Una scalcinatissima compagnia
di varietà si esibisce nel rustico teatro di un borgo. Il rozzo pubblico mostra
di apprezzare mediocremente lo spettacolo; salvo una bella fanciulla che, lei,
invece, ne sembra affascinata. La ragazza vorrebbe entrare a far parte di
quella compagnia; e infatti, dopo lo spettacolo, riesce ad aggregarcisi. La
compagnia parte; in treno la fanciulla fa amicizia con il capocomico, buon
diavolo un po’ millantatore e libertino; e al prossimo paese, con la nuova
recita, riesce ad ottenere di figurare come ballerina. Questa recita, però, va
malissimo; finché il padrone del teatro, di fronte ai fischi e agli sberleffi
del pubblico, ha un’idea: afferra per un braccio la novizia, cui durante la
danza è caduta la gonnella, e la caccia a forza, seminuda, sul palcoscenico.
Naturalmente la bella ragazza spogliata ottiene un pronto successo e lo
spettacolo si replica per varie sere. Anzi un avvocato di provincia, melomane e
dongiovannesco, invita tutta la compagnia in una sua villa in collina. I poveri
comici si sfamano finalmente ad un pranzo abbondante; ma quando l’avvocato vuol
riscuotere il prezzo della non disinteressata ospitalità, si scontra con il
capocomico anche lui invaghito della vezzosa ballerina. Pugilato e rottura; i
comici vengono messi alla porta e, di lì a pochi giorni, li ritroviamo a Roma,
più in bolletta che mai. Questa volta però la fanciulla si dà delle arie e il
capocomico, che per lei ha piantato la moglie, ci rimette tempo e denaro. Tutto
finisce al solito modo: la bella ragazza ormai lanciata, grazie ai favori di
un ricco impresario, entra in una compagnia di grido; il capocomico, dal canto
suo, riconciliatosi con la moglie e abborracciata alla meglio una seconda e non
meno scalcinata compagnia, parte in terza classe per un giro in provincia.
Questa
storia un po’ esile, intitolata Le luci del varietà, è stata diretta da
Alberto Lattuada e Federico Fellini, con Carla Del Poggio, Peppino De Filippo e
Giulietta Masina nelle parti principali. Il film appare fatto con molta cura e
con una certa finezza; nella prima parte ha anche un episodio gustoso, quello
dell’avvocato, personaggio verissimo e ben riuscito; ma nel complesso pecca di
una certa freddezza e frammentarietà. Gli ambienti della capitale nella seconda
parte non sono così azzeccati come quelli provinciali della prima; e la storia
della bella e spensierata ragazza e dello sciagurato capocomico rimane a
mezzaria, con trapassi troppo bruschi e ingiustificati. Peccato; se il
personaggio della ragazza fosse stato studiato più a fondo, il film avrebbe
avuto una maggiore solidità e conseguenza. Così com’è, esso non permette alla
bella e vivace Carla Del Poggio che un gioco limitato e insufficientemente
espressivo. Brava la Masina in una parte che le conviene perfettamente. Peppino
De Filippo, invece, ci è sembrato alquanto impacciato.
“L’Europeo”, 4 maggio 1951
Luci del varietà (p.p.p. 6 dicembre 1950). Regia: Alberto Lattuada, Federico Fellini. Sogg.: F. Fellini. Scen.: F. Fellini, A. Lattuada, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano. La recensione segue a quella di Un marito per mia madre di Henri-Georges Clouzot, cui si riferisce il titolo complessivo dell’articolo: Clouzot si diverte.
La teoria dei sei gradi di separazione in semiotica e in sociologia è un’ipotesi secondo la quale ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona o cosa attraverso una catena di conoscenze e relazioni con non più di 5 intermediari. L’ho sperimentata personalmente più volte e vi assicuro che funziona. Quando ho deciso di ricordare Sergio Leone, di cui ricorre oggi il 30° anniversario della morte, mi è subito venuto in mente Stefano, un allora giovane architetto, con il quale a metà degli anni ottanta strinsi una bella amicizia, che chiamai a collaborare in un progetto di lavoro e che mi aiutò a ristrutturare casa, con un ottimo lavoro, ancora oggi attuale
Ci frequentammo a lungo e facemmo un viaggio insieme in Toscana, nella settimana di pasqua del 1985. Durante una mia visita a casa sua, parlandomi di lui, dei suoi studi e delle sue esperienze, mi disse che aveva lavorato per Sergio Leone, curando, nel suo penultimo film (Giù la testa, 1971) lo storyboard. Cos’è lo storyboard? In campo cinematografico si tratta di una serie di disegni, in genere diverse centinaia, che illustrano, inquadratura per inquadratura, ciò che sarà poi girato sul set. Di solito sotto i disegni sono indicati i movimenti della macchina da presa (ad esempio: “panoramica a destra”, oppure “carrello in avanti”) e delle frecce ne indicano la direzione. Spesso altre frecce, poste all’interno dell’inquadratura, indicano i movimenti dei personaggi e degli oggetti. A volte è descritta la scena e sono riportati brani del dialogo, oppure si scrive il tipo di obiettivo che s’intende usare, la luce o l’atmosfera che si vuole creare e, in certi casi, si segnala addirittura il costo di un’inquadratura.
Sergio Leone fu un utilizzatore di questa modalità esecutiva. Ogni suo film aveva alle spalle un lavoro minuzioso di pre-confezionamento in immagini della storia che poi avrebbe girato sul set. Di Sergio Leone sapevo quello che tutti sapevano e avevo visto, ammirato tutti i suoi film. Stefano non si fece pregare: prese dal suo archivio un voluminoso fascicolo e mi mostrò le numerosissime tavole da lui magnificamente disegnate, nelle quali, su input del grande regista, aveva descritto, una dietro l’altra, tutte le scene che sarebbero andate a comporre il film. Ancora oggi ricordo quelle tavole e mi sento affascinato dal mondo che sta dietro un film, della grande macchina organizzativa che ne permette la realizzazione. Mi piacerebbe rivederle. Cercherò Stefano, col quale sono rimasto in contatto e gli chiederò di permettermelo. Lo farò oggi stesso. Sarà un modo come un altro per ricordare il grande maestro del cinema, non solo italiano, scomparso ormai da trent’anni, ma che vive attualissimo ancora oggi. Ciao Sergio. In attesa di poter vedere una tavola originale dal film di Sergio Leone, un famoso storyboard della storia del cinema; da Psyco(Psycho, 1960), di Hitchcock.
Da YouTube, il leggendario ‘triello’ nelle sequenze conclusive di “Il buono, il brutto, il cattivo”, 1966, di Sergio Leone. Un capolavoro di montaggio e di attenzione ai dettagli:
..…con Clint Eastwood, Lee Van Cliff e Eli Wallach
Prima di salpare, come in un ideale alzabandiera, G., S. ed io, schierati sulla tolda e rivolti verso la costa, rivolgiamo un pensiero al “compagno” Federico Hohenstaufen, nato il 26 dicembre 1194 a pochi chilometri in linea d’aria, nella pubblica piazza di Jesi, da Costanza d’Altavilla e da Enrico IV di Svevia. Lo Stupor Mundi, meraviglia del mondo, per discendenza materna normanno e nipote dei grandi Ruggero I di Sicilia e Federico Barbarossa – pur con inevitabili contraddizioni – fu cerniera fra passato e futuro.
Statua sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli: Federico II di Svevia – Hohenstaufen (Federico II imperatore del Sacro Romano Impero, Federico I di Sicilia), re di Napoli
Uomo di “multiforme ingegno” compì un’operazione vasta ed incisiva di contrasto verso l’ingovernabile status quo e di ammodernamento delle strutture burocratiche e di controllo del territorio. Seppe essere, al contempo, sovrano feudale in Germania e costruttore dell’Italia meridionale, che divenne lo stato più progredito del XIII secolo
Il Castello di Melfi dove nel 1231 Federico II promulgò le costituzioni
La riforma dello stato si basò sulle Constitutiones Melphitanae, che stabilivano, appunto, la supremazia della
monarchia su quella dei baroni, dei Comuni e della Chiesa. La fioritura di
castelli (circa 200) non fu mania di sovrano folle – come nel caso di Ludovico
II di Baviera, il Ludwig di Visconti(1),
– ma il tentativo, riuscito, di frenare la boria e lo strapotere dei baroni, di
superstiti enclavi musulmane e della Chiesa. Gioielli architettonici che ci
restano come memoria della Storia divenuta Leggenda, di una insuperabile
capacità di “produrre” bellezza, di superba abilità di cambiare il corso della
Storia e di aprire “porte” verso il futuro(2).
La fortezza di Castel del Monte, Andria, fatta costruire da Federico II
Salutiamo a pugno chiuso, il braccio sinistro alzato, il Puer Apuliae, e salpiamo con calma dal porto turistico di Ancona. In poco tempo ci troviamo a babordo l’incombente maestosità di Monte Cònero. 572 metri di altezza sarebbero veramente pochi, insufficienti, per meritarsi l’appellativo di Monte. Ma il Cònero ha tali e tante caratteristiche che è più che lecito attribuirgli indiscutibilmente quel titolo. È, insieme con il Gargano, il più importante promontorio dell’Adriatico. Le sue rupi marittime sono le più alte di tutta la costa orientale: pareti a picco sul mare, boschi fittissimi e ben curati, sentieri, calette, approdi. Ha una solennità che appartiene soltanto ai monti e per questo il Cònero è Monte a tutti gli effetti. Parco dal 1987, è amatissimo dai marchigiani e meta di escursionisti e vacanzieri, amanti della natura, delle specialità culinarie e degli ottimi vini. Il nome Cònero origina dal nome greco (sempre loro!) del corbezzolo – kòmaros -, pianta caratteristica della macchia mediterranea. C’è anche un forte napoleonico (i forti napoleonici sono diffusi – quasi – come le case in cui ha dormito Garibaldi).
Dal Cònero al Gargano la costa si riabbassa per
elevarsi un po’ verso Grottammare.
Transitando poco dopo davanti Porto Recanati, G. con l’yiddish humourche contraddistingue le sue battute, insieme al fumo
della pipa, emette sospettoso: «Mi sento osservato. Voi?».
Anni di autodifesa dalla glacialità fulminante di G. mi forniscono subito la
chiave per capire a cosa si sta riferendo: «Il giovane favoloso, operoso all’infinito?».
