblico, risponde ad ogni vibrazione, sospiro, ad ogni sguardo che sale dalla piazza e racconta dei giorni meravigliosi delle riprese di Io ballo da sola,  in compagnia di attori fantastici sotto il dolce sole della Toscana, o meglio sotto una tenda che Bernardo si era portato dietro, insieme ad un cuoco. Perché per Bertolucci il cinema era questo, spiega: stare insieme, unire le persone, proprio come stasera qui, e un respiro profondo si leva dal basso, dalla piazza che risponde.

Bernardo Bertolucci e la moglie Claire Peploe al festival del cinema di San Sebastian, Spagna, settembre 2001

Inizialmente Bernardo aveva contrattato sua moglie, l’attrice irlandese, Sinéad Cusack – …e allora gli ho chiesto  se avesse una parte anche per me, avevo voglia di passare l’estate con mia moglie in Toscana.
C’è un grande amore per sua moglie nelle sue parole, e, a quanto pare, anche Bertolucci lo aveva colto se, vedendoli insieme, ha aggiunto nuove parti alla sceneggiatura: – …non voglio certo interpretare la parte del marito di mia moglie, gli ho detto, e allora l’unica parte che può andare bene per te è quella del morente, mi ha risposto Bernardo. E così mi è toccato il morente -. Ride.
Uno dei personaggi più belli, più intensi del film.

– Osservavo Bernardo sul set e capivo che il mio personaggio era quello in cui più si identificava. Lui un uomo che sentiva avvicinarsi la fine e si inebriava della giovinezza e della bellezza di Liv Tyler che allora era nel pieno del suo splendore. Era l’uomo consapevole del passare del tempo e della fine delle cose. E questo struggimento ho messo nel mio personaggio. Un giorno Bernardo è venuto da me e mi ha detto c’è una scena in cui tu sei nello studio e non puoi andare con gli altri perché sei malato e senti che la ragazza sta venendo a salutarti e allora ti metti a cercare una poesia che non trovi… ho capito, gli ho detto e non c’è stato bisogno di aggiungere altro.
Ne è venuta la scena più struggente dove la poesia che il morente non riesce a trovare nella libreria è la più bella che abbia mai scritto: metafora della vita e dell’amore che lui non può più avere.
E ancora Irons parla e racconta: – Bernardo si prendeva il suo tempo, aveva una grande chiarezza e una grande semplicità nel trasmettere le sue emozioni, che erano vere, perché lui le sentiva davvero e si prendeva tutto il tempo per trasmetterle: qualità così rara adesso, dove si bada solo ai tempi e a stare nel budget e c’è sempre fretta.
Poi arrivano sussurri da qualche parte della piazza qualcosa che lui deve avvertire e a noi sfugge. E salta in piedi, la maglietta bordeaux sotto la giacca e dice con voce  forte, possente che ciò che dobbiamo tutelare in momenti così difficili è la nostra umanità e l’arte serve proprio a questo: a cercare di capire l’altro e le sue idee, a cercare di capirci nelle differenze non a frammentarci e tanto altro dice lì in piedi, un appello a far sì che ciò che è successo 70 anni fa non torni a gettare i suoi semi e la sua voce intensa ci  investe e traduciamo in una sorta di danza con lui e con la piazza, un’energia che ci solleva e ci fa girare.
E poi via a cena sempre lì a pochi metri e sempre con il van perché la folla preme, e a cena al grande tavolo lui conversa e gente va e viene, gente famosa di ogni età che si ferma a fare un saluto al capo e ai ragazzi che siedono impettiti ma felici e sprigionano energia, progetti e programmi, ma soprattutto sprigionano azioni, non sono sognatori o almeno non solo, nascono dalle occupazioni di case abbandonate.

