Cinderella, USA 1950 di Walt Disney, fa parte di una lunga serie di film di animazione, iniziata con Biancaneve e i sette nani del 1937. Il grande successo mondiale di quest’ultimo film incoraggiò il produttore a tradurre in cartoni animati diverse fiabe ( 1), tutte di notevole qualità tecnica e formale, tutte contrassegnate da un inguaribile ottimismo roosveltiano e da uno stile un po’ “manierato e stucchevole”(2 ). La protagonista è una ragazza orfana che vive insieme alla matrigna ed alle sorellastre e sogna il grande amore; lo troverà alla fine della storia, secondo la narrazione di Perrault, cioè con l’aiuto della fata madrina e smarrendo la scarpina di cristallo.
Cenerentola di Walt Disney, 1950
L’ambientazione è nell’Europa dell’Ottocento, come si evince dai costumi e dal famoso castello di Disney( 3). A ben guardare però Cenerentola sembra più che altro una ragazza americana degli anni ’50: niente cenere, nessun camino, la fanciulla ha un aspetto lindo e ordinato, un abbigliamento semplice, non certo ottocentesco, un atteggiamento positivo verso la vita, accudisce i suoi amici animali, e non è assolutamente piegata dalle angherie dalla matrigna. La vediamo svegliarsi nel suo candido letto e cantare trasognata “ i sogni son desideri”, fare la doccia con l’aiuto degli uccellini, indossare un grembiule da perfetta massaia e preparare la colazione per tutti. Seguono alcune ( forse troppe) scene di schermaglie tra gli amici di Cenerentola , (uccellini e topolini antropomorfi) ed il perfido gatto Lucifero (luogotenente della matrigna).
La storia di due innamorati e le loro difficoltà per ritrovarsi, i personaggi minori stereotipati (sorellastre, brutte e ridicole, vecchio re bonario, gran ciambellano un po’ tonto e munito di solito monocolo) e soprattutto la fata madrina, non la creatura alata ed eterea che ci si aspetterebbe ma una anziana zietta cicciottella , fanno di Cenerentola di Walt Disney più che una fiaba, una vera commedia.
Nota 3 ). Il castello del logo WD esiste davvero , è in stile neo gotico ed è appartenuto a Ludovico di Baviera. Il nome è facilissimo .Neushwanstein, costruito alla fine del XIX secolo, in onore di Wagner.
Tra il 1937 e il 1967: Pinocchio, Fantasia, Dumbo, Bambi, I tre Caballeros, Alice nel paese delle meraviglie, Lilly e il vagabondo, La bella addormentata nel bosco, La carica dei centouno, La spada nella roccia, Il libro della giungla.
Rondolino Tomasi Manuale di storia del cinema. UTET, 2014
Assolutamente complementare alla recensione del film The Bra , è questo articolo in cui il nostro amico Sandro, “rustico & viaggiatore”, utilizzando i suoi inesauribili taccuini (che Chatwin gli fa un baffo), ci porta con lui nell’incredibile percorso di un treno simile a quello del film. Tra improbabili abitazioni di ogni tipo e un variegato spaccato di vita;la sola differenza è tra l’Azerbaigian (del film) e lo Sri-Lanka.
di Sandro Russo
Il treno
si chiama Ruhunu Kumari (DownSouth
Princess); parte da Matara alle 5.40 del mattino e riparte da Colombo alle 16.
Al ritorno, da Colombo per tornare a casa, bisogna cercarsi un posto sulla
destra, perché fino a Galle il treno passa proprio lungo il mare e ci sono il
tramonto e tante altre piccole cose da vedere.
Ruhuni Kumari (DownSouth Princess). Notare gli alberi di Plumeria alba, frangipani (fiori bianchi, profumatissimi), lungo le rotaie
Il film dura quasi tre quarti d’ora, dalla partenza da Colombo: sono di scena le improbabili abitazioni tra la strada ferrata e il mare su una lingua di terra di pochi metri, a volte più ampia, e i brandelli di vita che si riescono ad afferrare dal treno in corsa.
Scendendo verso sud, da Colombo, il mare è sulla destra…
Spesso al confine col mare c’è scogliera, qualche volta la spiaggia. Poche palme, qualche macchia di pandanus.. Ci sono capanne baracche casupole di legno o in muratura, bicocche tuguri buchi neri; a volte chissà per quale caso o capriccio, una casa grande con muro di cinta e giardino intorno; perfino con un secondo piano e dei balconi. E’ tutto l’insieme che è un trionfo dell’improbabilità; una archeologia della varietà degli insediamenti umani.
“Stazioncina povera… c’erano più alberi e uccelli che persone, ma…” (ricordate Giovanni telegrafista, di Enzo Iannacci?)
Si passa dalla capanna di pagliarelle e fango all’abitazione moderna di tipo occidentale, inframezzate e confuse tra loro in un groviglio inestricabile che la velocità del treno può solo suggerire, senza far apprezzare appieno. Eppure sono vere case, con il loro contatore dell’energia elettrica dietro la porta e molte antenne della televisione. Vere case di uomini, con fumo di legna e odori di cucinato; piccoli cortili e staccionate e anche microscopiche botteghe denunciate solo da una finestrella con un ripiano orizzontale verso l’esterno, che è il banco di vendita. Spaccati di esistenze, dal treno in corsa: un barbiere al lavoro intorno ad un’unica sedia sull’aia; vecchi seduti su una pietra, davanti alla casa. Bambini… tanti bambini che giocano con qualunque cosa: a spingere avanti con un bastone un cerchione di bicicletta; a far volare una busta di plastica arancione legata per i manici, come un aquilone.
In Sri-Lanka c’è una vera cultura degli aquiloni… E’ un passatempo “serio”, per bambini e adulti; ma sono sconosciute le “guerre degli aquiloni”, come in Afganisthan
…Molti aquiloni, davvero: forse perché il vento su quella striscia al limitare col mare é un compagno di giochi sempre presente, che non si stanca mai. Bambini sui binari della linea parallela al treno che corre; sulle pile di traversine. Bambini piccoli, evidentemente abituati ad evitare i pericoli per un istinto animale più connaturato che nei nostri. I più grandi giocano all’indefettibile cricket, su tratti liberi appena consolidati alle spalle della spiaggia. Panni stesi ad asciugare, sui binari e sui radi cespugli; bacinelle di alluminio, cani e ancora bambini. Su tratti più isolati di scogliera, tra il treno e il mare, molti ombrelli appoggiati alle rocce. Dietro, due innamoratini alla Peynet, praticamente invisibili se non dal mare. Chissà quali tecniche di intimità sono state inventate per essere messe in atto dietro a un ombrello. Ogni tempo e paese ha i suoi luoghi (tòpoi): noi avevamo la 500 ‘fissa’ (…i sedili ribaltabili sono venuti solo qualche tempo dopo…). Ma qui dev’essere dura, specie il pomeriggio; …l’ombrello si mette dietro, per proteggersi dagli sguardi e dal treno che passa… ma davanti c’è il sole, che picchia duro.
Con il treno si attraversano in rapida successione nuvole di odori diversi: i più comuni sono quelli del fumo, con tutte le sue varietà: fumo di legna, con aggiunta di plastica, di immondizia; profumi di cucina e sottospecie: speziato, acido, dolciastro. Ma giungono a folate puzze di latrine e di marciume e subito dopo profumi di fiori; il tutto con una certa latenza e sovrapposizione, rispetto alle informazioni trasmesse dagli occhi: come quando si vede un bagliore lontano e solo dopo qualche secondo arriva il rumore; la stessa cosa, ma con gli odori… Può capitare che il treno si fermi. Dopo una decina di minuti senza alcuna informazione, qualcuno scende e risale il convoglio lungo i binari, per andare a vedere. Passa del tempo prima che tornino; i racconti sono singalesi e confusi ma si riesce a capire che c’è stato un incidente ad un passaggio a livello lungo la linea. Evidentemente si prevedono tempi lunghi, perché la gente comincia a scendere..
Non si sa da dove, spuntano bollitori per il thè, si improvvisano fuochi, compaiono tazze e zucchero in un’atmosfera tra il picnic e la festa di paese. Un’ora e mezza di sosta… ed è andata bene, perché non era stato il treno la ragione dell’incidente. Un breve fischio per avvertire i ‘campeggiatori’ di risalire a bordo e si riprende ad andare… Quasi di colpo scende la notte, dopo il breve crepuscolo dei tropici; ora non c’è più tanto lavoro per gli occhi, tranne i mille piccoli fuochi davanti alle case (i più cucinano ancora con la legna) ma la campagna è già stata infettata di luci al neon e del chiarore grigio e freddo della televisione, all’interno della case. Anche l’udito, drogato dallo sferragliare monotono smette di funzionare, e la mente ripiega su pensieri e associazioni. ..La cura è un buon libro, nell’attesa di arrivare.