G. annuisce soddisfatto: «Passiamo
di qua in barca una volta nella vita e non vogliamo rendere il giusto omaggio a
Giacomino nostro?».
Non possiamo dargli torto. Ogni tanto, passeggiando per Villa Borghese
cominciamo a declamare le poesie di autori classici imparate a scuola e allora
giù con In
morte del fratello Giovanni, A Silvia, Il sabato del villaggio…
Parliamone, allora, alla nostra maniera, citando Mario Martone e il suo film Il giovane favoloso, 2014. Martone è uomo di teatro(3) e di cinema. In entrambi i campi ha realizzato opere di gran pregio artistico e di elevato spessore umano, civile, e culturale. La sua carriera di regista di lungometraggi, costantemente di altissima qualità, ha inizio nel 1992 con Morte di un matematico napoletano; seguono L’amore molesto (1995), Teatro di guerra (1998), L’odore del sangue (2004), Noi credevamo (2010), Il giovane favoloso (2014).
La vita di Giacomo è un susseguirsi di siepi difficili da superare: il padre severo che non ha nelle proprie corde il confronto con il mondo esterno, la madre bigotta e anaffettiva, il borgo che lo tiene prigioniero, la malattia che lo separa da sé stesso e dagli altri, l’incomprensione di gran parte degli intellettuali del tempo. Un sistema che prende la forma di Natura ostile. Martone segue Leopardi dalla fanciullezza alla morte, dedica alla permanenza a Recanati la prima ora di film, in un’eco dell’Amadeus di Milos Forman, poi Firenze, dove incontra l’amata Fanny e Antonio Ranieri, il soggiorno di pochi mesi a Roma e la tappa conclusiva di Napoli, (sovrabbondante, a mio avviso, ai fini dell’equilibrio narrativo). Elio Germano trova invece un perfetto equilibrio interpretativo e traduce magnificamente il Leopardi dei libri e delle biblioteche in immagini e parole comprensibili e moderne: Germano interpreta i versi del Poeta senza declamarli, riconducendoli al contesto in cui sono stati concepiti e restituendo loro la capacità emotiva di chi allora li scrisse per chi oggi li legge o li ascolta. Film colto, scandito da ritmi e modalità teatrali, inquadra in pieno la modernità di Leopardi ed il suo invito a guardare oltre ogni confine «che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude»(4).Premi attribuiti: Film dell’anno al Nastro d’argento 2015; Miglior film al Globo d’oro 2015; Ciak d’oro 2015 per Miglior film e Migliore sceneggiatura; David di Donatello 2015 ad Elio Germano come miglior attore protagonista.
Da You Tube: Elio Germano nel film di Mario Martone dice “L’infinito”
Filiamo piacevolmente, ansiosi di arrivare alla destinazione conclusiva del tratto adriatico. Più giù ecco San Benedetto del Tronto, in cui ho soggiornato, ospite di cari amici: cittadina a forte vocazione turistica, pulita, ordinata, efficiente, con un’ottima offerta di servizi e meritata e diffusa rinomanza. Superata la foce del Tronto, costeggiamo l’Abruzzo: Roseto degli Abruzzi, covo ritempratore di A., indomabile fattrice di haiku; Pescara, la costa dei Trabocchi(5), da Francavilla al mare fino a Vasto, alla cui altezza viriamo per San Domino, la più grande e la più abitata delle Isole Tremiti
Viaggiare in barca è piacevole se i compagni di viaggio sono “compatibili”, e
l’equipaggio efficiente e discreto, il mare buono, il vento dosato alle nostre
esigenze, i punti di partenza e di destinazione non troppo lontani, se la
distanza dalla costa è tale da non perderla mai di vista e sentire, quando il
vento soffia da terra, profumi conosciuti, che pur lievi si mischiano al
salmastro. Parliamo, con G. e S. di politica, di libri, di film, degli amici
del “Comitato Centrale” che sono rimasti a terra e attendono il nostro ritorno.
Ora parliamo, sfiorando l’Abruzzo, dell’immane
tragedia che ha colpito le terre del Centro Italia. Siamo tutti oltre i 70,
abbiamo memoria di tante altre “tragedie” simili che hanno ferito il nostro
Paese e che si ripetono costantemente come in un tragico gioco, con gli stessi
rituali: la disperazione, il lutto, la solidarietà, i discorsi, le promesse,
l’infinita litania dei luoghi comuni, pasto fertile per la demagogia endemica
di un popolo che ripete all’infinito la stessa partitura.
Mio padre nacque nel 1907 e l’anno dopo ci fu il terremoto e maremoto di
Messina e Reggio Calabria. Negli anni novanta viaggiando in treno si vedevano
ancora le baracche “provvisorie”.
Soltanto in Friuli ho visto affrontare con dignità, efficienza e – diciamolo
pure – onestà il sisma del 1976. Dieci anni dopo, ospite di amici a Gemona,
venivo guidato sui luoghi a visitare – non rovine persistenti – ma abitati
ricostruiti e fabbriche, stalle, laboratori, di nuovo attivi; e ripristinati i
cicli produttivi.
Ho amici carissimi che lavorano nella Servizio di Protezione Civile; a loro ho
chiesto come facciano le “Autorità” a non comprendere che se nelle terre
distrutte si lasciano morire le bestie, inaridire i campi, chiudere le officine
e i laboratori non può esserci ricostruzione: quelle terre saranno morte per
sempre.
Il loro imbarazzato silenzio mi fa parlare di altro,
di cani, di cinema…
Note
Ludwig è
un film del 1973 diretto da Luchino
Visconti sulla vita di Ludovico II di Baviera. Interpretato
da Helmut Berger, Romy Schneider, Trevor Howard e
Silvana Mangano. È il terzo e ultimo film della “trilogia tedesca”, di cui
fanno parte anche Lacaduta
degli dei (1969) e Morte aVenezia (1971).
Il DVD del film è uscito in edicola l’11/02/2017, nella collana “Il cinema
di Luchino Visconti” edita da «Il Cinema di Repubblica – L’Espresso». Si
trova su Amazon, Ibs, La
Feltrinelli a prezzi equivalenti
Una figura
storica di tanto rilevo non ha incuriosito il cinema. Esiste, in base alle
ricerche effettuate, un solo film TV, italiano, del 2007 diretto da Paolo
Bianchini: Il giorno, la notte, poi l’alba. Tratta di un presunto incontro
avvenuto fra Federico e Francesco d’Assisi. Una nota completa ed
esauriente può leggersi sul sito Stupormundi.it specializzato
in questioni federiciane.
Regista
di: Faust o la
quadratura del cerchio, 1976; Otello del
1982; Coltelli
nel cuore, 1986 da Brecht; Ritorno ad Alphaville, 1986 da Godard; Filottete di Sofocle nel 1987; Riccardo II di
Shakespeare nel 1997; fondatore e animatore di gruppi teatrali; direttore
artistico del Teatro Stabile di Torino dal 2007 ad oggi; regista di opere
liriche: Don
Giovanni (2002) e Le nozze di Figaro(2006 di Mozart, Torvaldo e Torliska (2006)
di Rossini fino alle più recenti (2016) Morte di Danton di
Buchner, La cena
delle beffe di Giordano e Tre risvegli di
Cavalli – Colasanti.
Si
acquista con estrema facilità su Amazon (€ 16,92), su Ibs, La Feltrinelli
(€ 9,99) ecc.
È così
chiamato il tratto di costa della provincia di Chieti che va da
Francavilla al Mare fino a San Salvo, passando per Ortona, Fossacesia, San
Vito Chietino e Vasto. Deve il suo nome alla macchina da pesca su
palafitta. Ringrazio della segnalazione il mio amico O. sempre curioso e
generoso di informazioni.
[Piccolo cabotaggio (5). Da Ancona alle Tremiti – Continua]
Di Edmond Rostand. E di come egli dal fallimento artistico assurse al successo e alla gloria; e di come precipitato in una crisi creativa senza pari, ne uscì in modo mirabile; di come scoprì e perseguì capacità di ascolto e di interazione con la gente e con l’ambiente circostante.
Edmond de Bergerac alias
Cyrano Rostand: questa è la storia e quelli gli spunti – fondamentali, ma non
unici – che Alexis Michalik utilizza in modo brillante per narrarci la genesi
di un’opera teatrale che da ben oltre un secolo è la più eseguita, il Cyrano de Bergerac, ispirata alla figura
storica di Savinien Cyrano de
Bergerac, uno dei più estrosi scrittori del seicento francese, precursore della letteratura fantascientifica.
Un testo per tutte le stagioni: dalla première del 28 dicembre del 1897 al Théâtre de la Porte-Saint-Martin di Parigi fino alla stagione in corso (sì, 2018-2019!),
il Cyrano è stato portato sulle scene
migliaia di volte e conta versioni cinematografiche memorabili. Il giovane regista Michalik (13
dicembre 1982), alla sua prima sortita, ci regala un film intelligente,
misurato, colto, mai presuntuoso o autoreferenziale, perfettamente allineato
con lo spirito dei tempi (quei tempi!), capace di cogliere e trasmettere il
senso profondo della narrazione teatrale, annunciando l’avvento della nuova
arte, che in quei giorni vedeva la luce e che nessuno, forse, poteva prevedere
divenisse in pochi anni l’arte moderna per eccellenza: il cinema, signori!, di
cui in sala abbiamo goduto il connubio naturale ed esaltante con l’arte
millenaria del teatro.
Michalik ci narra di Cyrano, personaggio romantico per eccellenza, à la manière de Feydeau, l’iperrealista,
altro grande del teatro francese, in quegli anni imperante e in quei giorni
sulle scene con Le dindon (Il
tacchino); e dei Fratelli Lumière, di cui Edmond è ospite casuale – e disperato
– alla prima proiezione delle vedute
animate nel Salon Indien duGran Café del Boulevard des Capucines; e di George Meliès che negli stessi anni
sperimenta il suo cinema dei quadri
animati e dei suoi viaggi fantastici. Michalik ci conduce alla dicotomia
che Jean-Luc Godard ha messo in evidenza, fra il filone dei Lumière, che
avevano scoperto “lo straordinario nell’ordinario” e quello derivato da Meliès,
che aveva trovato “l’ordinario nello straordinario” e quindi l’orizzonte
sconfinato dei mondi fantastici già patrimonio della letteratura in misurata
contrapposizione con il cinema realistico dei due fratelli di Besançon. Lo fa
con sapienza senza mai una minima sbavatura didascalica.
