Ursus: due storie parallele

di Letizia Piredda

Vi ricordate  Quo Vadis? (1951) nell’adattamento di Hollywood, con Deborah Kerr e Robert Taylor? Uno dei Kolossal del genere Peplum davvero indimenticabile. Nella vicenda spicca un personaggio  secondario: è il servo Ursus , un gigante dalla forza prodigiosa, ma dal cuore gentile. E’ il protettore della cristiana Licia, e, più di una volta  interviene  in sua difesa.  Ma la vicenda clou del film è quella dell’arena, dove vengono uccisi i cristiani  colpevoli , secondo Nerone, di aver appiccato il fuoco a Roma. Licia è legata ad un palo di legno al centro dell’arena. Viene fatto entrare nell’anfiteatro un toro selvaggio, ed Ursus l’enorme guardia del corpo di Licia, deve cercare di difenderla dall’animale a mani nude.

Quando ormai sembra tutto perduto, Ursus,  con forza sovrumana  riesce a spezzare il collo del toro, salvando Licia.
Vi chiederete : ma come mai un richiamo a questo film?
E’ da due o tre giorni che sono tornata da Trieste: la mia prima visita a questa città dalle mille sfaccettature, imprendibile , solenne nella sua architettura austroungarica e avvolta  in quell’atmosfera mitteleuropea che tanto l’ha caratterizzata in tutte le sue manifestazioni sociali, culturali e politiche. Città di confine e, come tale, città contesa, città dalle mille storie per lo più sconosciute al turismo ufficiale, ma molto ben raccontate da Covacich , nel suo libretto Trieste sottosopra .
Si gira facilmente a piedi Trieste, soprattutto se si è abituati alle distanze di Roma. Più di una volta nel mio girovagare sono passata nella bellissima piazza dell’Unità d’Italia, dove uno spazio ampio si apre sconfinando sul mare, al punto che non si sa se è il mare a entrare nella Piazza o la Piazza a entrare nel mare. Più di una volta ho scorto con la coda dell’occhio una grande gru sul lato destro, ma il fascino della piazza , la fretta di raggiungere la meta prefissata per quel giorno, il caldo che in certe ore si fa sentire anche lì, non mi hanno dato il tempo di soffermarmici.
Solo quando la mia amica triestina, che , generosamente, mi dava in tempo reale numerose dritte sulle cose da vedere, sulle gite più belle, non che sui caffè storici e sui ristoranti più tipici, mi chiese se avevo visto Ursus, qualcosa si è messo in moto nella mia mente e dopo un momento di sconcerto,  ho cominciato a collegare quel pezzo di gru, visto sbadatamente oltre piazza dell’Unità con l’incredibile storia, tutta triestina, di Ursus.

Questa gigantesca gru,  Ursus, su ponte galleggiante risponde perfettamente nella sua storia e nelle sue mastodontiche dimensioni all’ Ursus di Quo vadis?
Dalla sua costruzione ,ancora sotto l’Austro-Ungheria (1913), fino ai primi anni di attività sotto l’Italia (1932), la struttura ha sempre lavorato instancabilmente da un angolo all’altro del golfo di Trieste, rendendosi disponibile, qualunque fosse il compito. Tra le tante imprese eroiche, va menzionata la rimozione pericolosa  e sofferta dei relitti di navi sommergibili nell’Adriatico, con il rischio di un’esplosione delle tante mine lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale..
La sua silhouette  è immediatamente riconoscibile: 70 metri d’altezza, con una superficie di 1100 metri quadrati, una delle tre chiatte con gru d’epoca rimaste intatte non solo in Europa, ma in tutto il mondo.
La sopravvivenza di questo gigante di ferro sembra sia dovuta ad un suo uso estensivo , fino alla metà degli anni Novanta. In contrapposizione alla decadenza del porto nel secondo dopo guerra, l’Ursus grazie alla sua solidità ha continuato a lavorare a sufficienza tanto da garantirsi una buona pensione ed evitare, solo per il vivo interesse dei triestini e delle associazioni cittadine, un’ingrata distruzione.
Due giganti, sì ma dal cuore generoso: c’è ancora qualche speranza per noi tutti!

Mauro Covacich Trieste sottosopra. Editore La terza, 2006

Ugo Gregoretti: una vita da “corsaro”

di Letizia Piredda

Regista, autore televisivo, attore, giornalista e drammaturgo, è stato definito in tanti modi : maestro della TV intelligente, l’arma ironica del cinema italiano, maestro della satira e dell’aneddotica. Sicuramente all’impegno culturale, artistico , professionale e politico, ha saputo sempre affiancare una vena satirica dissacrante, una capacità non comune di porsi sempre fuori dagli schemi ,oltre ad una capacità empatica che lo avvicinava  alla gente comune,  ripresa poi a livello giornalistico da Sergio Zavoli.

Insieme a molti nomi illustri, tra cui Umberto Eco , Furio Colombo, Piero Angela, fece parte dei corsari della TV  , realizzando una serie di spettacoli come Romanzo popolare italiano e Il Circolo Pickwick, le miniserie Le tigri di MompracemDentro Roma. Nel frattempo debutta al cinema con I nuovi angeli, seguito poi dal film ad episodi Ro.Go.Pa.G. con Pierpaolo Pasolini, Roberto Rossellini e Jean – Luc Godard. Il suo episodio Il pollo ruspante, è una critica impietosa del mondo dei consumi vista attraverso una gita domenicale di famiglia.

Ugo Gregoretti e Gigi Proietti in Circolo Pickwick, 1968

Ma il cinema sembra non essergli molto congeniale, o meglio non  facile da conquistare, venendo dalla TV. Riportiamo le sue parole in proposito: Perché ho girato così pochi film? C’è un motivo.  Per molti ero un miserabile rospo che usciva  dal pantano maleodorante delle disprezzatissima tv, osando fare un salto nell’Olimpo del cinema. Così tornò a occuparsi principalmente di tv con molti documentari Apollon, una fabbrica occupata (1969) e Contratto (1971) e l’autobiografico Maggio musicale (1990);  un omaggio a Zavattini realizzato nel 1982, l’inchiesta Sottotraccia del 1991, dedicata all’Italia ‘minore’ e seminascosta, Lezioni di design, trasmissione che presentava oggetti notevoli di design ed i relativi autori, insignita nel 2001 del premio Compasso d’oro e Uova fatali. In tutti questi programmi la genialità di Gregoretti si esprime con l’invenzione della contaminazione tra la cultura d’élite e la fruizione popolare. In Uova fatali si pose all’avanguardia sotto il profilo tecnologico, con l’uso del Chroma Key, vale a dire la fusione di immagini o spezzoni filmati diversi, utilizzato per la prima volta come linguaggio e strumento creativo.
Parallelamente nell’80 iniziò la carriera teatrale allestendo più di 50 spettacoli e dirigendo dal 1985 all’89 il teatro Stabile di Torino, non solo prosa però, si era dedicato anche all’opera lirica mettendo in scena nel 1976  L’italiana in Algeri.
Il  suo ultimo progetto, era  l’adattamento per il cinema della sua autobiografia La storia sono io (con finale aperto). Ci piace chiudere questo breve excursus con il suo commento salace, quando gli chiedevano come sarebbe stato questo suo nuovo film: Sarà il ritratto di un perfetto cialtrone, la mappa esatta delle mia cialtroneria congenita e inguaribile. Un monito per tanti miei colleghi che si auto-monumentalizzano, io invece ho fatto un anti-monumento. Un esempio: non si parla mai delle mia attività professionale ma solo della storia di un uomo qualunque che, come diceva Goldoni, è nato sotto l’influsso di una stella comica.

RI-COGNIZIONE IN TRASTEVERE (1)

di Antonio Celli e Angela Solano

PRIMA STAZIONE
ove si parla del Dio della soglia, di chi sale le scale e di chi non sa frenare le cadute, e poi di due grandi registi e di due registi simpatici.

Siamo nelle pendici del Gianicolo, colle sacro a Giano, dio dei passaggi, delle porte , delle soglie ed è opportuna una breve introduzione su Trastevere, sul suo carattere di Porta tra mondi , luogo di contrasto e di contatto.