Jeremy Irons a Piazza San Cosimato con Lorenza che lo traduce

– Una volta – piace raccontare a Valerio – è capitato che abbiamo occupato il cinema America, ma solo perché era un posto abbandonato come tanti e da lì è nato tutto, io di cinema non capivo niente, e neanche mi importava, non c’era proprio il cinema nella mia vita, ma piano piano sono diventato esperto, mi sono impegnato.
Dice schietto, ride e arrossisce: – Bertolucci lo aveva capito subito. Mi ha fermato e mi ha detto “guarda che io lo so che tu non ci capisci niente di cinema”, però ci ha aiutato tanto.
Come li aiutano tutti quelli che passano di qui, nomi famosi del cinema, che si fermano a fare due chiacchiere. Forse qualcuno rivedrà in loro le proprie passioni di giovinezza, rivedrà la speranza, la trasmettono questi ragazzi che non mollano, questo presidente che non sapeva niente di cinema e ora smuove il mondo.

Ma ecco che nel mezzo della cena, dopo gli antipasti, Jeremy Irons si alza, lui torna in piazza, dicono, ha voglia di vedere la fine del film, di sedersi tra la gente al buio, – Ma come così? – si chiede qualcuno – Non sarà pericoloso?
No la piazza non è mai pericolosa, e via in un istante, all’unisono, tutti fuori, le forchette lasciate nei rigatoni, bottiglie ancora piene, tovaglioli sulle sedie, rimarrà solo uno dietro a pagare, gli altri verso la piazza di gran passo, Jeremy Irons davanti a tutti nella penombra della strada, a capo chino, l’andatura dimessa, le spalle incassate, improvvisamente irriconoscibile, sembra un viandante, uno di quei senzatetto che  la sera si siedono a vedere il film, perché la cultura qui è anche per loro.
Si ricava uno spazio tra la gente seduta a terra, nessuno all’inizio lo riconosce, seduto immobile guarda lo schermo, poco fa ha detto che il film gli porta ricordi: sua madre che era venuta a trovarli sul set  in Toscana (lei non veniva mai) e anche suo figlio di dieci anni che si intravede in una scena, e ogni tanto qualcuno si volta per caso e si accorge che Jeremy Irons è lì, una ragazza  strabuzza gli occhi e spalanca la bocca, e altri si danno di gomito, ma subito, per accordo tacito, intuiscono la sua richiesta di anonimato, e riprendono a guardare il film, come bambini che, a nascondino, non rivelano la tana di un compagno. La grande piazza  si stringe attorno a lui che, per una notte, vuole essere uno spettatore tra tanti, a guardare le immagini girate da un uomo, Bertolucci, che cercava di catturare un istante di bellezza fugace come questo, adesso, in questa piazza dove ognuno, sotto le stelle, può sentirsi ancora re e padrone dei suoi sogni.

Il melodramma non finisce mai

di Tano Pirrone

Siracusa, giugno: inaspettata perfezione de Le Troiane (regia di Muriel Mayette – Holtz) e la mutante frivolezza di Elena (regia di Davide Livermore). Due facce dello stesso Euripide, andate in scena a soli tre anni di distanza l’una d’altra: Le Troiane nel 415, l’Elena nel 412. Il glamour di quest’ultima opera sembra lontanissimo dal cupo dramma di Ecuba e delle altre troiane, che orbate di padri, sposi, figli, fratelli s’imbarcano sui legni achei verso destini tanto sconosciuti quanto immeritati.
Ho riflettuto tanto sui contrasti, sul peso che spettacoli simili potevano avere su un pubblico che poco altro poteva avere non solo di svago, ma di acculturamento tout court; ho preso appunti e letto il saggio di Massimo Fusillo sull’Elena, introduzione sapiente e fruibilissima dell’opera, di cui ha curato anche la bella traduzione.