Tutto il film, o almeno le lunghi parti che lo richiedevano, ha il ritmo
e la struttura dei vaudeville di
George Feydeau (interpretato dallo stesso Michalik): tutta la parte conclusiva
(le caotiche prove, la scrittura in
itinere di interi atti della pièce,
la première con le sostituzioni
imprevedibili di attori, ha la cifra stilistica delle sue più vivaci opere.
La crisi di Rostand durò nella realtà cinque anni (tanti ne trascorsero
dal flop – cui partecipò,
apparentemente non sfiorata, Sarah Bernhardt – fino alla prima del 28 dicembre
1897), ma nel film, con sprezzo del pericolo, il regista-sceneggiatore-attore comprime
tutto in tre settimane: sapientemente, però, regge e manovra saldamente i vari fili
e, con incontestabile abilità, li intreccia fino a costituire il robusto e
credibile asse narrativo, che giunge fino alla fine senza cedimenti.
I personaggi sono ben definiti e ineccepibilmente interpretati. Parigi
tutt’intorno a loro vive i bagliori irripetibili della Belle èpoque,
e generosa ci trascina dentro le case, nei suoi teatri, lungo i suoi viali, in fastosi
locali – da Chez Maxim ai bordelli di
lusso.
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Cyrano, mon amour (p.p.p. 18
aprile 2019)
Titolo originale: Edmond – Sceneggiatura e Regia: Alexis Michalik –
Musiche: Roman Trouillet (originali) –
Montaggio: Anny Danché, Marie Salvi – Scenografia: Franck Schwarz – Suono: Fred Demolder.
Interpreti: Thomas Solivérès (Edmond
Rostand); Olivier Gourmet (Constant Coquelin); Mathilde Seigner (Maria Legault); Tom Leeb
(Léo Volny); Alice de Lencquesaing (Rosemonde); Jean-Michel
Martial (Monsieur Honoré); Dominique Pinon (Lucien: buttafuori/suggeritore/Conte
de Guiche); Blandine Bellavoir (Suzon); Simon Abkarian (Ange Fleury, uno dei
due fratelli corsi, produttori dello spettacolo e lenone);
Guillaume Bouchède (Le Bret); Clémentine Célarié (Sarah Bernhardt); Antoine
Duléry (l’altro fratello corso, produttore e lenone); Nicolas Briançon (Jules
Claretie, Comedie Francaise); Lionel
Abelanski (portiere dell’albergo); Alexis Michalik (Georges Feydeau).
Da giovedì 2 maggio a domenica 5 si terrà a Roma l’ottava edizione del NORDIC FILM FEST, nata per promuovere la cinematografia e la cultura di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. Organizzata dalle relative ambasciate e dal Circolo Scandinavo di Roma, gode della collaborazione dell’Ambasciata di Islanda a Parigi dei Film Institutes dei rispettivi Paesi e del patrocinio del Comune di Roma e della Regione Lazio.
Il programma prevede la proiezione, a ingresso libero, anche
di nuovi film in anteprima o inediti in Italia in V.O. e sottotitoli in
italiano. Sono previsti presentazioni e incontri con ospiti internazionali
(registi, attori, produttori, sceneggiatori). Il tema di quest’anno è Borders/Confini, non solo in senso
geografico, ma anche tra “mondi”, modi di essere e di pensare diversi.
Uno spazio, curato dal Circolo Scandinavo, previsto per sabato 4 maggio, dalle ore 16 alle 20, sarà dedicato a corti e lungometraggi con ospiti nordici. Il lungometraggio We are like oranges affronta il tema del razzismo in Svezia. Introdurrà la regista e sceneggiatrice svedese Cecilia Gärding, mentre alla proiezione dei corti parteciperà la regista finlandese Pia Andell. Per la prima volta al NFF la web serie norvegese SKAM, portata in Italia da Timvision. La rassegna sarà aperta da Becoming Astrid sulla vita di Astrid Lindgren, l’autrice del fortunato libro Pippi calzelunghe. Presenzieranno l’attrice Alba August e il produttore Lars G. Lindström. Sarà preceduto dal documentario finlandese Every Other Couple, introdotto dalla regista Mia Halme.
Fra
i tanti film in programma segnaliamo: il finlandese Void (vincitore di 4 Jussi Awards, il più importante premio
finlandese); Border – Creature di
confine di Ali Abbassi, candidato all’Oscar per il miglior trucco e
acconciatura, 4 candidature all’European Film Awards, vincitore del Noir in
Festival e di 6 Guldbagge Awards (tra cui miglior film e migliore attrice); il
norvegese What Will People Say; il
danese A Fortunate
Man, ultimo film di Bille August, vincitore di un premio Oscar e di due
Palma d’oro. Chiuderà la rassegna il film islandese diretto da Benedikt
Erlingsson Woman at War – La donna
elettrica, vincitore del Premio Lux del Parlamento Europeo.
Come nelle passate edizioni ci sarà una sezione dedicata allo Storytelling, a cura della Writers Guild Italia. L’incontro con ospiti del NFF, rappresentanti dell’industria cinematografica dei Paesi Nordici e sceneggiatori italiani, affronterà il tema del “gender” della scrittura. L’incontro si terrà presso l’auditorium dell’Ambasciata di Finlandia, venerdì 3 maggio alle ore 10
NORDIC FILM FEST si avvale anche quest’anno dell’importante partnership con IED (Istituto Europeo di Design) che ha realizzato la sigla originale.
– Non se ne parla nemmeno – disse G. premendo con decisione il tabacco nel
fornelletto della pipa di turno – Manco da trent’anni da Rimini e non me ne vado senza
aver fatto un giro per la città ed aver rivisto quel gioiello di architettura
che è il Tempio Malatestiano. Neanche a parlarne!
Io che sto ad una barca come un luogo di meditazione sta al Bioparco di Roma
nelle mattinate di sabato e di domenica, ero pienamente d’accordo. Ma stavo
zitto, in surplace, perché sapevo che S. avrebbe preferito partire
subito ed arrivare alle Tremiti il più presto possibile, in modo di starsene
poi tranquillo in terraferma qualche giorno. Non era più abituato a passare
tanto tempo su una barca, ché, con le gambe a pezzi che si ritrovava, la tolda
non era proprio il posto migliore dove trascorrere le giornate. Gli mancavano
il cane, la bicicletta e l’ozio sfottente delle mattinate passate al bar del
Bioparco, anche se G. ed io ci davamo da fare per tenerlo su di tono.
S. cercava di coinvolgermi in questa decisione, perché sapeva che anch’io avevo
difficoltà a camminare e che risentivo ancora della caduta di qualche giorno
prima, proprio alla partenza dal Lido di Venezia. Non aveva torto. Lì, però, a
poche centinaia di metri c’era, immobile e senza tempo, uno degli oggetti che amo di più, proprio quel Tempio, che G.
voleva rivedere.
Stava ficcato al centro di una città bellissima e da tutti i cinefili
amatissima. Mi arresi ancor prima che lo scontro cominciasse: sarei andato con
G. in visita alla città. S. pur di non rimanere solo, accettò di aggregarsi,
ponendo solo alcune condizioni organizzative utili a salvaguardare le ginocchia
usurate dal tempo ma ancor più dal rugby.
Fu così che chiamammo un taxi; pochi minuti dopo eravamo davanti al Tempio.
Troppo lunga la storia dell’edificio religioso,
intrecciata con la storia di Rimini e delle famiglia detta Mala Testa, che
dominò la città e buona parte della Romagna fino al 1528, troppo lunga per
raccontarla in questa nota di viaggio. A noi importa ricordare l’artefice
dell’“involucro”, il grande umanista Leon Battista Alberti, vissuto in epoca
“precolombiana”, intellettuale colto, raffinato, emblema dell’uomo
rinascimentale, incessante studioso dell’antico e infaticabile progettista di
modernità, cantato da Roberto
Rossellini nella terza puntata del programma
per la televisione L’età
di Cosimo, 1973 (L’esilio di Cosimo, Il potere di Cosimo e Leon Battista Alberti)(1).
Rossellini si era dedicato da tempo con coerenza a quelli che erano i suoi
principi del neorealismo etico ed estetico che lo porterà sulla strada
difficile del cinema antinarrativo e didascalico, trovando il miglior campo di
applicazione nella televisione, cui si dedicherà costantemente fra il 1964 e il
1974(2).
Rossellini ritiene che si debbano rintracciare nel passato, nelle grandi figure
della storia, le ragioni del presente: meglio ancora i motivi fondamentali di
una civiltà che rischia di naufragare e che proprio in quel passato può trovare
una soluzione. La ricostruzione storica che egli fa non è mai erudita. Egli
indaga nei fatti quotidiani, nei comportamenti. La narrazione cede
all’osservazione: diventiamo spettatori e testimoni della vita quotidiana e
degli atti minori, le difficoltà e le gioie che possiamo riconoscere come
nostre.
La figura di Leon Battista Alberti è pedinata con discrezione ed efficacia a
partire dal suo ritorno nella Firenze di Cosimo e fino al rientro a Roma, nel
1471, accompagnato dal giovane Lorenzo, signore di Firenze, nipote di Cosimo e
attivamente impegnato a divenir “Magnifico”.
L’Alberti morirà l’anno successivo, lasciandoci in eredità i suoi saggi, e le
sue opere architettoniche, fra cui, appunto il Tempio Malatestiano e, a
Firenze, il completamento della facciata di Santa Maria Novella. In particolare
il Tempio Malatestiano rappresenta, pur nella sua incompiutezza – e forse
proprio o anche per questo – la sintesi del pensiero e della prassi del grande
umanista, il culmine delle aspirazione umanistiche nell’architettura del
rinascimento.
Non potevamo, visitato il Tempio, tornarcene subito al
porto. Così ecco organizzato un giro della città, per rivedere alcuni splendidi
gioielli, accumulati nel corso dei secoli: l’Arco di Augusto, il ponte di
Tiberio, i palazzi gotici dell’Arengo e del Podestà, i palazzi Garampi,
Gambalunga, Buonadrada, la fontana della Pigna e tanto altro e in questo tanto,
in cima, il mitico Grand Hotel.
Torniamo alla barca, in tempo per godere della cenetta
preparata da Alvise, il marinaio più anziano ed esperto, un sessantino
segaligno e bruciato dal sole, onnisciente e tuttofare. Innaffiata, la cenetta,
da un ottimo Romagna Albana, frigido e secco, quel tanto da permettere alla
notte riminese di accoglierci ospitale e dolcemente cullante.