Lungo il crinale che da Porta San Pancrazio si indirizza verso il Tevere (le direttrici Via Garibaldi-Via della Lungaretta), si sviluppavano i percorsi che dall’entroterra etrusco portavano al guado immediatamente a valle dell’isola Tiberina  ( il primo per chi proviene dalla costa; il successivo si trova a Fidenae, 8 km a Nord),e, incrociandosi con il percorso proveniente dalle saline costiere, rendeva di estrema importanza l’area che consentiva il controllo del passaggio, considerando che sul lato opposto del fiume insistevano rilievi tufacei molto adatti ad ospitare insediamenti fortificati: solo dopo innumerevoli conflitti e la definitiva sconfitta della etrusca Veio (396 a.C.) il sito entrò stabilmente nell’area di pertinenza romana.
Quest’area, l’odierno Trastevere, divenne parte integrante della città solo molto tardi, nel 7 a.c., con la ridefinizione delle Regioni urbane approntata da Augusto : essendo area extrapomeriale, cioè esterna alla città “Inaugurata” , non era sottoposta agli innumerevoli vincoli e limitazioni che il rituale imponeva allo spazio sacralizzato, e quindi poteva ospitare , come ospiterà, comunità straniere , con i loro dei ed i loro luoghi di culto, le loro sepolture. La caratterizzazione del Trastevere come multietnico luogo di incontro si manterrà a lungo e sarà propria anche del tempo presente.

Un film recente, Il primo re , ci aiuterà a  formarci una immagine dell’ambiente fisico preesistente alle fasi di antropizzazione : il fiume, dal regime estremamente irregolare , può dar luogo a piene travolgenti e comunque, non essendo irregimentato in un alveo rigidamente definito, scorre nella pianura formando acquitrini ed impaludamenti, in continuità e sovrapposizione con la boscaglia ed i boschi originari. Le comunità proto- storiche si muovono e si contrastano in questo ambiente. 

Primo Re di Matteo Rovere, 2019

La presenza umana, che come già detto si agglutina in quest’area sopratutto per l’importanza del guado tiberino, determinerà nel corso del tempo un progressivo innalzamento del livello del suolo, con il conseguente affrancamento dalla minaccia del fiume degli abitati. Per rendersi conto dell’entità di questa trasformazione è sufficiente una visita alla Basilica di San Crisogono (per rimanere nell’ambito del Trastevere) : al di sotto della chiesa attuale, vi è la basilica di età costantiniana (inizi IV sec d.C.)  edificata a sua volta su di una domus tardorepubblicana; la strada di età repubblicana che costeggia la domus, si trova ad oltre sei metri sotto il livello attuale. Per arrivare al livello dell’età protostorica si dovrà scendere ancora più in basso.

La porzione più elevata del Trastevere, il Gianicolo, nel tempo verrà investita solo parzialmente dai fenomeni di trasformazione dovuti all’uomo, tanto che ancora oggi è possibile osservare parti di una flora (bosco mediterraneo di querce, lecci , olmi , lauri, gelsi ecc.) probabile residuo di età arcaiche, e questo in dipendenza del suo essere ricoperto da boschi sacri, connessi alla presenza di numerose divinità : in particolare Giano, divinità dai molteplici aspetti, era protettore di ogni passaggio, ogni mutamento, protettore di tutto ciò che aveva un inizio ed una fine, con la prerogativa di poter volgere lo sguardo sia al passato che al futuro; era preposto alla custodia di porte e ponti.  Nei miti arcaici oltre ad essere connesso alla ciclicità dell’anno, al risorgere della natura ,alle acque ,sia sorgive che fluenti,era considerato il fondatore di un villaggio sulla sponda destra del Tevere, Gianicola.

Pendici Est del Gianicolo, all’interno dell’Orto Botanico.

Le vicende del ’48/49 , culminate con la resistenza alle truppe di Oudinot delle forze della Repubblica romana , asserragliate sul colle, probabilmente consigliarono il Governo pontificio di rendere l’accesso al Gianicolo molto più agevole e praticabile per eventuali reparti armati : nel 1865-68 si integra l’insufficiente sistema di accesso (strade di tipo vicinale e rampe gradonate) con un ampio viale a tornanti , l’attuale via Garibaldi . Il colle, così, si avvicina alla città,  anche se sarà poi solo dai primi del ‘900 che le pendici Sud verranno coinvolte nel processo di espansione edilizia che aveva investito la nuova Capitale: palazzine e villini, destinati ad una utenza medio-alto borghese definiranno il nuovo volto del Gianicolo.

Torniamo  ora alla Scalea del Tamburino, al presente.

L’epigrafe ci porta al grande cinema, a Sergio Leone,che in questa via abitò ed il cui ricordo è ancora molto vivo nella memoria dei residenti più anziani.
Nel Luglio 2016 ,organizzata dai “ragazzi del nuovo cinema America” , si tenne una  rassegna della sua cinematografia  (trilogie del dollaro e del tempo) con proiezione dei film su un maxi schermo collocato ai piedi della Scalea; a ricordare il regista furono Ennio Morricone (peraltro suo compagno di classe delle elementari) , Dario Argento e Carlo Verdone .
Il grande riscontro ed interesse riscossi dall’iniziativa attestano quanto la memoria di Leone sia entrata a far parte ormai della stratificazione delle storie del luogo , in posizione significativa .
Un film recente rende un particolare omaggio a questa presenza , evocandola proprio attraverso la centralità , nel dispiegarsi della storia, attribuita alla Scalea:
Tutto quello che vuoi   2017  regia Francesco Bruni. (Nota 1)

Nel film la Scalea , che Alessandro percorre quotidianamente per raggiungere la vicina residenza dell’anziano poeta in via Dandolo, rappresenta, in forma metaforica, il processo di trasformazione  che il giovane, dapprima riluttante, poi progressivamente con sempre maggiore coinvolgimento emotivo, “ascende” alla scoperta di un sé stesso diverso, nel contatto con un mondo in cui  umanità e poesia sono valori.
Nel film, oltre all’omaggio tributato a Leone, sono evidenti i richiami al primo Pasolini : l’incipit del film è una citazione palese di quello di Accattone (gruppo di giovani senza progetti, seduti al bar) e , nello svolgersi della trama, si ricollega al finale dello stesso; nel medesimo luogo in cui Accattone ha l’incidente mortale, Alessandro porta a compimento il proprio processo di “rinascita” riuscendo a recuperare il rapporto con il padre; altra evocazione pasoliniana, in questo caso di Mamma Roma, è la strada che percorrono sia Ettore  che Alessandro attraverso il mercato di Porta Portese ma, mentre per il primo è luogo giustificato dal voler rivendere i dischi rubati, per il secondo il luogo si giustifica solo in quanto evocazione del precedente.

Nota 1 :Alessandro, un ragazzo di 22 anni, accetta un lavoro come accompagnatore di Giorgio, un anziano, vivace e divertente poeta di 85 anni: i due appartengono a mondi profondamente diversi, ma proprio la loro eterogeneità e distanza iniziale permetterà a Giorgio di addormentarsi sereno e ad Alessandro di iniziare a trovare un proprio equilibrio che lo riavvicinerà al padre e lo spingerà fuori dalla gabbia emotiva nella quale si era rinchiuso.  (da Wikipedia)

Accattone al bar del Pigneto
Alessandro al bar di San Callisto
Morte di Accattone
Ponte Testaccio e Lungotevere Portuense oggi
Via Bettoni e, sullo sfondo, Lungotevere Portuense: Alessandro corre
La corsa di Alessandro: Porta Portese
Mamma Roma: Ettore a Porta Portese

1-Incidente mortale di Accattone
2-Casa di Alessandro
3-Scalea del Tamburino
——– Itinerario corsa Alessandro
////////////   Ettore a Porta Portese

La scelta degli scenari urbani, con i rimandi che sottintende, consente al regista non solo di rendere un omaggio ad un’opera e a un autore , ma anche, una volta lette le connessioni nascoste , di arricchire le possibili letture del proprio lavoro.
A questo punto possiamo inserire immagini da altri autori:
in “Caro diario”  Moretti , nel primo episodio (In vespa) ci mostra tappe di un suo ricercato contatto con la città, una delle quali è incentrata proprio sull’ambiente in cui ci troviamo – Via Dandolo – luogo di un desiderio che rimarrà tale;

Caro Diario, Nanni Moretti, 1993

per Gianni Di Gregorio, infine, non vi è separazione tra l’ambiente di vita e quello della rappresentazione : vive da moltissimi anni in Viale Glorioso, e qui ambienta i suoi primi due film da regista; con molti dei personaggi che vi appaiono condivide i luoghi della vita reale.