La ferrovia finisce a Matara. C’è la stazione; poi i binari proseguono ancora un po’ per perdersi nel nulla, tra le case.
– Pensa – dice Bruno – a quello che s’è trovato i binari a due passi dalla capanna…Che regalo che gli hanno fatto… Avrà schiodato una parete e l’avrà spostata più in là, per inglobare prima una poi tutte e due le barre del binario… un po’ per volta, senza dare all’occhio.. Poi un giorno mette fuori l’insegna: “VENDITA FERRO” …Ma tu pensa che regalo..!
E gli
brillano gli occhietti di faìna.. Si
vede benissimo che li porterebbe lui stesso, a spese sue, i binari dentro le
capanne.. per vedere di nascosto l’effetto che fa…
di Patrizia Montani con il gentile contributo di Angela Caputi
Nella fiaba Cenerentola sono presenti tutti gli elementi fondamentali delle fiabe popolari: origine antichissima, uso dei simboli, personaggi ben riconoscibili, presenza di oggetti e\o animali magici, intreccio e conclusione positiva. Nata probabilmente in Cina nel IX secolo a.C., diffusa anche in America, in Europa e in Egitto, si presenta con più di 300 varianti, cambia nome (1), cambia sesso ( 2), ma rimane comunque un personaggio degradato, escluso, umiliato, invisibile , nel quale il lettore ( non soltanto il bambino) si può identificare, sognando il trionfo o almeno il riscatto dalle proprie frustrazioni.
L’intreccio familiare, con padre assente o morto, matrigna e sorellastre ostili e competitive, rappresentano il conflitto familiare, inesprimibile pensando alla propria vera madre ed ai propri fratelli. Anche i simboli sono costanti nelle diverse letture. Prima fra tutte la scarpetta: come è noto, nella Cina dell’antichità, il piede piccolo era ritenuto espressione di bellezza, femminilità, eleganza al punto di imporre alle bambine calzature costrittive per non farlo crescere . La scarpetta viene descritta in diverso modo, a volte è una elegante pantofola orientale, altre volte una inverosimile calzatura di vetro ( forse , banalmente, un errore di traduzione da vair a verre, da pelliccia a vetro). Il significato simbolico della cenere è molto più complesso: rappresenta senz’altro la vita umiliante ed esclusa accanto al camino, ma anche la purificazione, l’iniziazione (3 ) e la rinascita (4 )
Gli oggetti e gli animali magici, cambiano da una versione all’altra ( mucca, uccellino, pesce, capra… fata madrina). Nella conclusione vi è sempre il matrimonio come riscatto sociale, mentre soltanto in alcune versioni si consuma la vendetta attraverso l’uccisione della matrigna o l’accecamento delle sorellastre (5). Nel corso dei secoli, Cenerentola rimane se stessa nei tratti fondamentali ma si adatta ai tempi ed ai luoghi, a seconda delle varie culture. La prima trascrizione ad opera di Charles Perrault ( 1697 e successive edizioni), scrittore alla corte del Re Sole, ebbe la forma oggi più nota, la fanciulla innocente, aiutata dalla fata madrina, concede alla fine il perdono alla matrigna. Da allora molte trascrizioni furono fatte.
Nel ‘600 in Italia Giambattista Basile, ne Lo cunto de li cunti, scrive la storia in dialetto napoletano e, soprattutto fa di Zezolla ( Cenerentola ), non una ragazza innocente ma un’assassina che uccide la sua prima matrigna . Nella versione dei fratelli Grimm ( 1812), la storia si sofferma sul rapporto tra Cenerentola e la sua vera madre morente,sulla disperazione di Cenerentola che va a piangere sulla tomba della madre. La versione dei fratelli Grimm, più lontani di Perrault dal mito greco- romano e più vicini al Romanticismo tedesco,è più cruda, la magia più rozza ( non la fata ma un albero di nocciolo e un uccellino), più truculento lo svolgimento: le sorellastre si tagliano pezzi di piede per infilarsi la scarpetta ed infine due colombe le accecano, proprio mentre assistono al matrimonio.
Fratelli Grimm
Mentre la Zezolla di Giambattista Basile è un racconto per adulti, tutte le altre fiabe popolari sono diventate, dall’inizio dell’Ottocento tradizionali letture per l’infanzia. Lo stesso Goethe le definisce così. Negli ultimi due secoli altre storie sono state scritte per bambini, sempre più adeguate alle diverse età, sempre più avventurose, istruttive, divertenti, ma le fiabe antiche conservano intatto il loro valore ,nel dare , come il mito, spiegazioni a cose inspiegabili. Nella seconda metà del secolo scorso molte fiabe, tra le quali Cenerentola, sono state trasferite sullo schermo. Il cinema , certamente ci sa raccontare fiabe bellissime , ma probabilmente, avendo un suo linguaggio specifico, può farlo con testi scritti appositamente per essere visti, la fiaba al contrario fatta di materiale impalpabile, deve essere narrata, quindi rischia, ogni volta che la si tocca, di dissolversi come una sottile, elegante ragnatela.
Note
1) i nomi di cenerentola:Cennerella, Zezolla, Petrosinella, Cinderella, Rodopi, Yeh Shen 2) nella versione tedesca e tra gli indios il protagonista è un ragazzo. 3)in alcune tribù il rito di iniziazione per l’integrazione nel gruppo avveniva tramite cospargi mento di cenere sul capo. 4)vedi rinascita della fenice 5)Nella fiaba dei fratelli Grimm le sorellastre , dopo aver tentato invano di calzare la scarpetta tagliandosi le dita dei piedi e i talloni, vanno al matrimonio di Cenerentola ma vengono accecate dalle colombe.
Bibliografia
Bruno Bettelheim Il mondo incantato Feltrinelli Vladimir Ja Propp Morfologia della fiaba Piccola Biblioteca Einaudi Italo Calvino Sulla fiaba Oscar Moderni Fratelli Grimm. Le più belle favole, Gribaudo Editore
Ricordate Godard e il suo ‘scandaloso’ manifesto della Nouvelle vague “à boute de souffle”? Ricordate la bellissima protagonista, china nell’ultima scena sul morente Jean-Paul Belmondo? Era Jean Seberg, morta suicida nel 1979 a soli quarant’anni. Era stata moglie di Romain Gary, lo scrittore francese di origine lituane. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980, Romain Gary si recò da Chervet, in place Vendôme a Parigi, e acquistò una vestaglia di seta rossa. Aveva deciso di ammazzarsi con un colpo di pistola alla testa e, per delicatezza verso il prossimo, aveva pensato di indossare una vestaglia di quel colore perché il sangue non si notasse troppo.
Jean Seberg in A bout de souffle, 1960
Nella sua casa di Rue du Bac sistemò tutto con cura, gli oggetti personali, la pistola, la vestaglia. Poi prese un biglietto e vi scrisse: <<Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove>>. L’anno prima Jean Seberg, la sua ex moglie, l’attrice americana, l’adolescente triste di Bonjur Tristesse, era stata trovata nuda, sbronza e morta dentro una macchina. Aveva 40 anni. Si erano sposati nel 1962, 24 anni lei, il doppio lui.
Romain Gary
Il colpo di pistola con cui Romain Gary si uccise la notte del 3 dicembre 1980 fece scalpore nella società letteraria parigina, ma non giunse completamente inaspettato. Eroe di guerra, diplomatico, viaggiatore, cineasta, tombeur de femmes, vincitore di un Goncourt, Gary era considerato un sopravvissuto, un romanziere a fine corsa, senza più nulla da dire. Pochi mesi dopo la sua morte, il colpo di scena: con la pubblicazione postuma di “Vie et mort d’Emile Ajar” si seppe che Emile Ajar, il romanziere più promettente degli anni settanta, il vincitore, cinque anni prima, del Goncourt con la “Vita davanti a sé”, l’inventore di un gergo da banlieu e da emigrazione, il cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi, altri non era che Romain Gary.
Roman Gary bambino
La critica ha affermato: “Vent’anni
prima di Pennac e degli scrittori dell’immigrazione araba, ecco la storia di
Momo, ragazzino arabo nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito
da una vecchia prostituta ebrea, madame Rosa”. È la storia di un amore materno
in un condominio della periferia francese dove non contano i legami di sangue e
le tragedie del mondo svaniscono davanti alla vita, al semplice desiderio e
alla gioia di vivere. Un romanzo toccato dalla grazia, in cui l’esistenza è
vista e raccontata con l’innocenza di un bambino, per il quale le puttane sono
‘gente che si difende con il proprio culo’, e ‘gli incubi sogni quando
invecchiano’.
Pierre Niney in La promessa dell’alba, 2017
Il cinema ritorna alfine nel storia di Romain con due film, entrambi con il titolo “La promessa dell’alba”, lo stesso di uno dei suoi più famosi romanzi (1960), il primo del 1970, per la regia di Jules Dassin; il secondo del 2017, per la regia di Eric Barbier con Charlotte Gainsbourg e Pierre Niney.
Quando ero bambina leggevo molti e diversi libri, in gran parte dimenticati: ricordo tutti i libri di Rodari ( riletti con i miei figli), Cuore ( spassosa rilettura con Umberto Eco[1]), I ragazzi della via Paal ( un intero pomeriggio a piangere per la morte di Nemesek), Il piccolo principe (troppo osannato, mai compreso). Ma più di tutti Pinocchio. Le emozioni che provai nel leggerlo furono vivissime: la delusione per l’ambientazione cupa e realistica della provincia toscana ottocentesca, lo squallore della povertà materiale e affettiva dei personaggi, l’impossibilità di qualsiasi identificazione col protagonista, la descrizione di una famiglia disastrata (padre single e anziano, madre assente (più propriamente alternante), con inquietanti capelli turchini. A quei tempi (quelli della mia infanzia), i bambini non avevano uno dei diritti fondamentali del bambino- lettore: non potevano non finire di leggere un libro! Oltretutto si sentivano costretti a fare esattamente tutte le cose che gli adulti si aspettavano da loro (ed erano molte). Così finii di leggerlo, ma come disse Nonmiricordochì, gliela feci pagare. Pinocchio sarebbe stato uno dei tanti libri da me letti e dimenticati, se non fosse tuttora considerato uno dei pochissimi capolavori mondiali della letteratura per l’infanzia, con centinaia di edizioni e traduzioni in quasi tutte le lingue . Di tanto in tanto esce un nuovo saggio, una nuova lettura, un nuovo film , una originale trasposizione teatrale. La critica letteraria contemporanea stroncò Collodi, considerato, a differenza di De Amicis, indifferente ai problemi sociali. Il fascismo cercò di impossessarsi del burattino considerandolo spudoratamente “patriottico”; nel secondo dopoguerra invece quasi tutti i critici letterari apprezzarono ed esaltarono Pinocchio, tra loro Zavattini, Eco, Rodari, Manganelli, Merlo. Decine di film furono tratti dal romanzo, il primo fu Pinocchio di Walt Disney del 1940. Il più bello, credo, quello di Comencini del 1972, sei puntate per la TV, sceneggiato con Suso Cecchi D’Amico. Nino Manfredi, poetico e malinconico Geppetto ed Andrea Balestri, vitale e ribelle Pinocchio, danno vita ad una storia del tutto diversa dal romanzo.
Nino Manfredi e Andrea Balestri ne Le Avventure di Pinocchio di Comencini, 1972
Lo stesso regista dichiarò in un’intervista, di aver voluto sottolineare il calore del rapporto padre figlio. La fata (Lollobrigida) , non una bambina come nel testo, ha da subito un ruolo preciso: è la moglie defunta di Geppetto. Tutti gli adulti sono meno malvagi degli originali, in particolare il Gatto e la Volpe (Franchi e Ingrassia), sono poveri imbroglioni da strapazzo, mascherati da gatto e da volpe che finiscono in miseria. Non si percepisce nel film l’aura di moralismo del romanzo ed anche nel finale, con Pinocchio che sogna la libertà e Geppetto rassegnato a rimanere nel ventre della balena, Comencini dà la sua impronta personale. Soltanto dopo molti anni mi sono riappacificata col burattino: ho capito perché lo trovavo così insopportabile: Pinocchio è una fiaba moderna,non una fiaba popolare.
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Bruno Bettelheim nel suo libro Il mondo incantato, sostiene che gli esseri umani raggiungono la maturità psicologica soltanto trovando il senso della propria vita, processo graduale di sviluppo parallelo dell’intelletto, dell’emotività e della loro interazione. Perché ciò avvenga il bambino deve avere la certezza degli affetti, il supporto dell’ambiente e della letteratura. Le favole moderne non servono a questo scopo, istruiscono, divertono o fanno entrambe le cose, ma non hanno alcun accesso ai bisogni più profondi del bambino. I genitori moderni, inoltre, preoccupati di proteggere i loro figli dalla paura, dall’angoscia e dagli eventi dolorosi, raccontano loro storie rassicuranti; questa protezione non inganna il bambino, il quale prova emozioni turbinose e contrastanti, spesso violente e distruttive. Soltanto la fiaba popolare risponde a questi requisiti. Nel racconto fiabesco, attraverso i simboli, si parla di morte, di vecchiaia, dei rapporti familiari, di figli che lasciano la casa paterna, delle difficoltà che si incontrano e di come ognuno debba superarle da solo: il senso dell’ esistenza. I contenuti della fiaba devono essere chiari, semplici, polarizzati, ( bene-male, buono-cattivo, bello-brutto); ci sarà tempo per capire le infinite sfumature di queste categorie, per ora il bambino ha bisogno di chiarezza e di sentirsi alleggerito dai sensi di colpa per i suoi pensieri “cattivi”.
…cavalcava alla luce della luna…
Per evitare di minimizzare questo dialogo del bambino col proprio inconscio, gli adulti che ne seguono la lettura, non dovrebbero affrettarsi a razionalizzare o attenuare la drammaticità della fiaba: la ragione non può nulla verso l’immaginazione. L’origine della narrazione si fa risalire a due-tremila anni fa; fiaba e mito nacquero tra le popolazioni primitive, in luoghi della Terra molto lontani fra loro. Non vi è accordo tra gli studiosi sui rapporti fra nascita della fiaba e nascita del mito, sull’ipotesi che la prima derivi dal secondo o su quella che mito e fiaba siano nati contemporaneamente, avendo ognuno le proprie peculiarità. Secondo Levi Strauss “la fiaba è una trasposizione attenuata del mito, essendo sottoposta meno strettamente al criterio della coerenza logica, della ortodossia religiosa e della pressione collettiva”. Tramandate per secoli oralmente e ampiamente diffuse nel Medio Evo, le fiabe furono raccolte e trascritte nel ‘ 600. Pochissime sono le fiabe note in confronto a quelle quasi del tutto sconosciute e soprattutto alle tantissime andate perdute.
Di volta in volta risentono di influssi religiosi, biblici, superstiziosi, sono raffinate ed elaborate oppure scarne ed essenziali a seconda che provengano da popolazioni ricche di scambi oppure di civiltà assai primitive ed isolate. Propp definisce la fiaba un’invenzione poetica, che tuttavia segue scopi precisi: nel suo libro “Morfologia della fiaba”, l’etnologo russo arriva alla tesi di un’omogeneità strutturale di tutte le fiabe, che definisce “una sottile, elegante ragnatela” e le classifica a seconda degli intrecci, delle caratteristiche e delle funzioni dei personaggi.
In polemica con Levi Strauss, spiega come, per ogni opera d’arte, la forma sia indissolubilmente legata al contenuto e che pertanto la fiaba debba essere raccontata nella maniera più precisa possibile, affinché sia sempre riconoscibile. Chiunque abbia letto qualche volta favole a un bambino, sa che egli vuole sentirle infinite volte con le stesse parole. E questo vale anche per la poesia: ogni poesia può essere raccontata con altre parole da quelle scelte dal poeta, ma certo in questo modo essa perde ogni fascino. Per lo stesso motivo le numerose trasposizioni cinematografiche delle fiabe, per quanto pregevoli, sono bellissimi spettacoli , ma non hanno niente a che vedere con “ una sottile, elegante, ragnatela”.
Bruno Bettelheim. Il mondo incantato. Feltrinelli, 1975 Vladimir J. Propp. Morfologia della fiaba. Piccola biblioteca Einaudi, 1966 Claude Lévi-Strauss. La struttura e la forma. Riflessioni su un’opera di Vladimir J. Propp In : Vladimir J. Propp. Morfologia della fiaba Italo Calvino. Sulla fiaba. Mondadori, Oscar moderni, 1996
“Rubare è roba per gente seria, mica per gente come voi! Voi, al massimo potete andare a lavorare” [Tiberio, interpretato nel film da Marcello Mastroianni]
Il triennio 1958-60 non è un periodo facile per l’Italia: la guerra è finita ormai da tredici anni, ma il Paese è lontano dall’aver completato la ricostruzione. La lunga fase politica ‘centrista’, in auge dal 1947, che ha dato vita a governi a guida DC di volta in volta alleata con PRI, PLI o PSDI è giunta al capolinea. C’è voglia di novità, di progresso sociale: è arrivato il momento di far cadere il veto dell’ingresso al governo delle sinistre. Il cinema italiano, come sempre, è attento osservatore delle dinamiche sociali e pronto ad architettare storie che raccontino questa delicata fase del Belpaese, tuttavia gli autori capiscono che è arrivato il momento di rinnovare il linguaggio per raccontare questa travagliata fase, che se da un lato nel 1957 ha visto l’apertura a Milano del primo supermercato e in molte case sono apparsi tv, frigoriferi, dall’altra vede ancora molte periferie urbane sprofondate nella miseria. Il nuovo cinema italiano, che si fa interprete di questo fermento sociale è quello di Monicelli, Risi, Comencini (di questo rinnovamento linguistico sono protagonisti anche Visconti, Fellini e Antonioni, che però oltrepassano il genere della Commedia) che sanno interpretare il cambiamento in atto, abbandonando la farsa buonista dei film degli anni ’50 per mettere in scena una critica sociale sottile e tagliente (un titolo per tutti Il sorpasso di Risi). In questo senso I soliti ignoti – Mario Monicelli, 1958; sceneggiatori: lo stesso Mario Monicelli, Suso Cecchi D’Amico, Age & Scarpelli – è un film ponte, che unisce due Italie, quella dell’immediato secondo dopoguerra, rurale, povera, profondamente analfabeta, con quella sull’orlo dell’effimero boom degli anni ’60. Emigrazione interna e tv hanno in un modo o nell’altro amalgamato gli italiani. Comincia a diffondersi un tenue benessere, ma si palesano anche contraddizioni sociali che esploderanno da lì a poco. Monicelli ne I soliti ignoti adotta il punto di vista di un microcosmo sociale povero (come farà l’anno dopo con La grande guerra, raccontato dal punto di vista di due soldati semplici, non certamente degli eroi, che simboleggiano la massa dell’esercito, la cosiddetta ‘carne da cannone’). Il regista toscano ama costruire un discorso popolaresco, fondandolo sulle più peculiari espressioni del popolo: dallo sberleffo nei confronti dei potenti, al gesticolare, al modo d’esprimersi alle soglie del vernacolare. Ne I soliti ignoti a rafforzare l’idea del microcosmo povero è lo spazio messo in scena: quello delle borgate romane, da Val Melaina alla Casilina. Il regista realizza un film che pone come grande novità la contaminazione tra comico e tragedia. Per la disillusione, da un lato, e l’ironia, dall’altro, con cui racconta il tentativo d’un gruppo di poveracci di svaligiare la cassaforte del Monte di Pietà, I soliti ignoti si distacca, come accennavamo sopra, dalle commedie degli anni ’50, che si ponevano all’insegna dell’happy end, e può essere visto come l’atto di nascita della commedia all’italiana, un cinema con la capacità di guardare alla società, di registrarne i mutamenti – il boom è alle porte – e di metterne alla berlina i difetti. L’approssimazione, per esempio, con cui i protagonisti affrontano il colpo non è anche quella con cui nel Paese si gestì il passaggio alla modernizzazione? La maschera del napoletano Capannelle(*) con la sua fame atavica ci racconta che l’Italia è abitata da sacche di povertà dove il riempire la pancia è ancora il primo problema (I soliti ignoti è entrato di diritto nella serie in tre puntate dedicata, sempre da Gianni Sarro, alla “fame” nel cinema italiano: leggi qui – NdR).
La struttura narrativa de I soliti ignoti è un racconto corale a sette voci. Vittorio Gassman / Peppeer Pantera; Totò / Dante Cruciani; Marcello Mastroianni / Tiberio; Memmo Carotenuto / Cosimo; Tiberio Murgia / Ferribotte; Claudia Cardinale / Carmelina; Carla Gravina / Nicoletta. Assunto che Gassman (**) ha una sottile ma evidente supremazia d’inquadrature, tutti gli altri godono di almeno una scena autonoma. Tutti i personaggi mostrano una profondità psicologica che rispecchia la volontà di Monicelli di mostrare un’idea di Storia e di storia come processo collettivo, in cui è protagonista la vita quotidiana. Nel film emerge la messa a punto di un cambiamento del registro comico. Fateci caso: Totò e Fabrizi facevano ridere perché erano vittime delle circostanze avverse, come anche dall’altra parte dell’oceano a cavallo della Seconda Guerra Mondiale Stanlio e Ollio; invece adesso con Gassman (e soprattutto con Sordi) il comico è prepotente, in qualche maniera diventa carnefice, aggressivo (pensiamo a come Gassman si relaziona con Capannelle), la risata scatta per la prepotenza, la fanfaronata. Anni dopo la lezione de I Soliti ignoti e più in generale della Commedia all’italiana sarà ripresa dai fratelli Coen. Il loro cinema non prevede la figura dell’eroe tout court, a tutto tondo, anzi la elimina. Pensiamo ad Arizona Junior (Coen, 1987) dove i due fratelli di Minneapolis ci mostrano il protagonista Herbert I. “Hi” McDunnough (interpretato da Nicholas Cage) antieroe simpatico e perdente, disadattato, velleitario, che tanto ci ricorda gli ‘eroi’ fanfaroni inadeguati della Commedia all’italiana.
Da YouTube, l’episodio della terrazza con Totò, da I soliti ignoti: “Buongiorno, brigadiere. Come vede… si lavicchia! Eh eh..!”
.Note
(*) –
Carlo Pisacane “Capannelle” – Guarda qui “La morte di
Abacucco“, ne L’armata Brancaleone (1966).
(**) – Fu una geniale intuizione di Monicelli (non poco osteggiata da Franco Cristaldi della Titanus film) quella di utilizzare Gassman – attore classico, presenza e voce impostate per ruoli drammatici – come attore comico, balbuziente e un po’ ’ntronato. Il successo de “I soliti ignoti”, spinse i produttori a replicare il tema l’anno successivo – mantenendo gli stessi caratteri e gli stessi attori -, con L’Audace colpo dei soliti ignoti, un film del 1959 diretto da Nanni Loy.
Una giornata particolare – film del 1977 diretto da Ettore Scola – è ambientato nei giorni della visita di Hitler a Roma, il 6 maggio 1938; nello stesso giorno avviene l’incontro fra Antonietta/Sofia Loren, una casalinga madre di famiglia e Gabriele/Marcello Mastroianni, un omosessuale in attesa di essere portato al confino. I due per qualche ora sono gli unici abitanti di un grande condominio (si tratta di Palazzo Federici, in viale XXI aprile a Roma, progettato dall’architetto Mario De Rienzi, uno dei principali esponenti del Razionalismo) poiché tutti gli abitanti sono andati alla parata organizzata in onore del Führer.
Questo breve plot riafferma (come già avvenuto in C’eravamo tanto amati e come avverrà successivamente in La famiglia e Concorrenza sleale) un aspetto centrale del cinema di Ettore Scola, ovvero realizzare film dove la Storia, in questo caso la visita di Hitler, e le storie dei personaggi di fantasia, Antonietta e Gabriele, s’intersecano. Per rafforzare l’incidere degli eventi della Storia nella quotidianità dei personaggi, Scola monta all’inizio del film immagini girate dall’Istituto Luce, che mostrano l’arrivo della delegazione nazista alla stazione Ostiense, accolta da Vittorio Emanuele III e Mussolini, quest’ultimo sempre un passo indietro al Re per ragioni di protocollo. Dopo quest’iniziale immersione nella realtà passata della Storia, Scola inizia ad esplorare il palazzo, con lenti movimenti di macchina, fino ad entrare in un appartamento dove facciamo la conoscenza di Antonietta.
Il racconto di Una giornata particolare poggia sul contrasto dei due caratteri principali. Sin dall’inizio Antonietta ci viene mostrata come un personaggio trasparente, il racconto esprime con chiarezza la realtà vissuta dalla donna, madre di sei figli, la cui bellezza è sfiorita da tempo, ingenuamente innamorata di Mussolini, ma costretta a rimanere a casa dai suoi doveri di madre e moglie, in quella giornata (particolare) così importante per il regime. A fare da contraltare ad Antonietta c’è Gabriele, personaggio opaco, tutto da scoprire, misterioso. Il punto di vista che ci viene mostrato di lui è quello di Antonietta; solo col procedere del film (a partire da una misteriosa telefonata, dove capiamo che l’uomo sta parlando col partner, del quale tuttavia non ci viene svelata nemmeno la voce) egli diventa più trasparente. Solo alla fine del film capiremo che era rimasto a casa in attesa dei poliziotti che l’avrebbero portato al confino, presumibilmente a Carbonia. C’è un elemento di più che differenzia i due personaggi: il dinamismo, a tutto vantaggio di Antonietta; è infatti il personaggio magistralmente interpretato dalla Loren a muoversi dalle sue posizioni iniziali, ad intraprendere un viaggio che la porterà a scoprire ‘mondi’ come l’antifascismo e l’omosessualità, ad aprirsi, pur se in maniera contraddittoria. Al contrario Gabriele è meno dinamico, anche se la mobilità della donna finisce col coinvolgerlo. La costruzione dei personaggi è apparentemente realizzata su una serie di opposizioni, eppure sottotraccia emergono due tratti che accomunano Antonietta e Gabriele: sono entrambi soli e emarginati (lei dalla famiglia, lui dalla società). Sono questi due tratti a determinare il desiderio di comunicare da parte dei due: da questa necessità di dialogo scaturisce il meccanismo che porta all’incontro di Antonietta e Gabriele che è poi l’architrave del racconto.
L’epilogo del film mostra Antonietta nuovamente da
sola, dopo che tutta la famiglia, rientrata dall’adunata, è ormai al letto,
mentre Gabriele è stato portato via dalla polizia. In mano Antonietta ha in
mano un libro: I
tre moschettieri, regalatole da Gabriele. Intuiamo che
la donna è diversa da quella che abbiamo visto quella stessa mattina, non
perché sia finalmente fuori dall’oppressione del marito (che l’aspetta in
camera per ‘fare un altro figlio’) e del regime, bensì perché adesso è
consapevole.
Nel romanzo Guerra e Pace, Natasha, ascoltando un’antica melodia popolare, incomincia istintivamente a danzare. Così Tolstoj sintetizza poeticamente il ritorno alle origini, alla musica, alla lingua autenticamente russe. Alla fine del XVIII secolo, infatti, nella città di Pietroburgo, costruita interamente da architetti europei, la cultura e la lingua russa erano quasi del tutto sconosciute alla nobiltà; soltanto i servi e gli schiavi parlavano russo e conservavano le antiche tradizioni. Nella seconda metà del XIX secolo, fino alla Rivoluzione di Ottobre, mentre il cuore pulsante del Paese si spostava da Pietroburgo a Mosca, scrittori come Cechov, Tolstoj e Gogol, riscoprirono le origini di ciò che era autenticamente russo. Nelle comunità contadine ritrovarono lo spiritualismo, il misticismo, l’egualitarismo; l’“anima russa” portò a una vasta produzione letteraria, musicale e pittorica ad essa ispirata.
La fanciulla di Neve, Nikolaj Roerich, 1912
Alla vigilia della Rivoluzione la nobiltà colta aveva intensi scambi con l’Occidente, dove si leggevano i classici russi e dove la lettura di Dostoevskij andava di pari passo con la diffusione delle teorie psicoanalitiche di Freud. Le profonde ingiustizie sociali, le deprivazioni cui erano sottoposti i contadini, il pesante tributo di vite umane da loro versato durante le guerre napoleoniche, portò molti nobili e intellettuali (tra i quali Tolstoj) a superare la visione idealizzata del contadino e ad abbracciare le utopie socialiste. La comparsa sulla scena mondiale dei movimenti di avanguardia coinvolse anche la Russia negli anni della Rivoluzione, acquisendovi caratteristiche del tutto peculiari. La reciproca influenza tra rivoluzione e arte, per alcuni anni sembrò dare vigore a entrambe. Lo spirito rivoluzionario incontrò l’avanguardia nel totale rifiuto della cultura russa e non russa del periodo precedente; Majakovskij bollò come paccottiglia estetizzante tutto ciò che era stato prodotto fino a quel momento. Anche le innovazioni tecnologiche furono un punto d’incontro tra politica e cultura: il modernismo, l’adozione delle macchine nelle fabbriche e l’incredibile fascino che esse esercitavano, sono documentati dal cinema americano dell’epoca (B. Keaton e C. Chaplin) molto conosciuto in Russia. Tuttavia l’anima russa si ritrova spesso nelle opere dell’Avanguardia, nella pittura di Chagall, nella musica di Stravinskij e di Shostakovic, nonché nei Ballets Russes nati dal genio di Diaghilev.
Vita Variopinta, Kandinski, 1907
I futuristi, gli artisti di sinistra, gli uomini di teatro e di cinema, si proponevano di costruire l’uomo sovietico, modellandone la coscienza; i costruttivisti in particolare, si definivano “tecnici” oppure “costruttori “di abitazioni collettive, di oggetti di uso quotidiano, di manifesti di propaganda, rifiutando così di chiamarsi artisti. Film con attori presi dalla strada, orchestre senza direttori, sinfonie con rumori industriali nel sottofondo[1], furono alcune delle sperimentazioni dell’epoca, non sempre comprese dai contemporanei. Celebre il fiasco di Chagall, il quale aveva dipinto per le strade di Vitebsk una mucca verde e un cavallo che vola. Sul finire degli anni ’20, quando ormai l’arte russa aveva una dimensione sicuramente internazionale, vi fu una stretta da parte del Regime che impose la censura e, spesso, diede il via a vere e proprie persecuzioni di scrittori, musicisti, cineasti. Nel 1928 Stalin approvò il primo Piano Quinquennale, col quale si proponeva di imprimere un’accelerazione allo sviluppo economico ed anche allo sviluppo della Rivoluzione Culturale: fu un attacco frontale all’ideologia borghese, nascosta, a suo dire, tra gli stessi intellettuali di avanguardia; ne furono vittime alcuni scrittori come Bulgakov[2] e Zamjatin[3], mentre, perfino Gorkij e Pasternak (amico personale di Stalin), erano guardati con sospetto. Erano ormai lontani i tempi delle avanguardie rivoluzionarie impegnate a costruire una vera cultura proletaria. Tutti gli scrittori e i più importanti musicisti dell’Ottocento furono riproposti come antesignani del realismo socialista; nel centenario della morte, Puskin fu celebrato come “fondatore del comunismo”. Il Cinema, che era stato definito da Lenin “la più importante delle arti”, fu umiliato con l’inondazione di film musicali, pseudo western, commedie romantiche e tutto quello che poteva diffondere ottimismo di regime. Il cinema, strumento innovativo, agile e moderno, fu subito individuato dalla politica come mezzo ideale di propaganda anche tra le masse meno acculturate. A differenza del teatro (un gioco, un semplice svago), esso è ritenuto, infatti, più realista, frutto di moderna tecnologia e quindi più attrattivo poiché si presta a essere proiettato in locali di fortuna, anche nei paesini più sperduti dell’immenso territorio nazionale. In questo modo si riteneva che avrebbe facilmente raggiunto i giovani, formandone le menti e sostituendosi a chiese e osterie, tradizionali luoghi d’incontro, svolgendo così un’efficace azione di propaganda politica. In questo contesto Dziga Vertov, con sua moglie, suo fratello e un operatore, fondò il gruppo Kinok (kino–cinema e oko-occhio). Il gruppo girò vari film per gli agit-prop sovietici e, durante la guerra civile li diffuse portandoli col treno tra i contadini, proponendosi di “vedere e mostrare il mondo in nome della rivoluzione proletaria”.
Cineocchio di Dziga Vertov
Il kinoki, in sostanza, non vuole essere l’equivalente del “cinema vérité” europeo, cioè semplicemente naturalista e oggettivo, ma rimaneggiamento delle immagini in modo simbolico. L’uomo con la macchina da presa è tutto questo, e soprattutto interroga lo spettatore sul che cosa sia veramente la macchina da presa: una finestra sulla vita oppure qualcosa che produce essa stessa una realtà? In questo clima di fermento innovativo, nacque una nuova tecnica destinata a cambiare per sempre il cinema: il montaggio, ovvero la giustapposizione delle inquadrature al fine di creare reazioni emotive più forti. Durante la guerra civile, dovendo risparmiare al massimo la pellicola, Kuleshov tagliava e assemblava gli spezzoni di film; così facendo si accorse che ciò dava maggiore efficacia alle immagini. Per dimostrare la validità della propria teoria, fece il seguente esperimento: montò la stessa inquadratura del primo piano di un attore con tre diverse sequenze, un piatto di zuppa, una salma di donna in una bara e un bambino che gioca; il pubblico “vide”, rispettivamente, la fame, il dolore, la gioia.
Lev Kuleshov
Lev Kuleshov, la cui notorietà è legata quasi esclusivamente all’invenzione del montaggio, fu in realtà un raffinato teorico del cinema[4], un regista notevole[5] e un grande maestro, alla cui scuola (l’Accademia del cinema di Mosca), si formarono registi come Pudovkin ed Ejzenstejn, i quali utilizzarono il montaggio, adattandolo ciascuno al proprio stile. L’introduzione di questa tecnica portò alcuni cambiamenti sostanziali nella cinematografia: il contrappunto, contrasto tra suono e immagine, la velocizzazione del ritmo musicale e soprattutto cambiò la recitazione, accentuando la mimica. Il famoso metodo Stanislavski, l’identificazione dell’attore col personaggio mediante la rievocazione delle proprie esperienze emotive, fu apertamente avversato da Mejerchold, il quale proponeva una preparazione fisica dell’attore, mediante esercizi ginnici, spesso acrobatici, mediante il ballo[6], la scherma etc. D’altronde lo spirito del tempo era molto propenso a usare la tecnica in ogni campo: nascono i primi robot[7], il modernismo e vi è una fiducia assoluta nelle macchine, che diventano così ugualmente importanti in teatro, nel cinema e in fabbrica.
Ejzenstejn
“Un formicaio di reclute inesperte dalla faccia fresca si spostava lungo percorsi ben definiti con precisione e disciplina e lavorava in armonia per costruire un ponte… da qualche parte nel formicaio mi muovevo anch’io… era un semplice e armonioso modello di perpetuum mobile… meravigliosa euritmica polifonica esperienza di costruire qualcosa… accidenti se era bello! Il ponte di barche mi svelò per la prima volta un piacere che non mi avrebbe più abbandonato”. Così Sergej M. Ejzenstejn scrive nelle sue memorie Come diventai un regista, riferendosi alla sua esperienza di ingegnere arruolato nell’Armata Rossa. Meravigliosa armonia che avrebbe sempre cercato di ricostruire nei suoi film di massa Sciopero e Ottobre.
Ottobre di Sergej M. Ejzenstejn, 1928
La vastità degli interessi culturali, dal teatro alla letteratura, alle arti figurative, alla saggistica; la sua originalità stilistica di regista rivoluzionario, mai prono ai pressanti condizionamenti della politica, ne fanno un pilastro della cultura e del cinema internazionale. Nato a Riga nel 1898 da famiglia ebrea russo-tedesca, studiò ingegneria a Pietroburgo e nel ’17 partecipò a una manifestazione bolscevica, durante la quale cecchini della polizia, appostati sui tetti della prospettiva Nevsky, spararono contro i manifestanti. Nel 1920 a Mosca Ejzenstejn trovò un ambiente artistico straordinariamente innovativo e stimolante. Figure di primo piano dell’Avanguardia erano Mejerchold, studioso di Commedia dell’Arte e teatro Kabuki e autore di spettacoli teatrali molto stilizzati, il già citato Kuleshov, divenuto poi per breve tempo suo maestro, e Majakovskij (poeta, attore, drammaturgo). Con loro collaborò alla rivista LEF (fronte di sinistra delle arti), nella quale espose, in un articolo del 1923, la propria teoria del montaggio delle attrazioni, ovvero del montaggio concettuale, fatto in modo da creare emozioni scioccanti nello spettatore. Il primo film nel quale il regista mise in atto questa sua teoria fu Sciopero (1924), nel quale fu usato anche il typage, l’attore preso dalla strada proprio perché non fosse di per sé un personaggio, ma rappresentasse un’intera classe sociale. L’opera con la quale la fama di Ejzenstejn si diffuse in tutto il mondo per la forte carica rivoluzionaria in essa contenuta fu La corazzata Potemkin del 1925. Scritto per celebrare l’anniversario della rivolta del 1905, distorce sapientemente i fatti (nessuna sparatoria ci fu sulla scalinata di Odessa), con l’intento dichiarato di esaltare la Rivoluzione. Il montaggio alternato e rallentato conferiscono maggiore drammaticità alle scene. Dopo il successo internazionale del film, il regista si recò a Parigi, Hollywood e Messico per lavoro; nessuna delle opere progettate in quegli anni fu portata a compimento. Tornato in patria nel ’34, gli fu richiesto di girare film di propaganda (il clima politico era molto mutato); Ejzenstein cominciò a lavorare su un racconto di Turghenev, Prato di Bezin, ma poiché l’autore gli conferì un significato più psicologico e umano che politico, il film fu bruciato. Ne rimangono soltanto alcuni frammenti di straordinaria bellezza. Nel 1938 S. Ejzenstejn girò un film, debitamente autorizzato, tratto da un melodramma ottocentesco, ispirato all’eroico difensore della Russia del tredicesimo secolo: Alexander Nevskij. Stilisticamente il film presenta grandi differenze con i precedenti: è un film sonoro, ha un impianto teatrale sottolineato dalla musica grandiosa e d’ispirazione wagneriana di Prokofiev, ma soprattutto il regista abbandona il montaggio e il contrappunto tra suono e immagine, operando al contrario una sintesi. La pellicola ebbe successo e piacque anche a Stalin ma le proiezioni furono interrotte dopo il patto Molotov-Ribbentrop per le evidenti allusioni al Nazismo. Nel ‘41 S. Ejzenstejn iniziò a lavorare a Ivan il Terribile; nelle intenzioni del regista, la pellicola, ispirata al Boris Gudunov di Puskin, doveva rappresentare la tragedia della tirannia (si era in piena repressione staliniana). La scena conclusiva avrebbe dato senso a tutto il film: lo zar si confessa davanti all’affresco del Giudizio Universale, mentre un monaco legge a voce alta la lista infinita delle sue vittime. L’opera fu autorizzata perché Ivan rappresentava per Stalin un modello: aveva lottato contro i Boiardi e aveva protetto il Paese dall’influenza straniera; inoltre la vicenda dello zar spiegava come, per Ivan e per Stalin, il fine di mantenere unito lo Stato giustificasse i mezzi, violenti, spesso spietati.
Ivan il Terribile, di S. Ejzenstejn, 1944
Ivan il terribile avrebbe dovuto essere una trilogia: la prima parte fu molto apprezzata e il regista ricevette un premio, ma le parti successive non videro mai la luce; poiché non furono mai approvate, né il regista volle mai cambiarle fino alla sua morte avvenuta nel ‘48. La seconda Guerra Mondiale costò all’Unione Sovietica milioni di morti; quando i Nazisti entrarono sul suolo russo, Molotov in un discorso alla radio parlò di guerra patriottica per la terra natale, l’onore e la libertà. Si fece appello all’unità nazionale per battere il nemico e perfino la Chiesa fu coinvolta per meglio raggiungere la popolazione rurale. I rapporti tra cultura e politica furono alquanto diversi durante la guerra, il cinema abbandonò i temi cari al comunismo e si produssero più film di esaltazione degli eroi nazionali. Nel settembre del ‘41 i tedeschi raggiunsero Leningrado e la tennero sotto assedio fino al gennaio del ‘44: 870 giorni, un milione di morti. Shostakovic, rimasto a Leningrado, partecipò, in un primo periodo, alla difesa della città facendo il pompiere. Sotto le bombe e a lume di candela, incominciò la stesura della Settima sinfonia. Sfollato, poi, in una cittadina sul Volga, l’odierna Samara, completò la sinfonia di notte, su un pianoforte verticale piuttosto mal ridotto. Al mattino la Settima sinfonia fu completata e l’autore scrisse con inchiostro rosso la dedica “Alla città di Leningrado”.
Sinfonia N.7 Leningrado di Shostakovich
L’opera, eseguita dall’orchestra del Bolshoi, fu trasmessa alla radio in tutto il Paese il 5 marzo del ’43 e successivamente molte altre volte all’estero, durante e dopo l’assedio. Vi si legge certamente un omaggio alla classica bellezza della città, ma al di là della sontuosità trionfalistica, gradita al Cremlino, si avverte anche il tono malinconico della satira e del dissenso soffocato.
BIBLIOGRAFIA -Orlando Figes. La danza di Nataša. Storia della cultura russa (XVIII-XX secolo). Piccola biblioteca Einaudi (traduzione di M. Marchetti), 2004 -Arnold Hauser. Storia sociale dell’arte. Piccola biblioteca Einaudi, 1956 -Gianni Rondolino e Dario Tomasi . Manuale di storia del cinema .UTET, 2014 -Pietro Montani. Avanguardia sovietica in Enciclopedia del cinema, 2003. Treccani.it
[1] Nella sinfonia numero 2 in si maggiore di Shostacovic, Ottobre, si ode la sirena di una fabbrica. [2] I romanzi più contestati a Bulgakov furono Cuore di Cane e Uova fatali.[3]Noi di Zamjatin sviluppava il tema della meccanizzazione nelle fabbriche con la trasformazione degli uomini in macchine in un’ipotetica futura società assolutistica. [4] Kuleshov scrisse diversi saggi di tecnica cinematografica, fra i quali L’arte del cinema, 1929. [5] Film diretti da Kuleshov: Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi, 1924; Il raggio della morte,1925; Secondo la legge, 1926; Il grande consolatore, 1933. [6] Metodo Delcroze, euritmica, musica e movimento. [7] La parola robot, coniata in questo periodo, deriva dal russo -polacco robotat, lavorare.
di Gianni Sarro https://www.ponzaracconta.it/2019/09/08/la-storia-raccontata-dai-film-10-la-memoria-dell8-settembre-nel-cinema/ L’8 settembre 1943 il Regno d’Italia collassa. Sono le 19.43 quando la radio trasmette lo scarno comunicato del maresciallo Badoglio che annuncia la firma dell’armistizio tra Italia e Anglo-Americani. Nella Penisola esplode l’entusiasmo (più o meno lo stesso che tre anni prima, il 10 giugno del 1940 aveva accolto le roboanti parole con le quali Mussolini annunciava l’entrata nel secondo conflitto mondiale), il pensiero di tutti è che la guerra è finita.