Salpiamo l’indomani, alle prime luci dell’alba, con
calma, per passare in rassegna la costa da Rimini ad Ancona, che si allunga
come un lungo pacifico arco. Mi viene in mente l’arco appena più lungo
(il Longbow di Robin Hood?) con un estremo a Ferrara e la
sua bassa e l’altro, appunto, ad Ancona. Lungo questo arco si svolge la storia
di Gino Costa e di Giuseppe e Giovanna Bragana, i personaggi principali insieme
con lo Spagnolo del primo film di Luchino Visconti, Ossessione(3), 1943: dalla ex dogana, posta a pochi chilometri
oltre il Po che da Ferrara porta a Padova, alla città degli Estensi, a Codigoro
e poi, giù a Senigallia, dove Gino (Massimo Girotti) è nato; ad Ancona dove
“fugge” dall’equivoca situazione creatasi con Giovanna (Clara Calamai) ed il
marito Giuseppe (Juan de Landa, doppiato con accento romagnolo da Gino Cervi) e
dove arriva con lo Spagnolo (Elio Marcuzzo). E poi c’è quel “più lontano possibile” dove lo Spagnolo gli consiglia di andare, presago
della tragedia imminente; quell’ “imbàrcati … l’aria del mare ti sgombrerà la testa” consapevolmente suggerito, nella vaga speranza di
dissuaderlo dalla passione che lo consuma e deprime.
Alle origini del film c’è il romanzo noir di
James M. Caine “Il
postino suona sempre due volte” (The Postman Always Rings Twice), 1934, da cui sono stati tratti, oltre Ossessione, il film del regista francese Pierre Chenal Le derniere tournant, 1939 e i due film omonimi Il postino suona sempre due volte di Tay Garnet, 1946 (con Lana Turner e John
Garfield) e di Bob Rafelson, 1981 (con Jack Nicholson e Jessica Lange).
Buona parte della critica considera per certi
versi Ossessione il capostipite del cinema neorealista. Può
darsi. Ma il film, a mio avviso, si sostanzia dei dieci anni trascorsi da
Visconti in Francia, dove collaborò attivamente con Carné e Renoir, e assume,
da una parte, i connotati del noir francese,
assimilandovi i connotati americani di Pavese, Vittorini ed Emilio Cecchi,
dall’altra, trasferendo l’originaria ambientazione californiana nelle lande
della bassa padana (l’originario titolo Palude fu
cambiato per imprescindibili decisioni censorie).
Vibra nel film la corda del melodramma, che Visconti saprà far vibrare in modo
superbo, ineguagliabile tanto sul palcoscenico che nella sua produzione
cinematografica: straordinario esempio di quel gusto viscontiano per le storie
di dannazione e di sconfitta, il suo culto per la distruzione e la morte, la
sua attenzione per l’estenuazione e la decadenza.
Gli attori: bella e dannata la Calamai, che – imposta in luogo della Magnani in
evidente stato di gravidanza e della Denis – arrivava dal setde
La cena
delle beffe di Alessandro Blasetti, 1941, dopo
la famosa scena a seno nudo; bel tenebroso Massimo Girotti, oggetto del
desiderio di Giovanna e dello Spagnolo, dalla lunga straordinaria carriera agli
ordini di molti ottimi registi, da Mario Soldati (Dora Nelson, 1939) a Ferzan Özpetek (La finestra di fronte, 2003); l’equivoco anarcoide interpretato da Elio
Marcuzzo(4)(Lo Spagnolo).
Massimo Girotti e Elio Marcuzzo (lo Spagnolo) in una scena di Ossessione
Senza pretendere di far concorrenza al Rex –
il transatlantico al cui passaggio nelle acque di Rimini Fellini dedicò
l’immortale scena – filiamo, nel mare tranquillo, godendoci in una lunga
carrellata quell’unicum turistico che è la costa adriatica: Riccione, Misano e
Gabicce; poi le Marche, con Pesaro, città natale di Rossini e sede del Rossini Opera Festival e, per restare nel nostro ambito, della Mostra internazionale del Nuovo
Cinema (cfr. la voce corrispondente su Wikipedia), ideata nel 1965 e diretta fino
all’89, dal compianto storico e critico cinematografico Lino Miccichè con
l’obiettivo di promuovere le opere prime nel
senso non anagrafico del termine.
Un tributo cinematografico alla vita e all’opera di
Rossini è firmato da Mario Monicelli,
che accettò di dirigerlo, dopo il rifiuto di Robert Altman, dovuto – si dice –
alle troppe pressioni ricevute – chiamiamole, se volete, raccomandazioni –
soprattutto da parte di “politici”. Pur avendo un buon cast, Rossini! Rossini!, 1991 non
è un gran film, ma merita di essere visto, soprattutto se si è interessati alla
bella musica, e al bel canto – in particolare – e se si vuole conoscere di più
su uno dei grandi geni della musica che nella terra italica hanno avuto i
natali.
Un Monicelli che deve fare il compitino e portare a casa il risultato ha a
disposizione Philippe Noiret (Rossini anziano che racconta la sua vita, con
ricorso a numerosi flashback), Sergio Castellitto (Rossini giovane nel pieno del
vigore creativo e… copulativo), Giorgio Gaber gigionesco interprete
dell’impresario Domenico Barbaja), Vittorio Gassman nelle vesti di Beethoven,
scomparso dalla versione originale e che ancora gira sordo e declamante in quel
limbo in cui ramingano i personaggi del cinema che il pubblico non ha mai
potuto vedere. Devo segnalare, per gli appassionati del bel canto la scena del
castrato Velluti (da YouTube), che canta, ammirato dal padre di Gioacchino, che voleva
far fare al figlio la stessa fine per assicurargli l’avvenire!
..Il David di Donatello 1992 premia la costumista Lilla Nerli Taviani. Moglie del prolifico Paolo, ha vinto nella categoria un altro David di Donatello (Habemus Papam, 2012) e tre volte il Nastro d’Argento (Good Morning Babilonia(5), Parenti serpenti(6) e Habemus Papam(7)) Scivoliamo senza fretta sulle note delle arie rossiniane, dello Stabat Mater e delle Sonate per archi (Camerata Bern, 1985, Deutsche Grammophon), che avevo infilato, previdente, nel borsone al momento di partire.
Giungiamo alla penultima tappa adriatica: Ancona, antica città portuale, ricca di traffici e di laborioso intraprendere. Fondata nel IV secolo a.C.dai Greci di Siracusa, che le dettero il nome agkón, che in greco significa “gomito”, dalla forma del promontorio che si chiude a formare un porto ampio e sicuro. La cosa riempie di orgoglio il mio cuore di siracusano e di colono greco approdato 2800 anni fa nella Sicilia delle Sirene e dei Ciclopi, di Vulcano e di Proserpina. Pensare che un mio avo sia poi ripartito, qualche secolo dopo, abbia risalito la sponda adriatica e, con l’innata capacità tutta dorica di trovare approdi e fiumi da risalire e montagnole su cui costruire nuove città e teatri, anfiteatri e templi, abbia scoperto la splendida insenatura formata dal promontorio che si richiude a protezione, mi fa sembrare meno periglioso questo innaturale viaggio su di un legno con tanta tela e tanta incoscienza.
Un film per Ancona? La stanza del figlio di Nanni Moretti, 2001(8).
Premetto che io sono critico poco affidabile: amo
Moretti e gli perdono tutto; ho fatto anche il girotondo con lui davanti alla
Rai a viale Mazzini, quando ancora pensavamo che bastasse un girotondo per
cambiare almeno qualcosa… erano gli ultimi istanti di un mondo che sento già
finito e lontano.
Girotondavamo l’anno dopo l’uscita nelle sale del film, che però vidi solo due
o tre anni fa: ho lasciato che decantasse per una dozzina di anni, per farne
attenuare la forte carica drammatica. Conoscendo la trama del film ed avendo
avuto nell’ormai lontano passato esperienze simili, non avevo voluto che mi si
ridestassero dolori sopiti sotto la cenere grigia degli anni.
Poi l’ho visto e ne ho apprezzato la misura, il difficile equilibrio fra
l’invidiabile famiglia di “prima” ed il deflagrante dolore di “poi”. Ho
conosciuto quei muri, la rabbia sorda senza rassegnazione, il dolore senza
limiti della privazione, del definitivo distacco, dell’impoverimento del
bagaglio dei ricordi, il loro sfigurarsi inesorabile anno dopo anno,
l’obbligatorietà del cammino solitario, la mancanza di un pezzo di sé che non
potrà più ricrescere; e i pianti improvvisi di notte con lacrime disperate e
senza rassegnazione.
Che cavolata, scrivere come hanno scritto, che nella prima parte Moretti è
Moretti e nella seconda parte Moretti non è più Moretti! Nessuno, ferito a
morte, è più quello di prima; la nostra vita è fatta di “prima” e di “poi”.
Punti di non ritorno, Capi senza Speranza che doppiamo, affidando la nostra
vita al vento ed alla pioggia. Miriadi di prima e di poi che inanelliamo e che
fanno della vita la nostra vita.
Nanni è bravo a spianare la strada all’acme della storia, attraverso la serena
vita comune di una famiglia borghese, educata, colta, laica: lui, Giovanni
(Nanni Moretti), il padre, psicanalista; lei, Paola (Laura Morante, bellissima
ma un po’ disassata), la madre; un figlio di 17 anni, Andrea (Giuseppe
Sanfelice) carino, educato, accomodante, vittima predestinata; la figlia di 14
anni, Irene (Jasmine Trinca(8)).
Il dramma è introdotto da un banalissimo comportamento
di Giovanni – gentile, ma non dovuto, era domenica mattina – nei confronti di
un suo cliente, che gli chiede di andare a trovarlo a casa, invece che andare
col figlio a correre insieme, com’erano soliti fare. Andrea, libero da
quell’impegno, raggiunge il gruppo con cui fa pesca subacquea, per non più
tornare.
Un destino imprevedibile inghiottirà il mite Andrea e rischierà di distruggere
tutta la famiglia. Rapporti scardinati, lavori in malora; forse per sempre, se
non comparisse sulla scena Arianna (quella del filo, si, del filo che salva
Teseo dal Minotauro, l’Orco che divora il cuore e la mente, il Buco senza fine
che inghiotte e disperde ogni cosa nel Nulla); [nella colonna sonora del film,
il disco che il padre sceglie in memoria del figlio è già stato presentato sul
sito: ascolta qui].