Gianni e le donne, Gianni di Gregorio, 2011

Per inciso, i più anziani tra loro sono stati compagni di gioco di Sergio Leone.

Ri-cognizione in Trastevere (1) Segue

Il Noir : spazio e tempo (3)

di Letizia Piredda

Un altro aspetto del Noir che merita di essere approfondito riguarda la dimensione spaziale e  temporale.
Considerate separatamente, si può dire che,  la caratteristica tipica della dimensione spaziale è la “claustrofobia”,  che viene resa mediante  una serie di elementi: porte, finestre, scale, ombre.  Elementi questi che concorrono a  sottolineare la condizione di essere in trappola (Robert Porfirio,1976 ).
Per quanto riguarda la dimensione temporale, la connotazione principale
è data da  un’ingombrante e incombente presenza del passato, da cui non è possibile riscattarsi: è un passato irrecuperabile, un destino già segnato. L’ordine cronologico è complesso con un ricorso insistito al flashback.
Ora anche in altri generi come l’horror  è presente un’atmosfera claustrofobica; e d’altra parte, nel melodramma i protagonisti scontano nel presente le colpe del passato.
Il Noir  però  presenta una  peculiarità assoluta rispetto agli altri generi:  cioè tra piano temporale e piano spaziale, si stabilisce una continua contaminazione.

Vediamo come. Anzitutto nel noir c’è un’assenza strutturale: la casa e l’ambiente domestico, che vengono sostituiti da luoghi provvisori, come camere d’albergo, stanze in affitto, motel, bar, locali notturni (Vivian Sobcak, 1988). I personaggi sono individui sfaccendati e ambigui, uomini in attesa, che indugiano, vivono alla giornata; di conseguenza sia lo spazio sia il tempo sono caratterizzati da un elemento comune : la “provvisorietà”.
Per lo più i protagonisti sono braccati da malviventi che li vogliono eliminare, innocenti ricercati dalla polizia, evasi di prigione che non intendono essere arrestati per la seconda volta.
In altri casi si tratta di individui schiacciati da esperienze passate, che non vogliono più cimentarsi nell’arduo compito di ricostruirsi un’esistenza (ad es. lo Svedese de I gangsters).
Una delle conseguenze di questa provvisorietà  è che nel Noir il tempo della storia in genere è sempre molto breve: l’arco è di qualche giornata o di sole 24 ore. Inoltre tra notte e giorno c’è una divisione netta: la notte non è mai il prolungamento naturale del giorno, ma diventa un universo a se stante attraversato da azioni (delitti, tranelli, adulteri) e immagini (personaggi fermi nell’ombra, ambienti  trasfigurati dall’oscurità, strade male illuminate).
In  Smarrimento il protagonista, metodico, preciso, responsabile, dopo l’incontro con Nora, si perde: non è più puntuale al lavoro, comincia a frequentare night club e ristoranti, e dopo aver abbandonato la casa e la famiglia, si sposta in una camera d’albergo a New York. La parola ritornante è “schedule” (agenda, scaletta) per sottolineare la sua incapacità a dominare il tempo. Il protagonista fa quindi un percorso spazio-temporale che lo porta ad abbandonare gli ambienti domestici e professionali (che scandiscono il tempo) per luoghi caratterizzati dalla provvisorietà.
Come ho già accennato prima, nei film noir la storia si svolge in un arco di tempo breve: qualche giorno o anche solo nelle 24 ore.
Per lo più la storia non rispetta l’ordine cronologico, ma è inframmezzata continuamente da flashback. Questo uso sistematico del flashback è stato interpretato come un prevalere del passato sul presente,dovuto all’incapacità del protagonista di rimuovere i misfatti compiuti, di cui prima o poi  dovrà  pagare lo scotto.

Il tempo si è fermato di John Farrow, 1948

Di fatto in molti film c’è la compresenza di passato e presente facendo ricorso a due modalità: con l’attivazione di due movimenti temporali successivi, uno all’indietro e il secondo in avanti (Il tempo si è fermato) oppure con una serie di interruzioni del flashback, in cui viene inquadrato il personaggio che racconta gli eventi (La fiamma del peccato). Questa compresenza di passato e presente dovrebbe corrispondere ad una difficoltà da parte del protagonista a distinguere o separare eventi passati da quelli attuali e futuri, e ancora  meglio a scindere i ricordi dalle attese, nella ricostruzione delle vicende personali. In questo modo il passato si mescola ai fatti presenti e/o futuri, diventando indistinguibile da essi. Non a caso in molti film noir assistiamo a casi di amnesia, con una perdita totale dei fatti anteriori, o ad una costante paura che quello che li aspetta sia, per un inevitabile maledizione del destino, uguale a quello che già hanno vissuto. Se da un lato l’uso ripetuto del flashback è funzionale alla rappresentazione di una dimensione temporale contorta, caotica, labirintica, in molti casi anche quando si procede con una narrativa lineare, il passato si insinua nel presente producendo una forte scompagine temporale.

Infine un elemento ritornante nel Noir è la strada, spesso avvolta nel buio, priva di punti di riferimento, di inizio e di fine: sembra spazializzare il tempo, sottolineandone non tanto la polidirezionalità, ma la ripetitiva uniformità, per rimarcare l’impossibilità di una logica progressione verso una mèta. Questo aspetto è reso in modo magistrale in Detour, dove il protagonista, schiacciato da un destino malefico, si trova ad essere coinvolto in due omicidi che non ha commesso, ma senza nessuna possibilità, nonostante i suoi sforzi, di dimostrare la propria innocenza.

Leonardo Gandini Il film noir americano, Lindau, 2001

Viviana Sobchak Lounge time: Postwar crises and the Chronotope of film noir in :Nick Browne (a cura di), Refiguring American film genres, University of Californian Press, Los Angeles, 1988

Robert Porfirio, No way out: Existentials motifs in the “Film Noir”, “Sight and Sound”, vol.45, 4, 1976

FINE

Il montaggio interno

a cura di Letizia Piredda

Per montaggio interno si intende una forma di montaggio che si costruisce non più a partire dal rapporto tra diverse inquadrature, bensì all’interno di un solo piano.
Un movimento di macchina , che rapporti tra loro due elementi, un’entrata o un’uscita di campo di un personaggio, il movimento ad avvicinarsi e ad allontanarsi degli attori, la stessa disposizione in profondità di due o più elementi diegetici possono dar vita a un insieme di relazioni nell’ambito di un piano: tali relazioni sono a tutti gli effetti degli esempi di montaggio interno. In sostanza piano sequenza e profondità di campo possono dar vita a delle inquadrature che, senza ricorrere al montaggio vero e proprio, possono essere frammentate in più piccole unità di significanti attraverso un gioco di variazioni operato dai diversi codici del linguaggio cinematografico, quali, ad esempio, quelli appena indicati.

Quarto potere di Orson Welles, 1941

Vediamo adesso di capire meglio le cose dette con un esempio.
Partiamo da una inquadratura in profondità di campo di Quarto potere, quella in cui i genitori del piccolo Kane, decidono di affidarlo al banchiere Tatcher , perchè lo porti con sè in città.
Sullo sfondo vediamo il piccolo Kane che gioca in mezzo alla neve. Un movimento di macchina all’indietro rivela il carattere di semi-soggettiva di quell’immagine, scoprendo, di spalle, la madre del bambino che lo sta osservando dalla finestra. L’inquadratura finisce per svilupparsi su tre piani distinti, che ne strutturano la profondità: sullo sfondo vediamo il bambino che gioca oltre la finestra, in mezzo, in piedi, il padre e, in primo piano, la madre e il futuro tutore. In un film fondato sul decoupage classico, la relazione tra questi elementi sarebbe stata rappresentata da un montaggio di inquadrature. Qui è lo spettatore che può decidere il suo decoupage (volendo possiamo continuare a guardare il bambino, mentre ascoltiamo le parole della madre). Va sottolineato che l’articolazione formale dell’inquadratura su tre livelli di profondità, risponde ad una logica narrativo-drammatica ben precisa: il bambino in fondo, vittima ignara di un disegno altrui, il padre che cerca debolmente di opporsi a questo disegno, e in primo piano la madre con il tutore , i veri artefici di quanto sta accadendo.