Invece no. La mattina dopo, il 9 settembre, la fuga del Re e dei vertici dell’esercito verso il sud Italia, già liberato dagli Alleati, spezza il Paese in due: i Tedeschi che avevano intuito il passo indietro italiano, in men che non si dica, con le armate attestate in Alto Adige e con quelle che si stanno ritirando dalla Sicilia, occupano mezza Italia, da Roma in su. L’Italia aveva sfiorato il collasso istituzionale già all’indomani della disfatta di Caporetto, nell’ottobre del 1917, che tuttavia fu evitato per un pelo. Viceversa dopo l’8 settembre la frittata è fatta: il Regno d’Italia evapora, sparisce, il Paese è spezzato in due e la rovina nazionale consumata. L’8 settembre è a tal punto una data schock nella Storia italiana, che non serve nemmeno specificare l’anno affinché sia chiaro di cosa stiamo parlando. Per far sì che venga mantenuta la memoria di tale sfracello (per comprenderne bene la portata, bisogna capire che il punto non è se era giusto o meno uscire dalla guerra, bensì quello che uno Stato non può voltare le spalle a sé stesso, evaporare, squagliarsi, non farsi trovare al proprio posto dall’oggi al domani, in barba ad ogni etica) e capire cosa ha rappresentato nella realtà e nell’immaginario dell’Italia, di allora e di oggi, il cinema è uno strumento fondamentale. La narrazione cinematografica dell’8 settembre è ricca e articolata, principalmente nel triennio 1960-62, quando in Italia si fa strada l’ipotesi di una fase politica riformista che sfocerà nel primo governo di centro-sinistra, che vede la partecipazione del P.S.I di Nenni e alla presidenza del consiglio Fanfani. Il rinnovato clima politico ha tra le sue peculiarità quello di far riscoprire l’antifascismo come valore comune. Questa riscoperta è una sorta di via libera anche per il cinema, che in quel triennio sforna venticinque titoli che parlano del fascismo, e quindi anche dell’otto settembre. Tra i titoli più interessanti, per le diversità stilistiche che intercorrono tra di loro, ricordiamo Tutti a casa, di Luigi Comencini del 1960, Il carro armato dell’otto settembre, di Gianni Puccini, del 1960, I due marescialli, di Sergio Corbucci del 1961, Le quattro giornate di Napoli, di Nanni Loy del 1962, I due colonnelli, di Steno del 1963, In nome del popolo sovrano, di Gigi Magni del 1990, Mediterraneo, di Gabriele Salvatores, del 1991.
Di Tutti a casa abbiamo trattato l’anno scorso (leggi qui). Mi piace, tuttavia, ricordare un passaggio, la battuta fulminante del tenente Innocenzi, interpretato da Sordi: ‘I tedeschi si sono alleati con gli americani’ (nel senso che entrambi sparavano addosso agli italiani!). Quelle parole sono l’emblema del caos regnante. La sottolineatura del cortocircuito avvenuto nella catena di comando dell’esercito italiano costò al film un pesante boicottaggio da parte delle forze armate, che negarono l’uso di veri carri armati costringendo la produzione a ricorrere a quelli di cartapesta. Il carro armato dell’8 settembre di Gianni Puccini fu messo in cantiere contemporaneamente al film di Comencini. Usciti a distanza di pochi giorni (il primo il 24 settembre del 1960, il secondo il 27 ottobre) al botteghino registrano risultati commerciali opposti: un fiasco il primo, un successo il secondo. Perché? La spiegazione è semplice: Comencini realizza un’alchimia efficace tra Commedia e Tragedia, dimostrando di aver mandato a memoria la lectio magistralis impartita da Monicelli con La grande guerra (film, fateci caso, che a dispetto del titolo, allude alla Seconda Guerra Mondiale) che consiste nel mostrare come la Commedia può affrontare anche argomenti alti e drammatici, soprattutto quando la Storia ci mostra che alcuni suoi protagonisti sono dei personaggi da operetta. Al contrario il film di Puccini sconta un approccio troppo didascalico, quasi fosse un riassunto per un sussidiario scolastico. E dire che tra gli sceneggiatori c’è anche Pasolini.
Le quattro giornate di Napoli, di Nanni Loy sceglie una narrazione basata su ricerche d’archivio, lo stile adottato dal regista sembra scegliere un punto di vista oggettivo, tradito in parte, come nota acutamente Morando Morandini nel suo Dizionario dei film da una colonna sonora in cui c’è: ‘..qualche tarantella di troppo…’. Ad ogni modo il film piacque molto alla stampa specializzata, con qualche distinguo per quel che riguarda la critica di sinistra che trovò contraddittoria la scelta di Loy di non mostrare nessun fascista ‘cattivo’, come, viceversa, aveva fatto due anni prima Florestano Vancini in La lunga notte del ’43. Anche il pubblico premiò il film, che colse un ottimo risultato al botteghino, registrando un incasso intorno ai 700.000.000.
La narrazione dell’8 settembre mostrata da I due marescialli e da I due colonnelli ha la caratteristica della commedia farsesca, in entrambi il protagonista è Totò, affiancato da De Sica nel primo e da Walter Pidgeon nel secondo. Tuttavia uno sguardo attento può notare che, come nel film di Loy, da un lato ci sono i cattivi per antonomasia, ovvero i Tedeschi, dall’altra gli Italiani (che siano Carabinieri, soldati, semplici cittadini) mentre la figura del fascista è rappresentata come una macchietta. Da notare come sia in I due marescialli, che ne I due colonnelli è Roland Bartrop a prestare il suo volto al personaggio dell’ufficiale esaltato e crudele. A chiudere il cerchio è Gerard Herter il generale tedesco ne I due colonnelli, ma soprattutto l’ufficiale austriaco de La grande guerra.
Mediterraneo, del 1991, guarda la Storia da lontano, non riesce ad identificarvisi. La Storia per Salvatores è avvolta nella nebbia, l’autore si distacca dalla realtà. Bisognerà aspettare l’irruzione del Cavaliere e lo sdoganamento della destra per vedere il cinema ridestarsi. Tra i registi italiani più giovani solo Mario Martone con Noi credevamo del 2010 dimostra di saper affrontare la grande Storia con mano ferma. Una diversa lettura dà del film “Mediterraneo” la sociologa e storica americana Kristin Lawler in un articolo pubblicato sul sito dal titolo: “L’identità mediterranea. L’antifascismo del mare” – NdR]. Infine una nota divertente e in qualche modo provocatoria. Mi riferisco alla scelta d’includere nell’elenco dei film dedicati all’8 settembre In nome del popolo sovrano di Gigi Magni.
Il film, come del resto tutti quelli di quest’autore a volte sottovalutato, ha una duplice lettura (che abbiamo sottolineato anche per La grande guerra), quella di narrare la vicende della Repubblica romana (1949) che ha il suo incipit con la precipitosa fuga di Pio IX che tanto ricorda un’altra fuga, altrettanto precipitosa e esecrabile: quella di Vittorio Emanuele III il 9 settembre del 1943.
SECONDA STAZIONE dove si parlerà dell’indimenticabile Pietro Cossa, e del cinema. Ma anche di grandi trasformazioni e dei movimenti di una stazione.
Dopo aver lasciato la scalinata ed esserci avviati, scendendo per Via Dandolo, verso la prossima Stazione, sotto occhi benevoli e protettivi
Murale in Via Morosini, opera di My Dog Sighs
ci fermiamo sull’angolo tra Via Morosini e Viale Trastevere: è la nostra seconda Stazione, dove avremo modo di parlare un po’ di Cinema(tografi) e delle trasformazioni del Rione. Questa è l’area della città in cui si è avuta, storicamente, la maggiore presenza di sale cinematografiche, anche se nel presente, ovviamente, sono diminuite, secondo le dinamiche del settore. (passando dalle 13 sale nel periodo di massima presenza alle attuali due, il cinema Intrastevere e il Nuovo Sacher). Qui, nell’angolo tra via Morosini e viale Trastevere, si trovava il Teatro Pietro Cossa, divenuto, con l’avvento del cinema, il primo cinematografo del Rione.