Arianna ha amato per caso e per poco Andrea e Andrea le ha mandato delle sue
foto, autoscatti di sé felice nella sua stanza. Le foto sono talee, piantate
nei giorni amari. E le talee spesso radicano e si fanno pianta.
Note
€ 20,99 on line da La Feltrinelli, l’elegante cofanetto con i
tre Dvd.
A questo periodo appartengono: L’età del ferro, 1964; La prise de pouvoir par Louis XIV (La presa del potere da parte di Luigi XIV),
1966; Idea
di un’isola e La lotta dell’uomo per la sua
sopravvivenza, 1967; Atti degli Apostoli, 1968; Socrate,
1970; Pascal, 1971; Agostino d’Ippona,
1972; L’età
di Cosimo, 1973; Cartesius, 1974.
La Repubblica – L’Espresso ha in
pubblicazione “Il cinema di Luchino Visconti”, 19 Dvd con tutti i film del
Maestro; Ossessione è uscito il 24/12/2016 ed è reperibile come arretrato.
Fondamentale, per la comprensione del film e di Visconti il saggio di Lino
Micciché “L’opera prima” in “Luchino Visconti”, tascabili Marsilio / Cinema,
2009.
Elio Marcuzzo. Antifascista finirà, da
lì a qualche mese ucciso per “un terribile equivoco, una storia per me
amarissima e triste. Elio condivideva le nostre speranze e il nostro odio per
il fascismo”, come dichiarò molto tempo dopo Pietro Ingrao, che collaborò – non
accreditato – al tavolo degli sceneggiatori, insieme con Visconti, Mario
Alicata, Giuseppe De Sanctis, Gianni Puccini, Alberto Moravia (non accreditato)
e Paolo Pietrangeli (non accreditato).
Diretto da Vittorio e Paolo Taviani,
1987, con Charles Dance, Vincent Spano, Greta Scacchi, Joaquim de Almeida.
Diretto da Mario Monicelli, 1992, con
Alessandro Haber, Cinzia Leone, Marina Confalone, Monica Scattini, Pia Velsi,
Paolo Panelli.
Diretto da Nanni Moretti, 2011, con lo
stesso Moretti, assieme a Michel Piccoli e Margherita Buy.
La Repubblica – L’Espresso ha pubblicato
tutti i film di Moretti; si può comprare come arretrato ad € 11,90. Copie di
quell’edizione si trovano su Ebay a € 5,99. Su Amazon si compra a € 7,99. Si
trova anche su La Feltrinelli (€ 9,99) e Ibs (7,99).
Jasmine Trinca. Moretti la sceglie dopo
duemilacinquecento provini e lei lo ricompensa con una encomiabile
partecipazione, tanto da meritare apprezzamenti di critica e di pubblico al
Festival di Cannes 2011 dove il film vince la Palma d’Oro, la candidatura sia
al David di Donatello, sia Al Nastro d’Argento come migliore attrice non
protagonista; il Ciack d’oro alla migliore attrice non protagonista; il Globo
d’oro alla migliore attrice esordiente; il Premio Guglielmo Biraghi ai Nastri
d’argento 2001.
[Piccolo cabotaggio (4). Da Rimini ad Ancona – Continua]
Sono da sempre tenacemente tassonomico e di ciò ho sempre pagato le conseguenze,
la cui più grave è il senso di Opus Interruptus,
che mi affligge dall’infanzia, quando collezionavo – fra tante altre cose – gusci
di noce e li nascondevo in un bidet di ferro smaltato, con supporto di ferro. Non
riesco, insomma, a pensare a un oggetto o a un fatto senza classificarlo, etichettarlo,
destinarlo al posto X dell’immenso, ordinato archivio dell’esistente. Di
fronte ad un’opera come Border, di cui
ho letto velocemente alcune recensioni per sapere cosa andavo a vedere, ho però
deciso di non procedere a nessuna classificazione, per non trovarmi annebbiato da
marasma, com’è accaduto ai veloci – repentini
– commentatori, che dagli avamposti del Web hanno sparato alla cieca etichette,
raffiche di Full metal labels – per
dirla alla maniera di Stanley – colpendo in parti vitali il buonsenso, il pudore
e le residuali scorte di santapazienza.
Per risanarmi ho passato la notte a rileggere La biblioteca scomparsa di Luciano Canfora (Sellerio, 2009, Collana:
“La rosa dei venti”). La lettura mi ha riportato nell’alveo senza farmi scordare
nulla del film visto la sera, né nulla rinnegare delle prime impressioni.
La prima cosa che ho da dire nel merito è che chi ha ideato, progettato e
messo in opera l’artificio di trasformazione dei due interpreti (da piacenti umani
in esseri ripugnanti, simili ai Troll, che nelle leggende scandinave abitano nei
boschi e nei luoghi solitari, parenti stretti degli Orchi, che invece popolavano
(?) i nostri territori mediterranei e le nostre fantasie) ha diritto ai massimi
riconoscimenti. Non bastavano banali maschere di silicone per diventare esseri
para-umani disgustosi, soprattutto se in molte determinanti scene si presentavano
nudi (e felicissimi): si è lavorato su tutto il corpo, con realismo impressionante.
Altro riconoscimento a chi si è occupato del doppiaggio dei protagonisti, in particolare
ad Olivia Manescalchi che ha prestato la voce a Tina, il personaggio protagonista
e a Luca Ghignone, che lo ha fatto a Vore, il deuteragonista. Non sono un maniaco
di film in V.O.: penso che, se non si conosce in modo adeguato la lingua che si
parla nel film, la rincorsa continua a leggere i sottotitoli e guardare le immagini
lascia sul campo feriti e detriti. O non si legge bene o si sfalsa continuamente il coerente rapporto con le immagini
cui il testo si riferisce. Il processo mentale di coordinamento – in condizioni
o film particolari – si sfilaccia, depauperando la
comprensione globale. La qualità del doppiaggio è quindi, per lo spettacolo,
decisiva.
Terza nota, il cambiamento di registro avvertito nel film da pignoli
maestri di rigorosa filologia ortodossa: dico che se un linguaggio ha bisogno
di esprimere situazioni o concetti diversi o addirittura contrastanti si farà
ricorso a modi diversi di comunicazione, di espressione, proprio in rapporto al
ricevente e alle finalità, che l’autore si propone. Stesse accuse, ben mi
ricordo, furono fatte, per The Lobster
(2015), all’ottimo regista greco Yorgos Lanthimos, per nostra fortuna oggi
riconosciuto e premiato.
Tina (Eva Melander) è effettivamente brutta, deforme, un vero mostro, che ha però doti particolarissime
che la rendono preziosa nello scovare fra i passeggeri che scendono dalle navi (siamo in Svezia e il va e vieni continuo di traghetti fa parte del
paesaggio), chi ha qualcosa da nascondere. Tina arriccia il naso camuso, fiuta e
azzecca se il tizio nasconde qualcosa di illegale, nei bagagli, addosso o dentro
di sé. Si scopre, man mano che il mostro
(apparentemente femmina) ed un suo simile (apparentemente maschio) incontrato fra
i passeggeri in transito, sono mutanti androgini. In loro coesistono attributi diversi
e di norma contrastanti (compresi quelli sessuali). Condizione ideale, direbbe Woody
Allen, per non restare soli il sabato sera. L’essere che Tina incontra è Vore interpretato
da Eero Milonoff, più scafato di Tina, battagliero, antagonista. Sembra che i due
maschio/femmina rappresentino un’evoluzione
(almeno per il rapporto con la natura e per il senso di giustizia), ma poi, per
tutto il resto, si scopre che non cambia nulla: l’eterna lotta fra il Bene e il
Male permane; restano i buoni da una parte
e i cattivi dall’altra. Aggiungo: i due
mangiano vermi e insetti, con gran gusto. Io in queste scene ho chiuso gli occhi,
stancandoli di meno e mantenendo il buon appetito che mi ha fatto apprezzare la
successiva parca cena solitaria. Fatti i giusti avvisi, consiglio vivamente di vederlo
e gustarne l’asprissima storia come una speranza, ormai diventata certezza: poco
cambia attorno a noi se qualcosa non cambia in ognuno di noi, se le ragioni
degli altri non diventano anche le nostre ragioni.
Ali Abbasi, il trentasettenne regista di origine iraniana, scandinavo
per scelta, alla sua seconda opera, riconosciuta ovunque, ha diretto prima Shelley (2016) in cui anticipava temi ed
angolature. Chi ha voglia di approfondire leggesse l’intervista fattagli dal
blog Esquire. Fatemi sapere.
“L’Hallber Rassy 45”ed altre accortezze L’eterea, impalpabile, opalina fantasia, pur vivace, pronta, esploratrice resistente ed inquieta, per farsi segno, scrittura ha bisogno di radici profonde, di fondamenta solide, di ancore pesanti legate a robuste e lunghe catene. Organizzare un viaggio in mare, pur di piccolo cabotaggio e con rotta sempre a ridosso della costa, per un terricolo stagionato ed irrecuperabile come me ha bisogno di compagni di viaggio esperti e di mezzi adeguati, che utilmente lo rassicurino e rendano sicuro, confortevole e verosimile il viaggio stesso. La scelta dei compagni d’avventura è, di solito, cosa assai complicata e più affidata alla dea bendata che alla perizia nella ricerca. Ho tra gli amici più cari con cui condivido quasi tutte le mattine chiacchiere e caffè, due esperti di barche e della loro saggia conduzione; di essi mi son fidato e con loro, pur gravati dal peso dell’età ormai non più verde, ho formato l’equipaggio e con loro ho scelto la barca con cui affrontare in sicurezza e senza ambasce il lungo viaggio.