Arriva la notizia della morte di Zeffirelli, personaggio senza via di mezzo. o molto amato o molto avversato. Io personalmente l’ho amato poco e poco lo amo; soprattutto non ne ho apprezzato l’opera di regista cinematografico: un cinema “hollywoodiano, retorico, iper-melò, che nei suoi voli barocchi ha tradito spesso il senso stesso del melodramma, genere che Zeffirelli, d’altronde, ha molto ben rappresentato in teatro (prosa e lirica). Opere di cui egli ha curato la regia o, meglio, anche la regia: nella lunga frequentazione artistica e sentimentale con il Maestro Luchino Visconti, aveva assorbito la sontuosità, la magnificenza, la cura paranoica dei particolari, qualità che congiunte ad una sapienza “artigianale” stupefacente, avevano costituito la cifra commemorativa di un’epoca, che forse solo sul palcoscenico – su pochi avidamente sfarzosi palcoscenici – era stata veramente tale. Bisogna con serenità di giudizio riconoscergli il merito di memorabili realizzazioni con le maggiori protagoniste del canto di ogni tempo (la superba Callas, nella Traviata o la Sutherland nella Lucia di Lammermoor, e con alcuni dei grandissimi direttori allora attivi (uno per tutti Carlo Maria Giulini).

Franco Zeffirelli e Francesco Rosi aiuto registi di Luchino Visconti 


Di queste opere e di altre sue realizzazioni si parla ancora con rimpianto, e vengono utilizzate come termine di paragone.
Mi chiedo perché un uomo di teatro così vulcanico non abbia lasciato traccia in un teatro, il Teatro Greco di Siracusa, che dal 1914, con poche interruzioni ed altrettanto poche cadute, ha sempre avuto il meglio dei registi, degli attori, degli sceneggiatori del tempo. Non so rispondere alla domanda… Escludo che Zeffirelli, nella sua lunga carriera, non abbia desiderato, almeno pensato qualche volta, ad una esperienza nel teatro in cui si perpetuano con sacralità e spesso, con grande spirito innovativo, i riti e i miti che furono di Eschilo, di Sofocle, di Euripide. Forse la tragedia greca, salvo pochi casi (come Elena, di cui abbiamo parlato), non si presta ad una manipolazione melodrammatica. Di sicuro fu a un passo dal realizzare a Siracusa la Medea che Cherubini compose su libretto di François-Benoît Hoffmann. Il progetto fallì, pare, per i considerevoli adeguamenti necessari per ospitare una grossa orchestra (rafforzata per lo spazio aperto) ed una macchina organizzativa imponente.
Zeffirelli avrebbe sicuramente dato risultati grandiosi, sfarzosi, sicuramente celebrati dal grande pubblico.
Ma tant’è! Zeffirelli è morto, viva Zeffirelli! Magari andava celebrato con un tono più elegante di come a Firenze è stato fatto. Le onoranze di Bernardo Bertolucci, che ci ha lasciato da pochi mesi, sono state da questo punto di vista, esemplari. Firenze, ad avviso mio e di pochi altri, ha strafatto: maledetti toscani, avrebbe commentato Curzio Malaparte, che di toscani se ne intendeva e ne aveva colto l’immutabile spregiosità.

P.S. Ho tardato a consegnare l’articolo e ieri sera ho avuto l’occasione di vedere l’ultima opera su cui Zeffirelli ha lavorato: La Traviata diretta da Daniel Oren, trasmessa dall’Arena di Verona in mondovisione. Ho sofferto per quasi tutto il tempo: Violetta sembrava una baccante invasata e Alfredo uno che passava da lì per caso. Melodramma senza limite, in uno spazio immenso, sfruttato sapientemente, ma senza un moto interiore, una piega dell’anima.

