Venezia in pillole (9)

QiQiu (Balloon) di Pema Tseden, 2019, sezione Orizzonti

di Francesca Caneva

Tibet, anni ’90. Una famiglia di pastori, alle prese con il gregge delle pecore da accudire (per la monta bisogna andarsi a prendere in prestito il montone, e tenerselo legato in grembo sulla  motocicletta) e le faccende di casa; il vecchio nonno, amato e rispettato, che lavora mormorando le sue preghiere e borbotta davanti alla modernità che avanza e che si intravede nello schermo di un rudimentale televisore; Drolkar, madre già di tre figli, presa dalle fatiche domestiche e soprattutto dalla preoccupazione di non averne altri, vietati dalla legge sulla demografia cinese; eventualità tutt’altro che remota, vista l’esuberanza del marito Dargye, e visto che i preservativi che le passa la dottoressa del villaggio non bastano mai; i due vivacissimi bambini, tra l’altro, credendoli palloncini, li prendono dal lettone dei genitori per gonfiarli e giocare, o scambiarli per un fischietto col figlio dei vicini, creando non pochi imbarazzi e noie a Drolkar e al marito.

Mentre Drolkar scopre con terrore di essere di nuovo incinta, l’adorato nonno muore, e il lama rivela che sta per reincarnarsi nella famiglia. Cosa fare? Obbedire alla legge degli uomini, che impone l’aborto il più rapidamente possibile, o alla legge divina, che impone un sacro rispetto nel ciclo infinito della vita e della rinascita? Non dà risposte il regista, Pema Tseden: lascia che sia la storia, che siano le immagini, la magnifica e suggestiva fotografia, i gesti, il realismo delle situazioni, la poesia e l’incanto degli sguardi,  a scavare nello spettatore il dubbio e l’interrogativo su ciò che è giusto, ciò che è buono, ciò che è meglio.
In sala, gli attori protagonisti, il regista, lo sceneggiatore e il direttore della fotografia  indossano tutti abito nero e bianca sciarpa tibetana.

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Venezia in pillole (8)

Verdict, di Raymund Ribay Gutierrez, 2019, sezione Orizzonti

di Francesca Caneva

Siamo in un caotico quartiere popolare di Manila. Dante, criminale di mezza tacca, violento e alcolizzato, pesta a sangue per l’ennesima volta la giovane moglie Joy, che per difendersi impugna il coltello di cucina; ad andarci di mezzo è anche la piccola Angel, la figlia della coppia, di sei anni. Ma per la prima volta, Joy trova il coraggio di reagire e denunciare la violenza del marito. E’ solo l’inizio di Verdict. Da qui in avanti il film sceglie di seguire passo passo le diverse strade della donna e del marito nello svolgimento del processo, dalla compilazione e firma dell’innumerevole quantità di moduli, alla ricerca dell’avvocato, dei testimoni, del denaro per coprire le spese ecc. ecc.  Per lei, manco a dirlo, la strada è tutta in salita:

l’ottusa lentezza e farragine della macchina burocratica, delle lungaggini procedurali, sembrano fatte apposta per garantire ogni tutela al carnefice e nessuna alla vittima. Per lui invece si attivano madre e sorella protettive e omertose, procurandosi il denaro per l’avvocato abile e astuto, per lui si prodigano con disinvoltura sia il suo boss che  l’appuntato dello zio, per coprirlo con testimonianze bugiarde; per lui anche il vicino di casa si fa un dovere di impedire alla moglie di testimoniare a favore di Joy raccontando dei pestaggi ricorrenti di Dante. Dal canto suo Dante, certo di godere come sempre dell’abituale impunità, non si impegna neanche il minimo sindacale, si presenta in calzoncini e ciabatte alle udienze, devono mettergli dei pantaloni lunghi presi alla bancarella dell’usato.
Che sentenza emetterà il  giudice, in un contesto e in una società così smaccatamente maschilista?
Ma qualche volta, sembra quasi dire l’inatteso (e amarissimo)  finale, dove non arriva la giustizia degli uomini è quella divina a provvedere.
Film efficace , forte, volutamente “sporco”, rumoroso, nel suo intento di mostrare la violenza e l’ingiustizia, sia quella delle botte, del sangue, degli ematomi, degli occhi pesti, sia quella delle carte bollate, dell’iter burocratico, dei pregiudizi, della assuefazione sociale alla sottomissione della donna come fatto ovvio e naturale.

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Venezia in pillole (7)

Seberg, di Benedict Andrews, 2019, Fuori Concorso

di Francesca Caneva

Jean  Seberg, l’attrice  francese  resa celebre  nel 1960 dal film di Godard “Fino all’ultimo respiro”,  al suo arrivo negli USA conosce  Hachim Jamal, attivista del movimento delle Black Panthers,  e ne diventa ben presto sia amante che  appassionata sostenitrice e finanziatrice.

