Neorealismo è sinonimo di Rossellini e De Sica, di Roma città aperta e Ladri di biciclette, di Zavattini e De Sanctis, del primo Visconti. Neorealismo è soprattutto sinonimo di modernità, di rinnovamento, di rivoluzione del racconto cinematografico. Il Neorealismo mostra storie che vedono al loro centro personaggi e situazioni, che prima erano ai margini dell’immaginario.
Un nuovo orizzonte del visibile irrompe nel cinema italiano e lo cambia per sempre, vedere un film non è più un atto di pura evasione. Non può esserlo dopo il cataclisma epocale della seconda guerra mondiale che impone una rimodulazione della narrazione cinematografica. Gli autori abbandonano l’idea di realizzare film che scorrano placidi sullo schermo, strutturati come rappresentazione di un mondo perfetto: quel mondo non esiste più, è stato spazzato via. Le principali città europee, da Berlino a Londra, da Parigi a Roma, per non parlare di Varsavia e Leningrado, sono un cumulo di macerie, oppure sono state mute testimoni di efferati stermini ed eccidi che hanno lasciato attoniti i sopravvissuti. Per avere un’idea precisa della desolazione lasciata dalla guerra basta guardare pochi fotogrammi di Germania anno zero (1948), guarda caso un film neorealista, terzo capitolo della trilogia della guerra antifascista, firmata da Rossellini (*).
Poche righe sopra ragionavamo di nuovo orizzonte del visibile. Un esempio chiaro lo troviamo in Roma città aperta. Siamo negli ultimi mesi dell’occupazione nazista, i più duri sia per la repressione, sia per la mancanza dei generi di prima necessità, sia per i bombardamenti che si succedono (alla fine saranno 51 dal settembre del 1943 al maggio del 1944). Rossellini ambienta in una Roma resa fredda e grigia (merito anche del direttore della fotografia Ubaldo Arata) le vicende di Don Pietro (Aldo Fabrizi) e Pina (Anna Magnani) gente del popolo e non eroi.
Nella narrazione della Roma rosselliniana sono posti in primo piano i quartieri popolari della Capitale, in particolare il Prenestino, all’epoca di nuova costruzione. Scene simbolo di questo nuovo immaginario popolare è, oltre alla scena più famosa, quella dove i nazisti uccidono Pina, girata a via Montecuccoli, la passeggiata di Pina e Don Pietro alla circonvallazione Casilina e gli scorci di Roma bombardata offerti dalla macchina da presa. A contrasto della scelta di mostrare i quartieri più popolari è l’assenza dei monumenti. A parte piazza di Spagna, inquadrata all’inizio, quando la macchina da presa segue il plotone di soldati tedeschi che marciano, si vede due volte San Pietro, non a caso all’inizio e alla fine, simbolo della Chiesa (quella di Don Pietro, più che del Vaticano) come garante di una speranza di sopravvivenza.
Significativamente neorealista, nel senso della creazione di una nuova estetica cinematografica, di un nuovo immaginario per lo spettatore è la scelta di Rossellini sugli spazi dove collocare i personaggi. I ‘buoni’ sono rappresentati nei luoghi reali della città, spesso all’aperto, mentre nessun cattivo respira all’aria aperta. Ariosi, soleggiati, quelli di Don Pietro, di Pina e della gente comune. Chiusi, entropici, cupi quelli dove stanno i nazisti. Danno una sensazione di chiusura all’esterno, non a caso la gente comune vi entra (condotta con la forza) solo quando è prigioniera. Come l’ufficio di Bergmann (personaggio che evoca Kappler) illuminato in modo molto simbolico (un abat-jour) che emette una luce fioca. Il corridoio degli uffici è uno spazio opprimente, come le stanze intercomunicanti che mettono in contatto l’ufficio asettico di Bergmann con la stanza delle torture.
Le locandine dei film, in particolare quelli del dopoguerra, erano veri capolavori di costruzione di un senso, fortemente connotate a livello simbolico. In entrambe le locandine di Roma Città aperta c’è la silhouette incombente e malefica del soldato tedesco, ma questa qui sopra (con Fabrizi che sostiene il corpo inerte di Anna Magnani) è più disperata e senza speranza della precedente
Infine un gioco. Domanda: cosa sono diventati i ragazzini come Marcello di Roma città aperta? Il cinema degli anni ’50 e ’60 quando rappresenta quei bambini ormai adulti non lascia molte speranze. Pensiamo al piccolo Marcello. Forse crescendo è diventato il Marcello della Dolce vita? Certo quest’ultimo viene dalla provincia, tuttavia Fellini (sceneggiatore di entrambi i film, ricordiamocelo) ci ha abituato a confondere le acque, a sminuire il racconto, a contaminare le storie tra di loro. E allora? Una risposta certa non esiste. Il Neorealismo è il cinema della modernità. È il cinema che pone domande allo spettatore. Senza fornire risposte.
(*) Gli altri due sono Roma città aperta (1945) e Paisà (1946)
Paisà. Seconda pellicola della trilogia della guerra antifascista, è considerata una delle vette del cinema neorealista italiano; girata con attori prevalentemente non professionisti, rievoca l’avanzata delle truppe alleate dalla Sicilia al Nord Italia; è costituita di 6 episodi: Sicilia, Napoli, Roma, Firenze, Appennino Emiliano, Porto Tolle (da Wikipedia). Sotto, l’episodio di Napoli, con il bambino e il soldato americano.
Pubblichiamo con piacere l’interessante articolo di Franco Montini uscito su Repubblica in data odierna.
Ogni novità tecnologica ha determinato un cambiamento nel linguaggio audiovisivo. È stato così con l’avvento del sonoro, del colore, del digitale. E ora si annuncia un’ulteriore rivoluzione con il passaggio dal tradizionale formato orizzontale a quello verticale. 1170% dei filmati postati in Rete sono in formato verticale. L’audiovisivo in formato smartphone sta già tracimando altrove. In alcuni Paesi sono disponibili apparecchi televisivi che possono ruotare in verticale per permettere di visionare a tutto schermo le produzioni realizzate con queste modalità. Per il web, anche in Italia, si stanno producendo, diverse serie in formato verticale, con la partecipazione di professionisti. Non c’è dubbio che il cambiamento del formato impone un cambio di prospettiva di linguaggio, di grammatica cinematografica e perfino di pensiero.
