“L’Agnese va a morire”

La Redazione

Alcuni giorni fa Giuliano Montaldo ha raccontato un simpatico episodio accaduto ai tempi delle riprese di L’agnese va a morire, film del 1976.

Ingrid Tulin in L’agnese va a morire, di Giuliano Montaldo, 1976

‘Un mese prima delle riprese la Thulin va nelle valli di Comacchio per ambientarsi, conoscere i posti, rubare l’accento (recitò in italiano, anzi in romagnolo pur sapendo che sarebbe stata doppiata). Decide che deve muoversi in bicicletta, come l’Agnese, e assieme al caporeparto dei trovarobe va in una vecchia rimessa dove le fanno provare una serie di vecchie biciclette d’epoca.

Le Valli di Comacchio

Ne prova tre o quattro, le tocca, le annusa, le tasta e alla fine ne sceglie una e dice “E’ questa!”. Un meccanico prende la bici e le dà una sistemata. Smonta il manubrio per metterci un po’ d’olio. E nella canna alla quale era attaccato il manubrio scopre un foglietto. Lo leggono. E’ un messaggio diretto a un capo partigiano. La bicicletta era appartenuta a una staffetta e quel messaggio era rimasto lì da allora, senza che nessuno l’avesse mai trovato. Chissà che fine aveva fatto, la donna che aveva montato quella bicicletta trent’anni prima?’

Mi sono innamorato di Sofia

di Tano Pirrone

Per amore di un amico ho dovuto recitare in pubblico il testo di una canzone napoletana. Ora, io sono siciliano da quando, due millenni e più di mezzo, addietro, un mio nonno emigrante partì dalle rive delle Grecia e sbarcò nella Trinacria d’oro, ricca a dismisura di ogni ben di dio e libera e felice di essere posseduta da mani operose ed aratri inesorabili. Quarant’anni di Roma poco hanno inciso sulla mia cadenza siciliana e le rade letture napoletane poco o niente potevano contribuire ad avvicinare il mio parlare alla lingua fioritissima di Eduardo e di Murolo. Inoltre, estrema cattiveria, impunita malvagità, prima di me recita in un napoletano antico, strascicato, bisturi d’anima, un vecchio coetaneo, attore, finissimo dicitore, auriga per ascolti inenarrabilmente coinvolgenti. Nulla avendo da perdere mi sono buttato, – non, come meritavo, sotto la funicolare che passa a poche decine di metri dal Teatro Diana, lì dove avveniva il mio scempio – ma nella suicida lettura. I consigli dei miei amici napoletani (raddoppi delle iniziali di pizza, PPPPizza!) ed altri sotterfugi furono messi in pratica e sotto il caldo manto di una benfattissima collaboratrice di Erato, Melpomene e Talia, lessi e riscossi la simpatia e la benevolenza dei saggi rappresentanti di un popolo che non lascia mai nessuno indietro, neanche un transfuga blaterante in lingue improprie.
Il testo – abbiate pietà per i termini che uso, ma tengo famiglia – il testo che lessi, al mio meglio (e al loro peggio) è quello che il divino Murolo scrisse per la canzone composta per Sophia, Sophia Loren, che sotto la guida di Vittorio De Sica è la procace pizzaiola, moglie di Giacomo Furia, nell’indimenticato film a episodi “L’oro di Napoli” tratto dalla omonima raccolta di racconti di Giuseppe Marotta, adattati da Cesare Zavattini, e girato nel 1954. Sophia aveva vent’anni ed il Vesuvio, se mi si consente, le faceva un baffo: bella, maliziosa, tutta curve, tornanti, abbondanze inusitate.

L’oro di Napoli, di De Sica, 1954

Sophia è la bella pizzaiola puteolana che fa le pizze a credito nel rione Materdei. Lei è miele degli iblei per tutti i maschi del quartiere ed il marito è – giustamente – gelosissimo. Nonostante la marcatura strettissima, Sophia ha un amante segreto, segretissimo, ma una distrazione sta per rendere nota la tresca. Infine Rosario, il marito sarà sempre più convinto del tradimento della moglie, la quale però potrà andare in giro a testa alta per la sua inattaccabile onestà.
La canzone di cui scriviamo non fa parte del film, ma, scritta e composta da Murolo, fu portata, poco tempo dopo alla notorietà e al successo da Beniamino Maggio.

