In un libro curato da Stefano Francia di Celle (*), W. mette in crisi il primato della trama in un film. Per farlo inizia col porre questa domanda: cos’è che muove un film? In genere questa forza, questa energia viene dalla trama. In effetti il plot ha un ruolo fondamentale nella maggior parte dei film contemporanei, diciamo che è il protagonista assoluto. Tutto il resto si può cambiare: gli attori, il regista, tutto… tranne la trama. Ma forse ci sono altri elementi in grado di costituire il punto di partenza di un film. W. introduce il concetto tedesco di Schauplatze che, a differenza del termine inglese locations, ha un significato specifico: posti che ci portano a guardare. Nel linguaggio cinematografico la scelta dei luoghi, locations, intesi come sfondi o scenari avviene con una modalità che non consente in nessun modo il rispetto di quel luogo: al contrario si cerca di rendere un luogo adatto alle riprese cinematografiche, preoccupandosi delle possibili comodità di parcheggio, della presenza di bagni e di un catering di un certo livello. Di fatto il luogo viene spogliato di tutte le sue caratteristiche specifiche per diventare una sorta di quinta, un elemento del tutto irrilevante. Nei film americani i luoghi sono quasi sempre intercambiabili, diversamente da quello che succede nei film europei. Forse il senso di un luogo è una peculiarità europea: in Europa ci sono dei confini, lingue, culture locali, identità nazionali. E questo comporta che, nei film europei, i luoghi hanno una coloritura locale, sono permeati da un territorio, da una lingua, sono radicati in un luogo. I film americani rifuggono da una tale specificità, dall’essere considerati locali: come se la verità di un determinato luogo diventasse un intralcio e addirittura qualcosa di pericoloso per la verità della trama, che si rivolge a un pubblico il più ampio possibile, cioè quello globale. Per farci capire questa sua idea sull’importanza insostituibile dei luoghi, Wenders ci racconta in che modo si sono sviluppate le diverse sceneggiature dei suoi film. Una su tutte, quella di Paris, Texas. Ecco in sintesi la storia. Nella fase iniziale lui e Sam Shepard si sono incontrati spesso, e in questi incontri si sono raccontati delle storie: questo per trovare un terreno comune su cui costruire una trama. Ma quando si trattò di scegliere un punto di partenza, il punto da cui iniziare la storia, il terreno comune lo trovarono in un luogo, o meglio in un paesaggio: l’ovest
americano con i suoi deserti, al confine con il Messico, tra le piccole località sperdute in uno spazio infinito. Lì doveva avere inizio la storia, senza ombra di dubbio. E una volta deciso il punto di partenza, comparve pure il protagonista della storia, come se ce lo avesse consegnato il deserto messicano: un uomo disorientato,senza parole, che probabilmente ha perso la memoria, alla ricerca di un qualche elemento di raccordo col suo passato.
Per mesi W. ha girato in lungo e in largo il Texas, l’Arizona e il New Messico, fino a conoscerne ogni strada e il più sperduto paesucolo. Successe praticamente questo: l’itinerario del viaggio divenne il filo conduttore della loro storia: Terlingua, Marathon, Texas, Fort Stockton, El Paso. Anche il titolo del film venne dalla carta geografica: Paris, Texas. Nome che era una metafora della lacera biografia del nostro eroe, prima ancora di essere una denominazione geografica. In questo modo si arrivò a scrivere una metà della sceneggiatura; sia lui che Shepard erano convinti di una cosa: l’importante era cominciare a girare, e, una volta arrivati a metà, sarebbe stato molto più semplice procedere nella storia e trovare un finale consono. Purtroppo le cose andarono diversamente dal previsto: ci furono vari problemi già all’inizio delle riprese, anche perché Sam Shepard era impegnato, contemporaneamente, con un altro film Country, che si girava nel freddo Nord degli USA. Ma una volta arrivato alla metà del film, successe quello che doveva succedere: terminarono le scene, nessuna idea su come continuare. Ci furono due settimane di sospensione, durante le quali W. cercò disperatamente di trovare un modo per far progredire la storia e trovare un finale. Ma invano! Un uomo che sembra aver perso la memoria compare in Texas, proveniente dal Messico. Travis, così si chiama, si trascina fino a Los Angeles, dove ritrova Hunter, il figlio piccolo. Insieme al ragazzino si rimette in viaggio alla ricerca della propria moglie, la madre del ragazzino. Ma dove? Da qualche parte nel Texas, dove Travis tempo prima aveva perso la famiglia…. Alla fine W. smette di arrovellarsi sulla storia e comincia a rilassarsi. E’ allora che comincia a passare in rassegna i luoghi che lo avevano particolarmente colpito nel Texas: Houston, con le miriadi di grattacieli e la banca drive-in, Port Arthur, la città più disperata che avesse mai visto dove non succedeva mai niente, e poi si ricorda di una foto scattata davanti a un bar degradato, o era una specie di peep-show, dal nome altisonante Keyhole Club…
E improvvisamente vidi, non solo attraverso il buco di una serratura, la fine della nostra storia: una porta si era aperta, ed eccola di fronte a me. Non dovevo fare altro che scriverla! Mandò tutto a Sam Shepard che gli fece avere, a stretto giro di posta, la sceneggiatura. Erano le pagine di sceneggiatura più sorprendenti che avessi mai letto: concludevano la nostra storia di una famiglia “segnata dalle fughe” basandosi sulla mia descrizione di luoghi “segnati dalle fughe”. Tutto questo per sostenere la tesi secondo la quale sono i luoghi a inventare le storie e non viceversa, le storie non succedono a prescindere dai luoghi in cui hanno luogo (un’altra bellissima espressione “avere luogo”!) Sembra che anche le altre sceneggiature abbiano avuto, forse, in modo meno eclatante, vicissitudini simili… E noi ci crediamo, dato che il racconto con cui Wenders ci ha portato a condividere l’evolversi della sceneggiatura di Paris, Texas, non solo ci ha permesso di toccare con mano le difficoltà e l’enorme lavoro che c’è dietro una sceneggiatura di stampo autoriale, ma perché ci ha completamente convinto dell’importanza dei luoghi e della loro supremazia rispetto alla trama.
(*) Wim Wenders, a cura di Stefano Francia di Celle, Il Castoro, 2007
Abbiamo il piacere di ospitaresul Blog un articolo di Stefano Testa – avvocato con l’hobby del giornalismo, come lui stesso si definisce -, conosciuto attraverso complicati giri epistolari via mail e le collaborazioni intercorse tra Latina Oggi e Ponzaracconta. L’argomento è dei più ghiotti, per un cinefilo. Buona lettura S. R.
Il 13 agosto del 1899, e dunque 120 anni fa, nasceva a Leytonstone, un quartiere dell’East End di Londra, Alfred Hitchcock, unanimemente considerato uno dei personaggi più importanti della storia del cinema. Per tutti coloro i quali volessero approfondire la figura e l’opera del grande regista britannico, invito vivamente alla lettura di uno splendido volume edito in Italia da Il Saggiatore, ed intitolato “Il cinema secondo Hitchcock”.
