Il cinema e la vita secondo Sir Alfred

Mercoledì 14 agosto 2019
di Stefano Testa

Abbiamo il piacere di ospitare sul Blog un articolo di Stefano Testa – avvocato con l’hobby del giornalismo, come lui stesso si definisce -, conosciuto attraverso complicati giri epistolari via mail e le collaborazioni intercorse tra Latina Oggi e Ponzaracconta.
L’argomento è dei più ghiotti, per un cinefilo.
Buona lettura
S. R.

Il 13 agosto del 1899, e dunque 120 anni fa, nasceva a Leytonstone, un quartiere dell’East End di Londra, Alfred Hitchcock, unanimemente considerato uno dei personaggi più importanti della storia del cinema. Per tutti coloro i quali volessero approfondire la figura e l’opera del grande regista britannico, invito vivamente alla lettura di uno splendido volume edito in Italia da Il Saggiatore, ed intitolato “Il cinema secondo Hitchcock”.

Si tratta di una lunga intervista (di oltre cinquecento domande), realizzata nel corso di diversi anni da un altro grande maestro del cinema mondiale, e precisamente da François Truffaut, con l’obiettivo di svelare al pubblico i segreti di «un uomo incredibile e di un regista straordinario».
Il famoso regista francese, nella prefazione del libro, spiega le motivazioni che lo indussero a realizzare questo insolito “progetto giornalistico”: egli voleva rendere giustizia al collega inglese il quale, nonostante i numerosi successi che avevano costellato la sua lunga carriera, non era tuttavia adeguatamente stimato dalla critica cinematografica americana. Ed infatti, in proposito, così scrive: «Non si tratta di ammirare estaticamente l’opera di Alfred Hitchcock, né di definirla perfetta, ineccepibile e senza alcuna imperfezione. Penso soltanto che la sua opera sia stata finora così gravemente sottovalutata che è importante prima di tutto darle il suo giusto posto tra i primissimi… anche i suoi denigratori sono d’accordo nell’assegnargli il titolo di primo tecnico del mondo… come l’hanno ben definito Eric Rohmer e Claude Chabrol, Alfred Hitchcock non è né un narratore di storie né un esteta, ma “uno dei più grandi inventori di forme di tutta la storia del cinema. Solo, forse, Murnau ed Eizenstejn possono, su questo argomento, sostenere il paragone con lui… la forma qui non abbellisce il contenuto, lo crea”.
Il cinema è un’arte particolarmente difficile da dominare per la molteplicità delle doti – a volte contraddittorie – che esige. Se tante persone molto intelligenti o molto creative hanno fallito nella regia, la ragione è che lo spirito di analisi e lo spirito di sintesi che, tenuti simultaneamente all’erta, permettono di eludere le innumerevoli trappole create dalle frammentazioni del decoupage delle riprese e del montaggio dei film… ogni inquadratura è un’informazione che si dà al pubblico…

Hitchcock ha scelto di esprimere tutto visivamente… si trova ad essere prati-camente l’unico a filmare direttamente, cioè senza ricorrere al dialogo esplicativo dei sentimenti come il sospetto, la gelosia, il desiderio, l’invidia… è il solo cineasta in grado di filmare e renderci percettibili pensieri di uno o più personaggi senza ricorrere al dialogo, il che mi autorizza a vedere in lui un regista realista… lo stile di Hitchcock si riconosce anche in una scena di conversazione tra due personaggi, semplicemente dalla qualità drammatica dell’inquadratura, dal modo realmente unico di distribuire gli sguardi, di semplificare i gesti, di ripartire i silenzi nel corso del dialogo, dall’arte di creare nel pubblico la sensazione che uno dei due personaggi domina l’altro, quello di suggerire, al di fuori del dialogo, tutta un’atmosfera drammatica precisa, l’arte infine di condurci da un’emozione all’altra, seguendo la sua sensibilità… il cinema di Hitchcock non sempre è esaltante, ma arricchisce sempre, se non altro per la grandissima lucidità con la quale denuncia le offese fatte dagli uomini alla bellezza e alla purezza.
Se siamo disposti ad accettare l’idea che il cinema non sia inferiore alla letteratura credo che sia necessario classificare Hitchcock nella categoria degli artisti inquieti, come Kafka, Dostoevskij, Poe. Questi artisti dell’angoscia non possono evidentemente aiutarci a vivere, perché vivere per loro è già difficile, ma la loro missione è di dividere con noi le loro ossessioni. Con questo, ed anche eventualmente senza volerlo, ci aiutano a conoscerci meglio, il che costituisce un obiettivo fondamentale di ogni opera d’arte».

La prima cosa che si percepisce, leggendo il libro di Truffaut, è la “complicità professionale” che esiste tra i due grandi registi (i quali, conversando degli oltre cinquanta film girati da Hitchcock durante la sua carriera, offrono al lettore una visione molto tecnica delle sceneggiature, delle riprese, della recitazione, e degli aspetti produttivi). Tuttavia, tra di loro, sembra esistere un inspiegabile distacco. Evidenziato ad esempio dal fatto che si rivolgono, l’uno all’altro, attraverso un formalissimo “lei” che appare francamente ingiustificato, viste le circostanze.
La lunga intervista si apre richiamando un episodio assai curioso dell’infanzia di Hitchcock, il quale così lo ricorda: «Avevo forse quattro o cinque anni… mio padre mi mandò al commissariato di polizia con una lettera. Il commissario la lesse e mi richiuse in una cella per cinque o dieci minuti, dicendomi: “Ecco cosa si fa ai bambini cattivi”. Non ho la minima idea di cosa avessi fatto per meritare quella punizione».
Tale episodio condizionò notevolmente il grande regista inglese, il quale, infatti, confessò pubblicamente in più occasioni la sua fobia nei confronti della polizia. Elemento, questo, che spesso emerge in molti dei suoi film («Ho sempre provato, come se fossi io la vittima, le emozioni di una persona che è arrestata, viene portata al commissariato in macchina, guarda attraverso le sbarre la gente che entra in un teatro, che esce da un caffè, che fa insomma la vita di tutti i giorni con piacere»).
Ma la giovinezza di Alfred fu comunque piuttosto particolare anche per altri motivi: «Ero quello che comunemente si dice un bambino giudizioso… tutto meno che espansivo. Anche molto solitario. Non ricordo di aver mai avuto un compagno di giochi. Mi divertivo tutto solo e li inventavo io stesso. Sono stato in collegio dai Gesuiti. La mia famiglia era cattolica, cosa che in Inghilterra rappresenta quasi un’eccentricità.
Probabilmente è stato in questo periodo che il sentimento della paura si è sviluppato con forza dentro di me. Paura morale, di essere associato a tutto ciò che è male. Me ne sono sempre tenuto lontano».

Hitchcock rivela a Truffaut anche in che modo si avvicinò alla settima arte: «Andavo molto spesso a teatro… spesso uscivo da solo per andare a vedere le prime, tuttavia il cinema mi attraeva di più, e preferivo i film americani a quelli inglesi», e quando, da semplice “addetto ai sottotitoli” dei film muti, divenne dapprima sceneggiatore, e poi regista. Un giorno, i produttori della casa cinematografica dove lavoravo, mentre conversavano dei loro progetti futuri, dissero: «Ora ci occorre una sceneggiatura.
Mi feci avanti. E confessai: Mi piacerebbe scriverla. Lei?, risposero. Che altre sceneggiature ha fatto? Feci vedere loro l’adattamento di una storia che avevo scritto per esercizio. Rimasero favorevolmente impressionati, e così riuscii ad ottenere il lavoro. Questo accadeva nel 1922… nel 1925, invece, Michael Balcon mi propose di dirigere un film. Gli risposi che non ci avevo ancora pensato perché ero molto contento di scrivere sceneggiature e di fare lo scenografo, e non mi immaginavo assolutamente regista. Ma accettai».
Da qui cominciò una carriera lunghissima, che consacrerà Alfred Hitchcock come uno dei più importanti personaggi della storia cinematografica mondiale. Non tutti sanno che il suo primo film, il regista britannico, lo filmò (in parte) in Italia. Prima a Genova (dove in albergo subì il furto di diecimila lire…) e poi sulle sponde del lago di Como. Già dopo le prime pellicole una parte della critica intuì le potenzialità del novello cineasta, che infatti venne definito dalla stampa specializzata «un giovane con l’intelligenza di un maestro». Ed in effetti, tra le altre cose, egli seppe gestire meglio di tanti altri suoi colleghi dell’epoca il traumatico passaggio dell’arte cinematografica dalla fase del muto a quella del sonoro. E ciò nonostante ritenesse in cuor suo che i film muti fossero «la forma più pura del cinema » e che con l’avvento del sonoro il cinema si fosse «bruscamente irrigidito in una forma teatrale».

La lettura della lunga intervista di Truffaut ci offre la ghiotta occasione di conoscere la metodologia di lavoro di Hitchcock («Leggo una storia solo una volta. Se mi piace l’idea di base la faccio mia, dimentico completamente il libro e faccio del cinema… quello che non riesco a capire è che uno si impadronisca completamente di un’opera, un buon romanzo che l’autore ha impiegato tre o quattro anni per scrivere e che è tutta la sua vita. Prendono il libro, lo manipolano per bene, si circondano di artigiani e tecnici quotati e si ritrovano candidati all’Oscar, mentre l’autore si dissolve sullo sfondo. Nessuno pensa a lui. Se prende un romanzo di Dostoevskij, non solo “Delitto e Castigo”, ma un altro qualsiasi, ci trova molte parole e tutte hanno una funzione precisa… per esprimere la stessa cosa in un modo cinematografico bisognerebbe sostituire le parole con il linguaggio della macchina da presa, girare un film di sei ore o di dieci ore, altrimenti non sarebbe serio… occorre molto mestiere e capacità per riuscire ad ottenere un buon controllo sul tempo… Sono convinto che le sequenze di un film non devono mai procedere con lentezza, ma sempre in modo che l’azione si sviluppi, proprio come un treno “a cremagliera” che sale la ferrovia di montagna, tacca per tacca. Non bisognerebbe mai paragonare un film a un lavoro teatrale o a un romanzo. Quello che più gli si avvicina è il racconto, che si fonda sulla regola generale di contenere una sola idea che arriva ad esprimersi nel momento in cui l’azione raggiunge il punto drammatico culminante. Avrà notato che raramente lo sviluppo di un racconto incontra punti morti, ed è qui che sta la sua somiglianza con il film»).
Leggendo il libro si scoprono anche dettagli e segreti della personalità del grande regista inglese («Quando affronto le questioni di sesso sullo schermo, non dimentico che, anche per tale aspetto, la suspence comanda tutto. Se il sesso è troppo evidente, non c’è più suspence. Perché scelgo delle attrici bionde e sofisticate? Bisogna cercare delle donne di mondo, delle vere signore che diventano delle puttane quando sono in camera da letto. La povera Marilyn Monroe aveva il sesso stampato su ogni angolo del viso, come Brigitte Bardot, e questo non è molto fine… credo che le donne più interessanti, sessualmente parlando, siano le donne inglesi. Credo che loro, le svedesi, le tedesche del nord e le scandinave, siano più interessanti delle latine, le italiane e le francesi. Il sesso non deve farsi notare. Una ragazza inglese, con la sua aria da maestrina, è capace di salire su un taxi con lei – Truffaut, ndr – e, con sua grande sorpresa, di aprirle i pantaloni»).