Salvatore Marino e Maurizio Ninfa
Perché esprimersi in verticale costringe inevitabilmente autori e registi ad abbandonare certe modalità di ripresa e a dover inventarne di nuove. Insomma il cinema verticale si trasforma necessariamente in scelta stilistica e contenutistica. Finora i prodotti realizzati con queste modalità si sono limitati a una durata massima di 10 minuti. Ma già ci si chiede se si tratta di un vincolo obbligatorio, perché la visione verticale sarebbe più impegnativa, o se sia ipotizzabile pensare a produzioni di lunga durata. Ciò che è certo è che si aprono molti nuovi interrogativi sullo sviluppo futuro delle produzioni audiovisive. L’occasione per riflettere su ciò è offerta dal Vertical Movie Festival 2019, kermesse ideata e diretta da Salvatore Marino, in programma per tre giorni, da giovedì a sabato 12 ottobre al Macro Asilo. In cartellone una quarantina di opere, tutte rigorosamente in formato verticale, provenienti dai cinque continenti, suddivise in quattro sezioni e selezionate fra oltre mille proposte, a cui si affiancano incontri, master class e workshop.
Macro Asilo , via Nizza 138, da giovedì a sabato (tel.06.696271) Ingresso gratuito
La città nuragica di Barumini è un unicum, una testimonianza senza uguali della ancòra misteriosa civiltà sarda nuragica presente in Sardegna dal 1800 a.c al 200 d.c. Un viaggio nel sud dell’isola non può prescindere dall’inserirla nel proprio programma: le due isole dell’estremo sud, Sant’Antioco e Carloforte, poi, risalendo, Barumini, Ales e Ghilarza per un doveroso omaggio ad Antonio Gramsci e poi Cabras per i fenicotteri rosa del suo stagno e la carbonara con la bottarga di muggine. Infine rientro in Gallura per trascorrervi gli ultimi due giorni di questa vacanza settembrina. Cerchiamo un B&B a Barumini per le due notti di sosta. Cerca, valuta, scarta, ricerca, poi il dio dei Cinofili interviene, picchia sulla tastiera e spunta l’inatteso, l’impensabile: un piccolo hotel, ricavato dal cinema chiuso negli anni ‘70 e restaurato da due giovani artisti, che hanno trasformato il vecchio cinema in un’installazione artistica senza che il Cinema ne evadesse, come succede quando questi locali finiscono in mano alla grande distribuzione o decadono in squallide sale gioco. Sara, uno dei due artisti che hanno pensato, voluto e operato la trasformazione e che ora gestiscono la struttura cine-ricettiva, su mia richiesta mi ha fornito foto e press kit di Diecizero, il cinearthotel. Pernottarvi è un’esperienza che vale da sola il viaggio a Barumini. P.S. L’evidente condizione di agée, pur vigorosi, ci ha costretto a prendere la camera VHS: abbiamo chiesto invano almeno quella DVD DoubleLayer!
Diecizero è un affittacamere d’arte contemporanea pensato e realizzato dagli artisti Sara Renzetti & Antonello Serra. Aperto tutto l’anno e ubicato nel centro storico di Barumini. L’albergo guarda alla piazza principale ed è vicinissimo ai siti archeologici di “Su Nuraxi” e “Casa Zappata”. La struttura era originariamente (anni ’70) un cinema: già impostata per essere arredata, tutto era votato per diventare un semplice albergo e niente più. Sara e Antonello intuiscono che è possibile tradurre l’interno in opera d’arte, installazioni concettuali che bene raccontano il passato cinematografico del luogo. Sfruttando la presenza di una piccola differenza di quota del piano di calpestio che idealmente divide in due l’ambiente interno, si è pensato di separare la zona riservata alle 4 camere d’arte da quella riservata alle camere standard.
Hall
Questa discordanza nasce dalla volontà di mostrare al fruitore l’enorme controversia che intercorre tra un’opera e l’arredo, tra una stanza d’albergo e un’installazione, tra un hotel e un hotel d’arte, tra l’arte e le cose.
Corridoio
Il riverbero continuo delle quattro installazioni, quasi forzato per chi non ci dorme, si anima nel varco, colmo di luci, concetti, scritti fotografici delle opere negate, simile ad una penitenza che sfocia in senso di colpa:
la camera VHS: diretta dalla proiezione audio visiva chiarificatrice della follia schizofrenica traviata da poesia sonora; riflessione patologica della prospettiva spazio-architettonica;
Camera VHS
la camera delle BAMBOLE: presenza morbidamente plastica, il viola-rosa dirige la curva fotografica, luci e fisionomie scultoree trafiggono i colori stravolti dall’esperienza dell’infanzia …;
Camera delle Bambole
la camera PH: concetti fotografici e sonori concordano in una metamorfosi epidermico-carnale, volatile umana di mura rimbalzanti mute architettoniche.
Camera PH
Ferite
e feritoie dell’indecente venir meno erotico stridulano alla verticalità
genetica beccata dallo scettro.
la camera OBSCURA: in luce fotografica… profonda pulizia nell’abbraccio stenopeico, motore immobile della ludica voce solare che attende dall’onirico l’alba della stampa.
Oggi è il 21 agosto 2019. Sono trascorsi 808 giorni
dalla pubblicazione su Ponza Racconta del dodicesimo capitolo del diario di
viaggio lungo le coste italiane alla ricerca di luoghi, immagini e racconti [leggi qui].
La mia assenza non sarà stata notata, ma più volte mi
è stato chiesto conto del mio silenzio. Non ne parlerò compiutamente neanche
adesso, che, tradendo la mia decisione di smettere, ricomincio a scrivere e
cerco di ripartire per un viaggio, che non avrà più, comunque, la stesso senso
e le stesse modalità, essendo io, oggi, dopo la lunga pausa, diverso da quello
che il viaggio aveva progettato, cominciato e condotto con divertimento, almeno
mio, fino all’antico ed ospitale porto di Siracusa.