Quel che non sa ancora è di essere per questo una sorvegliata speciale dell’FBI, che nell’ombra la fa spiare, pedinare, ne intercetta incontri, movimenti, telefonate, e finirà  col distruggerle  l’esistenza. A poco gioveranno i tormenti e i tardivi scrupoli di coscienza dell’agente federale responsabile del suo fascicolo. Più che un biopic di Jean Seberg,  il film è costruito come un poliziesco o un thriller: lo spettatore segue la Seberg insieme agli agenti, la osserva in soggettiva dalle fessure delle imposte, dal teleobiettivo di un cannocchiale, ne ascolta i dialoghi dalle cimici nascoste nella sua stanza .
Magnifica la ricostruzione dei favolosi Sessanta con gli outfits, le acconciature, il mobilio e il sound dell’epoca; ottima l’interpretazione di Kristen Stewart. (ma notevole anche  Zazie Beetz, nel ruolo della moglie cornificata – e comprensibilmente  inferocita – di Jamal). Forse non bastano  a farne un capolavoro, ma certamente un film ben fatto, che si fa guardare senza  annoiare.

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Venezia in pillole (6)

di Miryam Jenco

Les epouvantails di Nouri Bouzid, 2019 Sezione Sconfini

Il regista tunisino, alla seconda partecipazione ad una mostra cinematografica internazionale, vuole testimoniare con il suo film il periodo buio della Tunisia, durante il regime islamico, per rompere il silenzio che ha avvolto molte vittime.

È la storia di Zina e Djo, due ragazze che fanno ritorno in Tunisia dal fronte siriano, dopo un sequestro durante il quale sono state brutalizzate e sottoposte ad ogni tipo di violenza. Nonostante l’aiuto tramite un’associazione umanitaria da parte di un medico e di un avvocato, il reinserimento é reso ancora più difficile dalla mentalità corrente e dall’ambiente circostante.
Il titolo Gli spaventapasseri, collegato alla frequente presenza di inquadrature dove sono messi in mostra degli spaventapasseri di legno, che la madre di una delle due protagoniste costruisce per venderli ai turisti, potrebbe riferirsi in senso critico ai terroristi.
Il contenuto di questo film è fortemente drammatico, ma a mio giudizio viene portato sullo schermo con una modalitá originale, rispetto ad altri film con contenuti affini.
I film prodotti nei paesi arabi sono spesso caratterizzati dalla presenza di colori spenti, sfumati tra il grigio, giallo pallido, nero, grigio verde; in questo film invece irrompono spesso sullo schermo luce e colori brillanti e vivaci come il rosso e l’azzurro, a contrastare la tragicità del contenuto: la vita contro la morte, che rappresenta anche la scelta di segno opposto delle due protagoniste, una sceglie la vita e l’altra sceglie la morte.
Il regista, dotato di grande sensibilità nell’affrontare la tematica, riesce a catturare il pubblico inserendo scene molto crude, utilizzando una fotografia di grande potenza espressiva. Ne risulta un film meritevole di attenzione, sia per la tematica che per la forma filmica.

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Venezia in pillole (4)

Il Toto Leone

a cura di Letizia Piredda

Ma come siamo messi con il Leone d’Oro? Cosa dicono i critici? Quali sono i film più quotati? Al momento per i critici italiani il film più quotato é:

  1. J’accuse di Roman Polansky a seguire
  2. Joker di Todd Phillip al terzo posto c’é
  3. Martin Eden di Pietro Marcello al quarto posto a pari merito si collocano:
  4. Marriage story di Noah Baumbach e Laundromat di Peter Soderberg e per finire al quinto posto un film italiano:
  5. Il sindaco del rione sanitá di Mario Martone Per i critici stranieri il preferito é Marriage story. Chi vincerá? Anzitutto questa top five andrebbe confrontata con quella del pubblico. In secondo luogo non sappiamo come opereranno le giurie e quale sarà la tendenza predominante in questo festival. Non so perché ma qualcosa mi fa dubitare che daranno il Leone d’Oro a Polansky. Per saperlo dobbiamo aspettare il 7.

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Venezia in pillole (3)

di Letizia Piredda

Madre di Rodrigo Sorogoyen, 2019, Orizzonti

Film di grande impatto emotivo che sconfina con atmosfere da thriller, in un paesaggio ampio di grande respiro, una spiaggia sull’oceano in Francia. Gli occhi splendenti della protagonista tradiscono l’ombra inquietante di un orribile strappo: la perdita del figlio di sei anni. C’é un ragazzino su quella

spiaggia, dove ormai vive e lavora da dieci anni, ed é con lui che instaura un rapporto che oscilla tra seduzione e amicizia. Ma chi é questo ragazzino, il figlio ritrovato, l’adolescente che le é mancato, o soltanto un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi , sospesa com’é su un baratro di dolore e solitudine?