Dall’intervista si viene anche a sapere l’origine e la motivazione delle famose apparizioni del regista all’interno delle sue pellicole. Hitchcock rivela infatti che, mentre stava girando il film “The lodger”, nel 1926, aveva bisogno di riempire adeguatamente una scena. Ed allora decise di farsi riprendere mentre era seduto ad una scrivania nella redazione di un giornale («più tardi è diventata una superstizione, e infine si è trasformata in una vera e propria gag»).
Truffaut, nella parte finale del suo bel libro, ci svela altri dettagli della vita e dell’opera del grande regista britannico: «Hitchcock era un uomo speciale per il suo fisico, il suo spirito, la sua morale, le sue ossessioni… era un nevrotico il quale, quando da adolescente si rese conto che il suo fisico lo metteva in disparte, si è ritirato dal mondo e l’ha guardato con una severità inaudita… praticando il cinema come una religione… prima della sua morte ebbi l’occasione di incontrare un vecchio padre gesuita che era stato suo compagno al collegio Sant’Ignazio a Londra all’inizio del secolo. Si ricordava molto bene dello scolaro Alfred Hitchcock, tutto rotondo, che si teneva in disparte nel cortile durante la ricreazione. Appoggiato contro un muro guardava i suoi compagni giocare a pallone con un’aria di disprezzo, tenendo già allora le mani incrociate sul ventre… era un uomo le cui paure lo hanno spinto a raccontare le storie più terrificanti. Si è sposato vergine a venticinque anni, e non ha mai conosciuto altra donna che sua moglie… solo quest’uomo poteva riuscire a mostrare l’assassinio e l’adulterio come scandali, egli solo sapeva farlo, ed era il solo che aveva il diritto di farlo».

Tale descrizione ci aiuta a comprendere meglio la personalità del geniale cineasta inglese, ad intuire le sue nascoste fobie, ad interpretare meglio le memorabili immagini dei suoi film. E se è pur vero che David Selznick (il produttore di “Via col vento”), una volta, in una lettera inviata alla moglie, scrisse: «Finalmente ho incontrato Hitchcock. L’uomo è piuttosto simpatico, ma non è il tipo di persona che si può portare in campeggio», è anche vero che la bonaria ed ingombrante figura del regista britannico da sempre suscita, in tutti noi, più simpatia che avversione o terrore. A rendercelo amabile è la sua ironia latente, il suo humor inconfondibile. Che usava spesso, e che gli faceva dire –a mio avviso a ragione – che «i giochi di parole sono la forma più alta di letteratura».
Grazie, Sir Alfred, per avermi incuriosito con “La finestra sul cortile”; per avermi coinvolto con “Intrigo internazionale”, e, perché no, anche per avermi spaventato con “Psyco”.
La penso anche io come François Truffaut: «Hitchcock non si è accontentato di praticare un’arte, ma si è impegnato ad approfondirla, a coglierne le leggi, più strette di quelle che governano il romanzo. Non solo ha reso più intensa la vita, ha reso più intenso il cinema».

François Truffaut Il cinema secondo Hitchcock. Il Saggiatore, 2014

Intervista, Citizen Rosi

Francesco Rosi, un documentario racconta l’Italia attraverso i film del maestro

La Repubblica – 01 Agosto 2019

Sarà presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia ‘Citizen Rosi’, firmato dalla figlia del regista Carolina con Didi Gnocchi : “Non ha fatto in tempo a vederlo ma voleva che fosse portato nelle scuole” di Natalia Aspesi. Eravamo allora cittadini o eravamo già ritornati sudditi? Credevamo di essere finalmente liberi invece eravamo di nuovo in trappola? Se lo chiede il documentario che col titolo Citizen Rosi ci riporta al cinema di Francesco Rosi e al suo lungo racconto dell’opaca storia italiana, invitato fuori concorso alla 76esima Mostra di Venezia: pensato, scritto, sceneggiato (con Anna Migotto), diretto, prodotto e finanziato da due belle cinquantenni decise a evocare quel tempo di coraggio e speranza, il tempo della loro infanzia e dell’impegno democratico dei loro padri: indignate dal presente, agguerrite sul futuro. La regista Didi Gnocchi e l’attrice Carolina Rosi, anche voce narrante, attraverso il ricordo di Francesco Rosi (novembre 1921 – gennaio 2015) e della sua passione di artista, intellettuale e appunto, come lui diceva, di cittadino, ricostruiscono la nostra eterna, buia storia, un destino che pare immutabile, la nostra scarsa attitudine a diventare Stato, ad essere un paese normale: né allora né oggi.

Carolina Rosi “Abbiamo cominciato a parlare di questo documentario nel 2013, mio padre era molto diffidente, temeva l’autocelebrazione. Era molto sconfortato per il degenerare del paese, voleva impegnarsi contro questa deriva, si chiedeva a cosa erano serviti l’entusiasmo, il coraggio, la resistenza del passato”.
Didi Gnocchi “Carolina si era servita di una camerina casalinga per registrare le conversazioni con suo padre sul loro vecchio divano, battibecchi con cui lei teneva in vita Franco condividendo la stessa indignazione e passione. Mi piacevano i piccoli momenti d’amore del passato tra una figliolina di 3-4 anni abbarbicata al padre e un padre che le spiega il suo lavoro e le sue idee. Lui non ha fatto in tempo a vedere il film, però alla fine si fidava e ci aveva raccomandato di mostrarlo nelle scuole, ai giovani, perché si rendessero conto della necessità dell’impegno civile. Lo distribuisce Istituto Luce – Cinecittà, sarà trasmesso da Sky Arte, dalla Rai silenzio”.

Rod Steiger in “Le mani sulla cittá”

D.G. “Rosi impiegava anni a documentarsi, e per Lucky Luciano aveva incontrato a New York Charles Siracusa, a capo del Narcotic Bureau, e lo aveva convinto a interpretare se stesso. Il fascinoso criminale dal chiuso dialetto siciliano non poteva essere che Gian Maria Volontè, allora la faccia e la voce del nostro grande cinema. Anche in Mani sulla città appare un personaggio vero, Carlo Fermariello, allora consigliere comunale di Napoli del PCI che col nome di De Vita si scaglia contro il palazzinaro Rod Steiger. Il film è del 1963, in bianco e nero, sull’ennesima tragedia italiana, quella dell’abusivismo edilizio legato alla corruzione politica, che continua da 60 anni a seminare distruzioni e stragi. È tuttora impressionante la sequenza, vera, del palazzo che si sbriciola”.
C.R. “A Cannes nel 1972 Il caso Mattei vinse la Palma d’Oro, ex aequo con La classe operaia va in paradiso di un altro grande regista italiano, Elio Petri, suscitando una serie di polemiche non solo politiche. A Venezia nerl 1963 Le mani sulla città vinse il Leone d’Oro ma quella sera fu violentemente fischiato. Cinque anni prima sempre a Venezia, La sfida aveva vinto il Premio speciale della giuria. Nel 2012 hanno consegnato a Franco il Leone d’Oro alla carriera, forse un po’ in ritardo: Franco aveva 90 anni, si muoveva col bastone, aveva la testa piena di storie che nessuno gli consentiva di realizzare e quindi era molto infelice. Dimenticare Palermo sosteneva la necessità di legalizzare le droghe per sconfiggere l’immenso potere della mafia, e Craxi proibì all’Avanti di recensirlo. Il direttore della Mostra del 1963, Luigi Chiarini, aveva rifiutato Salvatore Giuliano definendolo un documentario, il che non era”.

Francesco Rosi e la figlia Carolina

D.G. “Il film girato in bianco e nero nel 1962 sulla drammatica condizione della Sicilia, partendo dalla strage di Portella della Ginestra, quando una folla di contadini che si era riunita per festeggiare il 1 maggio del 1947 fu decimata dai banditi prezzolati. Abbiamo inserito i filmati di Rosi che si stabilisce a Montelepre per ottenere la fiducia di quella povera gente chiusa in un mondo arcaico, sottomessa e senza speranza e per vedere il cortile di Castelvetrano dove fu fatto ritrovare il corpo del bandito Giuliano ammazzato a 30 anni. Fu quella la prima vera strage di Stato dice il film, la mafia al servizio del potere economico e politico e viceversa”.
C.R. “Franco era affascinato dalla morte di Enrico Mattei, presidente dell’ENI, precipitato con l’aereo a pochi minuti dall’atterraggio, assieme al pilota e a un giornalista americano. L’inchiesta decise per il guasto tecnico, mio padre era sicuro che fosse stato un attentato, come anni dopo fu accertato. Anche questa volta mafia, servizi stranieri e non solo, insieme per eliminare un industriale che immaginava l’indipendenza petrolifera dell’Italia. È forse l’interpretazione più ammirevole di Gian Maria Volontè. Mio padre chiese aiuto al giornalista siciliano Mauro De Mauro, che fu rapito lo stesso giorno in cui disse di aver trovato una verità che avrebbe mandato all’aria il Paese; era il 1970 e di lui e del suo corpo non si è più saputo nulla. Anche Franco era stato più volte minacciato”.
Immagini dei film, di documentari d’epoca, ricordi familiari, vecchie interviste a Rosi e poi lungo la storia le parole di sedici personalità, di magistrati come Nino De Matteo e Roberto Calia, di registi come Roberto Andò e Marco Tullio Giordana, di giornalisti come Lirio Abbate e Furio Colombo, e anche Roberto Saviano che parla con Francesco Rosi di legalizzazione delle droghe. È vedere tutti questi eventi insieme, la concatenazione e il ripetersi senza fine del male del paese, male inascoltato, mai cancellato, sempre presente, è bruttissimo. Oggi le mafie invadono il mondo col loro potere, i servizi segreti italiani, americani e adesso forse anche russi controllano ancora le nostre istituzioni; il susseguirsi dei golpe falliti (di Junio Valerio Borghese, di Giovanni di Lorenzo, di Gladio), forse sono ancora possibili; anche le connivenze Stato-Mafia, e le trattative, le stragi, le tregue, la corruzione e l’asservimento della politica al denaro. Carolina Rosi: “Fa davvero paura, questo nostro lavoro mi ha angosciato ma come diceva sempre mio padre, andiamo avanti”.