Mi chiamo Pasqualino Lasottana,
e sono innamorato di Sophia,
la bella pizzaiola puteolana
ma quest’amore è solo fantasia,
m’ha sonno e dint’o suonno me credite
allucco: vengo ‘e pizze, favorite!
Ah Sophia Sophia,
io me sento d’ascì pazzo
quando penso alle tue pizze
più non posso riposar.
Ah Sophia Sophia,
ma che suonno me facesse
‘ncopp’e ‘ppizze m’addurmesse
e nun me scetasse “cchiù!

Ora basta, però! Chi vuole capirci di più, e meglio, deve leggere il libro delizioso e farcito di notizie e di ricordi del mio caro amico Renato Ribaud “non c’è PIZZA senza NAPOLI” (Adriano Gallina editore, 2019).


Nel libro l’omaggio alla pizza è completo, armonico, e indizio di un amore che trascende la stessa pizza, ed è diretto alla sua città natia, Napoli ed al groviglio inestimabile rappresentato dalla cultura partenopea, Mater matuta generosa e prolifica di scrittori, poeti, pittori, teatranti, cantanti e musicisti, che hanno fatto grande Napoli, e con essa l’Italia.
M’aggio scurdato ca doppo tutto ‘stu bene ‘e ddio m’hanno ditto ch’aggia partì n’ata vota ‘p’accumencià d’o capo!

Le Cenerentole (2)

di Patrizia Montani

Cinderella, USA 1950 di Walt Disney, fa parte di una lunga serie di film di animazione, iniziata con Biancaneve e i sette nani del 1937. Il grande successo mondiale di quest’ultimo film  incoraggiò il produttore a tradurre in cartoni animati diverse fiabe ( 1), tutte di notevole qualità tecnica e formale, tutte contrassegnate da un inguaribile ottimismo roosveltiano e da uno stile un po’ “manierato e stucchevole”(2 ).
La protagonista è una ragazza orfana che vive insieme alla matrigna ed alle sorellastre e sogna il grande amore; lo troverà alla fine della storia, secondo la narrazione di Perrault, cioè con l’aiuto della fata madrina e smarrendo la scarpina di cristallo.

Cenerentola di Walt Disney, 1950

L’ambientazione è nell’Europa dell’Ottocento, come si evince dai costumi e dal famoso castello di Disney( 3).
A ben guardare però Cenerentola sembra più che altro una ragazza americana degli anni ’50: niente cenere, nessun camino, la fanciulla ha un aspetto lindo e ordinato, un abbigliamento semplice, non certo ottocentesco, un atteggiamento positivo verso la vita, accudisce i suoi amici animali, e non è assolutamente  piegata dalle angherie dalla matrigna.
La vediamo svegliarsi nel suo candido letto e cantare trasognata “ i sogni son desideri”,  fare la doccia con l’aiuto degli uccellini, indossare un grembiule da perfetta massaia e preparare la colazione per tutti. Seguono alcune ( forse troppe) scene di schermaglie tra gli amici di Cenerentola , (uccellini e  topolini antropomorfi) ed il perfido gatto Lucifero (luogotenente della matrigna).

La storia di due innamorati e le loro difficoltà per ritrovarsi, i personaggi minori stereotipati (sorellastre, brutte e ridicole,  vecchio re bonario,  gran ciambellano un po’ tonto e munito  di solito monocolo) e soprattutto la fata madrina, non la creatura alata ed eterea che ci si aspetterebbe ma una anziana zietta cicciottella , fanno di Cenerentola di Walt Disney più che una fiaba, una vera commedia.

Nota 3 ). Il castello del logo WD esiste davvero , è in stile neo gotico ed è appartenuto a Ludovico di Baviera. Il nome è facilissimo .Neushwanstein, costruito alla fine del XIX  secolo, in onore di Wagner.

  1. Tra il 1937 e il 1967: Pinocchio,  Fantasia,  Dumbo, Bambi, I tre Caballeros, Alice nel paese delle meraviglie, Lilly e il vagabondo, La bella addormentata nel bosco, La carica dei centouno, La spada nella roccia, Il libro della giungla.
  2. Rondolino Tomasi Manuale di storia del cinema. UTET, 2014

C’erano una volta i cinema. Il cinema Aurora

di Tano Pirrone

Nell’edizione romana de La Repubblica di oggi (è il due di dicembre) potete trovare una bella intervista di Franco Montini a Max Giusti, il bravo e noto uomo di spettacolo, che racconta perché, lui, romanissimo, è andato ad abitare fuori dalla città. Il rumore, il disordine e il degrado civico lo hanno spinto ad un esilio amaro, ma necessario per la propria sopravvivenza. Ricorda, ad un certo punto (ma leggetela, per favore): «Da bambino e adolescente, ho vissuto con la famiglia nella zona di corso Francia e, per arrivare al centro della città, prendere l’autobus numero 2, che portava a piazzale Flaminio: era un’esperienza vissuta come un’avventura. E poi ricordo le passeggiate fino a ponte Milvio per raggiungere l’Aurora, un cinema di seconda visione con le sedie di legno reclinabili, che oggi non esiste più.

Ed è questo che voglio ricordare, il Cinema Aurora, che, in triste compagnia di decine di altre sale, hanno chiuso i battenti e si sono… sono state, meglio, trasformate in supermercati, ristoranti alternativi e quant’altro oppure lasciate abbandonate in attesa di qualche lucroso affa
Il Cinema Aurora macinava sogni vicino Ponte Milvio: ci passavano le seconde visioni, servite amorevolmente agli spettatori seduti in poltroncine di legno reclinabili. Non ho trovato nulla su questa sala, facendo la mia solita ricerca sul web. Invece ho scoperto che altre sale con lo stesso ben auspicante nome in altre città hanno cambiato funzione, ma conservando la missione di ospitalità e ricreazione. Come l’omonimo cinema di Livorno, diventato circolo privato, in cui si chiacchiera, si mangia, si beve: è pub, teatro, sala di concerti e, come dice la presentazione, molto altro ancora (https://ex-cinemaaurora.blogspot.com/).
Chi avesse notizie sulla Sala di cui oggi brevemente ci siamo occupati, cortesemente ce le fornisca, inserendole nei commenti. Noi cercheremo di continuare ad occuparci di questi luoghi sacri in cui danzano nottetempo in cerchio le Muse attorno alla più giovane, la Decima Musa, che assiste e protegge il Cinema, ultima delle Arti.

La Principessa che scende al sud

Assolutamente complementare alla recensione del film The Bra , è questo articolo in cui il nostro amico Sandro, “rustico & viaggiatore”, utilizzando i suoi inesauribili taccuini (che Chatwin gli fa un baffo), ci porta con lui nell’incredibile percorso di un treno simile a quello del film. Tra improbabili abitazioni di ogni tipo e un variegato spaccato di vita; la sola differenza è tra l’Azerbaigian (del film) e lo Sri-Lanka.

di Sandro Russo

Il treno si chiama Ruhunu Kumari (DownSouth Princess); parte da Matara alle 5.40 del mattino e riparte da Colombo alle 16. Al ritorno, da Colombo per tornare a casa, bisogna cercarsi un posto sulla destra, perché fino a Galle il treno passa proprio lungo il mare e ci sono il tramonto e tante altre piccole cose da vedere.

Ruhuni Kumari (DownSouth Princess). Notare gli alberi di Plumeria alba, frangipani (fiori bianchi, profumatissimi), lungo le rotaie

Il film dura quasi tre quarti d’ora, dalla partenza da Colombo: sono di scena le improbabili abitazioni tra la strada ferrata e il mare su una lingua di terra di pochi metri, a volte più ampia, e i brandelli di vita che si riescono ad afferrare dal treno in corsa.

Scendendo verso sud, da Colombo, il mare è sulla destra…


Spesso al confine col mare c’è scogliera, qualche volta la spiaggia. Poche palme, qualche macchia di pandanus.. Ci sono capanne baracche casupole di legno o in muratura, bicocche tuguri buchi neri; a volte chissà per quale caso o capriccio, una casa grande con muro di cinta e giardino intorno; perfino con un secondo piano e dei balconi.
E’ tutto l’insieme che è un trionfo dell’improbabilità; una archeologia della varietà degli insediamenti umani.

“Stazioncina povera… c’erano più alberi e uccelli che persone, ma…” (ricordate Giovanni telegrafista, di Enzo Iannacci?)


Si passa dalla capanna di pagliarelle e fango all’abitazione moderna di tipo occidentale, inframezzate e confuse tra loro in un groviglio inestricabile che la velocità del treno può solo suggerire, senza far apprezzare appieno. Eppure sono vere case, con il loro contatore dell’energia elettrica dietro la porta e molte antenne della televisione. Vere case di uomini, con fumo di legna e odori di cucinato; piccoli cortili e staccionate e anche microscopiche botteghe denunciate solo da una finestrella con un ripiano orizzontale verso l’esterno, che è il banco di vendita.
Spaccati di esistenze, dal treno in corsa: un barbiere al lavoro intorno ad un’unica sedia sull’aia; vecchi seduti su una pietra, davanti alla casa. Bambini… tanti bambini che giocano con qualunque cosa: a spingere avanti con un bastone un cerchione di bicicletta; a far volare una busta di plastica arancione legata per i manici, come un aquilone.