Si tratta di una lunga intervista (di oltre cinquecento domande), realizzata nel corso di diversi anni da un altro grande maestro del cinema mondiale, e precisamente da François Truffaut, con l’obiettivo di svelare al pubblico i segreti di «un uomo incredibile e di un regista straordinario». Il famoso regista francese, nella prefazione del libro, spiega le motivazioni che lo indussero a realizzare questo insolito “progetto giornalistico”: egli voleva rendere giustizia al collega inglese il quale, nonostante i numerosi successi che avevano costellato la sua lunga carriera, non era tuttavia adeguatamente stimato dalla critica cinematografica americana. Ed infatti, in proposito, così scrive: «Non si tratta di ammirare estaticamente l’opera di Alfred Hitchcock, né di definirla perfetta, ineccepibile e senza alcuna imperfezione. Penso soltanto che la sua opera sia stata finora così gravemente sottovalutata che è importante prima di tutto darle il suo giusto posto tra i primissimi… anche i suoi denigratori sono d’accordo nell’assegnargli il titolo di primo tecnico del mondo… come l’hanno ben definito Eric Rohmer e Claude Chabrol, Alfred Hitchcock non è né un narratore di storie né un esteta, ma “uno dei più grandi inventori di forme di tutta la storia del cinema. Solo, forse, Murnau ed Eizenstejn possono, su questo argomento, sostenere il paragone con lui… la forma qui non abbellisce il contenuto, lo crea”. Il cinema è un’arte particolarmente difficile da dominare per la molteplicità delle doti – a volte contraddittorie – che esige. Se tante persone molto intelligenti o molto creative hanno fallito nella regia, la ragione è che lo spirito di analisi e lo spirito di sintesi che, tenuti simultaneamente all’erta, permettono di eludere le innumerevoli trappole create dalle frammentazioni del decoupage delle riprese e del montaggio dei film… ogni inquadratura è un’informazione che si dà al pubblico…
Hitchcock ha scelto di esprimere tutto visivamente… si trova ad essere prati-camente l’unico a filmare direttamente, cioè senza ricorrere al dialogo esplicativo dei sentimenti come il sospetto, la gelosia, il desiderio, l’invidia… è il solo cineasta in grado di filmare e renderci percettibili pensieri di uno o più personaggi senza ricorrere al dialogo, il che mi autorizza a vedere in lui un regista realista… lo stile di Hitchcock si riconosce anche in una scena di conversazione tra due personaggi, semplicemente dalla qualità drammatica dell’inquadratura, dal modo realmente unico di distribuire gli sguardi, di semplificare i gesti, di ripartire i silenzi nel corso del dialogo, dall’arte di creare nel pubblico la sensazione che uno dei due personaggi domina l’altro, quello di suggerire, al di fuori del dialogo, tutta un’atmosfera drammatica precisa, l’arte infine di condurci da un’emozione all’altra, seguendo la sua sensibilità… il cinema di Hitchcock non sempre è esaltante, ma arricchisce sempre, se non altro per la grandissima lucidità con la quale denuncia le offese fatte dagli uomini alla bellezza e alla purezza. Se siamo disposti ad accettare l’idea che il cinema non sia inferiore alla letteratura credo che sia necessario classificare Hitchcock nella categoria degli artisti inquieti, come Kafka, Dostoevskij, Poe. Questi artisti dell’angoscia non possono evidentemente aiutarci a vivere, perché vivere per loro è già difficile, ma la loro missione è di dividere con noi le loro ossessioni. Con questo, ed anche eventualmente senza volerlo, ci aiutano a conoscerci meglio, il che costituisce un obiettivo fondamentale di ogni opera d’arte».
La prima cosa che si percepisce, leggendo il libro di Truffaut, è la “complicità professionale” che esiste tra i due grandi registi (i quali, conversando degli oltre cinquanta film girati da Hitchcock durante la sua carriera, offrono al lettore una visione molto tecnica delle sceneggiature, delle riprese, della recitazione, e degli aspetti produttivi). Tuttavia, tra di loro, sembra esistere un inspiegabile distacco. Evidenziato ad esempio dal fatto che si rivolgono, l’uno all’altro, attraverso un formalissimo “lei” che appare francamente ingiustificato, viste le circostanze. La lunga intervista si apre richiamando un episodio assai curioso dell’infanzia di Hitchcock, il quale così lo ricorda: «Avevo forse quattro o cinque anni… mio padre mi mandò al commissariato di polizia con una lettera. Il commissario la lesse e mi richiuse in una cella per cinque o dieci minuti, dicendomi: “Ecco cosa si fa ai bambini cattivi”. Non ho la minima idea di cosa avessi fatto per meritare quella punizione». Tale episodio condizionò notevolmente il grande regista inglese, il quale, infatti, confessò pubblicamente in più occasioni la sua fobia nei confronti della polizia. Elemento, questo, che spesso emerge in molti dei suoi film («Ho sempre provato, come se fossi io la vittima, le emozioni di una persona che è arrestata, viene portata al commissariato in macchina, guarda attraverso le sbarre la gente che entra in un teatro, che esce da un caffè, che fa insomma la vita di tutti i giorni con piacere»). Ma la giovinezza di Alfred fu comunque piuttosto particolare anche per altri motivi: «Ero quello che comunemente si dice un bambino giudizioso… tutto meno che espansivo. Anche molto solitario. Non ricordo di aver mai avuto un compagno di giochi. Mi divertivo tutto solo e li inventavo io stesso. Sono stato in collegio dai Gesuiti. La mia famiglia era cattolica, cosa che in Inghilterra rappresenta quasi un’eccentricità. Probabilmente è stato in questo periodo che il sentimento della paura si è sviluppato con forza dentro di me. Paura morale, di essere associato a tutto ciò che è male. Me ne sono sempre tenuto lontano».
Hitchcock rivela a Truffaut anche in che modo si avvicinò alla settima arte: «Andavo molto spesso a teatro… spesso uscivo da solo per andare a vedere le prime, tuttavia il cinema mi attraeva di più, e preferivo i film americani a quelli inglesi», e quando, da semplice “addetto ai sottotitoli” dei film muti, divenne dapprima sceneggiatore, e poi regista. Un giorno, i produttori della casa cinematografica dove lavoravo, mentre conversavano dei loro progetti futuri, dissero: «Ora ci occorre una sceneggiatura. Mi feci avanti. E confessai: Mi piacerebbe scriverla. Lei?, risposero. Che altre sceneggiature ha fatto? Feci vedere loro l’adattamento di una storia che avevo scritto per esercizio. Rimasero favorevolmente impressionati, e così riuscii ad ottenere il lavoro. Questo accadeva nel 1922… nel 1925, invece, Michael Balcon mi propose di dirigere un film. Gli risposi che non ci avevo ancora pensato perché ero molto contento di scrivere sceneggiature e di fare lo scenografo, e non mi immaginavo assolutamente regista. Ma accettai». Da qui cominciò una carriera lunghissima, che consacrerà Alfred Hitchcock come uno dei più importanti personaggi della storia cinematografica mondiale. Non tutti sanno che il suo primo film, il regista britannico, lo filmò (in parte) in Italia. Prima a Genova (dove in albergo subì il furto di diecimila lire…) e poi sulle sponde del lago di Como. Già dopo le prime pellicole una parte della critica intuì le potenzialità del novello cineasta, che infatti venne definito dalla stampa specializzata «un giovane con l’intelligenza di un maestro». Ed in effetti, tra le altre cose, egli seppe gestire meglio di tanti altri suoi colleghi dell’epoca il traumatico passaggio dell’arte cinematografica dalla fase del muto a quella del sonoro. E ciò nonostante ritenesse in cuor suo che i film muti fossero «la forma più pura del cinema » e che con l’avvento del sonoro il cinema si fosse «bruscamente irrigidito in una forma teatrale».
La lettura della lunga intervista di Truffaut ci offre la ghiotta occasione di conoscere la metodologia di lavoro di Hitchcock («Leggo una storia solo una volta. Se mi piace l’idea di base la faccio mia, dimentico completamente il libro e faccio del cinema… quello che non riesco a capire è che uno si impadronisca completamente di un’opera, un buon romanzo che l’autore ha impiegato tre o quattro anni per scrivere e che è tutta la sua vita. Prendono il libro, lo manipolano per bene, si circondano di artigiani e tecnici quotati e si ritrovano candidati all’Oscar, mentre l’autore si dissolve sullo sfondo. Nessuno pensa a lui. Se prende un romanzo di Dostoevskij, non solo “Delitto e Castigo”, ma un altro qualsiasi, ci trova molte parole e tutte hanno una funzione precisa… per esprimere la stessa cosa in un modo cinematografico bisognerebbe sostituire le parole con il linguaggio della macchina da presa, girare un film di sei ore o di dieci ore, altrimenti non sarebbe serio… occorre molto mestiere e capacità per riuscire ad ottenere un buon controllo sul tempo… Sono convinto che le sequenze di un film non devono mai procedere con lentezza, ma sempre in modo che l’azione si sviluppi, proprio come un treno “a cremagliera” che sale la ferrovia di montagna, tacca per tacca. Non bisognerebbe mai paragonare un film a un lavoro teatrale o a un romanzo. Quello che più gli si avvicina è il racconto, che si fonda sulla regola generale di contenere una sola idea che arriva ad esprimersi nel momento in cui l’azione raggiunge il punto drammatico culminante. Avrà notato che raramente lo sviluppo di un racconto incontra punti morti, ed è qui che sta la sua somiglianza con il film»). Leggendo il libro si scoprono anche dettagli e segreti della personalità del grande regista inglese («Quando affronto le questioni di sesso sullo schermo, non dimentico che, anche per tale aspetto, la suspence comanda tutto. Se il sesso è troppo evidente, non c’è più suspence. Perché scelgo delle attrici bionde e sofisticate? Bisogna cercare delle donne di mondo, delle vere signore che diventano delle puttane quando sono in camera da letto. La povera Marilyn Monroe aveva il sesso stampato su ogni angolo del viso, come Brigitte Bardot, e questo non è molto fine… credo che le donne più interessanti, sessualmente parlando, siano le donne inglesi. Credo che loro, le svedesi, le tedesche del nord e le scandinave, siano più interessanti delle latine, le italiane e le francesi. Il sesso non deve farsi notare. Una ragazza inglese, con la sua aria da maestrina, è capace di salire su un taxi con lei – Truffaut, ndr – e, con sua grande sorpresa, di aprirle i pantaloni»).