Citizen Rosi, Venezia 76

Non è mai troppo tardi… Il ricordo di Luciano De Crescenzo

21 LUGLIO, 2019

di Enzo Di Fazio
https://www.ponzaracconta.it/2019/07/21/non-e-mai-troppo-tardi-il-ricordo-di-luciano-de-crescenzo/

Ho cominciato a sapere che esisteva De Crescenzo quasi quarant’anni fa.
L’occasione la colse mia moglie che, conoscendo la passione che nutrivo per la fotografia e il mio vissuto a Napoli, mi regalò La Napoli di Bellavista, un libro di 150 foto, tutte in bianco e nero, e una trentina di fattarielli descrittivi del carattere di un popolo, quello dei vicoli e dei quartieri, capace di coprire di humor il suo tragico-quotidiano e rivelare nel modo di essere una profonda malinconia.

Ogni foto un racconto, una storia, una scena della infinita commedia napoletana
Lo stesso accade con un altro libro, La domenica del villaggio, sempre di foto ma questa volta a colori, pubblicato in occasione del primo scudetto vinto dal Napoli.

Era il 1987 e Napoli si colorò di azzurro; fu un’esplosione di gioia che per un giorno fece felice tutta Napoli e fece dimenticare i guai a chi li aveva.
E anche in questo libro De Crescenzo con la sua visione ironica della vita racconta la passione dei napoletani per il calcio e la devozione per Maradona il grande artefice di quello scudetto.
In proposito ricorda:
“Un tassista mi ha confidato in grandissimo segreto che Maradona può fare i miracoli.
– Dottò credetemi, il fenomeno sussiste: io l’ho scoperto per pura combinazione.  Avevo una causa con il mio padrone di casa, il cavaliere Imperatore, quello dei ferramenta, un fetente che non vi dico! La situazione era disperata: sfratto per morosità e  minacce verbali. Detto fra noi, io non solo non lo pagavo da un anno, ma lo avevo anche chiamato strozzino. Il mio avvocato di fiducia si era rifiutato di difendermi: “La causa è persa” mi aveva avvisato “se vuoi un consiglio cerca di metterti d’accordo e va vattenne”. Insomma io ero disperato, quando mi sorpresi ad implorare: “Maradona mio pensaci tu” . Ebbè, mi dovete credere: nel giro di pochi giorni la situazione si ribaltò da così a così: Il pretore mi dette sei mesi di proroga e il cavaliere Imperatore ebbe un piccolo infarto…

Luciano De Crescenzo nasce in effetti ingegnere dell’Olivetti e, un po’ come Andrea Camilleri, arriva tardi a farsi conoscere e  diventare famoso.
Diventa improvvisamente scrittore pubblicando Così parlò Bellavista, uno dei maggiori successi editoriali degli anni 70.
Il libro è costruito attraverso i dialoghi tra De Crescenzo, il professor Bellavista, il “vice sostituto portiere” Salvatore, il “poeta” Luigino, il dottor Palluotto, napoletano trapiantato a Milano, ed altri personaggi tutti volti a descrivere la città di Napoli sotto i suoi aspetti più disparati. Non mancano le considerazioni filosofiche fatte in maniera semplice e accattivante da far venire la voglia di studiare la filosofia.
Dal libro venne fuori, qualche anno dopo anche un fortunato film dal titolo omonimo di cui è stato anche regista.
Di seguito una breve scena  incentrata sulla proverbiale passione dei napoletani per il gioco del lotto

De Crescenzo amava dire “sono figlio di persone antiche…”.
Di seguito l’incipit all’introduzione del libro “La Napoli di Bellavista”:
Quando sono nato io mio padre aveva cinquanta anni e mia madre quarantacinque. Ho vissuto la mia prima giovinezza a Santa Lucia, a metà strada tra il mare e il Pallonetto. La casa era immensa, o perlomeno a quell’epoca mi sembrava tale. Oltre ai miei genitori e a mia sorella, abitavano con noi anche la nonna (papà la chiamava la “genitrice”) e alcuni dei miei dieci zii materni. Tutto questo per dirvi che sono cresciuto in mezzo a un gruppo di napoletani antichi. Il loro modo di prendere la vita, di pensare, la loro lingua ufficiale, le loro abitudini alimentari, tutto apparteneva a un mondo oggi praticamente scomparso nella borghesia napoletana e tuttavia a me sempre molto caro.

Commento di Sandro Russo del 22 luglio

Ma comme fa?
Ho un aneddoto curioso sul modo in cui mi sono trovato a “incrociare “ De Crescenzo. Naturalmente lo conoscevo, ma senza aver mai particolarmente approfondito.
In proposito avrei potuto dire come Woody Allen, quando gli chiesero di Dio:
“Io non credo in Dio, non ci ho mai creduto… – rispose –Diciamo che lo stimo”.

Senonché successe che al Corso di Cinema di qualche anno fa, di Gianni Sarro (scrive anche sul Sito), Maestro illuminato e particolarmente democratico, spesso viene data la parola a noi discenti; e tra noi, alcuni parlano molto, altri preferiscono ascoltare. Io appartengo alla seconda categoria; solo occasionalmente ho qualcosa di interessante e allora dico la mia.
Ora, una compagna del corso, Paola, ad ogni mia (rara) uscita commentava: – Ma comme fa!
Una volta, più volte… Era diventato un tormentone! …e credevo che un po’ mi sfottesse.
Interpellata direttamente, disse che no, lei era sinceramente ammirata, e mi diede De Crescenzo come bibliografia.

Nel breve filmato tratto da Youtube, la frase è ripetuta più volte, in particolare intorno al tempo 1’30’’ – è anche un piccolo cameo sul suo modo di non prendersi troppo sul serio – Da Il mistero di Bellavista, film del 1985, scritto, diretto e interpretato da Luciano De Crescenzo).

Ugo Gregoretti: una vita da “corsaro”

di Letizia Piredda

Regista, autore televisivo, attore, giornalista e drammaturgo, è stato definito in tanti modi : maestro della TV intelligente, l’arma ironica del cinema italiano, maestro della satira e dell’aneddotica. Sicuramente all’impegno culturale, artistico , professionale e politico, ha saputo sempre affiancare una vena satirica dissacrante, una capacità non comune di porsi sempre fuori dagli schemi ,oltre ad una capacità empatica che lo avvicinava  alla gente comune,  ripresa poi a livello giornalistico da Sergio Zavoli.

Insieme a molti nomi illustri, tra cui Umberto Eco , Furio Colombo, Piero Angela, fece parte dei corsari della TV  , realizzando una serie di spettacoli come Romanzo popolare italiano e Il Circolo Pickwick, le miniserie Le tigri di MompracemDentro Roma. Nel frattempo debutta al cinema con I nuovi angeli, seguito poi dal film ad episodi Ro.Go.Pa.G. con Pierpaolo Pasolini, Roberto Rossellini e Jean – Luc Godard. Il suo episodio Il pollo ruspante, è una critica impietosa del mondo dei consumi vista attraverso una gita domenicale di famiglia.

Ugo Gregoretti e Gigi Proietti in Circolo Pickwick, 1968

Ma il cinema sembra non essergli molto congeniale, o meglio non  facile da conquistare, venendo dalla TV. Riportiamo le sue parole in proposito: Perché ho girato così pochi film? C’è un motivo.  Per molti ero un miserabile rospo che usciva  dal pantano maleodorante delle disprezzatissima tv, osando fare un salto nell’Olimpo del cinema. Così tornò a occuparsi principalmente di tv con molti documentari Apollon, una fabbrica occupata (1969) e Contratto (1971) e l’autobiografico Maggio musicale (1990);  un omaggio a Zavattini realizzato nel 1982, l’inchiesta Sottotraccia del 1991, dedicata all’Italia ‘minore’ e seminascosta, Lezioni di design, trasmissione che presentava oggetti notevoli di design ed i relativi autori, insignita nel 2001 del premio Compasso d’oro e Uova fatali. In tutti questi programmi la genialità di Gregoretti si esprime con l’invenzione della contaminazione tra la cultura d’élite e la fruizione popolare. In Uova fatali si pose all’avanguardia sotto il profilo tecnologico, con l’uso del Chroma Key, vale a dire la fusione di immagini o spezzoni filmati diversi, utilizzato per la prima volta come linguaggio e strumento creativo.
Parallelamente nell’80 iniziò la carriera teatrale allestendo più di 50 spettacoli e dirigendo dal 1985 all’89 il teatro Stabile di Torino, non solo prosa però, si era dedicato anche all’opera lirica mettendo in scena nel 1976  L’italiana in Algeri.
Il  suo ultimo progetto, era  l’adattamento per il cinema della sua autobiografia La storia sono io (con finale aperto). Ci piace chiudere questo breve excursus con il suo commento salace, quando gli chiedevano come sarebbe stato questo suo nuovo film: Sarà il ritratto di un perfetto cialtrone, la mappa esatta delle mia cialtroneria congenita e inguaribile. Un monito per tanti miei colleghi che si auto-monumentalizzano, io invece ho fatto un anti-monumento. Un esempio: non si parla mai delle mia attività professionale ma solo della storia di un uomo qualunque che, come diceva Goldoni, è nato sotto l’influsso di una stella comica.