In Sri-Lanka c’è una vera cultura degli aquiloni… E’ un passatempo “serio”, per bambini e adulti; ma sono sconosciute le “guerre degli aquiloni”, come in Afganisthan

…Molti aquiloni, davvero: forse perché il vento su quella striscia al limitare col mare é un compagno di giochi sempre presente, che non si stanca mai.
Bambini sui binari della linea parallela al treno che corre; sulle pile di traversine. Bambini piccoli, evidentemente abituati ad evitare i pericoli per un istinto animale più connaturato che nei nostri.
I più grandi giocano all’indefettibile cricket, su tratti liberi appena consolidati alle spalle della spiaggia. Panni stesi ad asciugare, sui binari e sui radi cespugli; bacinelle di alluminio, cani e ancora bambini.
Su tratti più isolati di scogliera, tra il treno e il mare, molti ombrelli appoggiati alle rocce. Dietro, due innamoratini alla Peynet, praticamente invisibili se non dal mare. Chissà quali tecniche di intimità sono state inventate per essere messe in atto dietro a un ombrello.
Ogni tempo e paese ha i suoi luoghi (tòpoi): noi avevamo la 500 ‘fissa’ (…i sedili ribaltabili sono venuti solo qualche tempo dopo…). Ma qui dev’essere dura, specie il pomeriggio; …l’ombrello si mette dietro, per proteggersi dagli sguardi  e dal treno che passa… ma davanti c’è il sole, che picchia duro.

Con il treno si attraversano in rapida successione nuvole di odori diversi: i più comuni sono quelli del fumo, con tutte le sue varietà: fumo di legna, con aggiunta di plastica, di immondizia; profumi di cucina e sottospecie: speziato, acido, dolciastro. Ma giungono a folate puzze di latrine e di marciume e subito dopo profumi di fiori; il tutto con una certa latenza e sovrapposizione, rispetto alle informazioni trasmesse dagli occhi: come quando si vede un bagliore lontano e solo dopo qualche secondo arriva il rumore; la stessa cosa, ma con gli odori…
Può capitare che il treno si fermi. Dopo una decina di minuti senza alcuna informazione, qualcuno scende e risale il convoglio lungo i binari, per andare a vedere. Passa del tempo prima che tornino; i racconti sono singalesi e confusi ma si riesce a capire che c’è stato un incidente ad un passaggio a livello lungo la linea.
Evidentemente si prevedono tempi lunghi, perché la gente comincia a scendere..


Non si sa da dove, spuntano bollitori per il thè, si improvvisano fuochi, compaiono tazze e zucchero in un’atmosfera tra il picnic e la festa di paese.
Un’ora e mezza di sosta… ed è andata bene, perché non era stato il treno la ragione dell’incidente. Un breve fischio per avvertire i ‘campeggiatori’ di risalire a bordo e si riprende ad andare…
Quasi di colpo scende la notte, dopo il breve crepuscolo dei tropici; ora non c’è più tanto lavoro per gli occhi, tranne i mille piccoli fuochi davanti alle case (i più cucinano ancora con la legna) ma la campagna è già stata infettata di luci al neon e del chiarore grigio e freddo della televisione, all’interno della case.
Anche l’udito, drogato dallo sferragliare monotono smette di funzionare, e la mente ripiega su pensieri e associazioni.
..La cura è un buon libro, nell’attesa di arrivare.

La ferrovia finisce a Matara. C’è la stazione; poi i binari proseguono ancora un po’ per perdersi nel nulla, tra le case.

Pensa – dice Bruno – a quello che s’è trovato i binari a due passi dalla capanna…Che regalo che gli hanno fatto…  Avrà schiodato una parete e l’avrà spostata più in là, per inglobare prima una poi tutte e due le barre del binario… un po’ per volta, senza dare all’occhio.. Poi un giorno mette fuori l’insegna: “VENDITA FERRO” …Ma tu pensa che regalo..!

E gli brillano gli occhietti di faìna..  Si vede benissimo che li porterebbe lui stesso, a spese sue, i binari dentro le capanne.. per vedere di nascosto l’effetto che fa…

Matara (West coast Sri-Lanka); 2001

Le Cenerentole 1

di Patrizia Montani con il gentile contributo di Angela Caputi

Nella fiaba Cenerentola sono presenti tutti gli elementi fondamentali delle fiabe popolari: origine antichissima, uso dei simboli, personaggi ben riconoscibili,  presenza di oggetti  e\o animali  magici, intreccio e conclusione positiva.
Nata probabilmente in Cina nel IX secolo a.C., diffusa anche in America, in Europa e in Egitto, si presenta con più di 300 varianti, cambia nome (1), cambia sesso ( 2), ma rimane comunque un personaggio degradato, escluso, umiliato, invisibile , nel quale il lettore ( non soltanto il bambino) si può identificare, sognando il trionfo o almeno il riscatto dalle proprie frustrazioni.