S. e G., una volta compreso – non è stato per nulla facile! – che si trattava di un viaggio immaginario e che avremmo dovuto tutti insieme essere fedeli alla verosimiglianza senza ricorrere ad un viaggio vero, si sono dichiarati d’accordo ed hanno iniziato a sotterrarmi di informazioni. È notorio che io sono buon conoscitore dell’arte antica di coltivare gli agrumi, portata in Sicilia dagli Arabi e affidata ai rudi e laboriosi abitanti di Trinacria, come col fuoco fece Prometeo, che rubandolo agli dei ne fece dono agli uomini; nello stesso modo si sa che conosco poco o punto le fondamentali nozioni dell’arte del navigare e distinguo a malapena un caicco da un gozzo, un peschereccio da un rimorchiatore, i burchielli dai catamarani, e mi persiste, archiviato fra i misteri, cosa siano gli scalmi. In ragione di ciò, simuleremo il nostro viaggio di piccolo cabotaggio, salendo a bordo di un bellissimo scafo l’Hallberg Rassy 45 (la cifra indica la lunghezza in piedi), intramontabile barca di diporto su cui il mio amico S. ha imbarcato negli anni d’oro belle fanciulle spiegando le vele in tutto il Mediterraneo. A bordo abbiamo voluto due marinai ché provvedano a tutte le esigenze di navigazione e di conforto. Mi dicono, gli esperti, che potremo procedere ad una velocità media oraria di circa 5 miglia nautiche (pari, metro più metro meno, a poco più di 9 chilometri). Prevedendo di navigare dall’alba al tramonto per una media di 12 ore, percorreremo ogni dì circa 60 miglia nautiche, raggiungendo le Tremiti in meno di una settimana; salvo impedimenti meteorologici, o incidenti (tipo inciampo con narratore giù per terra con sterno e mano destra dolenti e, soprattutto, conseguente precipite autostima). Ho deciso così di apportare una piccola variazione – in addendum – al programma originario: scivolando giù per il “libero tristo fragrante verde Adriatico” (1) abbineremo luoghi a film della nostra memoria, più o meno noti, più o meno di successo, ma tutti degni di essere citati e possibilmente rivisitati. Divideremo il viaggio in due parti: dal Lido di Venezia a Riccione e da lì alle Isole Tremiti. I nostri tre lettori ce ne saranno grati. Il viaggio. Dal Lido a Riccione Salpiamo all’alba dal Lido, che abbiamo lasciato al tramonto del giorno e della vita di Gustav in Morte a Venezia, e tenendo il Litorale sulla nostra sinistra vediamo sfilare Malamocco e Alberoni, il passaggio al mare aperto e poi tutto il Litorale di Pellestrina, fino a Chioggia, dove due cose ci attraggono (oltre la città stessa, i suoi canali e i suoi ponti): il magnifico mercato ed il ricordo di un bel film abbastanza recente: Io sono Li di Andrea Sepe, 2011.
Il giovane regista è documentarista eccellente e prolifico, ha vivo l’interesse per etnie, popoli e culture marginali. Ha realizzato oltre Io sono Li un solo altro lungometraggio La prima neve, 2013, in cui continua la sua personale ricerca fra essere umani e luoghi. Il resto della sua produzione sono documentari, colti, profondamente segnati da interesse e solidarietà per i suoi personaggi. Shun-Li (Zhao Tao), cinese emigrata in Italia confeziona quaranta camicie al giorno in un laboratorio tessile di Roma per pagare il viaggio e i documenti per il figlio rimasto – lì – in Cina e che la madre sogna di riabbracciare al più presto. A Chioggia apprende la lingua e stabilisce una delicata storia di amicizia con Bepi (Rade Šerbedžija), anziano pescatore croato da oltre venti anni in Italia. La storia si intreccia con invidie e contrasti che denunciano con toni pacati un’integrazione mancata. Io sono Li è cinema di poesia, umile e ostinato, che ha trovato riconoscimenti di pubblico e di critica [su Ponzaracconta Gabriella Nardacci ha già scritto del film e presentato il relativo trailer]. Oltre al Donatello alla protagonista bisogna ricordare il Premio Lux del Parlamento europeo, riservato ai quei lavori che esplorano le diversità delle culture in Europa. Rivederlo è un’esigenza per mettersi in pari con il clima stupidamente avverso nei confronti dell’immigrazione e dell’integrazione e coglierne la levità e la compostezza disadorna. Indispensabile per cogliere e comprendere quanto sia lucido e necessario lo sguardo alieno di chi è straniero nella propria nazione. Comprarlo è facile: lo vende Amazon a 6,99€, abbinando, se volete, La prima neve a 9,99€.
Usciamo lentamente dalla Laguna veneta e iniziamo a scendere, tenendo ora la costa sulla nostra destra (a tribordo) ed è subito un “fociare” di fiumi, il Brenta, l’Adige e poi il vecchio Po, che dissolve in mille rami la sua possente linfa. Navigando scrupolosamente secondo le indicazioni del portolano (2) vediamo scorrere la Riserva naturale delle bocche del Po antistante Porto Tolle. E qui dobbiamo alzare un saluto grato ad uno dei padri del Cinema italiano (e non solo): Roberto Rossellini. Fra le paludi del Polesine, fra le acque che lente giungono alla meta, il regista romano ambienta il sesto episodio di Paisà, 1946, secondo film della Trilogia della guerra antifascista (Roma città aperta, 1945, e Germania anno zero, 1948). Paisà è giustamente considerato come una vetta del cinema neorealista: diviso in sei episodi, che accompagnano la guerra dallo sbarco di luglio 1943, attraverso la Napoli della fame e degli scugnizzi, una storia romana fra una ragazza ed un soldato americano, la Firenze della lotta partigiana, l’Appennino con un incontro fra frati conventuali e cappellani non cattolici, e oltre la Linea Gotica(3), nell’inverno del 1944, le paludi del Polesine e la durissima, spietata lotta fra nazisti in ritirata e partigiani. Fiumi di parole, muri di libri sono stati scritti su questo film, sulla trilogia della guerra, su Roberto Rossellini, perché in un veloce viaggio si possa approfondire oltre. Chi volesse rivederlo e non lo avesse nella videoteca personale, può acquistarlo on line oppure vederlo in streaming: http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-681aa7d8-652a-46fd-8cf7-43d8bb3bf2b8.html. Continuando il nostro viaggio verso il sud, costeggiamo i Lidi di C A me basta rivolgere il pensiero riconoscente a Federico Fellini, uno dei massimi uomini del cinema di tutti i tempi. Io reputo 8 ½ il film più bello, completo e meglio realizzato di sempre, ma io esagero sempre… o quasi. Come non celebrare il grande Federico se non citando il suo fantasmagorico carnet de souvenirs, Amarcord (1973).
Il titolo è una “univerbazione”, la riduzione, cioè, di una frase romagnola “A m’arcord” (Io mi ricordo), che è diventato un neologismo della nostra lingua, cui ricorriamo quando “rievochiamo in chiave nostalgica”. Numerosissimi gli interpreti, magnificamente guidati, che hanno dato vita a personaggi ormai mitici, come Magali Noël, nella parte della provocante parrucchiera Ninola, decisa a trovare un futuro marito uguale a Gary Cooper, ma pronta, nel frattempo, a offrirsi con generosità (“Signor Principe, gradisca”), da cui “La Gradisca”; come Maria Antonietta Beluzzi, “La Tabaccaia”, con cui Titta (interpretato da Bruno Zanin) trascorre alcuni sospirati momenti di intimità nella di lei bottega; come Ciccio Ingrassia, nella parte di Teo, lo zio matto (…voglio una donna …voglio una donnaaa!).
È un film senza intreccio, senza vicenda. Avvengono le “solite” cose tanto nella vita privata che nella pubblica e avvengono tutte nello stesso modo, secondo una visione del mondo “contadina”, in cui storia e natura si confondono sicché la vita umana risulti inserita costantemente nell’inalterabile, eterno, sicuro flusso cosmico. Per chi volesse acquistarlo, Amazon è sempre lì, drone o non drone: la nuova versione restaurata costa € 16,99. Anche La Feltrinelli e Mondadori vendono on-line. Ormeggiati tranquillamente nel porto turistico di Rimini, pronti a salpare alla prima notizia del passaggio, nella notte, del Rex(4) o del suo scintillante fantasma, ci riposiamo sulla terra ferma [la scena dell’attesa del Rex e del relativo passaggio (da Amarcord), è stata inserita nel filmato di Sandro Russo per la serata del Faro della Guardia, il 10 agosto 2012. Leggi e guarda qui]. Ne approfitto per l’ultima liaison fra città adriatiche e film lungo la rotta dal Lido di Venezia alle Tremiti. Pochi chilometri a sud Riccione, Misano Adriatico, Cattolica e poi le Marche, terra ballerina, cui va tutta la nostra vicinanza, simpatia e solidarietà. Proprio a Riccione è ambientato il bel film di Valerio Zurlini (5) Estate violenta, 1959.
L’estate in cui si svolge la storia narrata da Zurlini è quella del 1943, nella quale i tempi si accelerano e le regioni d’Italia, che sembravano ancora sicure, sono coinvolte dalla montante onda della guerra. I giovani borghesi trascorrono la stagione dei bagni al mare; fra essi Carlo (Jean-Louis Trintignant), il figliolo ventenne di un gerarca fascista (Enrico Maria Salerno). Fra noie, feste ed amorazzi, il giovanotto s’infatua di Roberta (Eleonora Rossi Drago), bellissima vedova di un ufficiale che trascorre la stagione in una villa a mare con la madre (Lilla Brignone) e con la piccola figlia. Allo scoccare del 25 luglio piovono bombe sulla spiaggia e sulla stazione. La relazione, intreccio fra l’immaturità del giovane e la dolorosa disillusione di lei, ha la sua conclusione nel momento della fuga verso nord: il treno su cui viaggiano verso posti più sicuri è bombardato; il violento impatto con la realtà mette Carlo di fronte alle sue responsabilità: convince la recalcitrante Roberta a tornare indietro dalla figlia e dalla madre e va incontro al suo destino.