Il melodramma non finisce mai

di Tano Pirrone

Siracusa, giugno: inaspettata perfezione de Le Troiane (regia di Muriel Mayette – Holtz) e la mutante frivolezza di Elena (regia di Davide Livermore). Due facce dello stesso Euripide, andate in scena a soli tre anni di distanza l’una d’altra: Le Troiane nel 415, l’Elena nel 412. Il glamour di quest’ultima opera sembra lontanissimo dal cupo dramma di Ecuba e delle altre troiane, che orbate di padri, sposi, figli, fratelli s’imbarcano sui legni achei verso destini tanto sconosciuti quanto immeritati.
Ho riflettuto tanto sui contrasti, sul peso che spettacoli simili potevano avere su un pubblico che poco altro poteva avere non solo di svago, ma di acculturamento tout court; ho preso appunti e letto il saggio di Massimo Fusillo sull’Elena, introduzione sapiente e fruibilissima dell’opera, di cui ha curato anche la bella traduzione.

Arriva la notizia della morte di Zeffirelli, personaggio senza via di mezzo. o molto amato o molto avversato. Io personalmente l’ho amato poco e poco lo amo; soprattutto non ne ho apprezzato l’opera di regista cinematografico: un cinema “hollywoodiano, retorico, iper-melò, che nei suoi voli barocchi ha tradito spesso il senso stesso del melodramma, genere che Zeffirelli, d’altronde, ha molto ben rappresentato in teatro (prosa e lirica). Opere di cui egli ha curato la regia o, meglio, anche la regia: nella lunga frequentazione artistica e sentimentale con il Maestro Luchino Visconti, aveva assorbito la sontuosità, la magnificenza, la cura paranoica dei particolari, qualità che congiunte ad una sapienza “artigianale” stupefacente, avevano costituito la cifra commemorativa di un’epoca, che forse solo sul palcoscenico – su pochi avidamente sfarzosi palcoscenici – era stata veramente tale. Bisogna con serenità di giudizio riconoscergli il merito di memorabili realizzazioni con le maggiori protagoniste del canto di ogni tempo (la superba Callas, nella Traviata o la Sutherland nella Lucia di Lammermoor, e con alcuni dei grandissimi direttori allora attivi (uno per tutti Carlo Maria Giulini).

Franco Zeffirelli e Francesco Rosi aiuto registi di Luchino Visconti 


Di queste opere e di altre sue realizzazioni si parla ancora con rimpianto, e vengono utilizzate come termine di paragone.
Mi chiedo perché un uomo di teatro così vulcanico non abbia lasciato traccia in un teatro, il Teatro Greco di Siracusa, che dal 1914, con poche interruzioni ed altrettanto poche cadute, ha sempre avuto il meglio dei registi, degli attori, degli sceneggiatori del tempo. Non so rispondere alla domanda… Escludo che Zeffirelli, nella sua lunga carriera, non abbia desiderato, almeno pensato qualche volta, ad una esperienza nel teatro in cui si perpetuano con sacralità e spesso, con grande spirito innovativo, i riti e i miti che furono di Eschilo, di Sofocle, di Euripide. Forse la tragedia greca, salvo pochi casi (come Elena, di cui abbiamo parlato), non si presta ad una manipolazione melodrammatica. Di sicuro fu a un passo dal realizzare a Siracusa la Medea che Cherubini compose su libretto di François-Benoît Hoffmann. Il progetto fallì, pare, per i considerevoli adeguamenti necessari per ospitare una grossa orchestra (rafforzata per lo spazio aperto) ed una macchina organizzativa imponente.
Zeffirelli avrebbe sicuramente dato risultati grandiosi, sfarzosi, sicuramente celebrati dal grande pubblico.
Ma tant’è! Zeffirelli è morto, viva Zeffirelli! Magari andava celebrato con un tono più elegante di come a Firenze è stato fatto. Le onoranze di Bernardo Bertolucci, che ci ha lasciato da pochi mesi, sono state da questo punto di vista, esemplari. Firenze, ad avviso mio e di pochi altri, ha strafatto: maledetti toscani, avrebbe commentato Curzio Malaparte, che di toscani se ne intendeva e ne aveva colto l’immutabile spregiosità.

P.S. Ho tardato a consegnare l’articolo e ieri sera ho avuto l’occasione di vedere l’ultima opera su cui Zeffirelli ha lavorato: La Traviata diretta da Daniel Oren, trasmessa dall’Arena di Verona in mondovisione. Ho sofferto per quasi tutto il tempo: Violetta sembrava una baccante invasata e Alfredo uno che passava da lì per caso. Melodramma senza limite, in uno spazio immenso, sfruttato sapientemente, ma senza un moto interiore, una piega dell’anima.

Aspettando Fellini (7) Lo Sceicco bianco

Da: Mario Verdone, “Lo Sceicco bianco”, L’Unità / Il Castoro, 1995
pagg. 29/35

«Ne Lo Sceicco bianco Ivan e Wanda sono le facce complementari di un medesimo tipo di sogno popolare, limitato, squallido e prevedibile in tutti i suoi sviluppi, eppure rappresentativo delle aspirazioni di un italiano ancora chiuso dentro l’orizzonte della cerchia municipale. Wanda va incontro a Fernando Rivoli, il divo dei fumetti a cui manda decine di lettere, quasi a riceverne l’immagine e il corpo come in un rito sacramentale» (Brunetta).

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Lo Sceicco bianco
da Mario Verdone “Lo sceicco bianco”, L’Unità / Il Castoro, 1995
Pagg. 29/35

Lo Sceicco bianco, saga del fumetto fotografico, parrebbe un altro debito di Fellini alla sua stessa biografìa di pubblicista e vignettista umoristico.

Non è del tutto così perché il soggetto è costruito su una idea di Michelangelo Antonioni (poi sviluppata con Tullio Pinelli) che nel cortometraggio di fantasia Lamorosa menzogna (1949) già si era dimostrato colpito dal mondo del fotoromanzo e si proponeva di farne una analisi più ampia in un normale film spettacolare. Fellini aveva coltivato, sì, la vignetta, ma quella disegnata. Due condizioni diverse seppure animate, in que­sto caso, da una esplicita verve caricaturale, sottolineata dalla presenza stessa di Alberto Sordi, lo “Sceicco”. Ed è in questa presenza della caricatura che Lo Sceicco bianco si apparenta alle caricatura del mondo borghese, che sono lo spirito stesso del «Marc’Aurelio». In più, c’è anche la presenza dei personaggi felliniani delle scene radiofoniche, con un richiamo ai due già conosciuti, attraverso le onde sonore, Cico e Pallina. E nella protagoni­sta, nella sua ingenuità e nel suo infantilismo (la passione per l’eroe dei fumetti) è riconoscibile la sposina che Fellini aveva prima portato nelle radioscene.

Due novelli sposi in viaggio di nozze arrivano a Roma, alla stazione Termini, durante l’Anno Santo, provenienti da Falconara Marittima. Scendono da uno scompartimento di seconda classe, carichi di valigie e affannati in mezzo a una folla di pellegrini. Wanda (Brunella Bovo) ha un’aria insieme sognante e smarrita.

Il cappellino, nella calca, le è andato di traverso ma non ci fa caso. Il marito (Leopoldo Trieste), costantemente preoccupato di mantenere un contegno dignitoso, parla e si muove con sussiego, quasi per dimostrare una certa autorevolezza, ma il suo mal dissimulato impaccio è tradito dalla mano che porta frequentemente al nodo della cravatta, in un gesto meticoloso. Non si rende conto che, tra la folla affaccendata e indifferente, la sua insignificante “provincialità”, nonostante i tentativi di mostrarla autorevole, non è affatto importante.

Gli sposini, suggestionati e insieme intimoriti dal primo contatto con la metropoli, raggiungono l’albergo, dove recuperano un po’ della loro disinvoltura. Ivan telefona subito al «signor zio», funzionario altolocato, influente, pregandolo di assisterli nel giro della capitale. Ripassano il programma di prammatica per il soggiorno romano, che culminerà addirittura in una udienza pontificia. Ivan, un po’ stanco, si distende sul letto e si addormenta. Non si è accorto che Wanda cova un pensiero segreto, e che anzi chiede addirittura al facchino dell’albergo indicazioni per un certo indirizzo. Mentre Ivan, beato e tranquillo, dorme, Wanda, come non aspettasse altro, esce di soppiatto dall’albergo e si avventura sola nella città.
Sa che la vera vita è quella del sogno, ma non sospetta che il sogno può trasfor­marsi anche in un gorgo fatale. Estatica, senza curarsi di quel che le succede d’intorno, schivando per miracolo i veicoli che la sfiorano, arriva davanti all’ingresso di un palazzone moderno, quello che cerca: sale le scale ed entra col cuore che batte nella redazione di «Incanto blu», giornale a fumetti. È il suo mondo dei sogni, la via ideale, unica, per uscire dal meschino ambiente piccolo-borghese.

Wanda, come il tipico modello di donna caro al primo Fellini, è infantile e pura, immersa in un romanticismo più che modesto, non ha idea di quanto c’è di ingannevole dietro le quinte di un mondo sovente volgare di cui nemmeno sospetta l’esistenza. È felice perché si è incontrata con la realtà dei suoi sogni ed è incapace di distinguere il vero dal falso. Confessa a chi la riceve che ha un solo desiderio, conoscere il suo idolo, lo “Sceicco bianco”. È il momento in cui la intera troupe degli “artisti” esce dalla sede del giornale per avviarsi ai luoghi della ripresa; e c’è anche lo “Sceicco”. Nella confusione della partenza, ingolfata tra le comparse, Wanda non riesce a parlargli. Delusa, sta per scoppiare in lacrime ma qualcuno la sollecita a salire sul mezzo in partenza. Non resiste alla tentazione e senza rendersi nemmeno conto della gravità della decisione, si unisce alla carovana dei fumetti.

Ivan si è svegliato. È disperato per la scomparsa della moglie. La cerca dappertutto, anche nelle strade che ha percorso, ma nessuno sa dargli indicazioni. È come se la città l’avesse inghiottita. Ai parenti che lo attendono in albergo non ha il coraggio di comunicare la sparizione misteriosa.

La carovana dei fumetti raggiunge, frattanto, il luogo delle riprese, in una pineta vicina al mare. Wanda vorrebbe tornare indietro, ma improvvisamente, come in una apparizione celeste, le si presenta davanti lo “Sceicco bianco”: e priva di volontà, incapace di reagire, torna ad essere preda del suo magico smarrimento. Non credendo a se stessa balla con lo Sceicco, partecipa alle riprese in veste di odalisca, dimentica del marito e dei suoi doveri, ed è completamente presa dal sogno della sua avventura meravigliosa. Ivan, sconvolto, non sa che pensare, ascolta inebetito le chiacchiere dei parenti, sorride tristemente ma difende il suo disperato orgoglio; e non sa che il volgare seduttore ha stretto nelle sue reti la ingenua Wanda, e che addirittura la invita ad una gita in barca, dove è costretta a difendersi dai suoi approcci. Un provvidenziale vento la salva dagli assalti del baldanzoso latin lover. L’istinto, più che la ragione, la aiuta a difendersi da colui che vorrebbe approfittarsi della sua infatuazione, senza minimamente comprenderne la ingenua poesia.

Mentre Ivan compie con i parenti prodigi di astuzia perché nulla sospettino della improvvisa scomparsa, e riesce a trascinarli lontano dall’albergo, dove — assicura — la moglie sarà presto di ritorno, Wanda e lo Sceicco rischiano il naufragio e sono salvati da alcuni volenterosi, che li riportano sulla spiaggia. Sono ad attenderli il regista, i componenti della troupe, i villeggianti richiamati dall’incidente, e una risoluta ed energica moglie (autentica) dello Sceicco, che accoglie Wandacon sonori schiaffoni, mentre il miserevole seduttore sguscia via pavido e ipocrita, senza un gesto o una parola di difesa della compagna di sventura. Wanda fugge piangendo.

Nella sua situazione incredibile e ridicola, Ivan passa con i parenti dal Colosseo all’Ara Pacis, reagisce solo con un inconcepibile mutismo alle domande sempre più pressanti dei parenti. Arrivano al Teatro dell’Opera e Ivan ne approfitta per recarsi in Questura, dove denuncia la scomparsa della moglie, ma lo fa in maniera così caotica, supplicando di non creare scandali, che viene preso da un funzionario per pazzo. Scappa, incontra sulla soglia dell’albergo i parenti che si avviano a far visita alla presunta ammalata, ma con nuove bugie, reticenze, balbettamenti, riesce ancora a rinviare il fatale, e per ora impossibile, incontro. Vaga solo, di notte, per le vie ormai deserte, si incontra con due mondane che si inteneriscono alla sua storia, lo ospitano. Ivan, che ha pianto come un fanciullo, attende l’alba seduto sul letto di una vecchia mondana, completamente vestito, con gli occhi sbarrati nel buio come un insensato.

Wanda, riportata a Roma da uno sgarbato dongiovanni, che la scarica nelle vicinanze dell’albergo, non ha il coraggio di entrare, perdipiù ancora vestita da odalisca. Ha un desiderio inarrestabile di autodistruggersi, vuole scomparire per sempre. Telefona da una farmacia notturna al portiere d’albergo per dettare le sue ultime volontà al marito, poi si reca sull’argine del Tevere e si getta nel fiume.

Accorre un fiumarolo che la riacciuffa, ma gli altri soccorritori che sopraggiungono decidono di portarla al manicomio.

Ivan, tornato in albergo, viene avvertito. Deve salvare la propria dignità. Le spiegazioni tra loro e con i parenti verranno dopo. Ora non si tratta che di vestirsi in abito da cerimonia, e arrivare in tempo, alle undici precise, in piazza San Pietro, dove finalmente tutto il parentado si riunisce, per l’attesa udienza pontificia.

Il film è stato girato lungo le strade di Roma, dove il disorientato Ivan, in cerca della moglie, sembra inseguito da una fanfara di bersaglieri, prima come lui perpetuamente svettante e animosa, poi sempre più ammosciata, e quindi tra i pini della foresta di Fregene, località che per alcuni anni è stato il prediletto luogo dell’esistenza del regista, e dove Fellini colloca le scene delle riprese del fotoromanzo. Memorabile è l’apparizione caricatu­rale di Sordi in mantello bianco e turbante sull’altalena e che quasi sembra piovere dal cielo sulla testa della ammiratrice che è venuta a cercarlo. Ma, come abbiamo visto, lo Sceicco è soltanto uno squallido seduttore, e la scena della seduzione, sulla barca a vela, ha l’aria di una di quelle evasioni fantastiche, caratteristiche di Fellini, nell’ambito della realtà. La interpretazione di Leopoldo Trieste nella parte di Ivan – dopo essere stato, per così dire, “strappato” da Fellini dalla sua promettente carriera di drammaturgo, per trasformarsi in attore – è più convincente di quella di Brunella Bovo. L’ansia del marito abbandonato colpisce, e convince, più delle velleità di fuga della giovane sposa.

Un’analisi acuta e corretta di Lo Sceicco bianco pubblicata su «Bianco e Nero» da Brunello Rondi rettifica opportunamente il giudizio ottuso e sgraziato che nella stessa sede era stato dato al momento della uscita del film alla Mostra di Venezia: «prova di regia» era stato infelicemente scritto, «convenzionale, scadente e grossolana», da considerarsi «senza appello». Avvedutamente Brunello Rondi – che è stato assiduo collaboratore del regista – vede invece in Lo Sceicco bianco un «consolidamento dello stile di Fellini». C’è in questo film lo sberleffo antiretorico della “fanfara” (quasi nello spirito dei disegni di Mino Maccari), l’imbarazzato incontro di Ivan con le peripatetiche (una delle quali, impersonata da Giulietta Masina, produrrà in seguito il nuovo personaggio delle Notti di Cabiria), il mito della Roma “turistica” e lo stupore, tratteggiato in vari momenti, dei provinciali Ivan e Wanda al primo incontro con la città monumentale, vista anche nei suoi caratteri vagamente orridi e grotteschi. La goffaggine di certo mondo dei fumetti è descritta con lucida e calda ironia. E soprattutto Fellini è riuscito a costruire un film tutto “suo”.

Aspettando Fellini (5)

Tengo molto di conto un ricchissimo libro, edito nel 2013 da Bombiani nella collana Overlook,: Il film del secolo, intervista a Rossana Rossanda di Mariuccia Ciotti e Roberto Silvestri. Come il titolo molto bene suggerisce è “il racconto per immagini” degli ultimi cento anni, un secolo avvolto nella pellicola di celluloide, il secolo del cinema. Ed il cinema esce fuori dal libro come pensiero motore, fiancheggiatore critico del mondo, capace, a volte, di riconfigurare il sensibile e di vedere al di là del tempo, sempre a caccia di rivoluzioni possibili.

Riportiamo alcuni brani dell’intervista, in cui viene richiamato Federico Fellini, cui questa rubrica è dedicata. Che Fellini è il Fellini di Rossana Rossanda? In che contesto vive ed opera?

Tano Pirrone

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Ibidem, Introduzione, pagg. VI-VII

(…) Da queste basi si è diramato il nostro scambio di idee e di giudizi. Dopo un’intesa totale sul primo film russo, specie Ejzenstejn (anche se un po’ forzato, mi pare, sul piano della storia e problematica della rivoluzione fino agli anni trenta) siamo andati differenziandoci su alcuni accenti. Non adoravo Riso amaro, ma non ho considerato liberatoria la Nouvelle Vague: da che cosa ci avrebbe liberati se non dal faticoso “impegno”? Ammiro l’eleganza di Antonioni ma non mi affascina, mi interessa di più Pasolini, malgrado il suo vagheggiare età dell’oro primarie e contadine, che ha fatto strage nelle giovani menti degli anni ottanta e novanta, come nei settanta erano state vampirizzate dalla fabbrica. Resto una figlia dell’epoca industriale. Diversamente dai miei due esperti, ho grande simpatia per Fellini, perché poi ci sono i gusti e le fantasie e gli amarcord di ciascuno. Pasolini era schietto, scorticato e commovente quanto Fellini affabulatore, controllato e ironico; di rado una produzione traduce del tutto la persona.

Ho preferito di molto i “realisti” italiani alla stagione prebellica francese, per non parlare di quella postbellica oltrealpina verso la quale sono sicuramente ingiusta. E poi ci sono i (per me) piacevoli ma, pare, assolutamente secondari film inglesi e c’è l’universo americano, che ci seduce come nessun altro anche quando se ne scorge una mediocre tessitura ideologica. In verità il cinema non è soltanto un prodotto del Novecento, ma degli Stati Uniti, anche se con grandi lampi qua e là nel mondo, perché frutto di un meticciato culturale che si coagula a Hollywood, approdo di italiani, ebrei, austriaci, tedeschi e inglesi che vi riparano provenendo da tutte le parti. Essi lo hanno colorato assai diversamente da quel che consideriamo la medietà americana, che è un prodotto complicato sotto la vernice individualista e liberista, che ha conquistato l’egemonia mondiale ben prima della mondializzazione.

Ma non senza fratture e luci: è come se il cinema americano si rapprendesse da varie cucine e spezie, e l’Europa desse il meglio da una certa distanza. Naturalmente Mariuccia e Roberto e io abbiamo un occhio diverso; amiamo incondizionatamente e assieme alcuni grandi come, oltre ai fondatori, gli evergreen Ford e Lubitsch, ieri gli Orson Welles e gli Anthony Mann, oggi il pur sovrabbondante Scorsese. Li vedo e rivedo con gaudio (non finisco mai di rivedere, ogni volta scoprendo questo o quello). Ma diffido grandemente della produzione – spesso gradevole – che ci inondò negli anni cinquanta, abile esercizio di vero e proprio imperialismo estetico e culturale.