Dall’intervista si viene anche a sapere l’origine e la motivazione delle famose apparizioni del regista all’interno delle sue pellicole. Hitchcock rivela infatti che, mentre stava girando il film “The lodger”, nel 1926, aveva bisogno di riempire adeguatamente una scena. Ed allora decise di farsi riprendere mentre era seduto ad una scrivania nella redazione di un giornale («più tardi è diventata una superstizione, e infine si è trasformata in una vera e propria gag»). Truffaut, nella parte finale del suo bel libro, ci svela altri dettagli della vita e dell’opera del grande regista britannico: «Hitchcock era un uomo speciale per il suo fisico, il suo spirito, la sua morale, le sue ossessioni… era un nevrotico il quale, quando da adolescente si rese conto che il suo fisico lo metteva in disparte, si è ritirato dal mondo e l’ha guardato con una severità inaudita… praticando il cinema come una religione… prima della sua morte ebbi l’occasione di incontrare un vecchio padre gesuita che era stato suo compagno al collegio Sant’Ignazio a Londra all’inizio del secolo. Si ricordava molto bene dello scolaro Alfred Hitchcock, tutto rotondo, che si teneva in disparte nel cortile durante la ricreazione. Appoggiato contro un muro guardava i suoi compagni giocare a pallone con un’aria di disprezzo, tenendo già allora le mani incrociate sul ventre… era un uomo le cui paure lo hanno spinto a raccontare le storie più terrificanti. Si è sposato vergine a venticinque anni, e non ha mai conosciuto altra donna che sua moglie… solo quest’uomo poteva riuscire a mostrare l’assassinio e l’adulterio come scandali, egli solo sapeva farlo, ed era il solo che aveva il diritto di farlo».
Tale descrizione ci aiuta a comprendere meglio la personalità del geniale cineasta inglese, ad intuire le sue nascoste fobie, ad interpretare meglio le memorabili immagini dei suoi film. E se è pur vero che David Selznick (il produttore di “Via col vento”), una volta, in una lettera inviata alla moglie, scrisse: «Finalmente ho incontrato Hitchcock. L’uomo è piuttosto simpatico, ma non è il tipo di persona che si può portare in campeggio», è anche vero che la bonaria ed ingombrante figura del regista britannico da sempre suscita, in tutti noi, più simpatia che avversione o terrore. A rendercelo amabile è la sua ironia latente, il suo humor inconfondibile. Che usava spesso, e che gli faceva dire –a mio avviso a ragione – che «i giochi di parole sono la forma più alta di letteratura». Grazie, Sir Alfred, per avermi incuriosito con “La finestra sul cortile”; per avermi coinvolto con “Intrigo internazionale”, e, perché no, anche per avermi spaventato con “Psyco”. La penso anche io come François Truffaut: «Hitchcock non si è accontentato di praticare un’arte, ma si è impegnato ad approfondirla, a coglierne le leggi, più strette di quelle che governano il romanzo. Non solo ha reso più intensa la vita, ha reso più intenso il cinema».
E’ con grande piacere ed entusiasmo che pubblichiamo questa sequenza di articoli che ci raccontano la storia attraverso i film: in particolare gli anni del fascismo e del dopoguerra visti attraverso i film del neorealismo. Questi articoli sono frutto di un Corso di Cinema tenuto l’anno scorso dal Prof. Gianni Sarro presso la Libreria Tra le Righe a Roma. L.P.
L’esperienza del fascismo ha rappresentato nel secondo dopoguerra uno degli argomenti più dibattuti in sede politica, storiografica, culturale. A partire dal 1945 il cinema italiano si è occupato a più riprese della rovinosa esperienza storica del ventennio, e non poteva essere altrimenti, perché “il paese, anche volendolo, non avrebbe potuto recidere da un giorno all’altro e in maniera definitiva i fili che lo legavano al recente passato” come argomenta acutamente Maurizo Zinni nel suo accurato studio intitolato “Fascisti di celluloide. La memoria del ventennio nel cinema italiano (1945-2000)”, cui rimandiamo chi volesse approfondire l’argomento. Uno dei periodi più fecondi del cinema sul ventennio e il triennio 1960-1962, quando vengono prodotti venticinque film, tra i quali troviamo La marcia su Roma di Dino Risi, che inaugura la serie e sceglie di mostrare l’ascesa del fascismo sotto forma di commedia, una scelta coraggiosa ed efficace.
Risi offre un punto di vista non banale, sin dall’inizio quando inquadra Gassman che si aggira con le scarpe bucate per Milano senza soldi e affamato. Nonostante la vittoria nella Grande Guerra, l’Italia se la passa male, quella Milano livida e deserta potrebbe essere anche quella del secondo dopoguerra. Ma soprattutto la fame continua ad essere una protagonista del cinema italiano di tutti i periodi. Perché? Non è superfluo ricordare come Risi sempre nel 1962 firma Il sorpasso, il suo capolavoro, in cui le tappe del ‘viaggio’ ferragostano dei due protagonisti (ancora Gassman questa volta con Trintignant) hanno come comune denominatore la ricerca di un ristorante aperto dove pranzare; ebbene i due occasionali sodali sembrano gli unici che non riescono a sfamarsi e da lì nasce la loro solitudine ed incomunicabilità col resto della società. Volendo spingerci oltre, analizzando la galleria di ‘mostri’ disegnata da Risi, potremmo ipotizzare che l’autore vede la società non come un organismo armonico, bensì come una massa informe d’individui che se ne vanno ognuno per conto suo. Torniamo a La marcia su Roma. Risi, tra una gag e l’altra, mostra la sua statura autoriale con sottolineature mai banali, come nella sequenza di un comizio fascista dove il vero protagonista è lo spazio: una piazza vuota, che testimonia la natura tutt’altro che irresistibile del fascismo agli inizi. Uno degli aspetti su cui Risi insiste di più nel film è il mostrare il progressivo allontanamento del fascismo dai punti del suo programma originale, visivamente risolto con Tognazzi che di volta in volta cancella con un tratto di penna gli ideali traditi come la riforma agraria, ‘la terra ai contadini’, soppiantata dall’alleanza con il grande latifondo. L’apice dell’analisi di Risi dell’avvento del fascismo e, soprattutto di chi lo abbia reso possibile è nella sequenza finale, quella del filmato presentato a corredo di questo articolo.Nel momento in cui le squadre in camicia nera entrano nella Capitale, Gassman chiede a Tognazzi, mentre la macchina da presa (mdp) li riprende frontalmente in mezzo alla folla: – Ma il Re l’hanno cacciato? Pronta la risposta di Tognazzi: – Ma che cacciato!? …è lui che li ha fatti entrare! Per tutto il dialogo Gassman guarda in alto alla sua sinistra, uno stacco successivo svela dove e soprattutto chi stava guardando: il Re con accanto il generale Thaon di Revel. Le immagini sono di repertorio, le battute chiaramente finte, ma significativo è il fatto che le immagini di repertorio siano incorniciate dallo sguardo di Gassman, ossia il punto di vista dell’autore, e dalle parole che quest’ultimo fa pronunciare al re.