L’intreccio familiare, con padre assente o morto, matrigna e sorellastre ostili e competitive, rappresentano il conflitto familiare, inesprimibile pensando alla propria vera madre ed ai propri fratelli.
Anche i simboli sono costanti nelle diverse letture. Prima fra tutte la scarpetta: come è noto, nella Cina dell’antichità, il piede piccolo era ritenuto espressione di bellezza, femminilità, eleganza al punto di imporre alle bambine calzature costrittive per non farlo crescere .
La scarpetta viene descritta in diverso modo, a volte è una elegante pantofola orientale, altre volte una inverosimile calzatura di vetro ( forse , banalmente, un errore di traduzione da vair a verre, da  pelliccia a vetro).
Il significato simbolico della cenere è molto più complesso: rappresenta senz’altro la vita umiliante ed esclusa accanto al camino, ma anche la purificazione, l’iniziazione (3 ) e la rinascita (4 )


Gli oggetti e gli animali magici, cambiano da una versione all’altra ( mucca, uccellino, pesce, capra… fata madrina).
Nella conclusione vi è sempre il matrimonio come riscatto sociale, mentre soltanto in alcune versioni si consuma la vendetta attraverso l’uccisione della matrigna o l’accecamento delle sorellastre (5).
Nel corso dei secoli, Cenerentola rimane se stessa  nei tratti fondamentali ma si adatta ai tempi ed ai luoghi, a seconda delle varie culture.
La prima trascrizione ad opera di Charles Perrault ( 1697 e successive edizioni), scrittore alla corte del Re Sole, ebbe la forma oggi più nota, la fanciulla innocente, aiutata dalla fata madrina, concede alla fine il perdono alla matrigna. Da allora molte trascrizioni furono fatte.


Nel ‘600 in Italia Giambattista Basile, ne Lo cunto de li cunti,  scrive la storia in dialetto napoletano e, soprattutto fa di Zezolla ( Cenerentola ), non una ragazza innocente ma un’assassina che uccide la sua prima matrigna .
Nella versione dei fratelli Grimm  ( 1812), la storia si sofferma sul rapporto tra Cenerentola e la sua vera madre morente,sulla disperazione di Cenerentola che va a piangere sulla tomba della madre.
La versione dei fratelli Grimm, più lontani di Perrault  dal mito greco- romano e più vicini al Romanticismo tedesco,è più cruda, la magia più rozza ( non la fata  ma un albero di nocciolo e un uccellino), più truculento lo svolgimento: le sorellastre si tagliano pezzi di piede per infilarsi la scarpetta ed infine due colombe le accecano, proprio mentre assistono al matrimonio.

Fratelli Grimm


Mentre la Zezolla di Giambattista Basile è un racconto per adulti, tutte le altre fiabe popolari sono diventate, dall’inizio dell’Ottocento tradizionali letture per l’infanzia. Lo stesso Goethe le definisce così.
Negli ultimi due secoli altre storie sono state scritte per bambini, sempre più adeguate alle diverse età, sempre più avventurose, istruttive, divertenti, ma le fiabe antiche conservano intatto il loro valore ,nel dare , come il mito, spiegazioni a cose inspiegabili.
Nella seconda metà del secolo scorso molte fiabe, tra le quali Cenerentola, sono state trasferite sullo schermo.
Il cinema , certamente ci sa raccontare fiabe bellissime , ma probabilmente, avendo un suo linguaggio specifico, può farlo con testi scritti appositamente per essere visti, la fiaba al contrario fatta di materiale impalpabile, deve essere  narrata, quindi rischia, ogni volta che la si tocca, di dissolversi come una sottile, elegante ragnatela.

Note

1) i nomi di cenerentola:Cennerella, Zezolla, Petrosinella, Cinderella, Rodopi, Yeh Shen
2) nella versione tedesca e tra gli indios il protagonista è un ragazzo.
3)in alcune tribù il rito di iniziazione per l’integrazione nel gruppo avveniva tramite cospargi mento di cenere sul capo.
4)vedi rinascita della fenice
5)Nella fiaba dei fratelli Grimm le sorellastre , dopo aver tentato invano di calzare la scarpetta tagliandosi le dita dei piedi e i talloni, vanno al matrimonio di Cenerentola ma vengono accecate dalle colombe.