Isola di Lisca Bianca
Avevo già, quasi per intero, scritto il capitolo 13 che narrava della tratta fra Siracusa e l’isolotto di Lisca Bianca, minuscola efelide delle Lipari, in cui Maestro Antonioni innesta il cardine del suo capolavoro L’Avventura. Coprotagonista dell’episodio era mio fratello Nello, hospes e guida nella città di Archimede, il quale è venuto nel frattempo a mancare. Poche settimane prima, l’altro grande vuoto lasciato da Bam, la mia onnipresente Bam.
L’Avventura di Michelangelo Antonioni, 1960
Due amputazioni, due cesure, due caverne che fan si che io non sia più io, ma qualcosa che gli somiglia. Le caverne vuote rimbombano: pazientemente bisogna stabilire al loro interno le giuste dimensioni, le proporzioni armoniche, perché il rimbombo diventi eco, memoria restituita, le cui frequenze tornino ad essere modulate ed il racconto comprensibile.
Tutto ha un peso ed il fardello grava sempre di più
col passare dei mesi e degli anni; il corpo e la mente non rispondono più,
pronti, ai comandi, cresce il consumo di carta per annotarvi cose che servono,
cose da fare, parole, pensieri per poi perdere il fogliettino ed imparare che
tutto è importante ma nulla è indispensabile. Salvo, se mi è consentito, chi
condivide i nostri giorni ormai da quarant’anni e ci guida, protegge, aiuta,
non solo per l’antico, irrinunciabile amore.
Salperò da solo sulla nuova barca, senza amici, senza cane. Non so come sarà: per certi versi i minori obblighi allevieranno la fatica, per altri, mancherà il sostegno affettivo, che non è tutto ma certamente tanto. Terrò da conto, quindi, la piccola claque che dalle rive del nostro mare farà giungere sopra le onde quelle invisibili e originali del tifo, sospingendo veliero e capitano. Tutto questo, però, dalla prossima puntata, ché ora sono stanco e i dubbi, invece che scemare, permangono e induriscono i giorni.
La soggettiva è una tecnica di ripresa cinematografica in cui la scena viene inquadrata esattamente dal punto di vista di uno dei personaggi, come se la si vedesse attraverso i suoi occhi. Può essere composta da due inquadrature (nella prima viene mostrato il soggetto che guarda e nella seconda ciò che egli vede) oppure da una sola (viene mostrato solo ciò che il personaggio vede).
8 e 1/2 di Federico Fellini, 1963
Il punto di vista dell’istanza narrante, quello del personaggio e quello dello spettatore coincidono così in un unico sguardo. Collegati al termine soggettiva troviamo spesso quelli di semisoggettiva e falsa soggettiva. Per semisoggettiva si intende un’inquadratura che pur rappresentando lo sguardo di un personaggio non ne rispetta fino in fondo la posizione. Cioè la mdp si trova più vicina o piu lontana dall’oggetto di quanto non lo sia il personaggio. Un’altra possibilità di semisoggettiva è quando la mdp ci mostra una porzione di realtà così come la vede un personaggio, dove però la mdp non ne sostituisce lo sguardo ma sta leggermente alle sue spalle, che finiscono per entrare in campo insieme alla nuca.
La falsa soggettiva, invece, si ha quando ci sono inquadrature che simulano una soggettiva, ma che poi si rivelano o si traformano, in piani oggettivi.
Qualche tempo fa un sondaggio informale fatto tra noi amici che frequentiamo da tempo il Corso di Cinema della Libreria Tra le Righe ha fatto emergere C’eravamo tanto amati di Ettore Scola come il film più amato da tutti noi. Avevamo considerato come criteri di merito la trama originale, le prove degli attori, l’analisi sociologica condotta e gli aspetti tecnici; inoltre la grande umanità con cui Scola tratteggia i suoi personaggi. Per questo è con gioia che accogliamo uno scritto critico di Gianni Sarro sul film. Ricordo che l’attuale facile fruibilità dei film per visione privata, anche dal televisore di casa, permette di recuperare “perle” del passato che non possono essere ignorate. S. R.
C’eravamo tanto amati (film del 1974, diretto da Ettore Scola e interpretato da Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores, Giovanna Ralli e Aldo Fabrizi) Una carrellata vorticosa attraverso trent’anni di storia italiana, rivissuta attraverso la struttura complessa che Scola impone al film dove si mescolano flashback, flashforward, fantasie ad occhi aperti, materiali di cinegiornali, rappresentazione teatrale. C’eravamo tanto amati è un capolavoro assoluto dove l’incrocio delle vicende dei tre personaggi cardine (fateci caso essi sono anche voci narranti al contempo dei narratori interni ed esterni, come dimostrano anche gli sguardi in macchina): Antonio/Nino Manfredi, Gianni/Vittorio Gassman e Nicola/Stefano Satta Flores, produce una contaminazione tra dramma e commedia, parodia e denuncia sociale. La scelta di tre protagonisti serve a Scola per mettere in scena un film corale, raccontato da più punti di vista, come ci suggerisce il ripetersi per tre volte della sequenza iniziale, ogni volta con qualche fotogramma in meno all’inizio, e qualche fotogramma in più alla fine.
Scola per sintetizzare il crollo di tutte le illusioni avvenuto negli anni settanta sceglie il volto di Aldo Fabrizi, eroica maschera di Roma città aperta. In C’eravamo tanto amati, il regista distrugge l’aurea di martire per la libertà di Don Pappagallo, accentua e sottolinea notevolmente i caratteri somatici di Fabrizi, grazie alle sopracciglia foltissime e al ventre prominente sbandierato come un ariete. Disegna una vera e propria caricatura, quasi il regista fosse tornato ai tempi del Marc’Aurelio (*). Il risultato finale è che Fabrizi con i personaggi di Don Pietro e di Romolo Catenacci rappresenta il mutamento dei tempi, tra il dopoguerra e gli anni 70. Don Pietro è il simbolo delle speranze, per un futuro migliore, e non esita a subire il martirio, simbolicamente uguale a quello di Gesù, per il bene dell’umanità. Viceversa Romolo Catenacci rappresenta i 30 anni che sono passati dal 1945, le speranze che sono naufragate. Il corpaccione gargantuesco del palazzinaro – pescecane è l’emblema del disfacimento e dell’autoindulgenza dell’Italia degli anni settanta.