La sceneggiatura, tratta da un soggetto originale di Zurlini, è frutto del lavoro comune con Suso Cecchi D’Amico e Giorgio Prosperi. Il film scorre con garbo ed eleganza, con alcune scene clou, come il ballo ed il primo bacio e il bombardamento del treno nel finale. Salerno è superbo interprete del gerarca fascista, ammirevole la presenza scenica della grande attrice di teatro Lilla Brignone; alter ego del regista, perfettamente calato nel profilo psicologico ed etico di Carlo, il grande Trintignant (doppiato da Paolo Ferrari). Due Nastri d’argento hanno premiato nel 1960 Eleonora Rossi Draghi come migliore attrice e Mario Nascimbeni per la colonna sonora. Lo stesso anno al Festival di Mar Del Plata la Draghi ricevette il premio per migliore attrice. Per ri/vederlo, se non ce lo avete in casa, o non avete amici che stivano Dvd, potrete trovarlo sul web: https://www.youtube.com/watch?v=qmyP26vUELw . Note (1) – Gabriele D’Annunzio, Canto Novo, Libro secondo, 46 (2) – Manuale basato sull’esperienza e l’osservazione che fornisce le informazioni non rappresentabili dalle carte nautiche, in particolare una descrizione accurata dell’aspetto verticale della costa. (3) – Denominazione data, durante la seconda guerra mondiale, alla linea difensiva tedesca su cui si ritirarono le truppe tedesche sul fronte italiano nel 1944; correva da Forte dei Marmi a Rimini e impediva alle forze alleate di entrare nella pianura padana. Crollò tra l’autunno del 1944 e l’aprile del 1945 (l’Enciclopedia, vol. 9, La biblioteca di Repubblica). (4) – Il transatlantico Rex, costruito dai Cantieri Navali Ansaldo di Sestri Ponente e inaugurato nel settembre del 1932 rimase il più grande mai costruito fino al varo nel 1991 della Costa Classica. Il Rex è protagonista di una celebre scena di Amarcord, nella quale una folla ne attende nottetempo il passaggio nell’Adriatico a bordo di piccole imbarcazioni. Tale scena è di pura fantasia, in quanto il Rex, eccetto l’ultimo viaggio verso Trieste nel 1994, non passò mai nell’Adriatico. (5) – Dopo una serie di documentari, esordì con il lungometraggio Le ragazze di San Frediano (1955) da un racconto di Vasco Pratolini. Con Estate violenta (1959), su una complicata storia d’amore nell’Italia del secondo dopoguerra, e La ragazza con la valigia (1961), sulla complessa relazione tra due giovani dall’animo profondamente diverso, si ritagliò un posto di psicologo della donna e della gioventù. Con Cronaca familiare(1962), sempre da Pratolini, compose a colori un’opera figurativamente equilibrata e un’elegia dei sentimenti, vincendo il Leone d’oro a Venezia (ex-aequo con L’infanzia di Ivan di A. Tarkovskij). Seguirono Le soldatesse (1965), dal romanzo di Ugo Pirro sulle prostitute di guerra, Seduto alla sua destra (1968), su un dramma del colonialismo in chiave evangelica; La prima notte di quiete (1972). Z. riconferma il gusto per la sintonia tra cinema e letteratura con Il deserto dei tartari (1976) dal romanzo di Dino Buzzati. Nei suoi film spicca la raffinatezza del gusto figurativo e le accurate inquadrature. Negli ultimi anni della sua vita è stato insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia.
Oggi prima tappa del nostro viaggio da un’“ascella” all’altra della nostra Bell’Italia. In prima battuta affronteremo il film più “coriaceo” della dozzina programmata, che è anche, a mio vedere, uno dei film più complessi e che ha fatto scrivere fiumi d’inchiostro. Ho cercato di essere “leggero”, non so se ci sono riuscito. C’è spazio nei commenti per dirmi, anche brevemente, la vostra. Gute reise, bon voyage, buon viaggio. T. P.
Alla Recherche dell’Isola perduta
Lido di Venezia: “Nome dato alle lunghe isole formanti il cordone litoraneo delle lagune venete, e particolarmente l’isola, o freccia litoranea, della laguna di Venezia, coi forti di S. Nicolò, Quattro Fontane, Alberoni e con Malamocco. Sono formate da detriti trasportati dal Brenta e dagli altri fiumi veneti, respinti dalla marea. Bei giardini, grandi stabilimenti balneari. Ab. 4000” (1).
Grazie al favorevole clima estivo e alla purezza dell’acqua sin dalla metà del XIX secolo divenne località balneare. Nel 1857 fu costruito il primo stabilimento balneare, seguirono vari insediamenti e nel 1900 fu inaugurato il Grand Hotel des Bains, che fra tanti ospiti illustri annoverò Thomas Mann, lo scrittore tedesco, premio Nobel per la letteratura nel 1929.
La vocazione turistica internazionale del Lido fu confermata e sviluppata dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, fortemente voluta da Mussolini e inaugurata nel 1932, e dall’apertura, qualche anno dopo, della sede del Casinò di Venezia. Thomas Mann vi ambientò il racconto Der Tog in Venedig (La morte a Venezia) (2), che Luchino Visconti ridusse nel film di cui oggi parliamo: Morte a Venezia (1971) (3), secondo capitolo della “trilogia tedesca”, preceduto da La caduta degli dei (1969) e seguito da Ludwig (1973).
Di nobili origini, Luchino Visconti di Modrone per alcuni suoi film scelse ambienti aristocratici e alto borghesi (fra questi, i tre citati). I contenuti, però, non sono mai aristocratici. Molto attento e sensibile ai temi sociali e psicologici, Visconti costruì i suoi film come testimonianze della sua convinzione che “il vecchio mondo dell’aristocrazia doveva tramontare perché solo pochissimi potevano partecipare ai suoi splendori e che la nuova democrazia borghese e la sua morale non fanno altro che legittimare una forma banale dell’individualismo del possesso.(4)”
Il progetto di portare sullo schermo il testo di Mann Visconti lo accarezzava da tempo, ma l’ansia di realizzarlo divenne man mano più urgente con la crisi di un’incipiente vecchiaia e in sintonia con le tematiche del racconto. Non solo l’innamoramento senile del protagonista per un bellissimo adolescente, ma forse, ancor più il conflitto fra estetica e etica. Il racconto di Thomas Mann rispondeva perfettamente alle sue esigenze espressive. E rappresentava un ultimo passo per giungere alla rappresentazione della Recherche di Proust. Il flusso del tempo che scorre lungo le pagine della Recherche è lo stesso che trascina Aschenbach verso l’ossessione e la morte. E con il soggiorno a Venezia del protagonista e di sua madre iniziava la prima stesura della sceneggiatura scritta con Suso Cecchi d’Amico. Nel 1971 se ne andarono assieme in Francia a cercare i luoghi in cui girare il film. Visconti morì senza aver potuto portare a termine il suo progetto proustiano. Forse, dentro di sé, aveva sempre saputo che non l’avrebbe mai realizzato. Forse amava e conosceva troppo bene Proust per pensare realmente di poterlo traslocare sullo schermo. Il tema che legava Morte a Venezia e la Recherche era chiaramente l’omosessualità e quello “di fare dell’omosessualità, dell’amore omosessuale, del desiderio omosessuale, della gelosia omosessuale, l’unico, formidabile motore che fa girare e accendersi di luci volta a volta esaltanti e sinistre l’immenso planetario della Recherche…(5)”.
Ci sono nel film di Visconti altri richiami al libro di Proust, ma è l’atmosfera storica che si sovrappone con particolar forza. Il 1911, l’anno in cui si svolge il film è, per esempio, lo stesso in cui sono scritte le prime pagine della Recherche. E in quei mesi Thomas Mann scrive il suo racconto, il cui protagonista è lo scrittore cinquantenne Gustav von Aschenbach, nominato conte dal Kaiser e autore tra gli altri di un romanzo Un miserabile, col quale intendeva additare ai giovani “la via della risolutezza morale”. Più che assomigliarsi a Nietzsche o a Strindberg – suoi contemporanei – appare uno dei tanti intellettuali borghesi a cavallo del ’900, che ignoravano di essere infetti di decadentismo. Così il dramma di Aschenbach rimane il dramma di valori non tanto intellettuali quanto etico-sociali. E il colera che scoppia in un’antica sede della cultura europea come Venezia simboleggia appunto lo scoppio mortale dell’estetismo in un animo attaccato ai valori tradizionali. Luchino Visconti ha colto la contraddizione e sostituito lo scrittore manniano con la figura di un intellettuale esteta, musicista famoso nel quale è adombrata la figura del compositore austriaco Gustav Mahler(6). Lo stesso Mann, profondamente turbato dalla morte di Mahler, avvenuta durante il suo soggiorno a Venezia, diede al protagonista il nome e la fisionomia del compositore, pur ponendo attenzione affinché le allusioni non diventassero esplicite.
L’altero protagonista (Dirk Bogarde), reduce da un periodo di crisi, si reca per una vacanza al Lido di Venezia, dove soggiorna all’Hotel des Bains. Subito è attratto da un adolescente “di una bellezza perfetta”, con una capigliatura “come quella dello Spinario capitolino(7)”. Tadzio(8), questo è il nome del fanciullo fa parte di una famiglia polacca alto borghese o nobile e la cui madre è una straordinariamente bella e regale Silvana Mangano.
Il professore comincia a seguire l’adolescente con lo sguardo, nell’albergo e sulla spiaggia, e ne è ambiguamente ricambiato. Turbato da questa passione e oppresso da uno scirocco senza fine, Aschenbach si decide a ripartire, ma un contrattempo lo fa desistere. Riprende il giuoco degli sguardi e degli inseguimenti. A Venezia, intanto, emergono segni di un’epidemia di colera. Gustav rinuncia ad avvertire la famiglia di Tadzio, ricade in una profonda depressione, e cerca di riparare ai guasti del tempo e della depressione con un trucco pesante, che lo rende ridicolo alla vista. Stremato, sulla sdraio, segue il giovane efebo sulla spiaggia e muore, il trucco disciolto sul viso, come una maschera grottesca.
La tendenza a rappresentare il grottesco, è molto presente nella trilogia tedesca non tanto per una particolare predilezione estetica (in quanto spirito radicalmente ottocentesco Visconti rimarrà fedele ad altre tendenze artistiche), ma soprattutto perché l’espressionismo tedesco, meglio e più di altre, esprimeva quella inquietudine che attraversava la società tedesca del primo Novecento e che il regista voleva rappresentare.
La puntigliosissima preparazione di ogni particolare e la raffinata capacità di ricreare ambienti, costumi, atteggiamenti non poteva trascurare questo aspetto. La figura del vecchio gitante allo sbarco dal battello, il direttore dell’Hotel des Bains (ricalcato sull’omologo di Balbecin Proust), il suonatore girovago, che sembra preso in prestito da Fellini; lo stesso Aschenbach dell’ultima parte, che si fa imbonire dal barbiere e scivola in un grottesco umiliante, ributtante. E l’ultima scena della morte, in cui senza pietà, i coloranti ed il cerone lo imbrattano e gli tolgono l’ultima parvenza di dignità.