Bibliografia

Bruno Bettelheim Il mondo incantato Feltrinelli
Vladimir Ja Propp Morfologia della fiaba Piccola Biblioteca Einaudi
Italo Calvino Sulla fiaba Oscar Moderni
Fratelli Grimm. Le più belle favole, Gribaudo Editore

Le Cenerentole 1 – Continua

The Bra

segnalato da Sandro Russo

The Bra, di Veit Helmer, 2018

Un treno merci passa attraverso i grandi prati sotto le montagne del Caucaso. Nella cabina Nurlan, il macchinista, guida il treno lungo il percorso che passa attraverso un angusto quartiere di Baku, dove il tracciato dei binari è così vicino alle case da corrispondere esattamente alla strada che separa tra loro i modesti edifici.
La vita del quartiere si svolge sui binari: gli uomini bevono il tè seduti ai tavolini posti sulle rotaie, le donne stendono i panni su fili sospesi sopra il tracciato ferroviario. Quando il treno passa, gli abitanti si alzano, raccolgono frettolosamente i loro oggetti, scappano nelle case e tutto ciò che resta viene intercettato dalla carrozza guidata da Nurlan.

Lui, a fine giornata, raccoglie gli oggetti rimasti attaccati al treno e li riporta ai loro legittimi proprietari: lenzuola, palloni, piume di pollo. L’ultimo giorno di lavoro, in procinto di andare in pensione, trova attaccato al tergicristalli un oggetto inusuale: un reggiseno. Nurlan lo mette nella sua valigia e lo porta nel villaggio di campagna in cui vive. Nei giorni a seguire, pensare alla donna che ha perso quel reggiseno gli toglie il sonno.
La grande solitudine in cui vive lo spinge infine a mettersi alla ricerca della sua proprietaria: una ricerca che si rivelerà difficile, buffa, commovente, e che per lui finirà per coincidere con la ricerca dell’amore e dell’appartenenza. 

Il film è stato girato nel quartiere “Shangai” di Baku, dove davvero la vita della comunità girava intorno ai binari del treno, appena prima che l’intera zona venisse completamente demolita. Tra gli attori protagonisti del film Paz Vega, Maia Morgenstern, Chulpan Khamatova, Miki Manojlovic e Denis Lavant.

NOTE DI REGIA: «The Bra senza dubbio inizia come una commedia ma poi il protagonista, il macchinista Nurlan, incappa in esperienze che possiamo definire tragiche. Ma è anche una storia d’amore, una storia d’amore con un finale inatteso.
Ho scelto di fare un film senza dialoghi perché considero il parlato un modo per raccontare storie non-filmico. Il cinema è essenzialmente fatto di storie che vengono narrate attraverso immagini e suoni, ma non si può semplicemente eliminare i dialoghi dalla sceneggiatura. I film senza dialoghi devono essere concepiti proprio in quanto tali, questo comporta un lavoro notevole nella scrittura. Ma credo che il risultato sia qualcosa di unico per il pubblico che guarda il film».


Il dolore: diari della guerra

da Marguerite Duras e Peter Weiss

di Tano Pirrone

Da un teatro di guerra ad un altro, l’incantevole potenza rappresentativa di Elena Arvigo, quest’anno ci ha legati stretti al tema: da Andromaca, privata senza senso e pietà del figlioletto Astianatte nelle Troiane in scena al Teatro Greco di Siracusa, ai testi di Duras e Weiss, usati in perfetta sintesi per indagare spazi possibili di comprensione del razionale piano di sterminio condotto a termine con l’eliminazione di milioni di uomini, donne e bambini, in scena all’Argot Studio di Roma.

Le Troiane

Vittime, ricordano Duras e Weiss, furono anche coloro che tornarono, lacerati per sempre nel corpo e nell’anima, e coloro che li persero, li attesero, li ritrovarono, per perderli, come nella nostra storia, ancora una volta, perché tutto era cambiato e tutti si erano trasformati, tanto chi era tornato e chi, nell’attesa si era logorato.
Il diario, probabilmente autobiografico, di Marguerite Duras, racconta, attraverso la struggente interpretazione di Elena Arvigo, l’attesa del marito Roberto Antelme, deportato a Dachau, e il suo ritorno.