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Venezia in pillole (2)

di Letizia Piredda

Pelikanblut di Katrin Gebbe, 2019, Orizzonti

Il titolo del film Sangue di pellicano, prende spunto dal fatto che la femmina del pellicano, quando nutre i piccoli, prendendo piccoli pezzi di pesce macerati nella sacca della mandibola, sembra quasi che si trafigga il petto per nutrirli. Da qui si é originata una credenza medioevale secondo cui il pellicano é capace di riportare in vita i figli con il suo sangue. Tema del film é la maternitá assoluta. Una madre che ha già una figlia adottiva di nove

anni, ne adotta un’altra di cinque, con un passato traumatico. La bambina presenta un disturbo reattivo dell’attaccamento, é incapace di provare emozioni e ben presto presenta comportamenti violenti che mettono a repentaglio la vita delle persone che la circondano. Non riusciremo mai a immaginare dove potrà arrivare la madre per trovare una soluzione al problema, né riusciamo a trovare una motivazione sensata per la sua scelta. D’altra parte la tendenza all’onnipotenza materna si è mossa sempre e solo in un ambito irrazionale. Ma nel 2019 ci può ancora interessare una scelta simile?

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Venezia in pillole (1)

di Letizia Piredda

La Verité di Hirokazu Kore’eda, 2019, in concorso

Il focus del film é il rapporto M/F. E già la scelta delle due attrici ci fa sorgere una domanda: chi é la Madre e chi é la Figlia? Una madre egocentrica, che prima di essere donna e madre, é attrice, centrata sulla sua affermazione personale e sull’apparire, vincente.

Una figlia dimessa, poco curata, che punta il dito contro la M. che preferisce mentire, piuttosto che ammettere qualche  suo errore, con marito e figlia ma svalutata agli occhi della M.,perdente.

In Italiano il titolo del film sará al plurale Le Veritá.  E noi a quale verità vogliamo credere?

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Kore’eda: quando un titolo ne richiama un altro!

di Letizia Piredda

La decisione di scegliere La Veritè , ultimo film di Hirokazu Kore’eda , come film di apertura della 76 Mostra del Cinema di Venezia, mi ha riempito di gioia. Mi piace pensare che sia stata una scelta lineare, genuina, di merito.

La veritè, di Hirokazu Kore’eda, 2019

L’anno scorso abbiamo potuto vedere l’altro suo film Un affare di famiglia ( Shoplifters, che vuol dire taccheggiatori, ladruncoli) vincitore della Palma d’Oro a Cannes. Mi aveva colpito molto questo film , ne avevamo discusso con il gruppo di cinema, e sollecitata dalla discussione avevo buttato giù alcune righe di commento. Ve le propongo qui di seguito, in attesa di poter vedere La Veritè.

Un affare di famiglia, di Hirokazu Kore’eda, 2018

Ho letto con molto interesse i vostri commenti e le vostre riflessioni, che, in parte ho condiviso e in parte no.
Prima di iniziare il mio commento vorrei fare alcune precisazioni:
-Il Giappone è un paese che ha avuto una crescita economica spaventosa, ma che, a livello sociale è rimasto ai nostri anni ’60. Il divorzio, l’aborto, l’emancipazione della donna sono ancora mete da raggiungere.
-Il Giappone ha una forte tradizione, un radicato formalismo,  le persone hanno modi molto gentili, ma per tradizione non si toccano (fanno l’inchino, ma non si danno la mano), considerano come atto scandaloso  soffiarsi il naso, ma succhiano la zuppa facendo rumore (cosa che noi consideriamo poco educato).
-I film di Ozu, senz’altro studiati da Kore’eda, sono film stilisticamente bellissimi, che ritraggono la vita del Giappone con le sue tradizioni, tradizioni che non vengono mai messe in discussione.