Tratto da: G. Rondolino, D. Tomasi, Manuale del film , UTET, 2011

Pedro Almodóvar a Milano

di Lorenza Del Tosto

La facciata dell’albergo, a pochi passi dall’Accademia di Brera, è austera ed elegante; dentro, oltre le vetrate della hall, tanta luce e il verde ipnotico di un meraviglioso giardino che ricorda gli affacci nella natura intravisti in Dolor y Gloria: momenti di respiro, di evasione, come nella casa di Alberto Crespo a San Lorenzo de El Escorial con i due uomini seduti sulle sdraio o l’affaccio verso il sole dal fondo della grotta o il giardino che decora le pareti nella sala d’attesa del dottore.

Una sospensione della gravità, del peso dell’umano. Un rifugio di armonia e silenzio, questo albergo sembra ritagliato apposta per Almodóvar che è a Milano per presentare una rassegna di film alla Fondazione Prada. Se non fosse che ieri, uscito per comprare delle riviste, l’edicolante gli ha chiesto di poter scattare un’ultima foto insieme, perché da domani la sua edicola chiude. E lui è tornato in albergo scosso, turbato: – E’ terribile che le edicole chiudano come le sale dei cinema – e allora ben vengano le rassegne che riportano i film sul grande schermo.– E’ un’enorme perdita di cultura ma anche di magia: perché un film possa rapirti lo schermo deve essere più grande di te, e degli oggetti che hai attorno. 
Lo schermo di casa va bene per una seconda o una terza visione, ma di questo, come degli affacci sul verde, non c’è molto tempo di parlare anzi nessuno perché ad Almodóvar si chiedono altre cose: la Controcultura, la libertà gay e, mai come per questo film,  i segreti delle sue storie. È sempre lì che si torna: come nascono le sue storie signor Almodóvar, cosa la ispira?  Ah poter afferrare il segreto , sfiorarlo anche solo per un istante! Sospirano tutti, ma la nascita di una storia è complessa e misteriosa, lui stesso, ammette, non ne possiede il segreto. E quando racconta della genesi di Dolor y Gloria sembra quasi spiegarla a se stesso, per convincersi che il miracolo si è ripetuto anche stavolta: e il dolore fisico alla schiena, l’assenza di gravità immerso nell’acqua della piscina, i ricordi luminosi dell’infanzia si sono davvero fusi con quei tre racconti che aveva nel computer in un insieme tanto armonioso.
– Io scrivo sempre: racconti, testi, non per pubblicarli, ma in attesa che, prima o poi, uno di  loro trovi vita in un film. E con ordine e pazienza fa il suo elenco: “Il primo desiderio” è un racconto che avevo scritto vent’anni fa – sorride quasi incredulo – e non ero mai riuscito ad   inserirlo in un film, non c’era mai verso che andasse bene, poi c’era il monologo “La Dipendenza”, faceva parte di un compendio di racconti su La Movida e poi c’era un racconto su un incontro crudele con un attore. E poi… l’idea della morte legata all’eroina, e l’idea della morte legata al ricordo di mia madre e… Lasciamo che le storie restino un mistero come i film che, rivisti ora per la rassegna, gli sono apparsi diversi. – Se il tempo li rispetta è meraviglioso, tu invecchi e loro no, alcuni dei miei film non li avevo rivisti: “La mala educación”, ad esempio, è stata la peggiore esperienza che io ricordi. Il suo viso si è fatto scuro, cupo – Ci sono stati dei problemi con gli attori e ho dovuto riscriverlo mentre giravamo e ne ho conservato un ricordo molto amaro.

La mala educaciòn, di Pedro Almòdovar, 2004

In genere quando finisco le riprese sono sempre molto critico con il lavoro fatto, è un processo intimo che non racconto ai giornalisti -dice con un sorriso che lascia la porta aperta ad altre domande – ma il tempo ha rimesso ogni film al suo posto.
– Cosa c’era che non andava? – vogliono sapere. – Magari qualcosa che un attore aveva fatto e non mi piaceva, e ora mi accorgo, con il tempo, che invece andava bene.  

Ne abbiamo visti tanti di attori presentare i film al suo fianco, forse non erano mai quelli con cui c’erano state le sfuriate: attori totalmente stregati, increduli e storditi, alla fine del lavoro, come se avessero scoperto una parte di se stessi, un potenziale, che non conoscevano.
– Non ti lascia nessuno spazio, ti dice come dire le cose, come farle, tu capisci che lui ha già tutto chiaro in testa, sa esattamente cosa vuole, e tu non hai spazio di manovra, ma a me va bene così… – ha detto Nora Navas, che interpreta l’assistente del regista in Dolor y Gloria, dopo aver visto cosa il regista ha fatto di lei nel film.
Come è successo ad Antonio Banderas che è tornato da Hollywood “con uno zaino pieno di anni e di esperienze” orgoglioso di potergli mostrare tutto quello che aveva imparato dai tempi condivisi a Madrid. – Mi sono seduto davanti a lui per le prove di “La pelle che abito” – ha raccontato facendo il gesto di pavoneggiarsi – guarda come sono diventato bravo, come mi muovo bene, gli dicevo tutto felice e orgoglioso e lui mi ha raggelato: non so cosa farmene di questa roba. E sul set è stato tutto uno scontro – i suoi pugni battuti con violenza uno contro l’altro.
Uno scontro creativo, ma continuo e solo alla fine, quando ha visto il film, ha capito.
E così per Dolor y Gloria, non ha opposto più resistenza, si è consegnato nelle mani del regista e Cannes lo ha insignito del premio al miglior attore. Sembrano farlo apposta i francesi a premiare i suoi attori e a negargli sempre la Palma d’Oro. Strane baruffe e invidie tra francesi e spagnoli, da cui noi italiani restiamo serenamente lontani qui nel giardino dove l’ombra ci avvolge benevola.

E’ faticosa la luce per Pedro Almodóvar che soffre di fotofobia e ha violenti mal di testa: – Sono un paradosso, io lavoro con la luce, ma la luce mi impedisce di lavorare. Ha bisogno di occhiali che lo proteggano, ma nelle interviste video le persone vogliono guardarti negli occhi. Allora lui li leva – Iniziamo senza occhiali e poi si vedrà, teniamo i tempi brevi. Le persone care attorno a lui creano una barriera di calda, efficiente, amorosa protezione. Pedro Almodóvar è stanco ma cura ogni dettaglio delle interviste, come cura sempre ogni cosa, controlla tutto, delega molto poco, delega solo a chi, attorno a lui, conosce le sue esigenze: il profilo, la luce, la posizione delle macchine da presa, non è più  una sequela di provocazioni la sua, anche se la provocazione è sempre lì magari nascosta e più sottile, i suoi interventi non sono più una cascata di battute e di risate, sebbene di passioni sì perché quando parla di cinema, dei grandi classici del cinema spagnolo che è venuto a presentare è come se il dolore, la luce, gli occhiali scomparissero. Racconta di Luis García Berlanga, Víctor Erice e Carlos Saura.
Berlanga, ormai scomparso, continua ad esercitare un’influenza grandissima in Spagna sui giovani registi, una sorta di neorealismo nero, e il suo La ballata del boia è il film più potente mai fatto contro la pena di morte, e Víctor Erice è un genio insolito che ha fatto solo tre grandi film e il Carlos Saura degli anni ’60 e ’70, hanno avuto il valore grandissimo di eludere la censura franchista con film che raccontano storie diverse da quelle che appaiono in superficie e quando la censura se ne accorge è ormai tardi. 
Felice di questa operazione di giustizia poetica, che permette di far conoscere al mondo film sequestrati per anni, si dimentica della stanchezza e racconta dei  primi film della sua vita: all’inizio solo quelli che si proiettavano d’estate, al paese, sul grande muro calcinato, facevano entrare tutti non c’erano limiti di età – e così io intorno ai nove anni ho visto “La fontana della vergine” ed è stato uno shock. La prima volta che vedevo uno stupro e per giunta la cosa veniva da Bergman. Sorride ironico  –  Da lì ho cominciato a seguire Bergman, e poi più tardi quando siamo emigrati a Cáceres, città capoluogo, ho scoperto Antonioni. E mi sembrava che i suoi film fossero fatti apposta per me; non sapevo niente dell’alta borghesia milanese, della sua noia e della sua mancanza di comunicazione, ma conoscevo la noia e la mancanza di comunicazione della vita rurale. Quei primi film della sua infanzia lo hanno salvato dalla noia, hanno acceso in lui il desiderio. – Il desiderio ti ricorda che sei vivo, è bene averlo provato almeno una o due volte nella vita quel desiderio che ti rende irresponsabile, di più potrebbe essere pericoloso –  Ride – Dopo non sei più lo stesso, anche quando ti porta alla disperazione il desiderio ti dice che sei vivo… C’è una dolcezza nella sua voce, e un misto di rimpianto e di feroce ironia. E le tante persone del pubblico che ora sono sedute in sala, non malate, senza disturbi fisici o acciacchi, lo ascoltano e nei loro occhi sembra di vedere fluttuare un timore, forse si stanno chiedendo se lo hanno mai provato loro, non un desiderio fugace, di un giorno, non una bramosia, e neanche solo la passione carnale, ma qualcosa di più profondo che fa ardere i tuoi giorni.