Un altro spunto di riflessione è il tempo del racconto. In C’eravamo tanto amati è l’imperfetto (come indicato dal titolo) un tempo che indica qualcosa d’incompiuto, di continuativo e la durevolezza dei sentimenti pende sul presente quasi sospendendolo. Tanto che non possiamo essere sicuri che i tre amici non si rincontreranno più. A finire è il tempo del film, non quello della storia (e della Storia).
Stilisticamente va sottolineato come molti avvenimenti importanti di C’eravamo tanto amati accadono fuori dall’orizzonte del nostro visibile. Un esempio è la scena in cui Nicola ritrova all’interno del chiosco fotografico le immagini abbandonate di Luciana/Stefania Sandrelli che ritraggono la donna all’inizio sorridente, poi via via, sempre più piangente, disperata e col trucco sfatto. Scola affida a questa successione di fotografie una funzione non solo tematica ma anche meta-cinematografica. La striscia di fotogrammi in sequenza allude al cinema e al suo funzionamento, del resto lo scorrere del tempo è uno degli aspetti essenziali del cinema in generale, e di quello di Scola in particolare (La terrazza, La famiglia, Ballando Ballando).
Infine una riflessione sulla posizione della macchina da presa. Accennavamo qualche riga sopra ad un altro film di Scola: La famiglia (1987). Anche quello era un film di Storia e di storie, e anche lì lo scorrere del tempo ha una parte centrale come in C’eravamo tanto amati, tuttavia emerge una differenza sostanziale: la posizione della macchina da presa, che ne La famiglia rimane imprigionata dentro l’abitazione del protagonista-patriarca, Carlo/Vittorio Gassman, gli ottant’anni narrati trascorrono senza che ci sia mostrata una sola immagine in esterni. Il cinema italiano si è rinchiuso, non riesce più a narrare la contemporaneità, ma neanche il passato.
Nanni Moretti, in Caro diario (leggi qui) sintetizza questa tendenza così: ‘Film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone: mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza’.
Note
(*) – Il Marc’Aurelio fu una pubblicazione periodica satirica italiano fondato a Roma nel marzo 1931. Usciva due volte alla settimana: il mercoledì e il sabato. La rivista, non coraggiosa come il Becco giallo, era più orientata all’umorismo fine a se stesso che alla satira contro il fascismo, anche se non risparmiava battute e scenette al regime. Vi collaboravano le più illustri firme dell’epoca: Gabriele Galantara, Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (poi Age & Scarpelli), “Steno” (pseudonimo di Stefano Vanzina), Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Vargas, e molti altri, tra cui il futuro cineasta Ettore Scola, e il diciottenne Federico Fellini, che esordì sul bisettimanale come disegnatore satirico. (**) – Stefania Sandrelli – Riguardando questa scena è impossibile non ripensare a quella del sottofinale di Io la conoscevo bene, di Paolo Pietrangeli. La protagonista è sempre la Sandrelli, il suo personaggio, Adriana, come Luciana in C’eravamo tanto amati, ama il mondo del cinema e vorrebbe diventare attrice. Dopo una lunga serie di delusioni, la vediamo seduta davanti ad un specchio, con le lacrime che scendendole sul volto le sciolgono il trucco. Quel film è sceneggiato, oltre che da Pietrangeli, da Scola, facile ipotizzare un’autocitazione, che tuttavia riserva un finale meno tragico.
Bik Eneich (Un Fils) di Mehdi M. Barsaoui, 2019, sezione Orizzonti
di Letizia Piredda
Ricordate questo film “Bik Eneich (Un fils)” Tunisino di Mehdi M. Barsaoui, 2019, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, di cui ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile. Film di grande potenza espressiva: un incidente in cui il figlioletto di 10 anni viene gravemente ferito, è solo il primo passo verso altre verità nascoste, dove affetti e regole sociali si intrecciano coi risvolti drammatici e gli orrori della guerra libica.
La fiducia tra marito e moglie viene meno proprio appena il dolore straziante per il figlio li ha colpiti, costringendoli a vivere in solitudine un dramma già difficile da sopportare insieme. Sono i silenzi a prevalere sulle parole, sono gli sguardi o i gesti a prevalere sulle azioni, creando un clima di alta tensione psicologica. A chiudere il film un finale appena accennato, ma di grande forza emotiva. Sappiamo che il film verrà distribuito in Italia, ma non sappiamo quando.
In stretta connessione con il
ritratto di Gassman attore e uomo della precedente puntata, e con i temi della
fame al cinema (leggi qui), Gianni Sarro affronta la commedia
di costume specchio di un’epoca attraverso un filmmonstre (1962, di Dino Risi). S.
R.