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Ibidem, pagg. 55-57, infra Cap. 3 Sulla Strada. Il neorealismo

RS: Ricordiamo che in pieno dominio DC fu proibita la rappresentazione del Pellicano di Strindberg perché “opera contraria ai principi cristiani della famiglia”. I Dardenne non riescono a liberarsi del loro stile, della loro griffe o cifra d’autore. Rossellini voleva che ci si liberasse non solo dello stile, ma del cinema intero, come macchina dello spettacolo alienante. Al Centro Sperimentale di Cinematografia, quando era direttore, invitò Toni Negri per un seminario propedeutico a un film su Keynes – siamo nel 1972-73. Rossellini intuì che si stava andando incontro a una gigantesca crisi energetica, a una transizione traumatica del sistema-mondo, e che sarebbe stato il caso di affrontarla battendosi contro l’analfabetismo culturale e l’ignoranza crescente… Anche Visconti, che ha attraversato il Neorealismo e ha avuto non poche rogne censorie con La terra trema, è approdato altrove…

RR: Lasciamo stare le previsioni politiche della coppia Rossellini-Negri nel 1972… Se dovessi salvare dieci film italiani non ce ne sarebbe uno di Visconti, o forse Rocco e i suoi fratelli (non ho visto La terra trema}’, una storia vera e crudele, dove lo scontro non è con il padrone – i poveri sono capaci anch’essi di una loro tragedia. Insomma il Neorealismo che altro è se non un’elaborazione di una realtà non solo intima, ma in qualche misura collettiva – propria di certe fasi, di pochi momenti che trascinano l’individuo fuori dalla sua vicenda privata? O ve lo reimmergono diversamente? Visconti mi ha convinto di più come regista alla Scala: ha cambiato il “teatro in musica”, con Bernstein e la Callas, facendone non solo uno sfondo per i cantanti.

La sua Traviata segna una data nella messinscena, mentre Senso – che ti devo dire? – è la ricostruzione di una consueta storia d’amore, gelosia e morte con mobili e granai d ’epoca. E così più o meno Il Gattopardo, Vaghe stelle dell’Orsa, Ludwig e persino il più ambizioso e tonitruante La caduta degli dèi.

MC: Sì, con il Neorealismo l’individuo senza privilegi di classe riprende il suo posto nella storia, occupata fino ad allora dagli eroi, e “fa storia” insieme agli altri. Non è una cosa da poco. Ne sarà influenzato, tra gli altri, un regista come John Cassavetes che gira fuori dagli studios, improvvisa, chiama attori non professionisti, e si rifà proprio a Cesare Zavattini. In quanto a Visconti, abbiamo appena rivisto a Los Angeles una copia restaurata del Gattopardo in una sala affollata e commossa, e ci è sembrato di grande attualità per quello sguardo affranto sull’imbarbarimento dei tempi. Nostalgia dell’aristocratico? Forse, ma anche amara riflessione sui disvalori attrattivi della borghesia.

RS: Invece stavi dicendo il PCI e Fellini…

RR: Su Fellini, Mino Argentieri ha scritto dopo 8 1/2 un editoriale di “Rinascita” che mi ha fatto molto arrabbiare. Fellini non era neorealista, eppure 8 1/2 dice d’una storia collettiva, come La dolce vita. Sono la Stimmung di una generazione, il passaggio agli anni sessanta su cui si prova anche Antonioni. Ma Fellini mi sembra più esplicito, geniale. E non andava giù ai critici del PCI: Savioli su “L’Unità” e Argentieri su “Rinascita”. Poi Argentieri, che è un uomo intelligente, cambia.

RS: È curioso perché Fellini è sempre stato attaccato dalla gerarchia cattolica…

RR: E allora? Il PCI mica nasce in relazione o in oppo­sizione alla Chiesa o ai cattolici. Neanche l’articolo 7, che digerimmo con fatica, è un problema di culture né un in­contro come quello tentato sulla pace nel 1955 e poi da Ber­linguer con il compromesso storico. E il tentativo di evitare che lo scontro politico diventi uno scontro sulla religione. Fellini, con quei suoi pretini, quelle immagini di pedagogia dell’infanzia e della goffa giovinezza è la satira dell’Italietta non ancora defunta, fra spietatezza e ironia e tenerezza e gusto per l’immagine. L’ho conosciuto in casa di Francesco Rosi, simpaticissimo e bugiardo, affabulatore, sempre per metà dentro quel che avrebbe messo nei suoi film.

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Ibidem, pagg. 93-95, infra Cap. 7 Non c’è niente da ridere. La commedia italiana

RS: Arriva la commedia popolare e disimpegnata, che immagino sia stata per voi un po’ una tragedia, la fine di un cinema a tensione morale altissima come il Neorealismo e la fine dell’irriducibile contrapposizione tra PCI e clerico-fascismo. Almeno all’inizio. Aprono la stagione i film neorealisti-rosa e i film del filone di Don Camillo e Peppone, qualunquisti ideologicamente perché in sostanza sostenevano che sotto sotto, al fondo della questione, tra comunisti e cattolici non c’era molta differenza. Un cinema che segna la fine di una divisione tra due punti vista, rivoluzionario e reazionario, come se da quel momento at­traverso la commedia si potessero riconciliare le due Italie dicendo basta a una avventura insurrezionale impossibile.

RR: Quella che per voi è una “tragedia” lo sarebbe per me? Anzitutto un’avventura insurrezionale non fu mai nelle opzioni del PCI del dopoguerra: alla fine del conflitto ci fu davvero una spartizione del mondo. E, penso, in Togliatti era vivo il dubbio che da una società per molti aspetti arcaica e guasta, come quella italiana, era difficile trarre una società nuova con una repentina insurrezione. La sognarono forse Seniga o qualche partigiano che si dolse della “rivoluzione tradita”. Quanto a Don Camillo e Peppone sono roba leggera; propaganda anticomunista facile. Come il “Candido”: “Contrordine compagni”… Non hanno a che vedere con il problema che il PCI si pose nei riguardi dei cattolici.

RS: No, è piuttosto il contrario: un’operazione conservatrice dal punto di vista culturale pensata dalla destra, da Guareschi, da Giannini, da Andreotti, dai fascisti riciclati e rientrati ai loro posti pubblici… Ma la commedia all’italiana sarà ancora il cuore, fino al 1975-76 di una stagione di cinema italiano ricco, industrioso, popolare ancora, non ancora di Stato, articolato e polemico, satirico e “di sinistra“…

MC: Sì, pensiamo a Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, ma anche a Un americano a Roma, Peccato che sia una canaglia, La grande guerra, Una vita difficile, Divorzio all’italiana, L’amore difficile, Il sorpasso, I mostri, I compagni, Il boom… Fotografia dell’Italia sessista e disonesta che si arrangiava nel secondo dopoguerra a vivere di mascalzonate e sotterfugi e che sperava di arricchirsi con metodi ignobili. Sarà la borghesia marcia di domani, quella descritta da Fellini in 8 1/2. I registi camuffano la loro denuncia attraverso le gesta di “simpatiche canaglie” come Gassman e Tognazzi, anche se a volte vengono contagiati dal cinismo dei personaggi. Maurizio Grande, uno dei maggiori critici italiani, morto giovane in un incidente stradale, e nostro collaboratore, la definiva “l’epopea deformata di una società sorda, distratta, cinica, indifferente, cieca, spavalda, aggressiva, amorale, beffarda, camaleontica, avida e cialtrona, che nella galleria di ‘mostri’ vede rappresentata la propria impotenza”.

RS: La commedia era il centro più vitale di una costellazione di film di genere, dal western al poliziottesco, dall’eròtico all’horror al cinema d’autore, molto scomodi e un po’ perseguitati dalla censura e dal buon senso, come i Marco Ferreri o i di Leo, Se sei vivo spara di Giulio Questi o La maschera del demonio, La frusta e il corpo e I tre volti della paura di Mario Bava, Django di Sergio Corbucci o gli altri “stracult” preferiti da Marco Giusti…

RR: Mi sto perdendo un po’. Non riesco a vedere Il sorpasso, I mostri, Io la conoscevo bene come nipotini di Pane, amore e fantasia. Questo è un filmino calmante, quelli film amarognoli, graffiano ancora. Quando comincia e quando finisce la vera commedia all’italiana? A me vengono in mente confusamente De Sica, Pietro Germi, Monicelli, Tognazzi, Gassman, Pietrangeli, Scola, Zurlini che non so bene dove collocare…

RS: Hai ragione. Subito dopo, e un po’ contro il Neo­realismo rosa a centralità contadina, come Pane, amore e fantasia, nasce la cittadina “commedia italiana” (meglio che “all’italiana”) che senza boom economico, esodo in massa nelle metropoli, nascita della televisione e socialisti al governo non ci sarebbe mai stata. E stato un genere geniale che ha accumulato e scaricato la tensione etica e la graf­fiarne indignazione politica di sceneggiatori, registi, attori e creativi, per lo più socialisti o comunisti, come Monicelli e Scola. Ed è stato anche esportato e amato all’estero (nei paesi dell’Est in particolare), studiato e imitato perfino a Hollywood (penso a II sorpasso}. Quei cineasti entrarono quasi “in clandestinità”, nel senso che si travestirono da umoristi e satirici (molti lo erano, come Scola) per far passare meglio il messaggio, per massacrare con l’arma più potente – la risata, lo sberleffo, lo scherno – le mostruosità di un regime bigotto, quello democristiano e le contraddizioni dell’industrializzazione…

Aspettando Fellini (4)

Le citazioni felliniane, riportate da Mario Verdone all’inizio del libro “Federico Fellini, L’Unità/Il Castoro, 1995, sono state desunte dalle seguenti fonti: Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980; Claudio G. Fava, Aldo Viganò, I film di Federico Fellini, Gremese Editore, 3.a ed., Roma, 1991; Federico Fellini, Le parole di un sognatore da Oscar, a cura di Matilde Passa, «L’Unità», Roma, 1993; e da interviste e articoli di Gian Luigi Rondi, Maurizio Porro, Ettore Zocaro, Costanzo Costantini. Per le citazioni di Kundera e di Simenon non sono citate le fonti.

Tano Pirrone

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«IL MIO MESTIERE» SECONDO FEDERICO FELLINI

FILM COME VIAGGIO. Fare un film è come fare un viaggio, ma del viaggio mi interessa la partenza, non l’arrivo. Il mio sogno è fare un viaggio senza sapere dove andare, magari senza arrivare in nessun posto, ma è difficile convincere banche e produttori ad accettare questa idea.

LA MIA FILOSOFIA. Ogni ricerca che un uomo svolge su se stesso, sui suoi rapporti con gli altri e sul mistero della vita, è una ricerca spirituale e, nel senso vero del termine, religiosa. Suppongo sia questa la mia filosofia. Faccio i miei film nello stesso modo in cui parlo alla gente. Questo per me è neo-realismo, nel senso più puro e originale. Una ricerca in se stessi e negli altri. In ogni direzione, in tutte le direzioni in cui va la vita.

LE FACCE. Non mi sono mai deciso alla scelta di un attore attratto dalla sua bravura, dalla sua capacità professionale: come non mi ha mai trattenuto dal prendere da un non attore la sua inesperienza. lo vado in cerca di facce espressive, caratterizzate, che dicano tutto di sè al primo apparire sullo schermo. Tendo anzi a sottolineare con il trucco e il costume tutto ciò che può evidenziare la psicologia della persona. Per scegliere non ho un sistema. La scelta dipende dalla faccia che ho davanti e da quel tanto che posso indovinare dietro alla faccia in persone di solito sconosciute, che vedo per la prima volta. Se commetto un errore di partenza, cioè se attribuisco a una faccia un significato che questa non ha, me ne accorgo di solito ai primi ciak e allora cambio il personaggio.
Non costringo l’interprete a entrare in panni non suoi, preferisco fargli esprimere quello che può. Il più delle volte non lo dico per evitare reticenze, pudori, risentimenti; eppure potrei sempre dire agli attori che stanno in un mio film: siate voi stessi e non preoccupatevi. Il risultato è sempre positivo.
Ognuno ha la faccia che gli compete, non può averne un’altra: e tutte le facce sono sempre giuste, la vita non sbaglia.
Voglio aggiungere ancora una cosa: è stato proprio scegliendo i volti tra le comparse che qualche volta è saltato fuori il protagonista del film. Le comparse sono collaboratori preziosissimi dei miei film, alcuni di loro mi seguono da sempre: Chiodo, Baghino, Nebolini, Cerpelloni, Capitani… Anche stamattina Castrichella s’è affacciato alla porta del mio ufficio per vendermi una maglia. Castrichella è una delle tante comparse che stanno in tutti i miei film, di quelle che ho visto invecchiare, che mi piace ritrovare puntualmente all’inizio di ogni nuova avventura, docili faccette in cui proietto me stesso, che hanno qualcosa di familiare nel rappresentare i miei tic, le mie manie, le mie civetterie.

ROSSELLINI. Rossellini è stato una specie di metropolitano che mi ha aiutato ad attraversare la strada. Non credo che mi abbia influenzato profondamente nel senso che di solito si dà a questa parola. Gli riconosco, nei miei confronti, una paternità come quella di Adamo: una specie di progenitore da cui siamo tutti discesi. Individuare esattamente quali sono le cose che ho ereditato da lui non è facile. Rossellini ha favorito il mio passaggio da un periodo nebbioso, abulico, circolare, allo stadio del cinema. E stato un incontro importante, sono stati importanti i film che ho fatto con lui: in maniera di destino, però, senza che ci fosse volontà o lucidità da parte mia. lo ero disponibile per qualche impresa e lui era lì. Se in seguito ho avuto dei dubbi, delle remore ad accettare la regia del primo film, è a quei lieti ricordi che sono tornato per darmi coraggio.

DA SCENEGGIATORE A REGISTA. Pensavo di non essere tagliato per la regia. Mi mancavano il gusto della sopraffazione tirannica, la coerenza, la pignoleria, la capacità di faticare e tante altre cose, ma soprattutto l’autorità. Tutte doti assenti nel mio temperamento. Da bambino ero un tipetto chiuso, solitario, aggredibile, vulnerabilissimo fino allo svenimento. E sono rimasto, checché ne pensi la gente, molto timido. Tutto questo come si poteva combinare con gli stivali, il megafono, l’urlata, le armi tradizionali del cinema? La regia di un film è sempre il comando sulla ciurma di Cristoforo Colombo che vuoi tornare indietro. Tutt’intorno hai le facce degli elettricisti, il loro muto interrogativo: «Dottò, e che volèmo fà tardi pure stasera» Senza un po’ d’autorità ti spingerebbero affettuosamente fuori dal teatro.
Ognuno ha la faccia che gli compete, non può averne un’altra: e tutte le facce sono sempre giuste, la vita non sbaglia.
Già facevo lo sceneggiatore, andavo sul set per modificare situazioni o battute, e mi meravigliavo che il regista potesse avere rapporti distaccati con le attrici. Mi riusciva difficile di scrivere un dialogo in quella confusione; sentivo terribilmente il disagio del lavoro collettivo, tutti insieme a fare una cosa e parlando forte. Eppure, è andata a finire che riesco a lavorare bene so nella confusione, come quand’ero giornalista e scrivevo gli articoli all’ultimo momento nel caos della redazione. Mi ritrovai più a mio agio nei film girati fuori, all’aria aperta. In questo davvero Rossellini fu un iniziatore.

IL LAVORO CON L’ATTORE. Il mio lavoro con gli attori si riduce quasi sempre a una serie di suggerimenti tratti dall’osservazione della vita in comune. Una risorsa per me, in questo campo, è osservare l’attore mentre sta lavorando, o telefona, o parla con qualcuno della dieta macrobiotica, dell’età di un collega, a tavola, quando cominciano le confidenze o i discorsi di politica, quando chiacchiera con i macchinisti dell’eterna partita Roma-Lazio. E là che vedo come lo voglio. Mi capita spesso di dire, è una frase che ricorre sempre: «Fai come quella volta che… ». E quella volta può essere, per esempio, la litigata con un cameriere al ristorante. lo posso suggerire all’attore, che deve dire all’amante o al figlio: «vattene da questa casa!»: «Fai come quella volta che hai detto al cameriere “Mi hai portato il riso scotto”». Anzi, a volte arrivo a far dire all’attore «Mi hai portato il riso scotto» anziché «vattene da questa casa», tanto al doppiaggio si sistema tutto.

IL CAMPANONE DI SAN PIETRO. Si dica quel che si vuole ma l’inseguire una donna che avanza ancheggiando mentre il campanone di San Pietro diffonde rintocchi ammonitori e minacciosi, come nel sonetto del Belli, è una visione che continua ancora ad affascinarmi.

LA LUCE. Che cos’è la luce, per il cinema? Se il cinema è immagine, la luce è evidentemente il fattore essenziale. Nel cinema la luce è idea, sentimento, colore, profondità, atmosfera, stile, racconto, espressione poetica. La luce è il potere magico che aggiunge, cancella, attenua, arricchisce, sfuma, esalta, allude, sottolinea, rende credibile e accettabile il fantastico, o, al contrario, crea trasparenze per cui la realtà più grigia e quotidiana diventa onirica; fiabesca. Con un riflettore e un paio di “bandiere” un volto opaco, espressivo quanto un ginocchio, appare intelligente, misterioso, affascinante; un faccione bonario e pacioso diventa sinistro, minaccioso, fa paura. La scenografia più povera, squallida, sciatta può con la luce dischiudere prospettive incantate, inquietanti… Spostando appena un “cinquemila”, e accendendone un altro in controluce, ogni senso di angoscia scompare e tutto è sereno, confortante, casalingo. Il film, insomma, si scrive con la luce; lo stile di un autentico cineasta si esprime con la luce.

IL COLORE. Nei confronti del colore, agli inizi, ero abbastanza prevenuto: anche perché il bianco e il nero mi sembravano gli unici veri, imprescindibili colori del cinema. Il cinema è movimento, pensavo, il colore è immobilità: come possono convivere? Come sperare, mi dicevo, in un risultato che esprima fedelmente l’idea che abbiamo del colore, l’emozione, il sentimento, il ricordo che ogni volta diversamente diamo al colore? Come evitare che la scelta, la definizione dei colori vengano svilite, tradite, o comunque alterate da tutti quegli elementi imponderabili d’illuminazione, di ripresa, di stampa soprattutto? Il pittore dà al suo quadro una luce ferma, fissa, immutabile, dove il colore è e rimane come è stato dipinto. Si potrebbe pensare che nell’immagine cinematografica sia possibile definire con altrettanta precisione il colore in tutte le sue sfumature tonali. Non è così. Fra i vari colori di una scena esiste un vero contagio, uno scambio fluidico, per cui in proiezione ti accorgi che certe aree luminose sono affondate nel buio, altre hanno preso riflessi imprevedibili, ce uno sconfinamento costante ai margini degli oggetti di un colore nell’altro. Tu, regista, contempli il tuo quadro vivente, ti sembra di esserne soddisfatto, sei pronto a girare: e, ubbidendo a quelle che credi siano le esigenze narrative, stilistiche, tentando cioè di raccontare così come pensi vada raccontata la particolare situazione di quel momento, ti avvicini o ti allontani, panoramichi, muovi insomma la macchina da presa. Ed ecco che subito la luce cambia di intensità, i colori si esaltano o si mortificano, e tutti i valori cromatici non sonopiù gli stessi.Il verde non è più quel verde che contemplavi da una certa distanza: è più denso,-più compatto se stai a un metro; più inerte, quasi grigio, se ti allontani. Dovrei dedurne che, non essendo possibile girare a colori con una totale garanzia di sicurezza espressiva, converrebbe continuare a usare il bianco e il nero? No: penso invece che, a parte queste difficilmente prevedibili difficoltà, a parte il senso d’impotenza che spesso ti fa rimpiangere la fedeltà dell’amatissimo bianco e nero, il colore arricchisce il film di una nuova dimensione e, se usato pittoricamente, diviene un mezzo di espressione preziosissimo. Constato comunque con piacere che esso non ha mai sostituito
in modo totale il bianco e nero, che ogni tanto ricompare in questo o quel film, e che spero séguiti a sopravvivere.