Come la passione che arde in quest’uomo stanco e malato, la senti e la tocchi tutta, mentre ci parla di un’Italia che faceva i film più belli del mondo, era il più bel cinema, il nostro, la più bella musica. Belli i film che raccontavano l’emigrazione dalla vita rurale alla città, l’emigrazione di un tempo, alla ricerca disperata di una vita migliore. La sua voce è una favola che incanta come quella di Cenerentola che diventa principessa, come quella del ragazzino poverissimo che vive un’infanzia di stenti e diventa il grande Maestro e ora la gente accorre e si inchina a salutarlo e a rendergli omaggio, mentre sullo schermo, alle sue spalle, passano spezzoni dei suoi primi film, i più provocanti, la scena iniziale de La legge del desiderio. 
– Ci hai fatto sentire liberi, ci hai fatto provare il primo desiderio – gli dicono e lui guarda senza battere ciglio quelle scene provocanti, un tempo censurate e bandite, fanno uno strano contrasto adesso che lui è stanco e malato, sembrano scorrere perché altri ci si afferrino, ora che di libertà attorno se ne vede poca e ha un sapore così strano.
– Sono tanti i desideri, tante le libertà – dice lui – non c’è solo il desiderio sessuale.

C’è la scena del saluto tra i due amanti di Dolor y Gloria che parla di un’altra libertà: quella di potersi liberare del peso dei ricordi, di trovare la forza di chiudere i conti, libertà più sottili, un tipo di coraggio faticoso e meno appariscente.
C’è la libertà costruita nel tempo, di fare film personali, di rischiare, anche sbagliando, di seguire solo se stessi senza farsi irretire dai soldi di produzioni lontane, libertà  insondabili e misteriose come i segreti della creatività. 
Come la libertà degli ultimi registi della sua rassegna di cui ora sta parlando: – Oltre ai classici di un tempo, ho scelto Alejandro Amenábar, segno di un risveglio del cinema spagnolo degli anni ’90 e “Magical Girl” di Carlos Vermut e “Blancanieves” di Pablo Berger: film contemporanei fatti senza grandi mezzi, ma assolutamente originali. Il miglior cinema contemporaneo, in Spagna, si fa ai margini.

Blancanieves di Pablo Berger, 2012

Si resterebbe volentieri ancora ad ascoltarlo, c’è una malìa nella sua voce, e c’è quel suo fuoco che arde e ammalia, ma Pedro è stanco, ed è bene che il grande scrigno da cui si riversano le sue parole torni a chiudersi. Le energie servono per fare cinema, che è mestiere molto faticoso, è ora di tornare nel rifugio, nei tanti giardini intravisti, come le copertine dei libri, nel suo film. 
C’è sempre un piccolo omaggio letterario nei suoi film: la macchina da presa inquadra per un istante la copertina di un libro poggiato su un comodino, e sembra sempre un messaggio privato, privatissimo rivolto ad ogni spettatore, tanto che ognuno ha l’impressione di aver avuto un’informazione che gli altri non conoscono, un segreto sussurrato all’orecchio, e invece in Dolor y Gloria, le copertine dei libri ci vengono mostrate di sghimbescio, solo in parte, il nome dell’autore ma non il titolo, se ne leggono passaggi e ci viene mostrato l’atto intimissimo di sottolinearli, quell’atto in cui i lettori dei libri, in formato cartaceo, ancora indulgono, e si ritrovano con  l’autore nella stessa esperienza, la stessa emozione.

Come proveremo a fare noi, perché il fuoco di Pedro Almodóvar ci tenga vivi e pieni di desiderio, senza che, per questo, lui si stanchi: lo cercheremo nella sala di un cinema dove si spengono le luci, nel silenzio di un giardino quando scende la sera, nel colore rosso, rosso Almodóvar, del tramonto luminoso di Milano.  

Il Noir e il sogno(2).

di Letizia Piredda

Negli anni ’30 molti pionieri della psicoanalisi arrivano in America (Theodore Reik, David Rapaport,Otto Fenichel). La psicoanalisi si diffonde. A differenza dello psicoanalista europeo che è un professionista isolato, lo psicoanalista americano può organizzarsi in associazioni culturali, collegate o meno all’Università. Anche Hollywood comincia ad interessarsi al fenomeno: sono molti infatti i produttori che si abbonano alla Psychoanalitical Review. Come in tutti i processi di divulgazione, però, c’è una tendenza alla semplificazione. Basta un esempio per tutti:
“Il sogno è il risultato dell’attività della nostra anima” (Freud) viene tradotto con mente ( o intelletto): questo porterà ad una interpretazione sviante, dato che la vita intellettuale è  separata da quella emotiva .
Nel noir il sogno è “il risultato dell’attività della mente” mente che in genere è squilibrata, scossa da un evento traumatico come un delitto: si affermerà il binomio sogno-turbamento mentale, cioè il sogno è un sintomo puntuale di malessere interiore e spesso si avvicina all’incubo o all’illusione.
Ma la caratteristica del noir è data dalla pervasività, cioè dalla proliferazione di atmosfere oniriche.
“L’onirismo diffuso del noir porta lo spettatore a una condizione di perenne incertezza , e ad una sospensione tra percezione reale, sogno, fantasticherie”.(Carluccio e Pescatore)
Si possono classificare in tre categorie gli elementi stilistici e narrativi connessi all’onirismo:
1) i riferimenti, figurativi o verbali, al sonno, al torpore, al sogno e all’incubo
2) le allusioni allo squilibrio mentale o al disorientamento psicologico dei personaggi: si ricorre ai primi piani  e alla voce fuori campo per esprimere la dissociazione tra un corpo muto, quasi inanimato e un pensiero attivo, dotato di parola
3) spesso la prima apparizione di un personaggio viene fatta precedere da una scena in cui il protagonista sta dormendo, si è appena svegliato o ha espresso un desiderio o un timore del tutto irreale.
Due film in particolare rendono molto bene questa tematica:
“Lo sconosciuto del terzo piano”, 1940, di Boris Ingster e “Situazione pericolosa”, 1941, di Bruce Humberstone.

Lo sconosciuto del terzo piano, di Boris Ingster, 1940

Uno dei motivi ricorrenti in questi film è il motivo dell’ombra ( a livello verbale e iconografico) o l’uso di un quadro o di una fotografia  ( che diventa icona , staccata quindi dal personaggio reale che raffigura).
A questo proposito i riferimenti anche se molto diversi tra loro, sono: “Vertigine” di Otto Preminger, 1944, “La donna del ritratto” , 1944  e “La strada scarlatta”, 1945 di Fritz Lang.
La messa in scena acquista un valore aggiunto nel noir: non è solo forma ma è anche contenuto.

Come ho già detto non c’è un confine preciso tra lo stato di veglia e quello del sonno: “ un mondo vagamente irreale e inconsistente, senza spessore, dominato dalla presenza di vetri, specchi e ombre che costantemente duplicano l’immagine dei personaggi, minandone la verosimiglianza e la messa a fuoco”(Gandini).
Spesso la messa in scena, con le caratteristiche formali del noir (fotografia contrastata, riprese scentrate, stilizzazione etc,) serve a produrre un effetto visivo  che può non essere applicato a tutto il film, ma solo a una sua parte (un personaggio, un ambiente, una situazione) che verranno percepiti come “diversi”.
Ne consegue che da un punto di vista stilistico i film noir possono essere frammentati in due : a una parte iniziale in cui la messa in scena obbedisce ai criteri della classicità hollywoodiana (illuminazione uniforme, riprese frontali, spazio prospettico ecc.) ne segue un’altra caratterizzata da opzioni formali di segno opposto.
Ad es. in “Vertigine”la scena in cui il poliziotto si addormenta sulla poltrona segna un cambio di registro stilistico: ambienti immersi nell’oscurità (la stazione di polizia, la casa di Laura) strade lucide di pioggia, ombre minacciose.