Elena Arvigo ne Il dolore: diari di guerra

I due, straniati e straziati, concluderanno il loro rapporto dopo poco con la separazione e il divorzio. Roberto scriverà “La specie umana”, testimonianza altissima della letteratura sui campi di sterminio, piena di lucida pietà e di grande dignità letteraria. Il testo mette in luce un aspetto fondamentale emerso dall’immane tragedia: i meccanismi su cui è basato il nazi – fascismo, che “non fu ideologia folle ma un regime razionale”.
La messa in scena e la immedesimazione di Elena Arvigo descrivono gli stati d’animo della donna in attesa e definiscono con coraggio e profondità la guerra delle donne, che inermi attendono, attanagliate da un dolore individuale che diventa rappresentazione dell’universale.
L’Argot Studio conferma con questo spettacolo la sua storia fatta di ricerca, scoperte, emozioni e scelte, di nuove e schierate sensibilità.

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Il dolore: diari della guerra

Da: Marguerite Duras e Peter Weiss
Interpretato e diretto da: Elena Arvigo
Regista collaboratrice: Virginia Franchi – Assistente alla regia: Tullia Attinà
Disegno luci: Paolo Meglio – Foto: Manuela Giusto
Produzione: SantaRita Teatro & Teatro OUT OFF
Dal 30 ottobre al 3 novembre 2019.
Teatro Argot Studio – Via Natale Del Grande, 27 – 00153 Roma (Trastevere).
http://www.teatroargotstudio.cominfo@teatroargotstudio.com – 065898111

Spin-ops. Da Alfredo…

di Tano Pirrone

Da Piazza della Consolazione salendo per le scale c’è via dei Fienili, e lì, all’angolo, c’era – forse c’è ancora, ma sarà certamente un’altra cosa – c’era la trattoria del “Re della mezza porzione”, in cui si svolgono scene ormai storiche del film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati” (1974).

C’eravamo tanto amati, di Ettore Scola, 1974

In un’intervista Scola conferma che quel locale si trovava davvero lì, e che anzi c’era già all’epoca delle riprese de “La valigia dei sogni” di Luigi Comencini (1953), di cui, col vostro permesso, parleremo nei prossimi giorni. Ora entriamo nel locale, che nel film “necessario” di Luigi Comencini diventava la scena principale per tutta la durata della pellicola. Altre cronache – è Ettore Scola che racconta – riportano che quel locale che si affaccia su piazza della Consolazione negli anni Quaranta era noto come ‘Alfredo il Bottigliere’ ed era frequentato dal mondo del cinema italiano. Negli anni Settanta poi tornò ad avere ancora grande successo quando era diventato una caratteristica trattoria romana e serviva una mezza porzione… ‘abbondante me raccomando’, come recitava nella sua battuta Vittorio Gassman.
Ho ripreso il ricordo della trattoria e del film, che è un punto fermo nella classifica dei film più amati dalla mia generazione, decina d’anni in più decina d’anni in meno, perché nel suo gradevolissimo giallo appena uscito in libreria, Walter Veltroni a tre quarti del racconto lo cita e va avanti per diverse pagine. Non potrebbe essere altrimenti, visto il grande amore e la profonda conoscenza che ha Veltroni del cinema. Anche per lui quel locale e i dialoghi che Scola mette in bocca ai suoi personaggi sono sintesi brillante della storia dell’Italia del dopoguerra e dei primordi del ‘Boom’:
<<La nostra generazione ha fatto veramente schifo.>>
<<E tutto questo perché? Per un futuro diverso.>>
<<Il futuro è passato. E non ce ne siamo nemmeno accorti.>>
<<Buttare via la propria vita significa farne il migliore degli usi. Vivere come ci pare e ci piace costa poco perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità.>>
Nella scena in cui i tre si rincontrano e cenano nella fatidica trattoria, Gianni (Vittorio Gasmann) sta per dir loro la verità su chi lui è diventato, ma viene subito stoppato da Antonio (Nino Manfredi), che non vuole rovinare la rimpatriata con brutte notizie e che con slancio interpella il trattore: <<A re della mezza, per secondo…>> e Arturo, il re della mezza, pronto: <<…tre picchiapò!>>.