Capolavoro intramontabile del cinema, che travalica i pur aurei confini della Commedia all’italiana, Il sorpasso – film del 1962, diretto da Dino Risi – è un folgorante ritratto dell’italietta spensierata e cicaleggiante dell’effimero boom dei primi anni sessanta. Ha il volto bello e sfrontato di Vittorio Gassman. Dino Risi incanaglisce la maschera comica che Monicelli aveva costruito per il Mattatore ne I Soliti Ignoti: più che velleitario ed ingenuo qui Gassman è cinico, furbastro, affabulatore. Il narcisistico personaggio di Bruno (grazie al quale fece incetta di premi, tra cui un Nastro d’Argento) lancia Gassman definitivamente nel firmamento delle grandi star cinematografiche. Nel complesso Il Sorpasso è una marcia trionfale, una tragedia shakespeariana on the road, dove (fateci caso) i personaggi sono soli e vagabondi, desiderosi d’amore, ma incapaci d’amare. Con lo stile graffiante ed irriverente che lo contraddistingue, Risi tocca temi come lo spaesamento dell’individuo, alla ricerca di qualcosa che ignora. La genesi del film è tortuosa, un po’ come le traiettorie della Lancia Aurelia guidata da Bruno. Rodolfo Sonego afferma che è lui a scrivere il soggetto e ad offrirlo a Dino De Laurentiis. Alberto Sordi dovrebbe interpretare il ruolo del protagonista. Ma qualcosa va storto e il ruolo finisce a Gassman (che da parte sua avrebbe voluto interpretare la parte di Roberto, che poi sarà di Trintignant). Cosa è successo? Secondo Sordi, che ricostruisce l’episodio dopo che la pellicola ha un successo inaspettato, la parte gli sfugge perché mentre lui è in Svezia a girare Il diavolo nessuno lo avverte del passaggio di produzione da De Laurentiis a Cecchi Gori, che ha idee diverse sul nome del protagonista. Risi smentisce questa versione, affermando semplicemente che Sordi non voleva interpretare quel ruolo e si è ritirato. Alla fine la sceneggiatura è scritta da Risi, Scola e Maccari e il film prende la forma che oggi conosciamo. Insieme a Gassman e Trintignant, protagonista della narrazione è l’automobile. La macchina da presa (mdp) ne sottolinea l’impatto e la penetrazione alla ricerca continua della conquista dello spazio. Il film ci mostra, a partire dalla prima scena, Bruno irrompere dai limiti dell’inquadratura più volte, come chi cerca di varcare la soglia di un mondo (la società del benessere) dalla quale è e rimarrà escluso. Inquadratura dopo inquadratura Bruno (servendosi dell’automobile) penetra lo spazio, va avanti, conquista spazio (Risi per mostrarci le irruzioni di Bruno ferma la mdp sugli spazi vuoti, descrive tempi morti, ma il ritmo della musica maschera questo attardarsi). Tuttavia il movimento di Bruno è un’occupazione vana, lo spazio che occupa è vuoto, non c’è nessuno, la città sembra un cimitero. Bruno è comunque tagliato fuori dalla società, non è conciliabile con essa. Automobile/uomo è un binomio che per Risi simboleggia il boom. L’automobile è l’oggetto simbolo del benessere, quello più desiderato e celebrato, perché è un mezzo capace di aggredire, percorrere, conquistare ogni luogo. Nel film di Risi il viaggio è il tema per eccellenza, come per altri capolavori della Commedia all’italiana, ad esempio La marcia su Roma o Il federale. Molti di questi viaggi, caratterizzati da un frenetico movimento, si concludono con una nulla di fatto, con il fallimento di tutte le mete. A ben pensarci Il sorpasso è un falso movimento perché è un tragitto apparente, dove tutti i sorpassi sono mancati. È un percorso che sa di immobilità. Il viaggio apparente è caratterizzato da un’andatura circolare, dove nessun traguardo è previsto. Dietro ogni angolo ci sta un intoppo, una deviazione, la stasi, l’ingorgo. Ai margini di questo viaggio, di questo falso movimento, incontriamo un luogo simbolico come la spiaggia ultimo baluardo prima del mare. È il mare ostico degli scogli e delle burrasche, dove l’automobile accartocciata sulla scogliera serve a Risi per suggerire il salto nel vuoto cui è destinata la fragile e fanfarona italietta del boom. Emblematicamente a sospingere nel baratro l’automobile simbolo, è bene ripeterlo, della società del benessere, è Bruno che in quella società testardamente vorrebbe entrare. Il sorpasso a distanza di cinquantasette anni rimane una pietra miliare della storia del cinema, un road movie dall’insolito andamento circolare, dove assistiamo a sorpassi apparenti, viaggi mancati, giri a vuoto.
Ieri sera ho rivisto Mediterraneo dopo tanto tempo… Di Gabriele Salvatores, film del 1991! Ne abbiamo già parlato sul sito, a proposito di un saggio di una sociologa americana Kristin Lawler dal titolo alquanto oscuro – The Mediterranean Imaginary: A Nationalism of the Sun, a Communism of the Sea – “L’immaginario mediterraneo: un nazionalismo del sole, un comunismo del mare” – ma poi tutto si è chiarito, anzi ci ha dato l’occasione di parlare di un film “quasi generazionale” che ha anche dato luogo a qualche interessante commento (leggi qui). E ancora l’ha citato sul sito Gianni Sarro qualche settimana fa rievocando, attraverso i film, la ricorrenza dell’8 settembre. Perché il plotone che viene mandato a presidiare un’isola dell’Egeo di nessuna importanza strategica – ci resta per tre anni (!), tagliato fuori, causa la distruzione della radio, da qualunque notizia dal mondo esterno – non sa più nulla degli esiti della guerra, né della caduta del fascismo, tanto meno dell’8 settembre e della guerra civile… Come dice loro un aviere siculo atterrato lì per caso: – Minchia… nenti sapiti… è successo di tutto! Ma quant’è bello il film! E del finale vogliamo parlare? (…sulla fine delle illusioni alla prova dei fatti – il fallimento della ricostruzione dell’Italia dopo la guerra… appaiato idealmente a C’eravamo tanto amati, di Scola).
Tutto in togliere… Quarant’anni che passano con la macchina da presa puntata sulla scia della barca che li porta via dall’isola dopo tre anni vissuti lì (…forse i più belli delle loro vite) e poi ancora sulla scia del traghetto che dopo tanti anni riporta il capitano indietro, richiamato da una lettera dell’attendente Farina… È il sergente Lo Russo che parla, stanco e malato – Non si viveva poi così bene in Italia… Non ci hanno lasciato cambiare niente! Allora gli ho detto:– Avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice! Così gli ho detto… E sono venuto qui! Bravo Salvatores! La “strategia della fuga” è coniugata in ben quattro dei suoi film: Marrakech Express (1989), il seguente Turné del 1990; poi appunto Mediterraneo (del 1991) e quindi Puerto Escondido (1992)
Uscendo dal porticciolo di Marzamemi, a circa due miglia nautiche a nord, c’è un’altra piccola isola: è l’isola di Vendicari, inclusa nella Riserva naturale orientata, Oasi faunistica di Vendicari.
Isola diVindicari
Non è abitata, né accessibile. Lo era in passato: ospita i ruderi della casa del proprietario dell’antistante tonnara:
Tonnara di Vindicari
le acque circostanti nascondono, a pochi metri di profondità, reperti archeologici di gran pregio e interesse.