Vertigine di Otto Preminger, 1944

Si verifica una divergenza tra narrazione e immagini e, senza una giustificazione adeguata per lo spettatore, si innesta un repertorio formale molto stilizzato.
I film di riferimento in questo caso sono: “La donna fantasma” di Siodmak  e “La finestra socchiusa”; in quest’ultimo il prologo sembra improntato a uno stile documentaristico e all’analisi sociale. Ma poco dopo l’episodio in cui Tommy, in una notte di afa, esce sulla scala antincendio e assiste ad un omicidio, c’è un cambio radicale di registro. L’illuminazione uniforme viene sostituita da quella contrastata, che dà risalto alle ombre; spazi e individui vengono spesso ripresi dal basso in alto e quindi il film procede su un duplice binario: quello reale e quello immaginario ( Tommy, che diceva anche molte bugie, può aver sognato / immaginato l’omicidio).
A differenza dei generi basati sull’azione (western e war-movie) o sui sentimenti (melodramma) il noir sancisce con forza l’idea che ciò che l’individuo sogna o immagina , finisce per avere, nella sua esistenza, un peso preponderante.
Ed è questo l’elemento che lo rende così diverso dal film poliziesco, che parte dai medesimi elementi narrativi (un delitto, un colpevole, un detective) per affermare il trionfo della razionalità, della logica e della concretezza.
In tutti e due i film l’iconografia è contraddistinta da ombre gigantesche: vengono riflesse sulle pareti sia le sagome delle ringhiere e delle colonne, sia i profili dei corpi e dei personaggi.

Ma non hanno la stessa funzione che assumono nei film horror, di ampliare a dismisura la suspence e il mistero. In alcuni film (“Donne e veleni” e “Angoscia”) le ombre hanno una caratteristica particolare: sono sempre parallele ai corpi e agli oggetti: tutto questo produce un effetto di smaterializzazione e di sdoppiamento, creando un clima di ambiguità e di incertezza che finisce con lo spiazzare lo spettatore.

Gandini L. “Il noir americano” Edizioni Lindau, 2008
Carluccio G., Pescatore G. “Dal Nero. Del noir, dello schermo”,Cinema &Cinema, 61, maggio –agosto 1991,pp 61-68

Continua: Il Noir: spazio e tempo (3) https://odeon.home.blog/2019/06/17/il-noir-spazio-e-tempo-3/

Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar . Cinema e Solitudine.

di Lorenza Del Tosto

Presentazione.
La nostra amica Lorenza fa la traduttrice (dall’inglese e dallo spagnolo) e frequenta per lavoro festival importanti, eventi letterari, presentazioni di film e libri. Da Venezia e Cannes in particolare, ma anche da altre manifestazioni cui partecipa, ci manda originali ritratti di registi, attori e scrittori famosi.
Per un periodo ha pubblicato questi suoi scritti su 
Mag-O, il Magazine di Omero (Scuola di Scrittura) in una rubrica apposita dal titolo appropriato: Lost in translation Dal link relativo – https://www.omero.it/omero-magazine/lost-in-translation/ – si può accedere all’indice e ai singoli articoli (in pagine successive) che per la varietà dei nomi, dei temi e della particolare angolazione del suo modo di raccontare potranno procurare autentiche sorprese…
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E’ felice Pedro Almodóvar, o più che felicità, è l’appagamento di chi ha compiuto una grandissima impresa, di cui solo lui conosce il prezzo, il rischio e la precarietà, come un padre che porti la cena a casa la sera, pietanze squisite e, seduto a tavola, sorrida lasciando che tutti festeggino, per una sera ancora,  ignari del pericolo che incombe.
E’ solo un’idea, un’impressione che ci sta passando per la testa.
Almodóvar d’altronde, lo dice sempre, con un guizzo negli occhi: “Incertezza è la parola  del cinema.”
E la solitudine, così presente in Dolor y Gloria, il suo ultimo film, a cui lui sempre accenna e su cui nessuno mai, stranamente, si sofferma forse è proprio questo: essere l’unico a conoscere il costo della propria sopravvivenza.
“Convivo costantemente con un fantasma: la perdita dell’ispirazione e l’impossibilità fisica di continuare a girare film; è la paura più grande della mia vita: non provare più un giorno la passione che mi spinga a raccontare una storia.”
Un’ossessione da cui è impossibile liberarsi. Cosa gli dici? Pedro non ti preoccupare, ce l’hai fatta anche questa volta, dicono che sia il tuo film più bello, l’ispirazione non ti è mancata. Ma sarebbe inutile, perché il timore è sempre lì: dà colore al successo di adesso. Che è diverso da quello dei suoi grandi film del passato, proprio per la paura che il trascorrere degli anni ha reso più intensa e più grumosa, che forse appartiene a tutti i grandi, ma a lui sembra appartenere in un modo più intenso o più sincero. 

Sono tutte divagazioni nostre, mentre ce ne stiamo seduti in una grande terrazza di un albergo di Cannes, accanto a lui che,  pantaloni rossi, maglia jacquard gialla e verde e un fazzoletto al collo, cerca gli angoli più in ombra e più protetti lontano dalle correnti e dall’aria condizionata. Dolor y Gloria è in concorso al Festival e i giornalisti, da tutto il mondo, accorrono a intervistarlo.

La terrazza ha colori almodovariani e lampade di metallo a forma di palma d’oro, dai bordi così taglienti che bisogna fare molta attenzione a non finirci addosso,  e  affacci splendidi sul mare che oggi è azzurro come il cielo e risplende di barche e di vele. A tratti arrivano le voci da sotto: le televisioni appostate a rincorrere i talents, la musica sulla spiaggia, ambulanze per un breve istante rumorose prima di perdersi lontano, fanciulle smaglianti e scollate, tutta la grande kermesse del cinema che qui arriva attutita.  E, appollaiato su una sedia altissima, quasi un trampolino, sul mare, c’è Antonio Banderas, superbo protagonista del film: è così intenso nella sua interpretazione malinconica e sofferente di Salvador Mallo: regista famoso, ora in declino personale, fisico e creativo, alter ego di Pedro Almodóvar  che fa impressione e quasi dispiace, vederlo di nuovo trasformato in Banderas, bello e sorridente, arrivato con il suo aereo personale in compagnia della fidanzata.
Pantaloni bianchi e maglia azzurro chiaro, le spalle leggermente curve, dietro cui si stagliano cielo e mare, con esuberanza latina stemperata dalla cortesia si riversa generosissimo nelle risposte.
E’ il lato luminoso delle cose.
“Non so cosa sia successo, lo dicevamo a tavola, non sappiamo come si sia creato un tale stato di grazia durante le riprese. Il cinema è una cosa strana, non sai mai perché le cose funzionano.” E muove le dita nell’aria come a far combaciare le parti  di un oggetto invisibile, dal meccanismo perfetto. “Pedro ha questa capacità. Bisogna essere delle persone di un certo tipo, avere un certo sguardo sulle cose, ma non basta.
”Banderas è il suo Mastroianni, sussurrano voci, e Dolor y Gloria  è il suo 8 e mezzo ma Pedro Almodóvar si schermisce e, insieme, sorride lusingato. Non vuole e non può sostenere il paragone con Fellini ma certo c’è un bambino, ci sono le lenzuola che ondeggiano e il tema è simile: due registi che da una disperazione,  un’impossibilità di fare l’unica cosa al mondo che a loro interessa, traggono  creazione e  salvezza.


Si schermisce, ma con Vincenzo Mollica, che sta perdendo la vista, ne parla. “Ora ho scoperto che un film si può anche ascoltare.” gli dice Vincenzo “Bisogna perdere qualcosa per guadagnarne altre.” Sembra che conosca la sua paura e voglia rassicurarlo : io che vivevo di cinema sto perdendo gli occhi, eppure eccomi qua, il tuo film sono riuscito ad amarlo lo stesso. Non avere paura: ogni perdita ti porterà un guadagno. Pedro Almodóvar è, con lui, infinitamente gentile, lo è sempre stato anche quando Vincenzo Mollica ci vedeva come tutti. Seduti sullo sfondo del cielo azzurro purissimo, mentre sulle loro teste volano e stridono i gabbiani, i due,  gravati dai loro acciacchi, parlano di perdita e di comuni passioni: Mina e Fellini.