Piccolo Cabotaggio (11). Dalle Tremiti a Isola Piccola (Terza parte)

di Tano Pirrone
https://www.ponzaracconta.it/2017/05/23/piccolo-cabotaggio-11-dalle-tremiti-a-isola-piccola-terza-parte/

.Ieri, la Capitan Koch si trovava a 36° 44’ di latitudine nord e a 15° 06’ di longitudine est del meridiano di Greenwich.
L’incipit è ricalcato da Un capitano di quindici anni [9a], di Jules Verne e mi serve come espediente per collegare questo episodio al precedente. Insieme i due episodi costituivano nelle mie intenzioni un unico lungo capitolo, amputato dal nostro insostituibile, inossidabile e immarcescibile Capo Redattore – chirurgo drastico e impietoso -, che, giustamente, valuta prioritariamente la leggibilità di un testo, badando alla sua lunghezza, di solito, ahimè, figlia di primo letto di Ego Ipertrofico e della Musa Logorrea.
Le coordinate geografiche sono quelle di Marzamemi, da dove ci muoveremo domani, intanto torniamo, dopo la breve digressione, là dove eravamo rimasti: parlavamo di Gabriele Salvatores.
Annotazione dell’Autore (T. P.)
Nel 1992 Salvatores ricevette l’Oscar per il miglior film straniero per Mediterraneo , in cui si raffigura la riflessione storica della sua generazione [10].

Nell’anno successivo (1993), con Sud il regista rivolge la sua attenzione alla questione meridionale, così com’era in quel momento e, per certi versi, ancora è. Lo fa con forzature e luoghi comuni (meridionali diseredati e fighetti milanesi ecc.), ma con l’uso sapiente di un ampio ventaglio di tecniche e indiscutibile abilità di direzione, conferendo alla storia un’atmosfera vagamente irreale e definendo quei luoghi – la piazza ed il palazzo – come metafora esplicita del Paese. Fa emergere, Salvatores, la profonda contraddizione fra un oggi intorcinato – nel migliore dei casi – e un passato in cui il Meridione era operoso, intraprendente, industrializzato, ricco di attività agricole, estrattive e manifatturiere, con forte vocazione all’esportazione.
Contraddittorietà che Salvatores marca con decisione, scegliendo un luogo, Marzamemi, che fa della duplicità e dell’antinomia la sua essenza metastorica. Il racconto è teso, emozionante, divertente e impegnato al contempo; gli interpreti danno il meglio con convincenti caratterizzazioni forti (compresa quella di Francesca Neri, doppiogiochista, difficile e, tutto sommato, riuscita); il tono è un po’ scontato forse a causa della sua anima da western politico (come disse il regista), ma è controbilanciato da indovinati tocchi di regia: la storia si apre e si chiude, ad esempio, con un passaggio dal sottosuolo, simulando entrata ed uscita di scena. Commento sonoro dei 99 Posse e degli Assalti Frontali: nei titoli di coda un invito al rispetto per tutti i centri sociali occupati. Datato? Forse. Ma rivederlo è d’obbligo [11].

Marzamemi ospita dal 2000 ad intervalli irregolari il Festival del Cinema di Frontiera [12], ideato e voluto dal regista Nello Correale [13], con proiezioni di film e cortometraggi provenienti dalle diverse zone del mondo, con una sensibilità appunto di frontiera. Ad esso sono anche associati premi cinematografici sia per l’opera che per attori e registi meritevoli.

Festival del Cinema di Frontiera a Marzemeni

Abbiamo un pomeriggio ed una serata di riposo, che passeremo a bordo. Ho proposto a G. e S. un piatto straordinario di cui ho impresso a fuoco il ricordo, uno dei tanti piatti che cucinava mia madre in modo superbo.
Sì, lo so, la cucina delle mamme per i maschi italiani, e siciliani in particolar modo, è sempre la migliore del mondo, ma vi assicuro che mia madre cucinava benissimo e senza fatica, mediando con sapienza fra l’ortodossia della tradizione e le fisime di mio padre, che non mangiava, per esempio, l’aglio e ditemi voi come si fa a cucinare saporito senza aglio.
G. mi ha subito chiesto «Ma l’uovo ci si mette?»
G. è ossessionato dalle uova, forse perché per un certo periodo l’ovetto sodo era il suo pasto della domenica. Ora sta di nuovo bene e mangia tutto o guasi. Il nostro decano, la persona meno culinaria che conosca, è ossessionato dalle ricette. Non possiamo permetterci di parlare di cucina, senza che ci chieda cos’è o come si fa. Conseguenti, ineluttabili grandi prese per i fondelli.
Passare dai fornelli ai fondelli è ormai la specialità mia e di C., che in quanto napoletano e appassionato di cucina ci informa giornalmente di tutto quello che ha preparato il giorno prima e del programma che ha per la giornata.