Reperti archeologici
La mia prima visita a Vendicari – delle pochissime – risale alla tarda estate o al primo autunno del 1972. Allora Vendicari era poco conosciuta (il turismo di massa era ancora agli albori e la fagocitazione onnivora dell’Homo Ludens appena iniziata). Nella zona c’era una piccola caserma della Guardia di Finanza, tutto attorno, a perdita d’occhio, una selva impenetrabile di ficupala (1).
Ficupala
La caserma ora è stata affidata all’Ufficio Provinciale Azienda Foreste Demaniali di Siracusa per la logistica della Riserva e l’accoglienza dei visitatori. I fichidindia sono rientrati nei ranghi e tornati negli scaffali della memoria. L’area è discretamente protetta e sono sorte delle strutture d’ospitalità che hanno recuperato vecchi edifici o masserie abbandonate. Alcune spiagge sono accessibili altre zone rese impenetrabili. Vengono protette perché zone umide, placente operose in cui l’antica vita riprende continuità. Uccelli sfuggiti agli stupidi eccidi, uova destinate al tirassegno, erbe ai più sconosciute e quindi inutili o nocive, case famiglie per pesci e tartarughe, saline (2) millenarie divenute ambiti di riproduzione e spasso per i piccoli animali. Capanni tirati su con scorte di ombrelloni discreti assicurano paninate felici e dissetanti bicchierate. Un piatto di pasta non si rifiuta a nessuno e un bicchiere di vino locale, anche nelle giornate e nelle ore più calde, se versato da bottiglia immersa in acqua, è ambrosia o giù di lì. La barca passa a debita distanza e godiamo di una visione straordinaria di Vendicari: dal mare, lenti, sul mare stanco, onde-non onde, in estasi a vedere la piccola isola del Barone tonnarolo, la Torre Sveva (3), le vecchie masserie ringalluzzite e di comprovata ospitalità, la Tonnara (4) con l’ardita ciminiera e i pilastri levati al cielo come per un inno al lavoro; la vegetazione finalmente libera di crescere come vuole e sotto, dietro, un pullulare di vite intrecciate di insetti, rettili, pesci, piccoli mammiferi, uccelli… Il mare ci scivola sotto.
Torre Sveva
Masseria della Volpe. Esterno
La tonnara di Vendicari
Lasciamo a babordo Eloro, antica, classica semi dimenticata, poi Avola; Avola delle mandorle, Avola delle minnulate (5) e del latte denso e dolciastro come latte materno, Avola della corsa in salita, Avola delle essenze che andavano a dare senso e nerbo ai profumi francesi, Avola dalle strade bianche di fiori di mandorlo, fiumi di latte, petali d’asfalto. E poi Fontane Bianche che fa da schermo a Cassibile, dove gli armistizi si firmano bene e si celano per giorni ancora meglio. Siracusa per augurarci il buon arrivo ci manda incontro Nunzi autorevoli, i cui nomi sono Ognina e Arenella, il Plemmirio e Murro di Porco e Isola (ciao Tina, ciao Dino). Ci infiliamo nell’ovale perfetto del Porto grande e andiamo ad ancorarci alla Marina, a qualche decina di metri dal mitico albergo Des Étrangeres e dalla Fonte Aretusa.
Hotel Des Etrangeres
Siracusa. Fonte Aretusa dal mare e grand’angolo
Siamo a Siracusa, ma non in terra ferma. La terra che fra poco calpesteremo è quella di un’altra piccola isola, Ortigia, downtown, cuore dell’antichissima città, embrione della superba città che fu di volta in volta greca, romana, bizantina, araba, ed ora è, insieme, greca, romana, bizantina, araba. Ortigia deriva il suo nome dal greco Ὀρτυγία da ὄρτυξ, quaglia. Non siamo andati molto avanti: partiti dalla Baia delle tortore in poche ore abbiamo ormeggiato all’Isola delle quaglie! Quaglie e coturnici (6) arrivavano un tempo dall’Africa e dall’Asia minore; coprivano l’intera isola, bonificandola dagli insetti e dalle piante velenose (ce lo dice anche Plinio, e Plinio è uomo d’onore!). Siamo, insomma, in territori di antica caccia e quindi alla dea cacciatrice dobbiamo rivolgerci, a quella Artemide (7) , di cui è innamorato pazzo Alfeo, il dio-fiume del Peloponneso che segue ed insegue la dea della caccia fino all’isola nel porto di Siracusa. Artemide non era sola, la seguiva uno stuolo di bellissime ninfe. Fra esse Aretusa, naiade sdegnosa delle profferte d’amore di Alceo, che di essa è parimenti innamorato e brama di possedere. Artemide viene in aiuto di Aretusa e per sottrarla all’infoiata e strabordànte divinità fluviale trasforma la naiade in fonte. Per amore Alceo mescola le sue acque alla nuova fonte. Le versioni del mito sono diverse, ma nella sostanza tutte tendono a spiegare il mistero dell’acqua dolce della fontana dove nascono spontanei papiri rigogliosi, navigano ben pasciuti muletti (8) e soggiornano folcloristiche papere.
I papiri della Fonte Aretusa
La Fonte Aretusa è alimentata da una sorgente naturale di acqua dolce, in comunicazione con le acque salate del porto attraverso una griglia da cui entrano ed escono i placidi cefali. Ma la spiegazione scientifica non ha bisogno di voli pindarici (di quel poeta che pure aveva cantato di Alceo e Artemide) (9) ed è abbastanza semplice. Potrei parlarne anche io, ma preferisco lasciare la parola allo specialista. G. è geologo ed ha memoria indelebile anche di ere geologiche remote assai. Riesce a fare una vulgata breve e comprensibile: «Geologicamente l’isola è composta da una roccia con fratture naturali, capaci di filtrare l’acqua, ed è idrologicamente collegata alla terraferma siracusana. Dalla Porta Marina (10) fino al Castello Maniace (11), che rappresenta la punta estrema dell’isola, vi è un susseguirsi di sorgenti e fonti naturali che fuoriescono al di sotto o in corrispondenza del livello medio del mare. Esempi di sorgenti naturali in Ortigia, oltre la notissima Fonte Aretusa, sono dati dalla Fontana degli Schiavi; da uno dei miqwè (bagno rituale ebraico) (12) più suggestivi d’Europa; dalla Vasca della Regina, sorgente naturale posta al di sotto del livello del mare, nel Castello Maniace e di altre manifestazioni sorgive, quasi del tutto scomparse».