I luoghi in cui si svolgono tanto il racconto che il film sono ben conosciuti dal regista, che vi trascorreva fanciullo (e se in Tadzio abbia voluto raffigurare se stesso adolescente?) le vacanze con la madre; e prima da Thomas Mann che vi soggiornava nel 1911 e maturava l’ispirazione del racconto. Ma anche Mahler vi soggiornò. Venezia e il suo Lido.
Tutto il film è segnato dalla presenza autorevole e dinamica dei luoghi. Il Lido, la sua spiaggia, il magnifico Hotel des Bains sono gli scenari straordinari che fanno da palcoscenico anche alla sfilata di personaggi che provengono dalla memoria di Visconti. La società, gli eventi, gli stessi luoghi rimangono sullo sfondo ed il protagonista rimane costantemente in primo piano, osservato in tutte le sue componenti etiche e intellettuali. Si affievolisce il profilo umano e sociale della sua personalità e un’analisi critica della sua condotta in rapporto alla società e alla storia, riducendosi, come sottolineato da alcuni critici ad una specie di “narcisismo”, di autocompiacimento formale. Visconti commenta la storia di Gustav, completando un unicum di rara qualità, con la musica di Mahler: il Quarto Tempo della Terza Sinfonia, l’Adagettodella Quinta Sinfonia, che ricorre nei momenti salienti del film; e brani di altri autori: la Ninna Nanna di Modest Mussorgski, cantata senza accompagnamento musicale, Per Elisa di Beethoven, suonata al pianoforte in due scene, Chi vuole con le donne aver fortuna di Armando Gil, suonata e cantata dalla piccola banda di girovaghi nella veranda dell’Hotel, La Vedova allegra di Franz Lehár (il valzer e l’aria della Veljia).
In chiusura, sono “costretto” ad utilizzare, per debito di riconoscenza, stima e amicizia, le parole conclusive del saggio ‘Morte a Venezia’ secondo la critica, di Francesco Bono e Gianni Sarro; saggio che ho letto a scrittura ultimata, ad ormeggi ormai sciolti: “…In primo piano era già apparso più volte il particolare di una macchina fotografica, che ora chiude Morte a Venezia. “Una propria cifra simbolica”, suggerisce Sergio Frosali, una “chiara allusione al fatto che quello che per Mann era la letteratura e per Mahler la musica”, è stato per Visconti il cinema; “una sigla autografa apposta in calce all’opera”.
Spinario. Palazzo dei Conservatori, Musei Capitolini; figura intera e (sotto) particolare del viso
Bibliografia
(1) Dizionario di Cognizioni Utili (Vol. 3, H-M, pag. 509), nuova edizione stereotipa del 1925. Il dizionario fu pubblicato a partire dal 1905. Le informazioni riportate si riferiscono pertanto proprio al periodo in cui sono ambientati racconto e film.
(2) Einaudi editore, ET classici, a cura di Marino Freschi, traduzione di Anita Rho
(3) Regia di Luchino Visconti. Sceneggiatura: Nicola Badalucco e Luchino Visconti. Fotografia: Pasquale De Santis. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Scenografia: Ferdinando Scarfiotti. Con: Dirk Bogarde (Gustav von Aschenbach), Björn Andrésen (Tadzio), Silvana Mangano (madre di Tadzio), Romolo Valli (direttore dell’albergo). Il DVD del film è uscito in edicola il 17/12/2016, nella collana “Il cinema di Luchino Visconti” edita da “Il Cinema di Repubblica – L’Espresso. La Warner Bros Entertainment lo ha pubblicato nella collana I Grandi Registi. Riconoscimenti: 1971 David di Donatello Migliore regista a Luchino Visconti 1971 Nastro d’argento Regista del miglior film a Luchino Visconti Migliore attrice non protagonista a Silvana Mangano Migliore fotografia a Pasqualino De Santis Migliori costumi a Piero Tosi Nomination Migliore attore non protagonista a Romolo Valli 1971 Globo d’oro Miglior film a Luchino Visconti 1971 Festival di Cannes Premio del 25° anniversario a Luchino Visconti Nomination Palma d’oro a Luchino Visconti 1972 Premio Oscar Nomination Migliori costumi a Piero Tosi 1972 Premio Bafta Miglior fotografia a Pasqualino De Santis Migliore scenografia a Ferdinando Scarfiotti Migliore colonna sonora a Vittorio Trentino e Giuseppe Muratori Migliori costumi a Piero Tosi Nomination Miglior film Nomination Migliore regia a Luchino Visconti Nomination Migliore attore protagonista a Dick Bogarde
(4) Bernd Kiefer (in: “Die Sehnsucht nach dem Schönen”, tradotto da Wolfgang Pruscha).
(5) Giovanni Raboni, Introduzione alla sceneggiatura definitiva, Mondadori, Milano, 1986
(6) Entrambi, Aschenbach nel film – e possiamo dire anche nel racconto (che è del 1912) – e Mahler muoiono nel 1911.
(7) Lo Spinario è un’opera ellenistica di scultura, raffigurante un giovane seduto mentre, con le gambe accavallate, si sporge di fianco per togliersi una spina dalla pianta del piede sinistro. Ne esistono varie versioni sparse nei musei di tutto il mondo. Quella forse più antica, in bronzo (73 cm di altezza), si trova ai Musei capitolini a Roma.
Presentazione di sandrorustico “Io lavoro al bar / di un albergo a ore…”
Come attività principale io faccio il capo-redattore di un sito web. Il mio lavoro è convincere le persone a scrivere; con qualcuno è più facile, con altri quasi impossibile (…e tutte le sfumature intermedie).Ovviamente non tutti gli argomenti interessano allo stesso modo i miei lettori (rudi isolani dai modi spicci e poco inclini ai voli di fantasia).Con Tano è stato sfondare una porta aperta. Lui legge, si documenta, ma poi quello che butta giù va bene: “buona la prima!”Così abbiamo concordato, per un sito isolano che però ha l’ambizione di essere letto anche fuori dall’isola – un viaggio in barca lungo la penisola – piccolo cabotaggio, appunto – in cui lui potesse raccontare i ricordi e i rimandi che le sponde gli evocavano.I suoi scritti si sono nutriti, nel corso del viaggio, di associazioni personali e di molto cinema, e questo spiega il trasferimento delle sue “puntate” su questo blog…Buona navigazione!
Recalcitrante ho accettato l’invito di preparare una serie di articoli in cui fosse collegato un film ad un’isola. La mia resistenza era dettata dalla difficoltà che intuivo non facilmente superabile di trovare costantemente, nell’intera serie, per ognuna delle coppie un nesso fra l’elemento “isola” – retoricamente interpretata come simbolo di separatezza compiuta e di irrinunciabile identità – e un prodotto artistico, che superato l’angusto limite della missione di intrattenimento affermasse la sua vera e profonda essenza di metafora comunque collegabile con il primo. Questa difficoltà, irrisoria, se la scelta è libera (una qualunque isola del mondo, fra le più note e uno dei film che l’ha avuta come location), diventa difficoltosa se si preferiscono 12 isole italiane, in un percorso che va dall’alto Adriatico al Mar Ligure. Non solo isole grandi e note con una storia cinematografica lunga e consistente, ma anche isole piccole e addirittura scogli. Il criterio di abbinamento è necessariamente vario, ma confido che trovi benevolenza nei miei sei lettori, disposti ad imbarcarsi in questo breve viaggio. Laddove mancherà il forte nesso logico, mi auguro si dia merito all’inventiva. Scrivo “imbarcarsi” proprio perché quello che ho immaginato è un viaggio, neanche breve, lungo i mari che bagnano la nostra penisola; un percorso in massima sicurezza, costa costa, da piccolo porto a piccolo porto, che trova riscontro e giustificazione nel titolo di questa rassegna: Piccolo cabotaggio. Voglio riportare la definizione di “cabotaggio” non come chiaramente si evince in un modernissimo dizionario, dallo Zanichelli a Wikipedia, dal Treccani al Gabrielli, ma come è riportato nell’antico “Dizionario di cognizioni UTET” di cui ho parlato – con affetto – in un mio articolo del 22 agosto 2013 “Che farò senza faro?” Nel primo dei sei volumi “A – C”, a pag. 572, alla voce cabotaggio, si legge: “Navigazione che si fa lungo le coste del mare da capo a capo, da porto a porto. Il cabotaggio distinguesi d’ordinario in grande e piccolo. Il piccolo è la navigazione di commercio che si fa da un porto all’altro con piccoli bastimenti senza uscire dal medesimo Stato o almeno senza allontanarsene molto. Per grande cabotaggio si intendono in complesso quei viaggi che passano i limiti del piccolo, senza però essere viaggi di lungo corso (…)” Lasceremo alla prossima occasione, se ci sarà, viaggi più impegnativi in mari più esotici e meno conosciuti, di grande cabotaggio o di lungo corso. Tracciamo, pertanto, il viaggio e presentiamolo per sommi capi: da Venezia scenderemo per l’Adriatico, giungeremo al centro del Mare Nostrum e poi risaliremo per effettuare il giro della Sicilia, toccando prima Ustica, poi le Eolie e su, costeggiando, ci lasceremo sulla destra le isole Ponziane (che questa volta fanno “solo” da spettatori”) per far scalo nell’Arcipelago Campano, sostare in Sardegna, e completare il prudente viaggio nell’Arcipelago Toscano.
Ed ora gli abbinamenti: 1. Venezia e il Lido: Morte a Venezia di Luchino Visconti, 1971 2. Isole Tremiti: Isole di Stefano Chiantini, 2011 3. Lampedusa: Fuocammare, docufilm di Gianfranco Rosi, 2016 4. Isola piccola (Marzamemi, Sicilia): Sud di Gabriele Salvadores, 1993 5. Ustica: Gramsci 44; documentario di Emanuele Barbucci, 2016 6. Lisca Bianca (Isole Eolie): L’avventura di Michelangelo Antonioni, 1960 7. Ischia: Vacanze ad Ischia di Mario Camerini, 1957 8. Capri: Il disprezzo di Jean –Luc Godard, 1963 9. Budelli: Deserto rosso di Michelangelo Antonioni 10. Giglio: Farfallon di Riccardo Pazzaglia, 1974 11. Elba: N (Io e Napoleone) di Paolo Virzì, 2006 12. Montecristo: Il Conte di Montecristo di Josée Dayan, 1998 Bene! Alla prossima settimana, allora con Morte a Venezia. Non molto allegro, tutt’altro, ma è un vero capolavoro, uno dei tanti dell’indimenticabile Maestro.