Per rispettoso senso di amicizia non abbiamo mai osato fare un controllo per verificare se la lista del giorno dopo corrispondesse a quella del giorno prima.
S. da buon pariolino snob ci ha informato da tempo che lui a casa ha staccato il gas. Ne abbiamo preso atto. Informato G. che l’uovo nella pietanza di pesce che prepareremo non ci azzecca proprio, mi premuro a comunicare che mangeremo Tunnìna c’a cipuddàta[14], che in lingua si traduce in “Tonno con la cipolla in agrodolce”.

Avevo visto in mattinata che nei banchi di pesce c’era dell’ottimo tonno ed avevo chiesto a Carmine di acquistarne in quantità adeguata per ciurma e passeggeri.
Avevo anche provveduto, girando per botteghe, a costituire le provviste di vino per la cena e per eventuali ritorni di desiderio. Due delle bottiglie di Cerasuolo di Vittoria acquistate furono destinate all’accompagnamento del robusto piatto di pesce con cui avremmo festeggiato la partenza per la prossima tappa.
Il vino scelto è un vino DOCG [15], frutto della sapiente miscelazione di uve Nero d’Avola e Frappato. L’abbinamento col tonno è superlativo. Temperatura di servizio non superiore ai 16° né inferiore ai 14°.

Ceniamo in estasi, esperienza mistica che il tonno con la cipolla induce storicamente negli spiriti più sensibili. Fra l’imbarazzo dei commensali ogni tanto, con la faccia rivolta verso sinistra, il collo un po’ ritorto, ad occhi chiusi, mugolo «Mi veni di chianciri… mi veni di chianciri..!» [16].

La sera si spegne così, sera di estasi e di afflato. Il fumo e l’ultimo vino ci portano verso la notte. Domani, con calma, faremo rotta verso le Eolie, dove visiteremo un grosso scoglio, Lisca Bianca: Antonioni vi girò le scene più drammatiche de L’Avventura. Viaggeremo molto lentamente, facendo alcune soste. Sono a casa e voglio godermi la costa orientale, le spiagge dei Siculi dove galleggiano, in acqua e a mezz’aria i ricordi più lontani.

La nostalgia è una malattia nobile contro la quale non ci sono vaccini.

Note

[9a]  “Il 2 febbraio 1873, il brick-goletta Pilgrim si trovava a 43° 57’ di latitudine sud e a 165° di longitudine ovest del meridiano di Greenwich”. Un capitano di quindici anni di Giulio Verne, Viaggi straordinari (Premiati dall’Accademia di Francia), Milano, Libreria di Educazione e d’Istruzione, Paolo Carrara Editore, 1906.

 [10]    Mediterraneo (1991), liberamente tratto dal romanzo S’agapò di Renzo Biasion, Einaudi, (1953), è un film generazionale, ovvero un’opera che identifica, esprime e incarna la riflessione storica di una determinata generazione. Nello specifico, il regista si riferisce a quella che agli inizi degli anni novanta si ritrova orfana di impegno politico «in bilico tra un’utopia che sfuma e un realismo che incombe». Lo ha scritto Roberto Escobar su MyMovies e con lui pienamente concordo. Dopo il riflusso degli anni ottanta la caduta del muro aveva abbattuto teneri argini e vinto resistenze ormai indebolite. Nel sito, su “Mediterraneo”leggi qui.

[11]   Sud passa spesso in televisione. Per chi volesse acquistarlo c’è sempre Amazon, che lo porta a casa – ancora senza drone – a 7,43€.