Siracusa. Immagine del miqwè
Siracusa. Porta Marina
Siracusa. Castello Maniace
Apprezziamo molto, S. ed io, il taglio dato da G., che era stato, bisogna riconoscerlo, breve e – letteralmente – circonciso. Siamo seduti al bar più grande di Piazza Duomo, ad un tavolo a pochi metri dall’antico tempio pagano dedicato a Minerva, convertito in chiesa con il consolidarsi dell’egemonia cristiana. Facciamo colazione con minnulata e brioche e parliamo di Siracusa e dei miei ricordi della città. La piazza lunghissima è uno scenario barocco di bellezza e armonia inarrivabili. Tornatore l’ha usata come location fondamentale nel suo film del 2000 Malèna, con Monica Bellucci.
La storia si svolge a Castelcutò, località siciliana di fantasia che assume l’aspetto della piazza che ci ospita, di vie di Noto e di altri paesi costieri. In mancanza di film che si svolgano espressamente a Siracusa, parliamo di Tornatore e del suo film di fine millennio, con protagonista la Bellucci. Il tredicenne Renato Amoroso è invaghito di Malèna, giovane donna di rara e appariscente bellezza, sposata con Nino, che parte per la guerra. La bellezza di Malèna in quella piccola realtà paesana è causa di disagi e innumerevoli problemi per lei, poiché, essendo il sogno sessuale di ogni uomo, diventa anche l’oggetto dell’invidia e dell’odio delle donne del posto. L’amore che Renato prova per Malèna però è sincero e la donna diventa un’ossessione per il ragazzo, che la spia continuamente. Un giorno Malèna viene raggiunta dalla terribile notizia della morte del marito al fronte. La donna rimane quindi vedova e resta indifesa davanti alle cattiverie delle paesane gelose e alla cupidigia sessuale dei loro mariti. Le calunnie sulla giovane vedova si susseguono e si diffonde presto la voce che Malèna si sia concessa carnalmente a numerosi uomini della cittadina. Lei si difende dalle critiche come può, ma senza denaro, né amici, né famiglia vive nel dolore e nell’angoscia. Dopo aver tentato invano di trovare un lavoro onesto, si rende conto di avere un’unica soluzione per sopravvivere: la sua bellezza. Renato non si dà pace, vorrebbe aiutarla, ma non può. Nel frattempo le sorti della guerra precipitano ed i tedeschi invadono Castelcutò. Per qualche mese Malèna si ingrazierà le truppe naziste, concedendosi sessualmente ai soldati. Ma quando nel 1943 i tedeschi se ne vanno e arrivano gli americani il suo destino cambia: le donne del paese, da sempre invidiose e piene di rancore nei confronti di Malèna, l’accusano di collaborazionismo, la malmenano e la umiliano tagliandole i capelli. Ferita nel corpo e nell’anima, Malèna si trasferisce. A sorpresa, un giorno il marito, che in realtà non era morto, ritorna; cerca Malèna, non la trova. Renato, ormai cresciuto e rattristato per il trattamento riservato al marito di Malèna, in una breve lettera gli racconta la vicenda della moglie; lo rassicura sul fatto che la donna abbia amato solo e sempre lui. Conclude informandolo di averla vista partire per Messina. Nino quindi decide di raggiungerla. Un anno dopo Malèna e il marito tornano a Castelcutò, intenzionati a passare lì il resto della loro vita, e a testa alta, insieme, attraversano la grande piazza cittadina: la gente del paese, ormai superato il livore e le invidie verso la bella Maléna, li accoglie di nuovo. Il film si conclude con il nostalgico pensiero di Renato: dopo che molti anni sono trascorsi si ritrova vecchio e rassegnato alla banalità della sua vita, ammette di aver conosciuto e amato molte donne nel tempo, e di essersi scordato di tutte. L’unica che non riesce dimenticare è Malèna. Divinamente bella, statuaria come una creazione di Fidia, la Bellucci è una sorpresa: il suo volto di alabastro, magnificamente duttile, fa dimenticare la voce non completamente adeguata, ancora in formazione (ma Malèna parla poco, e quasi sempre sussurrando). Ma quello che non va – e non andrà più come prima – è Tornatore che avrebbe dovuto concedersi qualche ulteriore riflessione a proposito della sceneggiatura, un susseguirsi di sequenze chiave ricche di colpi di scena che non impressionano più di tanto, per giunta ammosciate da dialoghi troppo letterari per essere convincenti: e, alla fine, un’ora e tre quarti di sogni e visioni interamente costruite sul corpo della bella Monica, con contorno di abusate macchiette paesane, finisce per annoiare anche lo spettatore meglio disposto. La ricostruzione d’epoca, apparentemente calligrafica, è resa banale nel tentativo di fare del film un prodotto worldwide. La sceneggiatura di Tornatore parte dal soggetto di Luciano Vincenzoni, grande scrittore di film di successo (Il gobbo, I due nemici, La grande guerra, Sacco e Vanzetti, Giù la testa ecc.), ma mostra subito le corde: è un susseguirsi di luoghi comuni, cose già viste e riviste, citazioni, tributi. Non si riesce a comprendere come uno che il cinema lo sa fare non si limiti a farlo, lasciando, quando serve, la scrittura a specialisti di storie e di scrittura. Da Malèna in poi Tornatore mi piace sempre meno e quando voglio rivedere l’ottimo uomo di cinema vado a pescare nella mia raccolta di DVD i suoi film che apprezzo, naturalmente in diverso grado e per motivi diversi (Il camorrista, 1986; Nuovo Cinema Paradiso, 1988; Una pura formalità, 1994; L’uomo delle stelle, 1995; La leggenda del pianista sull’oceano, 1998) (13) e i documentari in cui trovo il miglior Tornatore e fra essi quello che apprezzo maggiormente (L’ultimo gattopardo: Ritratto di Goffredo Lombardo, 2010) (14) . Devo infine ringraziarlo per aver prodotto il film di Roberto Andò Il manoscritto del principe (2000) (15).