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(1) Gianni Sarro, critico cinematografico e collaboratore della cattedra di Educazione mediale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Perugia. E’ stato redattore del mensile Cinema d’essai e ha scritto di cinema su Il Venerdì di Repubblica. E’ autore di saggi su Francis Ford Coppola, Robert Bresson e Luchino Visconti. Dal 2011 svolge corsi di storia e linguaggio del cinema per la Libreria Tra Le Righe di Roma.
Piccolo gioiello l’articolo di Gianni Sarro per profondità, chiarezza e concisione, e anche per quel pizzico di leggerezza che aiuta a reagire e non piuttosto a sprofondare di fronte alla bestialità dei tempi. Sarebbe bello leggerne altri: ad esempio, se non è chiedere troppo, sarebbe interessante una sintesi o una spunta dei film più interessanti del testo citato sui film del ventennio.
L’attore americano Peter Fonda, figlio di Henry e fratello di Jane, è morto ieri a 79 anni nella sua abitazione a Los Angeles. Era da tempo malato ai polmoni. “Mentre piangiamo la perdita di questo uomo dolce e gentile, anche noi chiediamo a tutti di celebrare il suo spirito indomabile e l’amore per la vita” dice la famiglia in un comunicato. E anche a noi piace ricordarlo per la sua carica ribelle nel leggendario film Easy Rider.
IL FILM
Easy Rider, scritto da Peter Fonda e diretto da Dennis Hopper e uscito il 14 luglio del 1969, è diventato l’emblema del road movie in moto. Il film, che ha ricevuto una candidatura all’Oscar per la sceneggiatura, evoca la ricerca della libertà attraverso un’odissea in moto nei grandi spazi aperti del sud-ovest americano, ed è diventato uno dei film cult della contro cultura americana degli Anni Sessanta.
Peter Fonda e Dennis Hopper in Easy Rider, 1969
LE MOTO
Ma nell’immaginario collettivo, grazie a quel film, sono entrate le moto, autentiche protagoniste della pellicola. Come i due chopper guidati da Peter Fonda e Dennis Hopper. Ideate dallo stesso Fonda e realizzate dai customizzatori Cliff Vaughs e Ben Hardy, sono basate su telai hardtail e motori panhead. Se tutti ricordiamo la Billy Bike, ovvero la moto guidata da Dennis Hopper, la più famosa è senza dubbio la Captain America, la moto guidata da Peter Fonda e che ha avuto come passeggero celebre Jack Nicholson: si trattava di una Hydra Glide del 1949 chopperizzata, il cui serbatoio riportava sopra la bandiera americana. La moto è stata venduta all’asta nel 2014 per 1,35 milioni di dollari.
Peter Fonda alla guida di Captain America, passeggero Jack Nicholson.
Francesco Rosi, un documentario racconta l’Italia attraverso i film del maestro
La Repubblica – 01 Agosto 2019
Sarà presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia ‘Citizen Rosi’, firmato dalla figlia del regista Carolina con Didi Gnocchi : “Non ha fatto in tempo a vederlo ma voleva che fosse portato nelle scuole” di Natalia Aspesi. Eravamo allora cittadini o eravamo già ritornati sudditi? Credevamo di essere finalmente liberi invece eravamo di nuovo in trappola? Se lo chiede il documentario che col titolo Citizen Rosi ci riporta al cinema di Francesco Rosi e al suo lungo racconto dell’opaca storia italiana, invitato fuori concorso alla 76esima Mostra di Venezia: pensato, scritto, sceneggiato (con Anna Migotto), diretto, prodotto e finanziato da due belle cinquantenni decise a evocare quel tempo di coraggio e speranza, il tempo della loro infanzia e dell’impegno democratico dei loro padri: indignate dal presente, agguerrite sul futuro. La regista Didi Gnocchi e l’attrice Carolina Rosi, anche voce narrante, attraverso il ricordo di Francesco Rosi (novembre 1921 – gennaio 2015) e della sua passione di artista, intellettuale e appunto, come lui diceva, di cittadino, ricostruiscono la nostra eterna, buia storia, un destino che pare immutabile, la nostra scarsa attitudine a diventare Stato, ad essere un paese normale: né allora né oggi.
Carolina Rosi “Abbiamo cominciato a parlare di questo documentario nel 2013, mio padre era molto diffidente, temeva l’autocelebrazione. Era molto sconfortato per il degenerare del paese, voleva impegnarsi contro questa deriva, si chiedeva a cosa erano serviti l’entusiasmo, il coraggio, la resistenza del passato”. Didi Gnocchi “Carolina si era servita di una camerina casalinga per registrare le conversazioni con suo padre sul loro vecchio divano, battibecchi con cui lei teneva in vita Franco condividendo la stessa indignazione e passione. Mi piacevano i piccoli momenti d’amore del passato tra una figliolina di 3-4 anni abbarbicata al padre e un padre che le spiega il suo lavoro e le sue idee. Lui non ha fatto in tempo a vedere il film, però alla fine si fidava e ci aveva raccomandato di mostrarlo nelle scuole, ai giovani, perché si rendessero conto della necessità dell’impegno civile. Lo distribuisce Istituto Luce – Cinecittà, sarà trasmesso da Sky Arte, dalla Rai silenzio”.
Rod Steiger in “Le mani sulla cittá”
D.G. “Rosi impiegava anni a documentarsi, e per Lucky Luciano aveva incontrato a New York Charles Siracusa, a capo del Narcotic Bureau, e lo aveva convinto a interpretare se stesso. Il fascinoso criminale dal chiuso dialetto siciliano non poteva essere che Gian Maria Volontè, allora la faccia e la voce del nostro grande cinema. Anche in Mani sulla città appare un personaggio vero, Carlo Fermariello, allora consigliere comunale di Napoli del PCI che col nome di De Vita si scaglia contro il palazzinaro Rod Steiger. Il film è del 1963, in bianco e nero, sull’ennesima tragedia italiana, quella dell’abusivismo edilizio legato alla corruzione politica, che continua da 60 anni a seminare distruzioni e stragi. È tuttora impressionante la sequenza, vera, del palazzo che si sbriciola”. C.R. “A Cannes nel 1972 Il caso Mattei vinse la Palma d’Oro, ex aequo con La classe operaia va in paradiso di un altro grande regista italiano, Elio Petri, suscitando una serie di polemiche non solo politiche. A Venezia nerl 1963 Le mani sulla città vinse il Leone d’Oro ma quella sera fu violentemente fischiato. Cinque anni prima sempre a Venezia, La sfida aveva vinto il Premio speciale della giuria. Nel 2012 hanno consegnato a Franco il Leone d’Oro alla carriera, forse un po’ in ritardo: Franco aveva 90 anni, si muoveva col bastone, aveva la testa piena di storie che nessuno gli consentiva di realizzare e quindi era molto infelice. Dimenticare Palermo sosteneva la necessità di legalizzare le droghe per sconfiggere l’immenso potere della mafia, e Craxi proibì all’Avanti di recensirlo. Il direttore della Mostra del 1963, Luigi Chiarini, aveva rifiutato Salvatore Giuliano definendolo un documentario, il che non era”.