[12]   Festival del Cinema di Frontiera. «…frontiera, non come territorio ai margini, ma come la parte situata di fronte… Cinema di frontiera, non cinema di periferia, cascame di un cinema dominante, centripeto, che si difende: bensì un cinema che si interroga, che guarda all’altro da sé, aperto al nuovo. Un Cinema che sia punta avanzata verso l’esterno, avamposto e non retroguardia. Cinema di Frontiera inteso nel suo valore simbolico, oltre che geografico, nell’accezione più ampia del termine. Frontiere territoriali, culturali, ma anche dell’anima e dei linguaggi; punto d’incontro fra passato, presente e futuro. Frontiera non come limite, confine, ma finestra sull’universo, sugli universi circostanti e opposti. Cinema interculturale che cerca i caratteri congiungenti tra i popoli più che quelli divisori. È questo il Cinema di Frontiera…» Nello Correale, ideatore e Direttore artistico, su http://www.cinefrontiera.it/

[13]   Aniello “Nello” Correale è nato a Napoli nel 1955. Autore e Regista Sceneggiatore, regista e autore di programmi televisivi. Nel 1997 ha scritto e diretto il suo primo film Oltremare. Ha collaborato a molte sceneggiature tra cui Journey of Hope premio Oscar come miglior film straniero nel 1991. Ha scritto e diretto numerosi documentari per emittenti nazionali e internazionali, tra cui I ragazzi della Panaria nominato al David di Donatello nel 2005, Wolf on the Drum per Kazakh Film (la prima coproduzione Italia/Kazakhstan) e di La voce di Rosa – Rosa Balistreri la cantatrice di Licata. Ha ideato e dirige dal 2000 il Festival Internazionale del Cinema di Frontiera (Marzamemi-Sicilia).

[14]   Tunnìna c’a cipuddàta (Tonno con cipolla in agrodolce). La diffusione delle ricette di tonno anche all’interno dell’isola è dovuta alla conservabilità ed alla economicità, in quanto non esistono scarti. In dialetto è túnnu, ma si fa un distinguo con la femmina, la túnnina, considerata di maggior pregio. A riguardo, alcuni indicano la il termine túnnina un taglio del tonno, verso il petto.
Ecco la ricetta, che ho trovato fra i miei appunti di gastronomia (il piccolo Moleskine nero contiene reperti che custodisco gelosamente) e vita varia. L’ho confrontato – per non incorrere in gaffe che non mi posso assolutamente permettere – con la ricetta riportata in Profumi di Sicilia, Giuseppe Coria, prefazione di Antonino Buttitta, Vito Cavallotto editore, II edizione 2006:
Passare le fette di tonno nella farina; farle rosolare in un capace tegame con olio d’oliva evo (non lesinate gente non lesinate!); salare con moderazione, prelevarle dal tegame delicatamente e metterle a scolare l’eventuale eccesso di olio. Tagliare a fette larghe ma non troppo sottili le cipolle dopo averle decorticate e tenute per un po’ in acqua. Appena dorate sfumare con l’aceto nel quale sarà stato sciolto lo zucchero. Aggiungere quindi le fette di tonno precedentemente cotte, infilarle nella cipolla e fare insaporire per 5-6 minuti.
Ingredienti: 1kg di tonno tagliato a fette abbastanza spesse (1 cm), 4 cipolle grosse, 1 dl di aceto bianco (1/2 bicchiere), 1 cucchiaio di zucchero bianco. Gradevolissima l’aggiunta di foglioline di menta.

[15]   Denominazione di Origine Controllata e Garantita.

[16]   Mi viene da piangere… mi viene da piangere..!