Ortigia. Piazza Duomo
Piazza Duomo sotto il sole ha assunto un aspetto quasi metafisico. Rimandiamo la visita all’Ipogeo che sta proprio sotto di noi e ci spostiamo nella vicina Chiesa di Santa Lucia alla Badia a vedere Il seppellimento di Santa Lucia (1608) di Caravaggio, che lì è ospitato.
Caravaggio. S. Lucia alla Badia
Poi breve giro dei dintorni, Fonte Aretusa e il piccolo ma interessantissimo Acquario tropicale. Infine barca e riposino.
Ortigia. Acquariotropicale
Acquario Tropicale. Interno
Note
(1)
Termine dialettale per indicare la pianta del Ficodindia (Opuntia Ficus Indica). I frutti si chiamano bastaddi di ficudinia, perché si ottengono dalla seconda fioritura delle
piante dopo aver scutulato (abbacchiato) la prima. L’operazione è
necessaria perché garantisce frutti più grossi, con più polpa e saporiti. I
frutti della prima fioritura sono più ricchi di semi e il buon senso popolare
consiglia di non mangiarli o mangiarne pochi al fine di evitare l’effetto ntuppaculu, il cui significato non necessita di approfondimento.
(2)
Sicuramente attive dal Quattrocento. Nei pantani si trovano tracce di vasche
risalenti al periodo di colonizzazione greca.
(3)
La Torre Sveva, costruita probabilmente da Pietro d’Aragona, conte di
Alburquerque e duca di Noto (1406-1438), nonché fratello di Alfonso V
d’Aragona, re di Spagna e Sicilia (1416-1458), testimonia l’interesse
strategico dell’area per la difesa della costa. Dopo un secolo la struttura fu
rimaneggiata dal viceré Juan de Vega, facendo assumere alla struttura la forma
attuale. La torre veniva utilizzata come punto di vedetta e segnalazione contro
le scorribande di navi di pirati ed eventuali attacchi nemici.
(4) La costruzione della Tonnara di Vendicari detta
anche Bafutu risale al Settecento. L’attività dello
stabilimento ha avuto fasi alterne, periodi floridi a periodi di chiusura in
base al costo del prodotto e alla concorrenza delle vicine tonnare di
Marzamemi, Avola, Noto e Siracusa. Sospese definitivamente l’attività nel 1943,
in concomitanza, se non a causa, dello sbarco delle truppe alleate.
(5)
Nella Sicilia orientale è la granita di mandorla,
che va gustata con l’apposita brioscia dal
mitico capezzolone o, suprema raffinatezza, con la mafalda ancora calda. La mafalda è un pane tipico
siciliano caratterizzato da un impasto fatto con semola di grano duro, dalla
peculiarissima forma a serpentello e ricoperto di semi di sesamo. Ha origine
antiche ed il nome è una dedica a Mafalda di Savoia. Ancora caldo, tagliato nel
senso della lunghezza e farcito con due fette di mortadella – quella di una
volta, con il pistacchio dentro. Incartato per la ricreazione (ai tempi della
scuola media, poi del ginnasio e del liceo) alla ricreazione non arrivava. Il
profumo e il calore impedivano qualsivoglia resistenza. Veniva mangiato di
nascosto, in classe e l’odore di mafadda c’a muttadella, tutt’uno originale e indimenticabile, riempiva
l’aula distratta.
(6)
Coturnice. Alectoris
graeca, appartiene come la quaglia alla
famiglia dei Fasianidi. Sono minacciate a causa del deteriorarsi del loro habitat e della caccia eccessiva laddove ancora
permessa.
(7)
Artemide. Identificata a Roma con la Diana italica e latina. Figlia di Latona e
Zeus, sorella gemella di Apollo, è dea della caccia, vergine selvaggia. Insieme
col fratello mise a morte i figli di Niobe: lei uccise le sei femmine e il
fratello i sei maschi.
(8)
Muletto. Cefalo o muggine. È una specie eurialina,
in grado, cioè, di vivere senza problemi in acqua dolce o anche molto salata.
Insidiato dai pescatori sportivi a causa della buona carne. Con le uova si
prepara la bottarga
di muggine.
(9)
«Di Alfeo ultima
dimora, / Ortigia, gloriose radici della potenza di Siracusa, / Culla
allora di Artemide, / Da te, o sorella di Delos, si innalzi il canto
/ Addolcendo a prezzo alto […]»
[Pindaro (518-438 ac), Odi]
(10)
Porta Marina. Ortigia in epoca spagnola divenne una tra le fortezze più
inespugnabili d’Europa. Venne dotata di alte mura che la circondavano, di ponti
levatoi, forti, bastioni e porte. Grande parte di queste fortificazioni dopo
l’Unità d’Italia venne distrutta.
(11)
Castello Maniace. Prezioso gioiello dell’architettura del periodo svevo;
costruito per volere dell’Imperatore Federico II prende il nome dal capitano
bizantino Giorgio Maniace. L’originario sistema difensivo, situato sull’estrema
punta dell’isola, che chiude ad est il Porto grande, ha subito nel tempo
profonde ristrutturazioni e rifacimenti a seguito di gravi danneggiamenti
subiti, come per il terremoto del 1693 e l’esplosione del deposito delle
polveri provocata da un fulmine nel 1704.
(12)Miqwè (bagno
rituale ebraico). La presenza di comunità ebraiche a Siracusa è segnalata a
partire dal I secolo, fino all’espulsione avvenuta nel 1492. C’era una
sinagoga, poi trasformata in chiesa cristiana e di bagni rituali.
(13) I Dvd dei
film sono disponibili su Amazon o su Ibs.
(14) Il Dvd del
documentario, corredato di materiali interessanti è disponibile al costo di €
22,90 presso Cinema italiano.info.
(15)Il manoscritto del principe (2000). “Storia de Il
Gattopardo”, il romanzo del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, capolavoro
della nostra letteratura del novecento, bocciato in prima istanza da Vittorini
(Einaudi). La figura del principe emerge attraverso il rapporto fra due suoi
allievi. Davvero accattivante e preziosa la ricostruzione del quotidiano del
principe. Interessanti anche molti dialoghi in chiave squisitamente accademica:
Lampedusa era uno dei massimi esperti di letteratura inglese e francese.