 “Fellini una volta mi ha detto: Vincenzo l’unico vero realismo è quello dei visionari” “Sì , certo: chi ha il coraggio di parlare dei suoi sogni è il più realista di tutti” conferma Pedro e racconta di Mina, che lui ascoltava già da bambino, alla radio, al paese, e di Come una sinfonia, la canzone di lei, che accompagna e sembra fondersi in un tutt’uno con la scena bellissima del primo desiderio, conferendole un sapore di sole, di estate pigra, di cose belle. Come i ricordi luminosi dell’infanzia che fanno da contrappunto al dolore del presente: come la scena a cui il film subito corre, in apertura, di lui e sua madre che lava i panni al fiume insieme alle altre donne . “Il ricordo più felice della mia infanzia” dice Pedro Almodóvar con una luce infinita negli occhi.
Ma c’è una madre in Dolor y Gloria diversa da quella da lui spesso evocata nei suoi film: qui è figura con cui fare i conti. Una madre che gli dice: non sei stato un bravo figlio e a cui lui può solo rispondere: non sono stato il figlio che volevi, perché sono stato ciò che sono. Uno dei momenti più struggenti del film:

“A volte i rapporti madre e figlio sono così nonostante il grande amore e non è colpa di nessuno: né della madre, né del figlio. In questo film c’è la crudeltà di certe madri, soprattutto in tarda età, che hanno vissuto una vita dura. Una madre degli anni ’60 che, in Spagna, erano anni di estrema povertà, umiliazioni e precarietà. Non credo che ce l’avessi con mia madre,  credo che la scena abbia a che fare con un senso di estraneità e di non accettazione da cui mi sono sentito circondato nell’infanzia. Poterne parlare è stato balsamico.”
E ora Vincenzo si congeda.
“Grazie, Pedro,  per questo film che è arrivato bellissimo nell’oscurità in cui vivo” dice prima di andar via accompagnato, nella sua penombra, da mani gentili.
Intanto Antonio Banderas  appollaiato laggiù, sullo sfondo del mare, aggiunge altre luci:

“Ogni giorno, prima di iniziare a girare, Pedro ama leggere agli attori le sue battute, le legge come vorrebbe che fossero dette, per quello che per lui significano, ma la mattina che doveva leggere le mie battute con la madre, seduti in terrazzo, lui inizia a leggere, e si blocca, proprio non ce la fa, inizia e si blocca e io gli ho detto: ho capito Pedro, ho capito cosa vuoi dire.”

E continua:
“Le persone si identificano tanto in questo film, forse perché tutti nella vita abbiamo conti in sospeso: con una madre, con un grande amore finito quando era ancora vivo e intenso. Io e Pedro ci conosciamo da sempre, abbiamo vissuto insieme gli anni della Movida, ma non ho mai saputo che si teneva dentro tutte queste cose. E’ stato incredibile: a mano a mano che il film andava avanti, a mano a mano che Pedro chiudeva i conti” e di nuovo Banderas muove le mani nel sole indicando un vuoto che si colma, qualcosa che fa clic “e si riconciliava con il suo passato, diventava sempre più leggero, alla fine c’era un Pedro felice.”
Normale, quindi, che la domanda che più ricorre, la più scontata è: quanto c’è di verità e quanto di finzione. Quante cose sono accadute realmente nella sua vita e quante avrebbe voluto che accadessero?
Almodóvar si presta con pazienza al gioco delle percentuali: “Diciamo che c’è un 40% di realtà, e un 100% di emozioni reali. Quando scrivo io parto sempre dalla realtà, ma subito  si crea la distanza. Il computer crea la distanza e la finzione impone le sue regole: l’importante è che il racconto risulti verosimile. Per me la vita, la mia stessa esistenza, tutta la realtà hanno senso solo come fonte di ispirazione. La realtà in sé non mi interessa, né la mia vita.”

Una dichiarazione fortissima, che scorre via nel flusso delle interviste, i tempi sono sempre così stretti. Bisogna correre di qua e di là e quest’anno i giornalisti sono affranti: Cannes impone orari assurdi che rendono difficile il lavoro.
Una settimana a Cannes, ha detto Pedro, metterebbe a dura prova anche Superman sebbene poi non c’è pubblico più caloroso di quello del Grand Palais, aggiunge, e lui aspetta la sera della proiezione per ascoltare ogni respiro in sala, e da quei respiri capirà l’essenza del suo film.  “Un film lo conosci bene, lo hai scritto, lo hai girato, eppure resta un mistero cosa provocherà nella gente. In strada le persone un tempo mi imploravano di fare nuove commedie. Ora sono contento che abbiano accettato il mio cambiamento: sobrietà e austerità. Mi piace lavorare sulla sottrazione, adesso. Forse lo accettano perché mi vedono fragile, vulnerabile e questo crea empatia.”


“E’ un film pieno d’amore” gli dicono, “quanto amore c’è in questo film” e lui ci tiene a precisare, quasi a proteggersi: “Sì, ma soprattutto amore per il cinema.”
Il cinema è al primo posto. Questo mare che scintilla divino, la coloratissima folla, la  fila di devoti, la venerazione  che trapela dagli occhi dei suoi attori, la gloria appunto non sono nulla se non offrono ispirazione.

Solo in un film ha detto cose che i suoi amici ignoravano. “Ci conosciamo da anni e di lui non sapevo nulla” ha detto Banderas: per il quale, invece, il cinema non viene al primo posto, nossignore.
“Io amo la vita. Me la voglio vivere tutta fino in fondo, assaporarne ogni istante, soprattutto da quando, un anno e mezzo fa, ho rischiato di perderla.”

In Dolor y Gloria nella scena della cineteca, per un breve momento che non altera l’austerità del film, torna il tono da commedia. L’ironia impagabile, meravigliosa, appena accennata di quella scena è un’isola di sole nel dolore del film, un immenso sprazzo di allegria irriverente. Che ancora affiora a tratti, in lui, durante le interviste, si insinua nel dolore fisico, lambisce la sponda più dolorosa della vita. L’ironia dietro ogni cosa come se l’austerità fosse una facciata, una protezione. 
Austera e insieme struggente è l’evocazione, nel film, degli anni della Controcultura in Spagna (dal ’77 all’84 ) che quell’ironia hanno alimentato e rappresentato.
“Anni evocati ma non descritti” come ci tiene a puntualizzare “Mi piacciono i messaggeri nel film: la pièce teatrale racconta ciò che il protagonista non ha la forza di dire. Come la sonata d’autunno in Bergman: una sonata che serve alla madre a parlare alla figlia.” Anni evocati nell’eroina che in quegli anni imperava, nei quadri, negli oggetti in ogni dettaglio della casa di Salvador Mallo, copia fedele della casa di Pedro, quegli anni sono lì, impregnano il film, come fondi di caffè, come un deposito di libertà, un omaggio grandissimo a quello che di buono hanno dato.
“Si faceva tanto uso di eroina, ancora non se ne vedevano gli effetti devastanti. Solo dopo si è cominciato a vedere cosa succedeva. Io non l’ho mai presa. Prendevo cocaina, questo sì. Ho visto morire gente attorno a me. Io mi sono salvato grazie  al cinema perché ero sempre il primo dei miei amici  a tornare a casa la notte, tornavo prima perché volevo lavorare e fare cinema e non potevo contare su niente e su nessuno, ma solo sulla mia disciplina.”