Nella recensione di Sentieri Selvaggi, https://www.sentieriselvaggi.it/un-affare-di-famiglia-di-hirokazu-kore-eda/, in parte ripresa da Sandro, ho trovato molto bella l’immagine del film formata da un campo, che si protrae per ¾ del film (la famiglia di cui seguiamo le vicende  e che vediamo anche presa dall’alto ->fuochi d’artificio) e un controcampo, che subentra nella parte finale (la società, le regole, l’ufficialità ma anche il formalismo). Nel campo vediamo una famiglia che, man mano scopriamo non avere legami di sangue, capace di accogliere e di stabilire un legame affettivo,  che  si prende cura di una bimba,  violata dai genitori che si è nascosta dietro a un muro, per strada.  Vediamo anche  molte cose strane , dissonanti, e comunque fuori dalle regole: il papà che insegna al bambino a rubare nei supermercati, la ragazzetta che si prostituisce , i bambini che non vanno a scuola, la nonna che va a trovare una giovane coppia (il figlio) e si fa dare dei soldi……Ma l’abbraccio della donna con la piccola , l’affetto continuo del “papà” che cerca di farsi chiamare “papà” da Shota, la protezione della nonna verso la ragazza costituiscono il messaggio fondamentale del film: la famiglia è dove si riesce ad accogliere e farsi accogliere. E’ in questa umanità imperfetta che Kore’eda si riconosce , e che ci  trasmette una grande serenità emotiva che culmina nella scena del mare, dove tutti insieme saltano le onde, mentre la nonna dice “grazie “ per non essere stata lasciata sola.
Poi d’un tratto sembra che tutto si capovolga: il controcampo cioè la legge, la polizia, i medici all’ospedale, prendono il sopravvento e ci mettono di fronte a una realtà insospettata, l’uccisione dell’ex marito di lei,  il dialogo con l’assistente sociale, “non si può essere madri se non si partorisce”, il pianto di lei che cerca di asciugare con tutta la mano per un tempo interminabile, l’assunzione di colpa da parte di lei, il carcere, l’assegnazione dei bambini a una famiglia ritenuta “consona” dai servizi sociali  o a quella di origine.
Sembra un ciclone che spazza via ogni cosa, che ci fa perdere in un labirinto di domande senza risposta, alla ricerca di una impossibile consequenzialità.
A Kore’eda non interessa, lui ha puntato tutto sulla verità degli affetti che restano nonostante tutto: Shota sul pullman si gira e quando vede Osamu che corre all’impazzata per raggiungerlo, mormora piano per la prima volta “papà”.
Yuri di fronte alla madre che pensa solo a truccarsi e che la costringe a chiedere scusa per un nonnulla, va verso il balcone e si mette in punta di piedi per guardare oltre, verso un abbraccio da cui si è sentita messa al mondo.

Che sorpresa trovare per caso Ponza in un film!

8 APRILE, 2019
di Sandro Russo
https://www.ponzaracconta.it/2019/04/08/che-sorpresa-trovare-per-caso-ponza-in-un-film/


Una scoperta del tutto casuale ieri, alla visione di un film da qualche settimana nelle sale.
Ricordi? – di Valerio Mieli (2018), con Luca Marinelli e Linda Caridi.

Il film è bello, ma questa non è una recensione: penso anzi di doverlo rivedere; solo un appunto al volo, per chi avesse intenzione di andarlo a vedere mentre è ancora nelle sale (non restano a lungo in programmazione, negli ultimi tempi!).

È un film sui ricordi di una coppia, sul modo di ricordare, confuso e disordinato, come sono le immagini che passano per la mente e su come gli stessi episodi vengono ricordati in modo diverso da lui e da lei (che rimangono senza nome)… Due che si incontrano, si amano, vivono per un certo tempo insieme; si lasciano, si ritrovano… potrebbe essere la storia di una coppia qualunque…

Non ne avevo sentito parlare – della location di alcune scene a Ponza -, per cui è stata una vera sorpresa trovare degli scorci dell’amato scoglio dove proprio non me l’aspettavo.
C’è una scena, brevissima, al cimitero: uno scorcio delle scalette in discesa tra le cappelle e il mare in fondo; poi qualche scena a capo Bianco, e una – mi è sembrato -, alla “spaccata” di Frontone. Forse qualche altra scena… non sono sicuro; devo rivederlo.

Ma è una Ponza lontanissima dal “formato cartolina”; nessuno scorcio ‘ruffiano’. Immagini per chi la conosce e la ama.
Per il resto, oltre a molte ambientazioni ‘in interno’, il grosso delle riprese ‘in esterno’ a Roma (sotto la sopraelevata a San Lorenzo, nei dintorni dell’Università) e anche nel Parco dei Mostri di Bomarzo; ma sempre da angolazioni inconsuete, poco viste al cinema.

P.S. Sempre a proposito di location, anche le immagini della locandina del film – i due personaggi ripresi sullo sfondo di un murale che ritrae farfalle e insetti – sono riprese a viale delle Province, nel suo tratto finale che incrocia via Tiburtina, sui muri che circondano l’Istituto di Biologia animale. Bellissimo murale; purtroppo esposto alle intemperie si sta deteriorando. Anch’esso da vedere prima che scompaia.

Trailer del film da YouTube: