Tanto rumore per nulla al Globe Theatre

di Tano Pirrone

Uscendo dal Globe, ieri notte, dopo più di tre ore di spettacolo, con un caldo afoso, che la memoria dei rigidi sedili penitenziali rendeva ancor più opprimente, mentre un fiume di gente usciva dal teatro (pieno in ogni ordine di posti), sciamando in tutte le direzioni, mi sono sentito in dovere di mandare un breve messaggio al mio Capo. Nel messaggio scrivevo: <<Grande successo di pubblico, stasera, e scelte felicissime della regista, che con opportuni adattamenti ha saputo catturare il grande pubblico, composto per lo più da famiglie e da moltissimi giovani>>. L’emoticon del consenso (il pollicione dritto) arrivò in risposta dopo pochi secondi.

Quando uno spettacolo ha successo e lascia così contenti tutti gli spettatori è sempre un piacere, per chi come noi ama il teatro e s’intristisce quando questo s’avviluppa attorno a se stesso, allontanandosi a velocità supersonica dall’essenza stessa di cui il teatro è fatto.
Ma che ha fatto Loredana Scaramella per ottenere il giusto equilibrio fra testo originale e format di successo? Coadiuvata da Mauro Santopietro, con cui, della traduzione e dell’adattamento, ha condiviso l’onere (e, a posteriori, pienamente riconosciuto, anche l’onore), prima di tutto ha spostato l’ambientazione dalla Sicilia (Messina), che Shakespeare individuava come dionisiaca location in cui bollori e frenesie erano i naturali umori di una classicità ancora vitale e come tale sentita e vissuta, al Salento, vitalissimo meridione d’Italia che da alcuni decenni ha saputo imboccare un’originale via di sviluppo basata sull’ospitalità e la qualità dell’offerta, anche di cultura tenuta viva da bravi e tenaci artisti locali.

Questa scelta non rimane formale, ma conferisce al plot una moderna originalità che cattura – fin troppo facilmente – il pubblico, stabilendosi come interfaccia e rendendo più facile e chiara l’assimilazione e la comprensione del tema originale della commedia. Risultato di ciò sono stati una coralità recitativa che ha praticamente annullato le inevitabili differenze qualitative nelle prestazioni degli attori. Il pubblico, ha reagito conseguenzialmente con appassionata partecipazione.
Prima che lo spettacolo iniziasse Loredana Scaramella è salita sul palco e dopo poche parole di presentazione ha portato i saluti di Gigi Proietti, Direttore Artistico del Silvano Toti Globe Theatre. Much Ado About Nothing, scritta fra l’estate del 1598 e la primavera del 1599 trae origine, come molte opere del Bardo, dalla tradizione letteraria italiana; nella fattispecie, è una novella di Mattia Bandello, a fornirgli ispirazione e materiale. La locuzione “molto rumore per nulla” è entrata nel gergo comune, tanto in lingua inglese che non, proprio per indicare un’esagerazione o un’assurdità riferita ad un fatto del tutto trascurabile o inconsistente.
La commedia ha dato vita nel tempo a numerose ispirazioni o trasposizioni cinematografiche; fra le prime è impossibile, in questi giorni, non ricordare Troppu scrusciu ppi nenti di Andrea Camilleri, prodotto dal Teatro Stabile di Catania per la regia di Giuseppe Dipasquale, andato in scena al Globe il 2 luglio del 2017; fra le seconde memorabile l’omonimo film del 1993 diretto, prodotto e interpretato da Kenneth Branagh, affiancato da Emma Thompson, Michael Keaton, Denzel Washington, Keanu Reeves, Robert Sean Leonard, Imelda Staunton, Richard Briers e una giovanissima Kate Beckinsale.

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Tanto rumor per nulla (Much Ado About Nothing)

Autore: William Shakespeare. Traduzione e adattamento: Loredana Scaramella e Mauro Santopietro. Regia: Loredana Scaramella. Aiuto regia: Francesca Visicaro. Produzione: Politeama Srl.

CAST ARTISTICO. Margherita: Lara Balbo – Frate Francesco/Sorba: Cristiano Caccamo – Claudio: Fausto Cabra – Ero: Mimosa Campironi – Don Pedro: Federigo Ceci – Seconda guardia: Jacopo Crovella – Borracio: Alessandro Federico – Antonio/giudice: Roberto ;Mantovani – Leonato: Maurizio Marchetti – Don Juan: Matteo Milani – Beatrice: Barbara Moselli – Corrado: Ivan Olivieri – Orsola: Loredana Piedimonte – Corniolo/Baldassarre: Carlo Ragone – Benedetto: Mauro Santopietro – Prima guardia: Federico Tolardo – Trio William Kemp: Luca Mereu, Mandolino; Michele Di Paolo, Percussioni; Antonio Pappadà, chitarra.

CAST TECNICO. Maestro movimenti di scena: Alberto Bellandi – Musiche: Stefano Fresi – Costumi: Susanna Proietti – Direzione tecnica: Stefano Cianfichi – Disegno luci: Umile Vainieri – Disegno audio: Franco Patimo. Ufficio stampa: Cinzia D’Angelo.

Dal 7 al 15 agosto 2019 (escluso i lunedì), ore 21,15 al “Silvano Toti Globe Theatre” – Largo Aqua Felix (Piazza di Siena), Villa Borghese, 00197 Roma.

L’inquadratura: campi e piani

a cura di Letizia Piredda

L’inquadratura può essere classificata in due famiglie, i Campi e i Piani, in base all’importanza che viene data all’ambiente e alla figura umana.
Nei campi è protagonista l’ambiente, mentre nei piani è la figura umana ad avere una maggior risalto.

Il campo lunghissimo (C.L.L.) è l’inquadratura più larga, nella quale l’ambiente è totalmente preponderante e un’eventuale figura umana è scarsamente o per niente riconoscibile. Solitamente si usa per inserire un luogo all’interno del racconto, descrivendone così l’ambientazione.

Il campo lungo

Nel C.L. si inizia a percepire chiaramente l’azione, le persone sono distinguibili e circoscritte all’interno del paesaggio, la cui figura continua a dominare la composizione.

Campo Lungo - l'inquadratura
Il “peso” del paesaggio nella composizione è ancora decisivo, ma le figure umane e l’azione sono adesso distinguibili: è un Campo Lungo

Campo Medio

Nel C.M. l’azione inizia ad assumere una certa importanza: le figure umane sono perfettamente leggibili e l’ambiente inizia ad assumere un ruolo di “cornice”, seppur ancora molto presente nel quadro.

Campo Medio - l'inquadratura
Campo Medio: l’azione è distinguibile ma l’ambiente continua ad essere preponderante nel quardo

Campo Totale

Nel C.T. l’azione ha maggiore importanza, le figure umane hanno rilevanza centrale e l’ambiente è rappresentato nella sua totalità.

Totale - Paolo Sorgi - l'inquadratura
Totale: la figura umana è intera e la sua azione è preponderante, rispetto all’ambiente

Figura Intera

F.I.: l’attore riempie varticalmente il quadro, senza “tagli” a gambe o testa. Viene usata questa inquadratura solitamente per sottolineare la fisicità del soggetto.

Figura Intera --l'inquadratura
L’attore riempie verticalmente il quadro e la sua fisicità è sottolineata: è una F.I

Piano Americano

Nel P.A. l’inquadratura parte da sopra al ginocchio, per riprendere fin sopra la testa. L’azione è descritta in maniera preponderante e restituisce molta importanza all’espressività dell’attore. Inquadratura molto usata nei western dove era necessario far vedere le pistole; viene usata anche per i quadri a due o più persone, in scene di dialogo.

Piano Americano - l'inquadratura
Molto diffusa nel genere western, l’inquadratura a P.A. consentiva di inquadrare l’attore fin sotto la fondina. Da qui probabilmente il nome.

Mezza Figura/Piano Medio

L’inquadratura dalla vita in su è detta Mezza Figura,(M.F.) o Piano Medio. (P.M.) L’ambiente è scarsamente riconoscibile e sempre maggior peso viene dato all’attore.

Mezza Figura - l'inquadratura
L’attore è sempre più il protagonista del quadro: M.F./P.M.

 Primo Piano

Inquadratura usata per descrivere lo stato d’animo del soggetto, il P.P. si compone tagliando la figura dalle spalle in su. Tra Primo Piano e Mezza Figura c’è un’inquadratura intermedia, chiamata Mezzo Primo Piano (M.P.P.) o Mezzo Busto (M.B.), usata per la prima volta in The great train robbery, del 1903.

Primo Piano - l'inquadratura
L’attenzione è concentrata sull’attore e il suo stato d’animo. La mimica facciale è la recitazione sono esaltate al massimo: stiamo componendo un P.P.

Primissimo Piano (P.P.P.)

Ancor più che nel Primo Piano, l’azione è restituita da espressioni e stati d’animo dell’attore. Data la grande importanza del soggetto, in genere questo quadro si compone scegliendo una ristretta profondità di campoper isolarlo maggiormente dall’ambiente.

Primissimo Piano - l'inquadratura
Ambiente ed eventuali altri attori spariscono, aspetto psicologico ed emozioni del soggetto sono i veri protagonisti dell’azione: stiamo componendo un P.P.P.

Particolare e Dettaglio

L’inquadratura più stretta, che mostra molto da vicino una parte del soggetto, è detta Particolare. Se stiamo inquadrando un oggetto inanimato, stiamo realizzando un Dettaglio.

Particolare - Paolo Sorgi - l'inquadratura
Particolare degli occhi dell’attrice
Dettaglio - Paolo Sorgi - l'inquadratura
La pallina da golf ripresa in Dettaglio

Venezia in pillole (11)

N. 7 Cherry Lane, di Yonfan, 2019, in Concorso

di Letizia Piredda

Incuriosisce questo cartone ambientato a Hong Kong, ma immerso nei classici della letteratura europea: Jane Eyre, Il Laureato, Alla ricerca del tempo perduto. La ricostruzione di Hong Kong è eccezionale: riesce a renderne l’atmosfera caotica, con i colori accesi delle insegne, le tipiche verande delle case. Siamo negli anni sessanta, e per un attimo ci sembra estremamente attuale il film con le proteste, all’epoca contro il potere coloniale, che ci rimandano a quelle odierne. Ma c’è uno iato preciso che tiene a distanza i personaggi del film dalle rivolte sociali, immersi come sono nella lentezza tipica  della recherche proustiana che permeerà tutto il film. Ci  ricorda Il Laureato il triangolo amoroso che si stabilisce tra Fan Ziming , un ragazzo brillante e seducente, la signora Yu, appassionata lettrice di classici e la figlia Meiling.

Il ragazzo subisce subito il fascino della signora Yu, quando la incontra: le discussioni sui classici si intrecciano con la visione dei film con Simon Signoret.  Ben presto, però, subirà anche il fascino della figlia che, alla fine,  riuscirà a conquistarlo. Intorno si muovono una coppia di vicini, dal passato sospetto, con i loro gatti, e il dolce d’autunno che ogni anno viene portato alla signora Yu. Non manca neanche un risvolto sensuale con uno dei capolavori della letteratura cinese popolare,  il Sogno  della Camera Rossa.
L’ultimo tocco al quadro d’insieme è stata l’autoironia del regista quando è stato premiato, per la migliore sceneggiatura: dopo quaranta film , di cui c’era sempre qualcosa che non andava, finalmente ne ho fatto uno bene!

Segue
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La storia raccontata dai film (5). Il mito di Gassman: l’attore e l’uomo

18 APRILE, 2019

di Gianni Sarro
https://www.ponzaracconta.it/2019/04/18/la-storia-raccontata-dai-film-5-il- mito-di-gassman-lattore-e-l-uomo/

Roma 1952, al teatro Valle va in scena Amleto riscuotendo un grandissimo successo; 1958, 1959 e 1961, il cinema italiano sforna tre capolavori, s’intitolano I soliti ignoti, La grande guerra e Il sorpasso. La liaison tra questi avvenimenti, è l’attore che ne è protagonista: Vittorio Gassman.
La carriera teatrale di Gassman ha inizio nel 1943, quando recita ne La nemica; da quel momento la leggenda non si è più fermata, ha marciato a ritmi vorticosi attraverso Shakespeare, Sofocle, Alfieri, Kafka, Pirandello, recital di poesia…
Al cinema il boom è meno immediato, arriva quando Gassman ha già 36 anni ma I soliti ignoti (1958)Il sorpasso (1962), L’armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle crociate (1970) sono stati grandissimi successi e di cui il Mattatore ebbe a dire che erano: “tra i pochi film che brucerei malvolentieri”.
Gassman aveva tutto per essere un grande attore, il fisico atletico, una faccia da statua classica, una voce inconfondibile e indimenticabile, l’aria da bel mascalzone; condite il tutto con una buona dose d’egocentrismo ed esibizionismo e il cocktail esplosivo è servito.
Gassman deve la sua affermazione nel cinema a due maschere indossate grazie alla collaborazione con Mario Monicelli (che ebbe la brillante intuizione d’imporlo come attore comico, lui grande attore drammatico) e Dino Risi.
Con il primo Gassman indossa la maschera popolaresca: “il Mattatore” è un fanfarone (L’armata Brancaleone), un tartaglione vanaglorioso ed incapace (I soliti ignoti) che sfodera l’arroganza per coprire un’evidente timidezza.
Uno dei più stimati critici cinematografici italiani, Brunetta, ha tessuto un parallelo tra i personaggi interpretati da Gassman e il Miles Gloriosus di Plauto.
Nella collaborazione con Dino Risi, Gassman ha invece elaborato una maschera borghese, venata di feroce amarezza; “il Mattatore” indossa i panni del borghese arrivato e cinico che comincia a scoprire i segnali di crisi dentro se stesso riflettendola sugli altri. Film come Il sorpassoLa marcia su Roma e Il profeta ne sono la testimonianza più diretta.
Nel 1969 inizia la seconda parte della carriera cinematografica di Gassman con il film L’alibi, diretto con due tra gli amici-colleghi più stretti Adolfo Celi e Luciano Lucignani, film nel quale Gassman fa un primo sconsolato bilancio della sua esistenza di quasi cinquantenne.
Tra gli anni ’60 e ’70 Gassman inizia così a visitare una galleria di personaggi che aiutano a fornire il ritratto dell’Italia dell’epoca: il gretto, il rampante, l’aggressivo, l’impudente.
Negli anni ’80 la maschera cinematografica di Gassman s’immalinconisce, si fa più intima, meno cialtronesca e sfrontata, diventando quasi delicata. Sono gli anni della collaborazione con un altro grande regista Ettore Scola (che già lo aveva diretto nel 1974 in C’eravamo tanto amati), con il quale gira La terrazza, La famiglia, La cena.
Vittorio Gassman ha scritto tantissimo, soprattutto dai sessant’anni in poi, e la sua produzione è stata fortunatamente bulimica ed eccessiva come la sua carriera d’attore: memorialistica, saggistica, narrativa, poesia.

Il suo esordio (escludendo ovviamente le traduzioni e gli adattamenti dei testi originali dei suoi spettacoli) fu l’autobiografia Un grande avvenire dietro le spalle, pubblicata nel 1981, in cui il Mattatore ripercorre le tappe dei suoi primi trent’anni di carriera e con infallibile istrionismo si straparla addosso, seguendo il suo istinto più saldo e pervicace: essere il centro d’attrazione unico. Nella scrittura di Gassman si coglie una volontà impudica di mostrarsi senza ritegno, ai limiti del blasfemo verso se stesso.
Scritta con evidenti auspici terapeutici, come afferma lo stesso autore: “Da quando ho cominciato a scrivere queste memorie, sto nettamente meglio. Sono più giorni che scrivo al tavolino, senza cambiare posizione ogni dieci minuti per andare a smuovere meccanicamente le file dei libri allineate nella biblioteca”.

L’autobiografia, logorroica e sfrontata, prima ancora di stupire per ciò che racconta, stupisce per come è scritta. Gassman passa con disinvoltura dal presente al passato, dalla prima alla terza persona, per chiudere con una tirata di circa venti pagine in cui abolisce la punteggiatura. Cogliendo tra gli episodi narrati (ma rammentiamo sempre ciò che Gassman amava dire di se stesso e cioè che un attore è un mentitore di professione, inaffidabile ed insincero) come non citare quello accaduto nei primi anni cinquanta, durante il primo sbarco ad Hollywood del nostro eroe… Il Mattatore doveva affrontare un’intervista con una delle più importanti giornaliste dell’establishment hollywoodiano, tal Louella Parson; una delle prerogative della giornalista era quella di essere profondamente cattolica. Nonostante le raccomandazioni dei press agents di tenere un profilo basso nelle risposte alle domande, quando Gassman si sentì chiedere cosa pensasse del papa, la risposta fu iconoclasta fino all’autolesionismo: “Il papa? Ah, sì! fantastico spesso di ucciderlo”. Un vero impulso di sincerità inconsulta, chissà forse necessaria a riequilibrare la necessità di dover fingere per contratto.

Dice Gassman in Intervista sul teatro (2002) che il mestiere dell’attore ha un rapporto strettissimo con la malattia: “L’attore rischia la frattura dell’io individuale, la schizofrenia, oppure l’angoscia ancestrale del non essere più nessuno”; a ciò Gassman aggiungeva un’acuta osservazione sull’esibizionismo degli artisti: “Quello dell’attore è un mestiere che invita continuamente ad esporsi, anche in senso fisico. Norman Brown, parlando da un punto di vista psicoanalitico, sostiene che il rapporto fra attore e pubblico è quello tipico dell’esibizionista sessuale e lo spettatore in questo caso è un voyeur”.
Esiste, d’altronde, anche un esibizionismo emotivo, che, spiega Gassman, comporta: “Un tipo di finzione e di violenza molto particolare” e durante la rappresentazione l’attore deve avere la capacità di conservare un po’ di lucidità: “Soffrire il pathos, e al tempo stesso incasellarlo per riutilizzarlo”, serve cioè un autocontrollo che a volte è difficile da mantenere, come accade a Gassman nell’interpretare Otello, con la vicenda del quale si rischia un’immedesimazione pressoché totale e questo è, afferma Gassman: “Un viaggio molto doloroso” a cui egli si sottrae, almeno in parte grazie al fatto che gli ultimi momenti della tragedia di William Shakespeare sono in versi e i versi esigono “Un’attenzione tecnica formale. Che è per me, qualcosa come un ancora di salvezza, mi assicura un minimo d’autocontrollo, una difesa dal pericolo”.
Come ogni grande Gassman aveva una sincera antipatia per la morte, definita di volta in volta “incongrua”, “immorale”, “non accettabile”, “nota stonata”. Nella sua autobiografia Gassman si domanda: “Che Dio abbia azzeccato tutto tranne la durata della vita?”, nel suo caso questo dubbio è lecito porselo. Gassman è stato un artista poliedrico, non si è mai accontentato di nulla, si è sempre ritagliato nuovi spazi: attore immenso, romanziere, regista, polemista.

Io ho avuto la possibilità di vedere Gassman recitare a teatro una sola volta: al teatro Quirino di Roma nel 1983, dove recitava il Macbeth. Ricordo che l’entrata in scena dell’attore avveniva nella penombra del palcoscenico, così prima ancora di vederlo in carne e ossa si percepì la presenza di Gassman, il suo magnetismo aveva già invaso il teatro.
Alla fine dello spettacolo scendemmo nei camerini. Entrammo nel camerino in punta di piedi, io mi limitai a stringergli la mano e a biascicare qualche complimento di circostanza. Ma il ricordo più forte è quello visivo: Gassman era seduto su una sedia, un braccio appoggiato sul tavolino, indossava un accappatoio bianco, sul viso, incorniciato da un ispida barba, il trucco e il sudore avevano disegnato una maschera nella quale i caratteri del personaggio si contaminavano con quelli dell’attore, dell’uomo.
Il Mattatore ha disseminato le sue interpretazioni di tante gemme, io scelgo: il tenero addio ad Abacucco (Carlo Pisacane-Capannelle) ne L’armata Brancaleone: di Monicelli (1966):

La cronaca della partita che Peppe er pantera fa al commissario in: Audace colpo dei soliti ignoti (Nanni Loy; 1959):

Il Gassman ormai maturo nella lettura del V canto dell’Inferno, quello di Paolo e Francesca, dove declama i versi immortali “Amor c’a nulla amato amar perdona”:

E, last but not least, l’Otello, nell’edizione portata in scena nel 1957, insieme a Salvo Randone:

Nota della Redazione
Sul sito uno scritto di Silverio Lamonica sulla frequentazione di Vittorio Gassman a Ponza: leggi qui.
Inoltre – di Gabriella Nardacci – la proposta di ascoltare dalla sua voce una poesia di Pascoli: Il naufrago 

(La storia raccontata dai film 5 – Continua)

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Palombella Rossa 30 anni dopo

Ci è sembrato d’obbligo pubblicare questo graffiante articolo di Paolo Di Paolo, uscito in data odierna su La repubblica .

SPETTACOLI

“Le parole sono importanti”
Palombella rossa trent’anni dopo. Il culto è anche social.
Il film di Nanni Moretti sulla crisi del Pci uscì nel settembre 1989.
Oggi molti di quei dialoghi storici sono diventati tormentoni sul web.
Sesto lungometraggio del regista, fu presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia e lasciò la critica disorientata
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di Paolo Di Paolo

Alla voce “meme”, il film di Nanni Moretti che stravince è Palombella rossa. Tra video e immagini animate rimasticate dal web, Ecce Bombo ha il suo spazio, ma il film del 1989 domina. Con botta e risposta caustici come: «Michele, io sono contento che tu esisti. Tu sei contento che io esista?» «No!»; con monologhi identitari come «Perché siamo uguali, anche se siamo diversi». Ma soprattutto con l’epica sfuriata sul linguaggio: «Chi parla male pensa male». Le parole sono importanti, sì: i social fanno eco al comunista pallanuotista Apicella, nel curioso (e logorroico) paradosso della
chiacchiera ininterrotta.
Non è una novità che dalla filmografia di Moretti si estraggano massime buone per uso pubblico e privato, ma ora che anche il regista ha un imprevedibile e autarchico profilo Instagram, interrogare la vita social del suo lavoro è interessante. Fra quanti hanno condiviso il meme di Apicella che, in accappatoio e cuffia, fa una smorfia di dolore quando la giornalista usa la parola “kitsch”, chi ha visto il film per intero? E quanti, se lo vedessero, ne sarebbero spiazzati?
Forse almeno come i primi spettatori di trent’anni fa. Il giorno in cui Palombella rossa arriva nelle sale, rivaleggiando con New York Stories del trio Scorsese-Coppola-Allen, i giornali parlano delle “troppe ricette del nuovo Pci” e dell’Urss che teme disordini a Berlino.
È il 15 settembre del 1989. Il film dell’allora trentaseienne Nanni Moretti, che interpreta un dirigente comunista colpito da amnesia, è stato presentato a Venezia, fuori concorso.
A Natalia Aspesi, che lo intervistava su queste pagine, Moretti parlò di latitanza della «tensione morale». L’accoglienza del nuovo lavoro del regista di Bianca è stupita e nervosa. Dal critico che si concentra su vezzi stilistici e singhiozzi narrativi a quello che imputa a Moretti di occuparsi troppo di sé stesso, è difficile trovare esperti che non sembrino un po’ disorientati.
Sarà che questo geniale film dell’89 diventa più chiaro l’anno dopo? Dopo la caduta del Muro, dopo la svolta della Bolognina, col solitario Occhetto che guida il vecchio Pci verso la trasformazione. Il 15 settembre del 2019, con le macerie del Muro lontane tre decenni, più che profetica, come spesso si dice, la verità del film risulta perenne. E non è solo politica.
Se qualcosa, in quei tardi anni Ottanta, stava finendo, non ha ancora smesso di finire. Le “malattie sociali” da cui Moretti/Apicella si proponeva di guarire (così Arbasino sul Venerdì ), se tali erano, non sono state debellate. Il popolo di sinistra, già allora disperso, sarebbe dura ricompattarlo anche davanti alla potenza mélo del Dottor Zivago.
E quell’estenuato «noi siamo uguali agli altri, noi siamo come tutti gli altri, noi siamo diversi, noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri» non potrebbe che chiudersi con lo stesso urlo: «Mammaaa! Vienimi a prendere!».

In Piscina Nanni Moretti, oggi 66 anni, con alcune giovani comparse, in una scena girata nel 1988 nella piscina pensile al Foro Italico di Roma.

Anche nella stagione del governo giallo-rosa: tanto più rispetto all’ultimo decisivo rigore dell’interminabile partita di pallanuoto. «Guardo a destra e tiro a destra… non è forse meglio a sinistra, destra, sinistra…». E dalla lunga ipnosi a cui Apicella si sottopone per ricordare chi è, forse il personaggio è uscito: noi, di sicuro, no. «Ricordo – mi ha raccontato Moretti – che quando uscì Palombella rossa un giovane critico del Pci (non un vecchio trombone) scrisse che il mio era un film vecchio e che non era sul Pci di allora, il Pci di Occhetto, che non aveva certo una crisi d’identità. Già dopo due mesi crollò il Muro di Berlino e il Pci non esisteva più».
Il nuovissimo “vecchio” film continua a parlarci: con la faccia indimenticabile dell’allenatore Silvio Orlando («Marca Budavari!»); con Remo Remotti, a cui bastano due sguardi per farsi capire; con la povera, vessata giornalista “cheap”. E con i suoi improvvisi toni pastello, la piscina animata intorno a cui tutto gira, con l’infanzia che si affaccia di continuo come un’ossessione inevitabile («Le merendine di quand’ero bambino… I pomeriggi di maggio non torneranno più!»), i «ti ricordi?» da cui è assillato Apicella, nel suo forzato e impossibile amarcord.
Impressiona ancora la felicità espressiva, e la malinconia che resta in qualche modo leggera, se non allegra, comunque vitale, che di lì a qualche anno sarebbe esplosa in Caro diario.
Emiliano Morreale, in un saggio sulla malinconia morettiana, dice che comincia con Palombella rossa una riflessione sulla morte dell’infanzia, il vero tema di un film come La stanza del figlio.
A ogni modo, quell’uomo giovane e smemorato che cammina nervoso a bordo piscina ha l’aria di un sopravvissuto. Agli anni di piombo? Agli anni del riflusso? A sé stesso, e un po’ a tutto. Forse anche all’Italia. Trent’anni dopo, continua a sorridere – bambino e adulto insieme – mentre vede sorgere, nella scena finale, il sol dell’avvenire.
Il sole è di cartapesta e noi, di sicuro, abbiamo dimenticato qualcosa. Sì, ma cosa?

[Da la Repubblica del 15/9/2019]

Venezia in pillole (10)

Sole, di Carlo Sironi , 2019, sezione Orizzonti

di Francesca Caneva

Per Ermanno, un ragazzo della periferia romana alla deriva come tanti altri, tra furtarelli, gioco compulsivo alle slot dove perde regolarmente tutti i pochi soldi che raggranella, la vita non ha prospettive, è tutta lì, riflessa nello sguardo apatico e nel passo indolente. Ma il fratello più grande gli affida un lavoretto facile facile. Dovrà fingersi padre, per l’ultimo mese di gravidanza, del bambino che aspetta Lena, una ragazza polacca dal faccino delicato, lo sguardo vuoto di chi si vieta ogni emozione, infagottata in un goffo piumino celeste.

Dopo la gravidanza, Lena dovrà sparire dalla circolazione, ed Ermanno darà via il bambino in affido al fratello e sua moglie, che non possono avere figli. Ma giorno dopo giorno, nell’appartamento dove Lena è segregata ed Ermanno è il suo carceriere e custode, entrambi irrigiditi nella tristezza  e nell’isolamento dei rispettivi ruoli, qualcosa si scioglie. E’ Sole, la bambina di Lena, nata prematura dopo una drammatica corsa all’ospedale, bisognosa di cure, a cambiare le cose. Sole che deve essere cambiata e lavata, Sole che piange, Sole che deve essere allattata al seno. E in Ermanno, che padre non ha avuto e che ora deve fare il padre per finta, si risveglia inaspettato un senso di cura, di protezione, di responsabilità, in poche parole di paternità….

Segue
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Riccardo III al Globe Theatre

di Tano Pirrone

Perfida Albione! C’è da esclamare a leggere la trama di quest’opera del Bardo, dramma storico in cui la ricostruzione dei fatti, dei personaggi è piegata da Shakespeare alla tesi da lui assunta: la lotta per il potere di Riccardo, Duca di Buckingham, che diventerà re col nome di Riccardo III, mostro sanguinario cui, se ciò non bastasse, Shakespeare appioppa un gobbone repellente. Marco Carniti, regista di comprovata capacità interpretativa, non ancora contento, lo fa sciancato, e con un braccio “offeso”. In verità Riccardo non aveva gobbe né protesi né “offese” se non il fatto di essere mortalmente avido di potere, come tutti quelli – parenti, affini, collaterali – che vivevano in quel tempo in quell’isola. Era “normale”

e qui sarebbe facile fare un richiamo ad Hanna Arendt perché venga a ricordarci che certe azioni (nel suo caso le deportazioni nei campi di sterminio nazisti) erano “mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”. All’ingresso, al momento di ritirare l’accredito, un distinto signore settantino fa volantinaggio: fogli A4 con una vibrante difesa di Riccardo di Buckingham, che a suo dire fu ucciso, tradito, diffamato. La storia, anzi la Storia, è bella perché è avariata, sì, bacata, inverminata, purulenta, infetta, insanabile. Ma c’è sempre qualcuno, che per qualche motivo ha un verme in più, infezioni insanabili, contagiose: Riccardo III, ultimo re dei Plantageneti, che pur apre l’opera con un monologo che ospita una delle più belle frasi della letteratura di tutti i tempi: “Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York…” e sul declinare (Atto quinto, Scena quinta) ha una delle invocazioni che tutti (tutti?) conoscono: “Un cavallo un cavallo! il mio regno per un cavallo!”.

Si è capito che l’operazione di appesantimento di Riccardo, realizzata dal bravo Carniti non ci è piaciuta più di tanto (il plantageneta terminale era troppo simile al Barone Harkonnen di Dune, che nel film di David Lynch, schiaccia rane in una pipetta e ne sugge il succo), ma devo riconoscere che il profilo ideato da Carniti, e reso con altissima e maniacale immedesimazione da Maurizio Donadoni, è funzionale all’assunto e determina una sequenza “virtuosa” che coinvolge tutto il cast. Dobbiamo sottolineare che l’interpretazione delle donne, così, in blocco, è straordinaria; preferiamo dare un voto collettivo – altissimo – più che individuale, perché era palpabile che esse si muovevano, recitavamo, davano vita alle loro storie ed alla storia complessiva del Duca di York che si fece re, irrorando il proprio cammino col sangue, come “donne”, anche se nemiche, antagoniste. Palpabile la solidarietà di genere contro la misoginia dell’omicida seriale. L’atmosfera dark che pervade tutto lo spettacolo offre appigli ai cinefili: le sagome che nella scena in cui Riccardo si fa pio e devoto per ingraziarsi le autorità religiose e civili sembrano l’ombra di Batman nelle trasposizioni cult cinematografiche dell’uomo pipistrello.
Maurizio Donadoni, perfettamente calato nell’atmosfera di cupio dissolvi è magnifico e fa il paio con Gianluigi Fogacci, l’altro Duca di Buckingham, cugino del protagonista vampirone.
Un saluto a Carmelo Bene, superlativo e inarrivabile Riccardo III.

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Riccardo III (The Life and Death of King Richard III)

Autore: William Shakespeare. Traduzione e adattamento: Marco Carniti. Regia: Marco Carniti. Aiuto regia: Maria Stella Taccone. Produzione: Politeama Srl.

CAST ARTISTICO. Riccardo: Maurizio Donadoni – Regina Elisabetta: Antonella Civale – Lady Anna: Federica Bern – Duchessa di York: Paila Pavese – Lord Hastings: Patrizio Cigliano – Fre Edoardo IV: Nicola D’Eramo – Giorgio, Duca di Clarence: Tommaso Cardarelli –Lord Rivers: Raffaele Latagliata – Margherita: Zemka Zahirovic – Edoardo: Sebastian Gimelli Morosini – Riccardo: Dario Guidi – Thomas Stanley: Matteo Milani – Sir Ratcliff: Diego Facciotti – Sir Calesby: Mauro Santopietro – Sir Brakenbury: Roberto Fazioli – Sir Richmond: Tommaso Ramenghi – Sir Tyrrel: Tommaso Ramenghi – Primo sicario: Mauro Santopietro – Secondo sicario: Matteo Milani – Cardinale: Diego Facciotti – Vescovo Ely: Tommaso Ramenghi – Scrivano: Tommaso Cardarelli – Sindaco: Nicola D’Eramo – Guardia e cittadino: Alessio Sardelli – Elisabetta: Zemka Zahirovic – Soldati e cittadini: Tommaso Cardarelli, Patrizio Cigliano, Diego Facciotti, Roberto Fazioli, Gianluigi Fogacci, Sebastian Gimelli Morosini, Dario Guidi, Raffaele Latagliata, Matteo Milani, Tommaso Ramenghi, Mauro Santopietro, Alessio Sardelli.

CAST TECNICO. Musiche: David Barittoni – Costumi: Maria Filippi – Direzione tecnica: Stefano Cianfichi – Disegno luci: Umile Vainieri – Disegno audio: Franco Patimo – Assistente alla regia: Francesco Lonano – Scene: Fabiana Di Marco – Assistente costumista: Donatella Boschetti – Maestro d’armi: Renzo Musumeci Greco – Vocal Coach: Francesca della Monica.

Ufficio stampa: Cinzia D’Angelo.

Dal 30 agosto al 15 settembre 2019 (escluso i lunedì), ore 20,45 (domenica ore 18,00) al “Silvano Toti Globe Theatre” – Largo Aqua Felix (Piazza di Siena), Villa Borghese, 00197 Roma.

Venezia in pillole (9)

QiQiu (Balloon) di Pema Tseden, 2019, sezione Orizzonti

di Francesca Caneva

Tibet, anni ’90. Una famiglia di pastori, alle prese con il gregge delle pecore da accudire (per la monta bisogna andarsi a prendere in prestito il montone, e tenerselo legato in grembo sulla  motocicletta) e le faccende di casa; il vecchio nonno, amato e rispettato, che lavora mormorando le sue preghiere e borbotta davanti alla modernità che avanza e che si intravede nello schermo di un rudimentale televisore; Drolkar, madre già di tre figli, presa dalle fatiche domestiche e soprattutto dalla preoccupazione di non averne altri, vietati dalla legge sulla demografia cinese; eventualità tutt’altro che remota, vista l’esuberanza del marito Dargye, e visto che i preservativi che le passa la dottoressa del villaggio non bastano mai; i due vivacissimi bambini, tra l’altro, credendoli palloncini, li prendono dal lettone dei genitori per gonfiarli e giocare, o scambiarli per un fischietto col figlio dei vicini, creando non pochi imbarazzi e noie a Drolkar e al marito.

Mentre Drolkar scopre con terrore di essere di nuovo incinta, l’adorato nonno muore, e il lama rivela che sta per reincarnarsi nella famiglia. Cosa fare? Obbedire alla legge degli uomini, che impone l’aborto il più rapidamente possibile, o alla legge divina, che impone un sacro rispetto nel ciclo infinito della vita e della rinascita? Non dà risposte il regista, Pema Tseden: lascia che sia la storia, che siano le immagini, la magnifica e suggestiva fotografia, i gesti, il realismo delle situazioni, la poesia e l’incanto degli sguardi,  a scavare nello spettatore il dubbio e l’interrogativo su ciò che è giusto, ciò che è buono, ciò che è meglio.
In sala, gli attori protagonisti, il regista, lo sceneggiatore e il direttore della fotografia  indossano tutti abito nero e bianca sciarpa tibetana.

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Dov’è il cinema italiano?

di Tano Pirrone

Il ricordo più lontano che ho di Carlo Delle Piane è il personaggio di Libero, figlio di Totò, in “Guardie e ladri” di Mario Monicelli e Steno. Era il 1951; in quell’anno avrebbe partecipato ad altri quattro film, diventando in breve un onnipresente caratterista, assai apprezzato. Questo fino al 1977, anno in cui Pupi Avati lo chiama per “Tutti defunti… tranne i morti!”, affidandogli la parte di Dante, il protagonista. Da allora una magnifica carriera di attore in oltre venti film, di cui la metà con Pupi Avati, e una decina di film per la Rai.

Carlo Delle Piane in Tutti defunti…tranne i morti, di Pupi Avati, 1977

Carletto è morto pochi giorni fa, in quest’estate falcidiante, che ci lascia sempre più soli. Ai suoi funerali, tradizionalmente svolti nella Chiesa degli Artisti (dove se no?), poche persone del cinema. Ciò ha provocato le ire del regista bolognese, recepite in video e riportate su quotidiani ancora attenti alle sfumature.
<<In 70 anni di carriera, più di cento i film cui ha preso parte recitando accanto ai grandi attori del cinema italiano: Totò, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Alberto Sordi… eppure in pochi erano presenti>>

Carlo Delle Piane con Totò in Guardie e ladri, 1951

ha risposto Pupi Avati alla prima domanda dell’intervistatore, e, alla seconda <<Il cinema italiano gli ha portato rispetto?>>, ha ribadito <<Il cinema italiano fa schifo, non mi piace. Il cinema italiano non gli ha portato rispetto. Dov’era oggi il cinema italiano? Quattro mesi fa, all’Auditorium per i settant’anni di carriera dell’attore c’era uno del cinema: c’ero io. Basta!>> L’episodio cui Avati si riferisce è l’omaggio a Carlo Delle Piane che l’Auditorium di Roma ha voluto programmare con una serata dal titolo “Signori e Signore… Carlo Delle Piane”. Qualcuno ha voluto fare un elenco dei presenti. Lo riportiamo in modo che il grano sia separato nettamente dal loglio: oltre ai due fratelli Avati, Pupi e Antonio, erano presenti il regista

Carlo Delle Piane con Pupi Avati

Paolo Genovese (che lo aveva voluto protagonista in “Nessun messaggio in segreteria” del 2005), l’attore Pasquale “Lillo” Petrolo, il critico cinematografico Pedro Armocida. Poi c’erano alcuni musicisti, tra cui ricordiamo Nino Buonocore, Riccardo Senigallia, Lino Patruno, Marco Zuzzolo, Marco Fasano. Carlo era stato protagonista della mini serie televisiva del 1978 “Jazz Band” anch’essa di Pupi Avati. Erano presenti, infine, alcuni personaggi della canzone italiana e pochi colleghi attori: Massimo Bonetti, Enzo Garinei, Max Tortora e Alex Partesano. Assenti giustificati i grandi defunti con cui Carlo lavorò in epoche in cui il cinema era ancora tale, senza equivoci e contorcimenti: Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Totò, Vittorio De Sica, Vittorio Gassman, Mario Monicelli, Federico Fellini, Steno, Duilio Coletti…
Siamo quasi alla fine del racconto dei fatti, ma il Re ha ancora addosso manto e mutande; quando ne scopriremo le “vergogne”? Ecco, lo facciamo subito: tenuto conto che se qualcuno muore quando l’estate raggiunge il suo climax ci sono poche speranze che qualcuno a Roma sia ancora, o già, in città per partecipare ad un funerale, in cui la presenza frutterà pochi mi piace; tutto ciò considerato, è mai possibile che solo una dozzina o poco più di addetti ai lavori abbia sentito il bisogno di essere presente per dare l’ultimo saluto a un uomo di cinema come Carlo Delle Piane, romano di Campo de’ Fiori. E la Rai? la Rai che, a parte i tiggì, s’è guardata bene finora di mandare in onda uno o più film per rendergli onore e merito. Forse perché troppo interessata alla coinvolgente battaglia per il governo e alla kermesse veneziana (che più che celebrare il “Cinema”, ne strumentalizza la presa forte sul pubblico feticista) la tv del servizio pubblico non ne ha trovato tempo e modo, confidando nella distrazione generale.
Così cade l’ultimo straccio e il corpo sacro del Re è infine ignudo, inverecondo, indifeso e indifendibile, pronto alla gogna, eterno Noè vilipeso vieppiù da chi quel corpo dovrebbe amare e onorare; qui trova una risposta la domanda “Dov’è il Cinema Italiano?” e sorge la domanda, cui in questa sede non vogliamo e possiamo dare una risposta: “Dov’è il Cinema?”

Venezia in pillole (8)

Verdict, di Raymund Ribay Gutierrez, 2019, sezione Orizzonti

di Francesca Caneva

Siamo in un caotico quartiere popolare di Manila. Dante, criminale di mezza tacca, violento e alcolizzato, pesta a sangue per l’ennesima volta la giovane moglie Joy, che per difendersi impugna il coltello di cucina; ad andarci di mezzo è anche la piccola Angel, la figlia della coppia, di sei anni. Ma per la prima volta, Joy trova il coraggio di reagire e denunciare la violenza del marito. E’ solo l’inizio di Verdict. Da qui in avanti il film sceglie di seguire passo passo le diverse strade della donna e del marito nello svolgimento del processo, dalla compilazione e firma dell’innumerevole quantità di moduli, alla ricerca dell’avvocato, dei testimoni, del denaro per coprire le spese ecc. ecc.  Per lei, manco a dirlo, la strada è tutta in salita:

l’ottusa lentezza e farragine della macchina burocratica, delle lungaggini procedurali, sembrano fatte apposta per garantire ogni tutela al carnefice e nessuna alla vittima. Per lui invece si attivano madre e sorella protettive e omertose, procurandosi il denaro per l’avvocato abile e astuto, per lui si prodigano con disinvoltura sia il suo boss che  l’appuntato dello zio, per coprirlo con testimonianze bugiarde; per lui anche il vicino di casa si fa un dovere di impedire alla moglie di testimoniare a favore di Joy raccontando dei pestaggi ricorrenti di Dante. Dal canto suo Dante, certo di godere come sempre dell’abituale impunità, non si impegna neanche il minimo sindacale, si presenta in calzoncini e ciabatte alle udienze, devono mettergli dei pantaloni lunghi presi alla bancarella dell’usato.
Che sentenza emetterà il  giudice, in un contesto e in una società così smaccatamente maschilista?
Ma qualche volta, sembra quasi dire l’inatteso (e amarissimo)  finale, dove non arriva la giustizia degli uomini è quella divina a provvedere.
Film efficace , forte, volutamente “sporco”, rumoroso, nel suo intento di mostrare la violenza e l’ingiustizia, sia quella delle botte, del sangue, degli ematomi, degli occhi pesti, sia quella delle carte bollate, dell’iter burocratico, dei pregiudizi, della assuefazione sociale alla sottomissione della donna come fatto ovvio e naturale.

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