Il Noir : spazio e tempo (3)

di Letizia Piredda

Un altro aspetto del Noir che merita di essere approfondito riguarda la dimensione spaziale e  temporale.
Considerate separatamente, si può dire che,  la caratteristica tipica della dimensione spaziale è la “claustrofobia”,  che viene resa mediante  una serie di elementi: porte, finestre, scale, ombre.  Elementi questi che concorrono a  sottolineare la condizione di essere in trappola (Robert Porfirio,1976 ).
Per quanto riguarda la dimensione temporale, la connotazione principale
è data da  un’ingombrante e incombente presenza del passato, da cui non è possibile riscattarsi: è un passato irrecuperabile, un destino già segnato. L’ordine cronologico è complesso con un ricorso insistito al flashback.
Ora anche in altri generi come l’horror  è presente un’atmosfera claustrofobica; e d’altra parte, nel melodramma i protagonisti scontano nel presente le colpe del passato.
Il Noir  però  presenta una  peculiarità assoluta rispetto agli altri generi:  cioè tra piano temporale e piano spaziale, si stabilisce una continua contaminazione.

Vediamo come. Anzitutto nel noir c’è un’assenza strutturale: la casa e l’ambiente domestico, che vengono sostituiti da luoghi provvisori, come camere d’albergo, stanze in affitto, motel, bar, locali notturni (Vivian Sobcak, 1988). I personaggi sono individui sfaccendati e ambigui, uomini in attesa, che indugiano, vivono alla giornata; di conseguenza sia lo spazio sia il tempo sono caratterizzati da un elemento comune : la “provvisorietà”.
Per lo più i protagonisti sono braccati da malviventi che li vogliono eliminare, innocenti ricercati dalla polizia, evasi di prigione che non intendono essere arrestati per la seconda volta.
In altri casi si tratta di individui schiacciati da esperienze passate, che non vogliono più cimentarsi nell’arduo compito di ricostruirsi un’esistenza (ad es. lo Svedese de I gangsters).
Una delle conseguenze di questa provvisorietà  è che nel Noir il tempo della storia in genere è sempre molto breve: l’arco è di qualche giornata o di sole 24 ore. Inoltre tra notte e giorno c’è una divisione netta: la notte non è mai il prolungamento naturale del giorno, ma diventa un universo a se stante attraversato da azioni (delitti, tranelli, adulteri) e immagini (personaggi fermi nell’ombra, ambienti  trasfigurati dall’oscurità, strade male illuminate).
In  Smarrimento il protagonista, metodico, preciso, responsabile, dopo l’incontro con Nora, si perde: non è più puntuale al lavoro, comincia a frequentare night club e ristoranti, e dopo aver abbandonato la casa e la famiglia, si sposta in una camera d’albergo a New York. La parola ritornante è “schedule” (agenda, scaletta) per sottolineare la sua incapacità a dominare il tempo. Il protagonista fa quindi un percorso spazio-temporale che lo porta ad abbandonare gli ambienti domestici e professionali (che scandiscono il tempo) per luoghi caratterizzati dalla provvisorietà.
Come ho già accennato prima, nei film noir la storia si svolge in un arco di tempo breve: qualche giorno o anche solo nelle 24 ore.
Per lo più la storia non rispetta l’ordine cronologico, ma è inframmezzata continuamente da flashback. Questo uso sistematico del flashback è stato interpretato come un prevalere del passato sul presente,dovuto all’incapacità del protagonista di rimuovere i misfatti compiuti, di cui prima o poi  dovrà  pagare lo scotto.

Il tempo si è fermato di John Farrow, 1948

Di fatto in molti film c’è la compresenza di passato e presente facendo ricorso a due modalità: con l’attivazione di due movimenti temporali successivi, uno all’indietro e il secondo in avanti (Il tempo si è fermato) oppure con una serie di interruzioni del flashback, in cui viene inquadrato il personaggio che racconta gli eventi (La fiamma del peccato). Questa compresenza di passato e presente dovrebbe corrispondere ad una difficoltà da parte del protagonista a distinguere o separare eventi passati da quelli attuali e futuri, e ancora  meglio a scindere i ricordi dalle attese, nella ricostruzione delle vicende personali. In questo modo il passato si mescola ai fatti presenti e/o futuri, diventando indistinguibile da essi. Non a caso in molti film noir assistiamo a casi di amnesia, con una perdita totale dei fatti anteriori, o ad una costante paura che quello che li aspetta sia, per un inevitabile maledizione del destino, uguale a quello che già hanno vissuto. Se da un lato l’uso ripetuto del flashback è funzionale alla rappresentazione di una dimensione temporale contorta, caotica, labirintica, in molti casi anche quando si procede con una narrativa lineare, il passato si insinua nel presente producendo una forte scompagine temporale.

Infine un elemento ritornante nel Noir è la strada, spesso avvolta nel buio, priva di punti di riferimento, di inizio e di fine: sembra spazializzare il tempo, sottolineandone non tanto la polidirezionalità, ma la ripetitiva uniformità, per rimarcare l’impossibilità di una logica progressione verso una mèta. Questo aspetto è reso in modo magistrale in Detour, dove il protagonista, schiacciato da un destino malefico, si trova ad essere coinvolto in due omicidi che non ha commesso, ma senza nessuna possibilità, nonostante i suoi sforzi, di dimostrare la propria innocenza.

Leonardo Gandini Il film noir americano, Lindau, 2001

Viviana Sobchak Lounge time: Postwar crises and the Chronotope of film noir in :Nick Browne (a cura di), Refiguring American film genres, University of Californian Press, Los Angeles, 1988

Robert Porfirio, No way out: Existentials motifs in the “Film Noir”, “Sight and Sound”, vol.45, 4, 1976

FINE

Il montaggio interno

a cura di Letizia Piredda

Per montaggio interno si intende una forma di montaggio che si costruisce non più a partire dal rapporto tra diverse inquadrature, bensì all’interno di un solo piano.
Un movimento di macchina , che rapporti tra loro due elementi, un’entrata o un’uscita di campo di un personaggio, il movimento ad avvicinarsi e ad allontanarsi degli attori, la stessa disposizione in profondità di due o più elementi diegetici possono dar vita a un insieme di relazioni nell’ambito di un piano: tali relazioni sono a tutti gli effetti degli esempi di montaggio interno. In sostanza piano sequenza e profondità di campo possono dar vita a delle inquadrature che, senza ricorrere al montaggio vero e proprio, possono essere frammentate in più piccole unità di significanti attraverso un gioco di variazioni operato dai diversi codici del linguaggio cinematografico, quali, ad esempio, quelli appena indicati.

Quarto potere di Orson Welles, 1941

Vediamo adesso di capire meglio le cose dette con un esempio.
Partiamo da una inquadratura in profondità di campo di Quarto potere, quella in cui i genitori del piccolo Kane, decidono di affidarlo al banchiere Tatcher , perchè lo porti con sè in città.
Sullo sfondo vediamo il piccolo Kane che gioca in mezzo alla neve. Un movimento di macchina all’indietro rivela il carattere di semi-soggettiva di quell’immagine, scoprendo, di spalle, la madre del bambino che lo sta osservando dalla finestra. L’inquadratura finisce per svilupparsi su tre piani distinti, che ne strutturano la profondità: sullo sfondo vediamo il bambino che gioca oltre la finestra, in mezzo, in piedi, il padre e, in primo piano, la madre e il futuro tutore. In un film fondato sul decoupage classico, la relazione tra questi elementi sarebbe stata rappresentata da un montaggio di inquadrature. Qui è lo spettatore che può decidere il suo decoupage (volendo possiamo continuare a guardare il bambino, mentre ascoltiamo le parole della madre). Va sottolineato che l’articolazione formale dell’inquadratura su tre livelli di profondità, risponde ad una logica narrativo-drammatica ben precisa: il bambino in fondo, vittima ignara di un disegno altrui, il padre che cerca debolmente di opporsi a questo disegno, e in primo piano la madre con il tutore , i veri artefici di quanto sta accadendo.

Tratto da: G. Rondolino, D. Tomasi, Manuale del film , UTET, 2011