Francesco Rosi e la figlia Carolina
D.G. “Il film girato in bianco e nero nel 1962 sulla drammatica condizione della Sicilia, partendo dalla strage di Portella della Ginestra, quando una folla di contadini che si era riunita per festeggiare il 1 maggio del 1947 fu decimata dai banditi prezzolati. Abbiamo inserito i filmati di Rosi che si stabilisce a Montelepre per ottenere la fiducia di quella povera gente chiusa in un mondo arcaico, sottomessa e senza speranza e per vedere il cortile di Castelvetrano dove fu fatto ritrovare il corpo del bandito Giuliano ammazzato a 30 anni. Fu quella la prima vera strage di Stato dice il film, la mafia al servizio del potere economico e politico e viceversa”. C.R. “Franco era affascinato dalla morte di Enrico Mattei, presidente dell’ENI, precipitato con l’aereo a pochi minuti dall’atterraggio, assieme al pilota e a un giornalista americano. L’inchiesta decise per il guasto tecnico, mio padre era sicuro che fosse stato un attentato, come anni dopo fu accertato. Anche questa volta mafia, servizi stranieri e non solo, insieme per eliminare un industriale che immaginava l’indipendenza petrolifera dell’Italia. È forse l’interpretazione più ammirevole di Gian Maria Volontè. Mio padre chiese aiuto al giornalista siciliano Mauro De Mauro, che fu rapito lo stesso giorno in cui disse di aver trovato una verità che avrebbe mandato all’aria il Paese; era il 1970 e di lui e del suo corpo non si è più saputo nulla. Anche Franco era stato più volte minacciato”. Immagini dei film, di documentari d’epoca, ricordi familiari, vecchie interviste a Rosi e poi lungo la storia le parole di sedici personalità, di magistrati come Nino De Matteo e Roberto Calia, di registi come Roberto Andò e Marco Tullio Giordana, di giornalisti come Lirio Abbate e Furio Colombo, e anche Roberto Saviano che parla con Francesco Rosi di legalizzazione delle droghe. È vedere tutti questi eventi insieme, la concatenazione e il ripetersi senza fine del male del paese, male inascoltato, mai cancellato, sempre presente, è bruttissimo. Oggi le mafie invadono il mondo col loro potere, i servizi segreti italiani, americani e adesso forse anche russi controllano ancora le nostre istituzioni; il susseguirsi dei golpe falliti (di Junio Valerio Borghese, di Giovanni di Lorenzo, di Gladio), forse sono ancora possibili; anche le connivenze Stato-Mafia, e le trattative, le stragi, le tregue, la corruzione e l’asservimento della politica al denaro. Carolina Rosi: “Fa davvero paura, questo nostro lavoro mi ha angosciato ma come diceva sempre mio padre, andiamo avanti”.
La decisione di scegliere La Veritè , ultimo film di Hirokazu Kore’eda , come film di apertura della 76 Mostra del Cinema di Venezia, mi ha riempito di gioia. Mi piace pensare che sia stata una scelta lineare, genuina, di merito.
La veritè, di Hirokazu Kore’eda, 2019
L’anno scorso abbiamo potuto vedere l’altro suo film Un affare di famiglia ( Shoplifters, che vuol dire taccheggiatori, ladruncoli) vincitore della Palma d’Oro a Cannes. Mi aveva colpito molto questo film , ne avevamo discusso con il gruppo di cinema, e sollecitata dalla discussione avevo buttato giù alcune righe di commento. Ve le propongo qui di seguito, in attesa di poter vedere La Veritè.
Un affare di famiglia, di Hirokazu Kore’eda, 2018
Ho letto con molto interesse i vostri commenti e le vostre riflessioni, che, in parte ho condiviso e in parte no. Prima di iniziare il mio commento vorrei fare alcune precisazioni: -Il Giappone è un paese che ha avuto una crescita economica spaventosa, ma che, a livello sociale è rimasto ai nostri anni ’60. Il divorzio, l’aborto, l’emancipazione della donna sono ancora mete da raggiungere. -Il Giappone ha una forte tradizione, un radicato formalismo, le persone hanno modi molto gentili, ma per tradizione non si toccano (fanno l’inchino, ma non si danno la mano), considerano come atto scandaloso soffiarsi il naso, ma succhiano la zuppa facendo rumore (cosa che noi consideriamo poco educato). -I film di Ozu, senz’altro studiati da Kore’eda, sono film stilisticamente bellissimi, che ritraggono la vita del Giappone con le sue tradizioni, tradizioni che non vengono mai messe in discussione.
Nella recensione di Sentieri Selvaggi, https://www.sentieriselvaggi.it/un-affare-di-famiglia-di-hirokazu-kore-eda/, in parte ripresa da Sandro, ho trovato molto bella l’immagine del film formata da un campo, che si protrae per ¾ del film (la famiglia di cui seguiamo le vicende e che vediamo anche presa dall’alto ->fuochi d’artificio) e un controcampo, che subentra nella parte finale (la società, le regole, l’ufficialità ma anche il formalismo). Nel campo vediamo una famiglia che, man mano scopriamo non avere legami di sangue, capace di accogliere e di stabilire un legame affettivo, che si prende cura di una bimba, violata dai genitori che si è nascosta dietro a un muro, per strada. Vediamo anche molte cose strane , dissonanti, e comunque fuori dalle regole: il papà che insegna al bambino a rubare nei supermercati, la ragazzetta che si prostituisce , i bambini che non vanno a scuola, la nonna che va a trovare una giovane coppia (il figlio) e si fa dare dei soldi……Ma l’abbraccio della donna con la piccola , l’affetto continuo del “papà” che cerca di farsi chiamare “papà” da Shota, la protezione della nonna verso la ragazza costituiscono il messaggio fondamentale del film: la famiglia è dove si riesce ad accogliere e farsi accogliere. E’ in questa umanità imperfetta che Kore’eda si riconosce , e che ci trasmette una grande serenità emotiva che culmina nella scena del mare, dove tutti insieme saltano le onde, mentre la nonna dice “grazie “ per non essere stata lasciata sola. Poi d’un tratto sembra che tutto si capovolga: il controcampo cioè la legge, la polizia, i medici all’ospedale, prendono il sopravvento e ci mettono di fronte a una realtà insospettata, l’uccisione dell’ex marito di lei, il dialogo con l’assistente sociale, “non si può essere madri se non si partorisce”, il pianto di lei che cerca di asciugare con tutta la mano per un tempo interminabile, l’assunzione di colpa da parte di lei, il carcere, l’assegnazione dei bambini a una famiglia ritenuta “consona” dai servizi sociali o a quella di origine. Sembra un ciclone che spazza via ogni cosa, che ci fa perdere in un labirinto di domande senza risposta, alla ricerca di una impossibile consequenzialità. A Kore’eda non interessa, lui ha puntato tutto sulla verità degli affetti che restano nonostante tutto: Shota sul pullman si gira e quando vede Osamu che corre all’impazzata per raggiungerlo, mormora piano per la prima volta “papà”. Yuri di fronte alla madre che pensa solo a truccarsi e che la costringe a chiedere scusa per un nonnulla, va verso il balcone e si mette in punta di piedi per guardare oltre, verso un abbraccio da cui si è sentita messa al mondo.
Presentazione Nell’ambito di un Corso di Cinema “Visioni Urbane, Roma nel cinema”, tenuto di recente dal Prof. Gianni Sarro, Stefano Cecini, il nostro amico ricercatore in storia medioevale, moderna e contemporanea, ha condotto alcune indagini di tipo storico-urbanistico, che hanno evidenziato i principali cambiamenti nella città di Roma in determinati periodi storici. L’indagine condotta in questo articolo si concentra nel ‘600, in particolare nel quinquennio corrispondente al pontificato di Sisto V, per arrivare fino al periodo fascista. L’articolo non fa riferimento ad un film , ma al suo interno ci sono alcuni filmati dell’Istituto Luce.
Il 24 aprile 1585 salì al soglio Pontificio con il nome di Sisto V, Papa Felice Peretti. Appartenente a un’umile famiglia delle Marche intraprese un eccellente percorso di studio e di crescita all’interno della gerarchia ecclesiastica che lo vide, tra le altre cose, commissario riformatore della Curia romana, reggente dell’Università di Venezia, docente alla Sapienza di Roma, Inquisitore, Vescovo della Diocesi di Sant’Agata de’ i Goti, e infine Cardinale[1]. Nonostante il suo breve pontificato, che terminò con la sua morte avvenuta il 27 agosto 1590, Sisto V è considerato uno dei pontefici più importanti del XVI secolo per l’impulso che egli seppe dare alla riorganizzazione sociale ed economica dello Stato Pontificio e – per quello che qui interessa – per l’avvio della ristrutturazione urbanistica in chiave moderna della città.
Ritratto di Sisto V wikisource.org
Il pontificato di Sisto V si inserisce nel percorso della Riforma Cattolica, che, come è noto, oltre agli aspetti teologici e dottrinari, interessò anche il campo delle arti. La Chiesa infatti, intendeva diffondere il nuovo pensiero cattolico anche attraverso le opere di artisti che, tramite il potentissimo mezzo delle arti visive, riuscivano a raggiungere gli animi e le menti anche della popolazione appartenente ai ceti più umili. È proprio durante il pontificato di Sisto V che “giungeva all’estremo la dissoluzione della tradizione linguistica rinascimentale”[2]. Allo scopo non si trascurò anche l’urbanistica. In tale senso appaiono esemplificativi gli interventi di Sisto V sull’assetto urbano della città Eterna. Il nuovo pontefice, anche allo scopo di valorizzare il giubileo, che egli si era infatti affrettato a proclamare, progettò un percorso per i pellegrini in visita presso la città Santa, che mirava a far coincidere il contenuto celebrativo ideologico con quello della vita quotidiana. Secondo il programma messo a punto da Sisto V, il pellegrino che giungeva a Roma attraverso la via Flaminia, doveva trovare un percorso già programmato per la visita alle sette chiese (le 4 basiliche, più San Lorenzo, San Sebastiano e Santa Croce in Gerusalemme). Gli interventi di Sisto V puntavano a creare un tessuto urbano policentrico. Tra i fulcri individuati dal progetto sistino, il principale era costituito dalla Basilica di Santa Maria Maggiore. Durante l’estate del 1585 iniziano i lavori per la realizzazione della cosiddetta via Felicita – oggi frazionata da un lato in via Sistina, via delle Quattro Fontane, via Agostino Depretis, dall’altro in via Carlo Alberto, via Conte Verde e via di Santa Croce in Gerusalemme – che congiunge Piazza di Spagna a Santa Maria Maggiore e a Santa Croce in Gerusalemme. Una seconda strada fu realizzata per collegare la Basilica Liberiana a San Lorenzo fuori le Mura, mentre una terza, via Merulana, già progettata da Gregorio VII, fu costruita per congiungere le due basiliche di Santa Maria Maggiore e di San Giovanni. A sua volta il Laterano fu unito con un rettifilo – lo “stradone” al Colosseo. Un futuro progetto avrebbe messo in comunicazione il più famoso monumento di Roma al Vaticano. Altro fulcro fondamentale del piano di Sisto V è Piazza di Spagna, nei progetti unita a Piazza del Popolo da un ramo del Tridente (la futura via del Babuino). Da essa attraverso l’antica via Trinitas (via dei Condotti – via della Fontanella di Borghese – via del Clementino) si arrivava al Tevere e così al Vaticano. Piazza di Spagna, fino al ‘600 piazza di Francia per la presenza di proprietà francesi su Trinità dei Monti, e che poi prese il nome dell’ambasciata spagnola, è il luogo dove fisicamente e simbolicamente si svolge la lotta per il dominio della corte papale e- estendendo- del territorio italiano tra le due potenze: quella iberica e quella francese.
Valter Vannelli, Affresco
della biblioteca apostolica vaticana dove è evidente il collegamento San
Giovanni, Santa Maria Maggiore, Piazza di Spagna
Piano sistino. Morelli.it
Per sottolineare l’importanza degli snodi fondamentali del percorso, Sisto V fece collocare quattro giganteschi obelischi a piazza San Pietro (1856) a Santa Maria Maggiore (1587) a San Giovanni (1588) e in Piazza del Popolo (1589). Simboli urbanistici ma anche religiosi, a sottolineare la potenza della Riforma Cattolica su uno dei più classici simboli della paganità classica.
Gli Obelischi. Artwave.it
Questo è l’assetto cittadino che si mantiene grosso modo fino all’arrivo degli italiani. Lo stato unitario imprime alla capitale il suo segno con un’azione di forza impressionante, che sovverte la natura policentrica della città papalina che durava da secoli, e ne impone il centro unico di irradiazione ideologica – politica ai piedi del Campidoglio, dove con scelta mirata si colloca il monumento al Gran Re[3]. Tra i piani elaborati all’indomani della presa di Roma, quello del Viviani del ’73 pone le basi per la realizzazione delle due condizioni essenziali per l’abbattimento della Roma rinascimentale barocca policentrica, e cioè lo sviluppo della città a nord ovest, nel quartiere Prati, e il suo collegamento con il centro. Inoltre viene progettato il prolungamento di via di Ripetta verso sud fino al Tevere, e di via del Babuino a nord fino a via Nazionale. Così oltre al naturale collegamento nord sud, si assicurava il collegamento tra la città vecchia e la città nuova. Infine il Corso arrivava fino a Piazza Venezia e proseguiva fino a toccare il Colosseo e l’Esquilino. Solo dopo un lungo dibattito dal 1876 si inizia a realizzare lo sbocco di Via nazionale in piazza Venezia, che accogliendo anche via del Corso diventa il vero fulcro della Roma laica liberale, risultato di un processo che riesce finalmente a scardinare l’assetto della città papale, realizzando il passaggio da una città policentrica a una città monocentrica[4]. Infine con il successivo piano dell’83 si arricchisce di monumentalità il tracciato del futuro corso Vittorio, per la realizzazione del quale si attuano i primi espropri proprio in quest’anno. Inoltre l’effettiva monca realizzazione di questo piano, che non prevede il prolungamento di via di Ripetta, vede svilire l’importanza della funzione dell’antico tridente, mentre il lento avanzare dei lungotevere distrugge nella zona di Tor di nona, tra Ponte Sant’Angelo e ponte Umberto, lo snodo dell’antica via Trinitas, che attraverso la spezzata di Trinità dei Monti e la via Felice assicurava il collegamento eccentrico tra i due poli della città papale, San Pietro e San Giovanni. E’ il caso più clamoroso di un’iniziativa urbanistica che tende le spalle a San Pietro[5].
Piano del 1883. Foto tratta da B. Tobia, cit. Tav A4, p, 44
Il piano regolatore dell’83, fissa a Piazza Venezia una sorta di T rovesciata, un complesso viario in cui si colloca una monumentalità altrettanto rigida rappresentata dalla decisione politica di collocarvi lì, e non a Piazza Vittorio o all’Esedra, il monumento al Gran Re. Piazza Venezia rappresenta quindi il punto focale del sistema urbanistico che sovverte lo storico sviluppo direzionale della città, e insieme, è il punto di partenza della Roma pedagogica[6]. La Roma Sistina, aveva costruito un percorso celebrativo che esaltasse i valori politici religiosi; la classe liberale tenta di fare altrettanto, naturalmente a scopi patriottici nazionali; anzi tenta di trasformare, attraverso l’invenzione monocentrica, tutta la città in un unico strumento celebrativo. I liberali tentano di costruire un percorso celebrativo dei valori nazionali e patriottici attraverso la realizzazione di monumenti mastodontici individuando in piazza Venezia il punto focale della città. Qui sta l’importanza di Piazza Venezia e la costruzione del mausoleo a Vittorio Emanuele[7]. Statua gigantesca, persa però poi sullo sfondo di uno scenario ancora più solenne e maestoso.
Pranzo all’interno del monumento a Vittorio Emanuele II
Come le basiliche cristiane, il monumento a Vittorio Emanuele II diventa meta di veri e propri pellegrinaggi laici[8]. Quando, con colpevole ritardo il Governo deciderà di celebrare la memoria e l’eroismo di quanti con il sacrificio della vita avevano contribuito a concludere l’intero processo risorgimentale combattendo e morendo nella grande guerra con la tumulazione di un soldato ignoto, la collocazione di esso non poteva essere quindi che Piazza Venezia. Nel novembre del 1921, dopo la solenne cerimonia del riconoscimento della salma da parte di una madre che ha perso il proprio figlio in guerra, il trasporto della salma da Re di Puglia fino alla capitale, che vede una forte e commossa partecipazione di folla, il milite ignoto viene solennemente tumulato in quello che diventerà l’Altare della Patria.