Teatro Pietro Cossa, Viale Trastevere
Questa sala, demolita a causa della costruzione dell’ Ospedale Nuovo Regina Margherita, era costruita parte in muratura e parte in legno e ricoperta da una semplice tettoia. Era stata eretta nel 1900 su progetto dell’architetto Achille Salvadori. Ettore Petrolini nel 1900 vi debuttò a 16 anni. Un’altra sala di proiezioni, legata anch’essa ad un’integrazione con attività teatrali, era la sala “Amor”: la sala del Teatro era stata ricavata nei locali al piano terra dell’ ex Monastero di S. Apollonia, vicino Santa Maria in Trastevere, e vi si esibivano alcuni dei principali artisti dell’epoca, come L. Fregoli e Petrolini; nel 1910 iniziarono le proiezioni cinematografiche. Successivamente, dopo essere stato trasformato in locale notturno, agli inizi degli anni ’60 tornò ad essere esclusivamente teatro, con il nome di Teatro Belli. Con l’inizio degli anni trenta si realizzarono nel rione numerose sale, a cominciare dal cinema teatro La Marmora, in via Natale del Grande (trasformato nel Cinema America negli anni 60′), il Novocine in via Cardinale Merry del Val dedicato esclusivamente alle proiezioni cinematografiche e che, nel 1988, dopo un lungo periodo di chiusura, verrà riaperto con il nome di Alcazar e poi chiuso nel 2016); il cinema teatro Reale, inaugurato nel 1939, ubicato sul viale del Re (attuale Viale Trastevere), in seguito trasformato in multisala e recentemente chiuso. Poco distante da quest’ultimo, sempre sul viale venne aperto il cinema Esperia (poi cinema Roma ed infine da alcuni anni chiuso ) del dopolavoro dei Poligrafici dello Stato, dedicato esclusivamente a proiezioni cinematografiche, che ospitò anche le attività del Centro Cinematografico Popolare , organizzato e diretto da Mino Argentieri per l’Ente di Patronato INCA/CGIL . Venivano proiettate pellicole non commerciali e di particolare impegno politico ed artistico; l’iniziativa ebbe un’intensa ma breve attività culturale, osteggiata e poi interrotta dalle autorità. Il film che causò la chiusura fu Die Letze Chance di Leopold Lindberg ( titolo italiano L’ultima Speranza , premiato a Cannes 1945) che fu proiettato in versione integrale , sfidando la censura italiana, che aveva eliminato alcune scene. La costruzione della GIL (arch. Luigi Moretti 1937) e del Dopolavoro dei Monopoli di Stato (arch. Ettore Rossi 1938) in largo Ascianghi, hanno arricchito Trastevere di altre due sale cinematografiche: il cinema Induno e il cinema Nuovo, ma di queste parleremo in una successiva stazione. Negli anni ’70, la trasformazione di Trastevere in area culturale di Roma , vide l’affermarsi di due piccoli cinema “ specializzati “: il cinema Pasquino in vicolo del Piede, dedicato a proiezioni in lingua inglese e il Filmstudio in via degli Orti d’Alibert, che proiettava pellicole fuori dal circuito commerciale: fu proprio in questo locale che venne proiettato per la prima volta “Io sono un autarchico ” di Nanni Moretti. Completavano il panorama dell’offerta i due piccoli cinema parrocchiali (i “pidocchietti”) di S. Francesco a Ripa e di S. Crisogono. L’ultima sala aperta nel rione è la multisala Intrastevere. Dalla nostra posizione di osservazione, se volgiamo lo sguardo alla nostra destra e poi alla nostra sinistra, abbiamo sotto gli occhi il fattore primo di una grande trasformazione urbanistica che, a partire dal 1886, quando fu realizzato, modificherà completamente il quartiere: il viale Trastevere. Il RioneTrastevere, sino all’annessione della città al nuovo Stato unitario, era strutturato secondo due principali assi viari:
Pianta del Censo, 1866
-Via della Lungaretta (in azzurro) che ricalcava l’antico asse romano che conduceva all’attraversamento del Tevere -Via di San Francesco a Ripa (in rosso) realizzata sotto Paolo V, che collegava S. Maria in Trastevere a S. Francesco a Ripa e al retrostante scalo di Ripa Grande (agevolando così il passaggio dei pellegrini verso S. Pietro). La cinta delle Mura Gianicolensi ne definiva i limiti verso l’esterno, lasciando comunque all’interno grandi spazi di non edificato che conferivano alla zona un carattere semirurale. Alla fine degli anni ’50, due interventi voluti da Pio IX avevano cominciato a produrre delle trasformazioni importanti: -l’unificazione delle attività di trasformazione dei tabacchi, prima ripartite tra i laboratori dell’ Istituto San Michele, quelli di Santa Maria dell’Orto e quelli di Via Garibaldi, nella nuova Manifattura dei Tabacchi (in verde); nel 1863 verrà poi realizzato il “Quartiere Mastai” progettato dall’arch. Busiri Vici comprendente abitazioni e servizi per gli operai che vi lavoravano.
Manifattura Tabacchi in Piazza MastaiManifattura Tabacchi in Piazza MastaiManifattura Tabacchi: Sala delle culleManifattura Tabacchi: Sala dell’allattamento
-la realizzazione della ferrovia Roma – Civitavecchia, la cui stazione di testa verrà realizzata vicino Porta Portese
Ferrovia Roma-Civitavecchia :la Stazione pontificia a Porta Portese
ed inaugurata nel 1859, che garantirà un più saldo legame tra la città ed il Porto, dato fondamentale questo, per la accentuata caratterizzazione che aveva Trastevere come area a vocazione industriale-produttiva nel quadro della città. I due interventi sono naturalmente molto attrattivi di traffici, movimenti e trasformazioni, anche se il collegamento tramite il nuovo Ponte dell’Industria con la Stazione Termini (1863) determinerà ben presto il momentaneo declassamento della Stazione Trastevere che, come vedremo, verrà più volte spostata. Nel Piano Regolatore del 1883,
Piano Viviani, variante 1886
redatto da Alessandro Viviani, era prevista la realizzazione dell’asse di collegamento tra le aree centrali ed il Trastevere; questa previsione, unita alla successiva variante, genereranno il sistema Via Arenula, Ponte Garibaldi, Viale del Re. Nella sua attuazione, l’impatto sarà ovviamente distruttivo rispetto alle parti di tessuto urbano coinvolte: in Trastevere verranno demoliti parti molto consistenti di tessuto antico, tra Via della Lungara e Via dei Vascellari, a cui si aggiungerà la demolizione di parte del nuovo “Quartiere Mastai”, l’interruzione della continuità di Via di S. Francesco a Ripa e la demolizione di un tratto delle Mura Gianicolensi. Il nuovo asse stradale, concepito secondo gli schemi “torinesi”, o, se vogliamo, “parigini”, con una carreggiata centrale di grande ampiezza e due fasce laterali pedonali ed alberate, anch’esse di notevoli dimensioni, è completamente fuori scala rispetto al tessuto preesistente (come d’altra parte nel resto degli interventi contemporanei in Roma) e squarcia l’abitato in due settori distinti e, da allora, non più comunicanti. Il viale, originariamente denominato “Viale del Re”, ha una lunghezza di quasi 2,5 km, si inoltrava nell’area non abitata che aveva inizio da Piazza Mastai e proseguiva oltre le mura sino alle estreme pendici del Gianicolo là dove poi, nel 1910, verrà realizzata la terza versione della Stazione Trastevere, quella che noi oggi conosciamo. L’apertura del Viale del Re determinerà l’urbanizzazione della porzione intramuraria delle pendici del Gianicolo (Monteverde vecchio, area di San Cosimato, Via Mameli ecc.) e, naturalmente, della zona pianeggiante attraversata; l’architettura delle nuove aree costruite rispetterà ovviamente il nuovo paradigma piemontese, fabbricati compatti, di 6/7 piani, in lotti di grandi dimensioni per la nuova borghesia impiegatizia, e fabbricati a “villini” , di livello decisamente superiore, per la borghesia delle professioni e dei commerci. Accennavamo, in precedenza, alle “migrazioni” della stazione: l’iniziale, in prossimità della Porta Portese, viene in brevissimo tempo obliterata e sostituita, nel 1889, da una nuova e più funzionale stazione collocata sul nuovo viale, all’altezza dell’attuale Piazza Ippolito Nievo;
Stazione Trastevere in Piazza Ippolito NievoViale del Re
anche da qui verrà presto spostata: la realizzazione del Ponte San Paolo, che consentirà un miglior collegamento con la Stazione Termini, la trasformerà definitivamente in una stazione di transito, più razionalmente posizionata sul prolungamento della Roma Civitavecchia (1910) in Piazza Flavio Biondo, mentre la vecchia struttura continuerà a funzionare come scalo merci ed officina veicoli sino al 1950.