L’ossessione e la paura tornano per un istante come un barbaglio negli occhi: il cinema che lo ha salvato allora, continuerà a salvarlo ancora da qualunque sia adesso il pericolo? Forse la solitudine o forse altro, perché nonostante le confessioni di questo film Pedro Almodóvar resta un mistero di tenerezza, e di rigore estremo. Sfuggente, imprendibile.  
“A nove anni già avevo chiaro che avrei voluto fare cinema, a quell’età pensavo che fossero gli attori a fare tutto, poi a quattordici anni ho capito che c’era qualcuno fuori che  scriveva il film e qualcuno che lo dirigeva, e ho deciso che sarei stato io quello fuori che muove i fili. Ma non avevo i mezzi, ero come…” – e sorride con il suo sguardo maliziosissimo – “uno nato in Giappone che voglia fare il torero, ho cominciato con i Super 8, ma ero sicuro che avrei fatto film assolutamente underground, è stata una sorpresa vedere che avevano successo. Erano nello spirito del tempo, oggi sarebbe diverso, c’è molta meno libertà nella gente.”
Alcuni dei giornalisti vorrebbero conoscere i segreti della struttura di Dolor y Gloria, in apparenza semplice e fluida, in realtà un gioco di madeleine proustiane. Come l’ha ideata?
Lui  sorride nel tentativo di spiegare il mistero della creazione, della sua creazione:
Io scrivo sempre delle storie che se ne stanno lì in attesa di un film in cui entrare.” E ridendo chiede: “Si può dire “stories that hang around in my computer?” Sì sì ride il giornalista americano che forse non ha trovato risposta alla sua domanda sulla struttura, ma che è comunque felice di essere qui in sua compagnia.
Almodóvar gli spiega che per accompagnare lo spettatore nei passaggi temporali, per aiutarlo a non perdersi, c’è comunque sempre la musica, perché l’amore per il cinema è fatto anche di cura meticolosa della musica: un lavoro infinito di ricerca, fino a trovare la perfezione. “Perché la musica” dice Pedro “deve essere qualcosa di organico al film, deve nascere dallo sguardo degli attori sulla scena.”
Di solitudine si parlava: ma come suona strana questa parola oggi, qui, sulla terrazza, tra tanta gente che lo accompagna, figure fedelissime al suo fianco, e pile di riviste che lo hanno in copertina: Dolor y Gloria è ovunque, e tra la folla Almodóvar è come un magnete, come un sensore di vita seduto nella zona più in ombra dei divani per proteggere i suoi occhi sofferenti.

E un’immagine ci resta impressa, lui seduto  a tavola, tra il candore delle tende e delle tovaglie, il sorriso dei camerieri, e fanciulle eteree e Antonio Banderas che seduto davanti a lui racconta storie della sua vita privata mentre altri prendono appuntamenti, si informano se Penelope è arrivata. Il suo occhio abbraccia la presenza attorno della sua famiglia, persone che lo accompagnano da sempre. Anche per oggi il pranzo è servito: gli ultimi attori sono appena arrivati. Sono tanti nel film,  e tutti in stato di grazia, nati apposta, sembrano, per incarnare le passioni, i desideri e i ricordi del regista come se la luce della memoria li alimentasse. Giurano tutti di voler essere in sua compagnia per sempre, dicono che da lui hanno avuto una lezione di vita: mettere tutto se stessi in ciò che si fa, fare le cose con l’anima tutta, e sperano che lui li voglia con sé per sempre. Siedono a tavola, si muovono tra le tende e la luce, parlano, ridono nella brezza, si commuovono nel sole. Tutto per lui, per l’uomo seduto a tavola: attorno  la vita si muove e scorre finché si creerà l’immagine da cui prenderà inizio la sua nuova storia.  

Il Noir (1).

di Letizia Piredda

La storia del noir è piuttosto complessa ed articolata e soprattutto atipica.   Infatti, mentre per altri generi, come il Western e il Musical , il termine stava ad indicare una tipologia di film nota sia a chi faceva cinema,   sia agli spettatori,  nel caso del noir , il termine è stato coniato ed entrato in uso  proprio quando stava per concludersi  la stagione di questi film. Questo vuol dire che i registi dei film noir più celebri, non avevano idea che stavano facendo un film di questo tipo, e che né il pubblico né i critici , sapevano che stavano vedendo o analizzando  un film di questo genere. E’per questo,  che ,nel caso del noir, si parla di una categoria critica creata a posteriori. E’ quindi interessante capire come questa categoria si sia formata.
I primi ad usare il termine noir sono stati due critici francesi ,Nino Frank e Jean-Pierre Chartier, che hanno cominciato a definire  film “noir” quelli girati a Hollywood negli anni ’30: “Il mistero del falco” , di J. Huston, “L’ombra del passato” di E. Dmytryck    ,” Vertigine”, di Otto Preminger,  “La fiamma del peccato” di Billy Wilder e “Il postino suona sempre due volte” di Tay Garnett.

La fiamma del peccato, Billy Wilder, 1944

Procedendo nei loro studi, Frank e Chartier individuano  delle analogie tra questi film e alcuni film francesi, come ad esempio“Il porto delle nebbie” e “Albergo Nord” di M. Carnè.  Gli elementi che tutti questi film hanno in comune sono:  l’elemento “nero” , cioè un’atmosfera cupa e pessimistica, ma soprattutto  la tendenza al realismo, sia rispetto agli ambienti, sia rispetto alla caratterizzazione dei personaggi.

Il porto delle nebbie, Marcel Carnè, 1938

La definitiva consacrazione del termine  noir avviene negli anni ’50 , ad opera  di Raymond  Borde e Etienne Chaumeton,che pubblicano un libro sull’argomento : Panorama du film noir americain . In questo libro i due autori iniziano a delineare  un quadro più sistematico del “noir” : vengono individuati tra il 1941-45, gli anni in cui questo stile si forma, con apogeo nel 1948 , per esaurirsi nei primi anni ’50. Ma l’elemento principale che secondo Borde e Chaumeton caratterizza il noir non è il realismo, come avevano sostenuto Frank e Chartier, bensì l’aspetto onirico, allucinato, associato ad una particolare  trattazione della violenza che, a seconda dei casi, può sfociare nella brutalità o nell’erotismo.

Un’altra questione, molto dibattuta, riguarda il fatto  se il “noir” costituisca un “genere” o meno: a favore di quest’ultimo  è Hirsch, mentre altri lo considerano sia uno stile che un genere;  su tutte si distingue la posizione di Schrader che  fa confluire nel noir sia il realismo che l’onirismo, e che sostiene che l’elemento che fa da collante ai film noir , è il tema del crimine, del delitto, del conflitto tra tutori e trasgressori della legge.

A completamento di questa analisi, Borde e Chaumeton  individuano   le maggiori influenze  sul film noir , e ne evidenziano tre: -la letteratura hard-boiled, caratteristica per il modo realistico con cui ritrae il mondo dei criminali e dei poliziotti (Hammet, Chandler, Chain) per quanto riguarda i soggetti. -la psicoanalisi (diffusione di Freud in America negli anni ’30): relativa  alla componente irrazionale della motivazione criminale e all’ambivalenza dei sentimenti (oltre al motivo del “sogno”, del ricordo, della rimemorazione) – l’espressionismo tedesco: soprattutto nella messa in scena, nell’illuminazione, e nella scenografia.

Sempre Borde e Chaumeton, colgono una aspetto di grande importanza: diversi elementi della messa in scena del noir, quali la presenza ricorrente delle ombre, le riprese dal basso verso l’alto, l’insistenza su certi temi musicali, sono preesistenti in altri film, una per tutte la scena iniziale di Scarface, ma compaiono solo in una scena, un personaggio, un “decor”, mentre nei film noir  questi elementi diventano prevalenti e a volte dominanti.

D’altra parte questi elementi sono frequenti anche in un altro genere di film: i film “horror” (come ad esempio “Il bacio della pantera”, “La settima vittima” di Jacques Tourneur). Ne deriva che il noir costituisce un incrocio tra certe soluzioni formali, ricorrenti nell’horror, e l’iconografia, i personaggi e gli argomenti tipici del cinema poliziesco.

Il bacio della pantera, Jacques Turneur , 1942

In effetti già Borde e Chaumeton avevano affermato che il noir altro non è che la sintesi di 3 generi: il gangster-movie, i film dell’horror e il poliziesco classico. Ma, oltre a questo, avevano anticipato, con una grande intuizione, che l’elemento centrale dei film noir fosse la componente onirica, che produce un disorientamento  a tutti i livelli spaziale, temporale e etico. In realtà gli effetti di tale incrocio sono molteplici e richiedono un’analisi più approfondita che rimando ad un articolo successivo.

Leonardo Gandini. Il film noir americano. Edizioni Lindau,2008 Marina Fabbri, Elisa Resegotti (a cura di) I colori del nero. Ubu libri, Milano 1989

Continua: Il Noir e il Sogno (2) https://odeon.home.blog/2019/05/27/il-noir-e-il-sogno/