Trasporto della salma del Milite
ignoto e sua arrivo in Piazza Venezia
Per quelle crudeli ironie della Storia, la tumulazione della salma del Milite Ignoto a piazza Venezia fu l’ultima occasione in cui l’Italia liberale, che tanto aveva faticato per costruire il nuovo regno, ebbe modo di celebrare la vittoria nella grande guerra. Già l’anno successivo infatti, una nuova classe politica si era affacciata al potere. Mussolini, con un’abilità politica fuori dal comune, in parte inconsapevole, in parte accompagnata da una buona dose di fortuna, attraverso la decisione di cambiare la sede del Capo del Governo da palazzo Chigi a palazzo Venezia e, soprattutto, attraverso il semplice gesto di affacciarsi al balcone di quella che i suoi predecessori avevano reso la più importante piazza cittadina e nazionale, facendo leva sui loro sforzi, ribalta su di sé i risultati pedagogico – patriottici fino ad allora ottenuti, incarnando egli stesso quei valori nazionali e riuscendo finalmente a coinvolgere la grande massa della popolazione povera e contadina che aveva partecipato alla guerra e che mal si identificava con la classe dei notabili che aveva fatto l’Italia. Piazza Venezia diventa teatro dell’acclamazione della nuova unità nazionale raggiunta sotto il fascismo, che esclude gli antifascisti, ma accoglie, – non senza imbarazzi – gli afascisti e meta ultima e principale di nuovi pellegrinaggi romani, meno laici di quelli liberali e sicuramenti più vicini, in quanto a religiosità, a quelli sistini.
Il monumento a Vittorio Emanuele, l’Altare della Patria, diventano semplici scenari per le manifestazioni fasciste – l’oro alla patria, la proclamazione dell’Impero, la dichiarazione di guerra -inondate da plaudenti folle oceaniche.
500 giovani hitleriani, ospiti dell’O.N.B. al foro Mussolini e a piazza Venezia per rendere omaggio al Milite Ignoto e per salutare Mussolini. Qui di seguito il riferimento di altri due filmati: Giornale Luce B / B092209 Folla acclamante il Duce in Piazza Venezia. Giornale Luce B / B023705 Accompagnati dalle alte gerarchie del partito i Sansepolcristi sono giunti a Roma. Dopo aver reso omaggio al Milite ignoto e ai caduti della Rivoluzione fascista dal cuore della immensa folla accalcata in Piazza Venezia essi acclamano il Duce.
Gli
interventi del fascismo sul territorio urbano della capitale, per quanto
caotici e dirompenti, sembrano segnare, con lo sventramento della spina di
borgo, la costruzione di via dell’Impero e di via dei Trionfi (che esaltano la
funzione di Piazza Venezia fulcro cittadino, nazionale, imperiale addirittura)
i lavori all’augusteo, la costruzione del Foro Mussolini, la progettazione
della nuova Roma per l’EUR, la Mostra della Rivoluzione Fascista a via
Nazionale, la realizzazione della Casa per gli invalidi e i Mutilati alle
spalle di Castel Sant’Angelo, et altri, rappresentano forse un tentativo di
ritornare alla politica pontificia per la quale il contenuto celebrativo
ideologico coincideva con quella della realtà quotidiana.
Bibliografia
Oltre i testi citati in
nota e i riferimenti disponibili in rete, la stesura di queste righe si basa
essenzialmente sul testo ampiamente citato ma che qui occorre segnalare con
particolare evidenza di Bruno Tobia, Una patria per gli
italiani, Gius Laterza & Figli, Roma-Bari, 1
[1] Cfr. Silvio Giordano, “SISTO V,
papa”, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 93, 2018.
[2] Cfr. Carlo Bertelli, Giuliano
Briganti, Antonio Giuliano, Storia
dell’arte italiana, Electa – Bruno Mondadori, 1991, Milano, p. 268.
[3] Cfr. Bruno Tobia, Una patria per gli italiani, Gius
Laterza & Figli, Roma-Bari, 1998, p. 43
[4] Cfr. Bruno Tobia, Una patria per gli italiani…cit, p.37 e
ss.
[5] Cfr. Bruno Tobia, Una patria per gli italiani…cit, p.42.
[6] Cfr. Bruno Tobia, Una patria per gli italiani…cit, p.43
Quando abbiamo parlato – per una canzone
della domenica di circa un anno (leggi e ascolta
qui) – di Blade Runner, il film “culto” di Ridley
Scott (1982), ci siamo tirati dentro, oltre alla colonna sonora di Vangelis,
anche il famoso monologo finale del replicante Roy, impersonato dall’attore
recentemente scomparso… Altri
suoi film, tra i 170 circa cui ha partecipato: Ladyhawke,
regia di Richard Donner (1985) – giovane e bellissimo lui, accanto a una
radiosa Michelle Pfeiffer
Lady Hawke, di Richard Donner, 1985
I
colori della passione – The mill and the cross, regia di Lech Majewski (2011)
nel ruolo di Pieter Bruegel il Vecchio
Proponiamo qui, tra gli scritti di rilievo ripresi dalla stampa nazionale, l’articolo a lui dedicato da Gabriele Romagnoli.
Blade Runner, di Ridley Scott, 1982
Rutger Hauer, il replicante sotto la pioggia che incarnava il mistero del cinema
Da la Repubblica del
24 luglio 2019
di Gabriele Romagnoli
Come la vita di un uomo può essere riassunta da un gesto, così la carriera di un attore da una scena. Rutger Hauer ha girato oltre 170 film, di cui inevitabilmente alcuni notevoli, altri guardabili, certuni improponibili, ma resterà per sempre a morire sotto la pioggia nel mondo che verrà e che è venuto, perché la fantascienza ha l’immaginazione di un replicante e si pone raggiungibili scadenze: infatti era ed è il 2019. Ha ricalcato il suo personaggio, realizzato la sua profezia (“È tempo di morire”). La loro raggiunta mortalità è la loro comune immortalità, almeno finché qualcuno ricorderà che cosa era il cinema. Si lasciano dietro il mistero di ciò che rende un passaggio impresso sulla pellicola universale e atemporale. La soluzione allude all’ineffabile e contempla l’incarnazione. Il cinema, come ogni arte, nutre una parte di noi che nient’altro, se non la fede, può saziare. Rispetto alle altre arti ha il vantaggio di poter fondere immagini e parole. L’evocazione riesce quanto più è straniante, celebrativa e in definitiva incomprensibile. Occorre, appunto, uno slancio di fede per credere a ciò che stai vedendo, perfino superiore a quello necessario per credere all’invisibile. Rutger Hauer nei panni di Roy Batty è appeso al cielo, al destino che si sta spezzando. Dietro di lui, nascosti, ci sono secoli di mitologia dell’esistenza e della sua fine, le moire greche, poi parche romane, che lo manovrano come un burattino tessendo e poi tranciando alla data designata i fili (“Voglio più vita, padre!”). E secoli di filosofia, di libero arbitrio contro predeterminazione, caso contro necessità, uomo contro macchina (“Ho fatto cose discutibili, cose per cui il dio della biomeccanica non mi farebbe entrare in paradiso”). Ma soprattutto c’è un dipinto, il gigante con la colomba, opera di un pittore di scuola olandese, forse Hieronymus Bosch (già autore de L’arte di morire) o piuttosto Pieter Bruegel il Vecchio (a cui si deve il Trionfo della morte), invece no, lui stesso lo ha eseguito, Rutger Hauer che volle quella colomba e improvvisò parte del testo. Quale non si saprà forse mai, se quella delle navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione o quella del buio vicino alle porte di Tannhauser. Sappiamo che abbiamo cucito quelle parole sulle t-shirt, le abbiamo sentite urlare da un telecronista alla finale di canottaggio alle olimpiadi di Rio, le usiamo come formula propiziatoria dell’inconoscibile. Perché? Perché il cinema è l’avventura che non abbiamo vissuto e si regge sul baratto tra la verità e la liberazione. Che cosa sono i raggi B di Blade Runner? Probabilmente qualcosa di raggiungibile con le “lettere di transito” di Casablanca. Surrealtà. Invero, simili. Non ti chiedi dove siano o a che cosa servano, ma soltanto come fare a vederli, ad averle. Perché l’evocazione riesca occorre però il secondo elemento: l’incarnazione, la perfetta corrispondenza tra l’attore e il personaggio, il narratore e la sua narrazione. E Rutger Hauer fu scelto da un genio del casting, perché era il replicante Roy Batty, aveva visto cose che noi umani: aveva lasciato una famiglia di attori per partire su un piroscafo, sbarcato in quanto daltonico, era stato poeta (“tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”), poi soldato, si era finto pazzo ed era stato ricoverato in manicomio, ne era uscito e aveva chiuso il cerchio andando verso la vita che si era negato. Anche quando aveva avuto successo non era cambiato: viveva su un caravan per continuare a vedere cose, se era un santo bevitore lo era di cappuccini, venti al giorno. Anne Rice si ispirò a lui, a quel suo volto oltre la tenebra, mentre scriveva Intervista col vampiro. Poi, al momento del film, scelsero Tom Cruise perché Rutger Hauer era troppo vecchio. Sbagliarono: non era vecchio, era morto, per sempre e adesso, nella pioggia di allora, nelle lacrime di ora, in quel che nel buio eternamente balena.
Ho cominciato a sapere che esisteva De Crescenzo quasi quarant’anni fa. L’occasione la colse mia moglie che, conoscendo la passione che nutrivo per la fotografia e il mio vissuto a Napoli, mi regalò La Napoli di Bellavista, un libro di 150 foto, tutte in bianco e nero, e una trentina di fattarielli descrittivi del carattere di un popolo, quello dei vicoli e dei quartieri, capace di coprire di humor il suo tragico-quotidiano e rivelare nel modo di essere una profonda malinconia.
Ogni foto un racconto, una storia, una scena della infinita commedia napoletana Lo stesso accade con un altro libro, La domenica del villaggio, sempre di foto ma questa volta a colori, pubblicato in occasione del primo scudetto vinto dal Napoli.
Era il 1987 e Napoli si colorò di azzurro; fu un’esplosione di gioia che per un giorno fece felice tutta Napoli e fece dimenticare i guai a chi li aveva. E anche in questo libro De Crescenzo con la sua visione ironica della vita racconta la passione dei napoletani per il calcio e la devozione per Maradona il grande artefice di quello scudetto. In proposito ricorda: “Un tassista mi ha confidato in grandissimo segreto che Maradona può fare i miracoli. – Dottò credetemi, il fenomeno sussiste: io l’ho scoperto per pura combinazione. Avevo una causa con il mio padrone di casa, il cavaliere Imperatore, quello dei ferramenta, un fetente che non vi dico! La situazione era disperata: sfratto per morosità e minacce verbali. Detto fra noi, io non solo non lo pagavo da un anno, ma lo avevo anche chiamato strozzino. Il mio avvocato di fiducia si era rifiutato di difendermi: “La causa è persa” mi aveva avvisato “se vuoi un consiglio cerca di metterti d’accordo e va vattenne”. Insomma io ero disperato, quando mi sorpresi ad implorare: “Maradona mio pensaci tu” . Ebbè, mi dovete credere: nel giro di pochi giorni la situazione si ribaltò da così a così: Il pretore mi dette sei mesi di proroga e il cavaliere Imperatore ebbe un piccolo infarto…
Luciano De Crescenzo nasce in effetti ingegnere dell’Olivetti e, un po’ come Andrea Camilleri, arriva tardi a farsi conoscere e diventare famoso. Diventa improvvisamente scrittore pubblicando Così parlò Bellavista, uno dei maggiori successi editoriali degli anni 70. Il libro è costruito attraverso i dialoghi tra De Crescenzo, il professor Bellavista, il “vice sostituto portiere” Salvatore, il “poeta” Luigino, il dottor Palluotto, napoletano trapiantato a Milano, ed altri personaggi tutti volti a descrivere la città di Napoli sotto i suoi aspetti più disparati. Non mancano le considerazioni filosofiche fatte in maniera semplice e accattivante da far venire la voglia di studiare la filosofia. Dal libro venne fuori, qualche anno dopo anche un fortunato film dal titolo omonimo di cui è stato anche regista. Di seguito una breve scena incentrata sulla proverbiale passione dei napoletani per il gioco del lotto
De Crescenzo amava dire “sono figlio di persone antiche…”. Di seguito l’incipit all’introduzione del libro “La Napoli di Bellavista”: Quando sono nato io mio padre aveva cinquanta anni e mia madre quarantacinque. Ho vissuto la mia prima giovinezza a Santa Lucia, a metà strada tra il mare e il Pallonetto. La casa era immensa, o perlomeno a quell’epoca mi sembrava tale. Oltre ai miei genitori e a mia sorella, abitavano con noi anche la nonna (papà la chiamava la “genitrice”) e alcuni dei miei dieci zii materni. Tutto questo per dirvi che sono cresciuto in mezzo a un gruppo di napoletani antichi. Il loro modo di prendere la vita, di pensare, la loro lingua ufficiale, le loro abitudini alimentari, tutto apparteneva a un mondo oggi praticamente scomparso nella borghesia napoletana e tuttavia a me sempre molto caro.
Commento di Sandro Russo del 22 luglio
Ma comme fa? Ho un aneddoto curioso sul modo in cui mi sono trovato a “incrociare “ De Crescenzo. Naturalmente lo conoscevo, ma senza aver mai particolarmente approfondito. In proposito avrei potuto dire come Woody Allen, quando gli chiesero di Dio: “Io non credo in Dio, non ci ho mai creduto… – rispose –Diciamo che lo stimo”.
Senonché successe che al Corso di Cinema di qualche anno fa, di Gianni Sarro (scrive anche sul Sito), Maestro illuminato e particolarmente democratico, spesso viene data la parola a noi discenti; e tra noi, alcuni parlano molto, altri preferiscono ascoltare. Io appartengo alla seconda categoria; solo occasionalmente ho qualcosa di interessante e allora dico la mia. Ora, una compagna del corso, Paola, ad ogni mia (rara) uscita commentava: – Ma comme fa! Una volta, più volte… Era diventato un tormentone! …e credevo che un po’ mi sfottesse. Interpellata direttamente, disse che no, lei era sinceramente ammirata, e mi diede De Crescenzo come bibliografia.
Nel breve filmato tratto da Youtube, la frase è ripetuta più volte, in particolare intorno al tempo 1’30’’ – è anche un piccolo cameo sul suo modo di non prendersi troppo sul serio – Da Il mistero di Bellavista, film del 1985, scritto, diretto e interpretato da Luciano De Crescenzo).
In generale il passaggio da un’inquadratura ad un’altra avviene tramite lo stacco, cioè il passaggio diretto e immediato da un piano a quello successivo. Un altro modo per passare da un’inquadratura ad un’altra è la dissolvenza che può essere di vari tipi: 1. La dissolvenza d’apertura, in cui l’immagine appare progressivamente a partire dal nero dello schermo. 2. La dissolvenza in chiusura, in cui l’immagine scompare progressivamente fino a diventare nera.
3. La dissolvenza incrociata, quando l’immagine che scompare e quella che compare si sovrappongono per alcuni istanti sullo schermo.
Dissolvenza incrociata
Le dissolvenze erano utilizzate di frequente nel cinema classico, in particolare per evidenziare i passaggi tra una scena e l’altra e indicare così l’esistenza di un’ellisse o salto temporale. Rispetto alle dissolvenze incrociate, le dissolvenze in chiusura rappresentano una pausa più pronunciata, interrompono il flusso narrativo e separano nettamente le azioni che le precedono da quelle che le seguono. Altre soluzioni di punteggiatura, ora cadute in disuso, sono l’iris, dove un foro circolare si apre o si chiude intorno ad una parte dell’immagine, e la tendina, in cui la nuova immagine si sostituisce alla precedente facendola scorrere via dallo schermo.
Iris e tendine
In vari film d’autore moderni l’uso dell’iris ha il significato di un omaggio al cinema delle origini. Ne sono un esempio alcuni film di Wim Wenders, come Lisbon Story e I fratelli Skladanowsky, in cui il regista fa un uso ripetuto di questo segno d’interpunzione.