Il re della mezza porzione

Tutta questa strada v’ho fatto fare per arrivare proprio al picchiapò, nome d’incerta etimologia, di sicuro gusto e di estrema funzionalità. Le ricette riportate sui vari blog specializzati differiscono e in mancanza di una fonte certa, scritta e autorevole, mi sono affidato alla versione di un blog specializzato in cucina romana. Non so voi, ma oggi prepariamo la pietanza e accompagnandola con un bicchiere di bianco dei castelli – mentre fuori piove – c’intratterremo con Ettore Scola, Gassman, Manfredi e Satta Flores, nella necessaria usuale convivialità. Vivere, così, come ci pare e piace!
Ora qualche cenno storico e la ricetta.
Il brodo di carne, si sa, è buono e saporito, e una volta, quando di soldi ce n’erano pochi, veniva preparato esclusivamente nelle occasioni di festa… Cosa si faceva poi della carne da brodo o, detto alla romana, dell’allesso?
Qui si seguiva il vecchio e consolidato rituale del recupero: la carne lessa veniva fatta letteralmente rinascere preparando il cosiddetto Picchiapò, che divenne naturalmente anche un grande classico delle osterie romane: la carne veniva tagliata a pezzi, oppure sfibrata e messa in padella con cipolle e pomodori in modo da renderla tenera e saporita.
Ma perché il nome Picchiapò? Probabilmente deriva dal fatto che la carne veniva “picchiata” sul tagliere per renderla più morbida, ma esiste anche una maschera romanesca, dalla faccia sfatta a causa del bere, chiamata “Bicchiapò”. Da non dimenticare nemmeno il fatto che “Picchiabò” era il nome del protagonista di un sonetto del Belli, e di quello di una favola di Trilussa.

Picchiapò alla romana

Ingredienti per 4 Persone

500 gr di bollito di manzo, 500 gr di pomodori pelati, ½ bicchiere (abbondante…) di vino bianco secco, 1 cipolla e poi: olio d’oliva comediocomanda, peperoncino, sale e pepe quanto basta e piace.

Cinema e letteratura, uniti nella vita e nella morte

a cura di Tano Pirrone

Ricordate Godard e il suo ‘scandaloso’ manifesto della Nouvelle vagueà boute de souffle”? Ricordate la bellissima protagonista, china nell’ultima scena sul morente Jean-Paul Belmondo? Era Jean Seberg, morta suicida nel 1979 a soli quarant’anni. Era stata moglie di Romain Gary, lo scrittore francese di origine lituane. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980, Romain Gary si recò da Chervet, in place Vendôme a Parigi, e acquistò una vestaglia di seta rossa. Aveva deciso di ammazzarsi con un colpo di pistola alla testa e, per delicatezza verso il prossimo, aveva pensato di indossare una vestaglia di quel colore perché il sangue non si notasse troppo.

Jean Seberg in A bout de souffle, 1960

Nella sua casa di Rue du Bac sistemò tutto con cura, gli oggetti personali, la pistola, la vestaglia. Poi prese un biglietto e vi scrisse: <<Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove>>. L’anno prima Jean Seberg, la sua ex moglie, l’attrice americana, l’adolescente triste di Bonjur Tristesse, era stata trovata nuda, sbronza e morta dentro una macchina. Aveva 40 anni. Si erano sposati nel 1962, 24 anni lei, il doppio lui.

Romain Gary

Il colpo di pistola con cui Romain Gary si uccise la notte del 3 dicembre 1980 fece scalpore nella società letteraria parigina, ma non giunse completamente inaspettato. Eroe di guerra, diplomatico, viaggiatore, cineasta, tombeur de femmes, vincitore di un Goncourt, Gary era considerato un sopravvissuto, un romanziere a fine corsa, senza più nulla da dire.
Pochi mesi dopo la sua morte, il colpo di scena: con la pubblicazione postuma di “Vie et mort d’Emile Ajar” si seppe che Emile Ajar, il romanziere più promettente degli anni settanta, il vincitore, cinque anni prima, del Goncourt con la “Vita davanti a sé”, l’inventore di un gergo da banlieu e da emigrazione, il cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi, altri non era che Romain Gary.

Roman Gary bambino

La critica ha affermato: “Vent’anni prima di Pennac e degli scrittori dell’immigrazione araba, ecco la storia di Momo, ragazzino arabo nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, madame Rosa”. È la storia di un amore materno in un condominio della periferia francese dove non contano i legami di sangue e le tragedie del mondo svaniscono davanti alla vita, al semplice desiderio e alla gioia di vivere. Un romanzo toccato dalla grazia, in cui l’esistenza è vista e raccontata con l’innocenza di un bambino, per il quale le puttane sono ‘gente che si difende con il proprio culo’, e ‘gli incubi sogni quando invecchiano’.

Pierre Niney in La promessa dell’alba, 2017

Il cinema ritorna alfine nel storia di Romain con due film, entrambi con il titolo “La promessa dell’alba”, lo stesso di uno dei suoi più famosi romanzi (1960), il primo del 1970, per la regia di Jules Dassin; il secondo del 2017, per la regia di Eric Barbier con Charlotte Gainsbourg e Pierre Niney.