SATYRICON. In un film su Roma antica le soluzioni volgari sono tante. Per forza, la nostra conoscenza è così scarsa, a un certo momento ci si imbatte nella nebbia, nel buio. Com’erano i romani allora? Come ridevano? Cos’è che li inteneriva, cos ‘è che li rendeva feroci? Noi non sappiamo nulla di nulla. Non solo: ma ci è anche difficile poter immaginare qualcosa, perché tutti i nostri giudizi sono ormai viziati da duemila anni di cristianesimo, dal concetto della pietà, dall’idea dei peccati capitali. Basta pensare ad un avaro, a un invidioso. Che faccia poteva avere a quel tempo? Non certo la faccia di un avaro o di un invidioso di oggi. No, le soluzioni sono state tutt’altre. Ed ecco allora il fascino di questo film. Il vero sforzo seducente è costituito nell’uscire dalle maschere a cui siamo abituati, nel buttare a mare gli stili, nel tentare di mettere a nudo la psicologia precristiana: così misteriosa, così profondamente diversa dalla nostra… A volte le costumanze del Satyricon cinematografico devono risultare incomprensibili, certi gesti stravaganti nella loro indecifrabilità, smorfie, cenni, tic, mosse di cui abbiamo perduto il senso e non sappiamo più a cosa alludono, come se uno straniero scoprisse a poco a poco il significato e le intese che ci sono sotto certi particolari boccacce o contorsioni dei napoletani oppure quando si assiste a un documentario su certe tribù dell’Amazzonia.

I DISEGNI. Perché disegno i personaggi dei miei film? Perché prendo appunti grafici delle facce, dei nasi, dei baffi, delle cravatte, delle borsette, del modo di accavallare le gambe, delle persone che vengono a trovarmi in ufficio? Forse l’ho già detto che è un modo per cominciare a guardare il film in faccia, per vedere che tipo è, il tentativo di fissare qualcosa, sia pure minuscolo, al limite dell’insignificanza, ma che mi sembra abbia comunque a che fare col film, e velatamente mi parla di lui: non so, forse è anche un pretesto per avviare un rapporto, un espediente per trattenere il film, o meglio ancora per intrattenerlo.

LA VISIONE POLITICA. La politica, intendo dire una visione politica della vita dove i problemi del vivere sono proposti e affrontati solo in termini collettivi, mi sembra una limitazione. Tutto ciò che rischia di cancellare, di nascondere, di alterare l’individuo e la sua privatissima storia, configurandosi in realtà astratte e schematiche, confondendosi nelle “categorie’: nelle “classi’: nelle “masse”, debbo confessare che mi allontana istintivamente… Del resto il delirio verbale con cui sistematicamente vengono presentati i problemi della società, sembra accuratamente escogitato per rendere ottusi, inerti, per isolare in un’esclusione irrimediabile. A volte la mia estraneità a una problematica politica, invece di restituirmi un sentimento di disagio e di imbarazzo, mi conforta, me ne sento protetto, penso di essere fortunato, e questo mi succede quasi ogni giorno quando sui giornali, o per radio, o alla televisione assisto alla gran sarabanda informativa sulla vita politica italiana.

CINEMA-VERITÀ. Il cinema-verità? Sono piuttosto per il cinema-falsità. La menzogna è sempre più interessante della verità. La menzogna è l’anima dello spettacolo e io amo lo spettacolo. La fiction può andare nel senso di una verità più acuta della realtà quotidiana e apparente. Non è necessario che le cose che si mostrano siano autentiche. In generale è meglio che non lo siano. Ciò che deve essere autentica è l’emozione che si prova nel vedere e nell’esprimere.

IL MIO MESTIERE. Mentre la luce del crepuscolo via via si attenua, mentre anche l’ultimo chiarore si allontana e cominciano ad accendersi le prime lampade, ecco che tutto quello che prima era ancora confusione, disordine, perché conservava concretamente l’impronta della giornata lavorativa, sparisce nel buio; e adesso il set diventa davvero quel luogo che avevi immaginato quando hai preso i primi appunti della tua storia. Che piacere per me allora girare a braccetto con l’operatore e tentare di suggerirgli i miei desideri, concordare con lui il da farsi, attenuare certe sciabolate di luce per allontanare una parte dello sfondo, in modo che le figure in primo piano diventino solo silhouettes; ci segue anche il capo elettricista, che è spesso un collaboratore intelligente, espertissimo, animato da una sincera voglia di compiacere regista e direttore della fotografia. Ecco, adesso i riflettori, coi loro fasci di luce, diventano proprio grandi o piccoli pennelli, coi quali si continua ad ammorbidire o intensificare, a seconda del bisogno, i colori della realtà e quelli della fantasia, mentre lassù, nell’aria scura, dove stanno rannicchiati sui ponti gli elettricisti, scorgi il minuscolo bagliore di qualche sigaretta, odi il bisbigliare degli uomini che si scambiano i consueti commenti sulle partite della Roma e della Lazio, aspettando tranquillamente il piccolo miracolo della ripresa della scena programmata. Ecco, mi dico, questo è proprio il cinema, questi sono i momenti in cui mi sento ancora innamorato del mio lavoro e convinto che il mio mestiere sia veramente il più bello del mondo.

FARE IL CINEMA CON LIBERTÀ. La esperienza con Rossellini, il viaggio di Paisà, rappresentò per me la scoperta dell’Italia. Fino a quel momento non avevo visto gran che: Rimini, Firenze, Roma e qualche cittadina del Meridione intravista quando stavo in giro con l’avanspettacolo, borghi e paesi chiusi in una notte medievale come quelli conosciuti da ragazzo, solo con dialetti diversi. Mi piacque il modo che aveva Rossellini di fare il cinema come un viaggio piacevole, una scampagnata di amici. Fu quello, mi pare, il seme buono. Seguendo Rossellini mentre girava Paisà mi parve improvvisamente chiaro, una gioiosa rivelazione, che si poteva fare il cinema con la stessa libertà, la stessa leggerezza con cui si disegna e si scrive, realizzare un film godendolo e soffrendolo giorno per giorno, ora per ora, senza angosciarsi troppo per il risultato finale; lo stesso rapporto segreto, ansioso ed esaltante che uno ha con le proprie nevrosi; e che gli impedimenti, i dubbi, i ripensamenti, i drammi, le fatiche, non erano poi molto diversi da quelli che soffre il pittore quando cerca sulla tela un tono e lo scrittore che cancella e riscrive, corregge e ricomincia, alla ricerca di un modo espressivo che, impalpabile e sfuggente, vive nascosto tra mille possibilità. Rossellini cercava, inseguiva il suo film in mezzo alle strade, con i carri armati degli alleati che ci passavano a un metro dalla schiena, gente che gridava e cantava alle finestre, centinaia di persone intorno che cercavano di venderei o di rubarci qualcosa, in quella bolgia incandescente, in quel formicolante lazzaretto, che era Napoli, e poi a Firenze e a Roma e negli sconfinati acquitrini del Po; con problemi di ogni tipo, permessi revocati all’ultimo momento, programmi che saltavano, misteriose sparizioni di danaro, nel girotondo frastornante di produttori improvvisati sempre più avidi, infantili, mentitori, avventurieri. Ecco, da Rossellini mi pare di avere appreso un ammaestramento mai tradotto in parole, mai espresso, mai trasformato in programma -la possibilità di camminare in equilibrio in mezzo alle condizioni più avverse, più contrastanti, e nello stesso tempo la capacità naturale di volgere .a proprio vantaggio queste avversità e questi contrasti, tramutarli in un sentimento, in valori emozionali, in un punto di vista. Questo faceva Rossellini: viveva la vita di un film come un’avventura meravigliosa da vivere e simultaneamente raccontare.

FELLINI = CINEMA. Fellini non è soltanto un grande regista, il più grande del nostro tempo, ne sono sicuro: è soprattutto un creatore, grande, vero, fors’anche inconsapevole, talvolta un po’ sconcertante, che ha attinto dal subcosciente il materiale per tutte le sue opere. Per questo lo ammiro profondamente, un po’ geloso, forse, d’una potenza che sento di non possedere. Per me Fellini “è” il cinema. (Georges Simenon)

IL PUNTO PIU ALTO DELL’ARTE MODERNA. Fellini, uno dei pochi che hanno fatto del cinema una parte dell’arte moderna; il solo la cui immensa opera può essere messa sullo stesso piano di quella di Picasso e di Stravinski… La strada, La dolce vita, Amarcord, Satyricon, Casanova, Prova d’orchestra, La città delle donne, E la nave va sono film che gettano uno sguardo magicamente immaginativo e, allo stesso tempo, terribilmente lucido sul mondo moderno, sulla sua grottesca sessualità, il suo abbrutimento, il suo esibizionismo… I film di Fellini sono il punto più alto dell’arte moderna… (Milan Kundera)

Aspettando Fellini (3)

a cura di Tano Pirrone

Il terzo documento che presentiamo, aspettando il centenario della nascita di Federico Fellini, è la recensione che Tullio Kezich fece del film Intervista (1987), pubblicata nel suo libro Il film’90 – Cinque anni al cinema 1986 – 1990, Arnoldo Mondadori Editore, Oscar Mondadori, Guide n. 43.

L’autore non avrebbe bisogno di presentazioni, essendo stato fra i critici più fecondi e dall’ampio respiro produttivo: fu critico, commediografo, produttore e sceneggiatore cinematografico e televisivo, scrittore, attore. Ma lo ricordiamo ai più giovani (magari ci fossero!), essendo egli venuto a mancare nel 2009.

Il film che presentiamo è la penultima opera di FF, preceduta da Ginger e Fred del 1986 e seguita nel 1990 da La voce della luna.

Trama: la visita di una troupe giapponese agli studi di Cinecittà permette a Fellini di rievocare alcuni momenti della sua vita di cineasta, in un continuo alternarsi tra passato e presente. Il ricordo della prima visita del giovane a Cinecittà per intervistare una diva, quando rimase affascinato da questo mondo dei sogni. Le riprese de La dolce vita. Seguite da un incontro, quasi trent’anni dopo, tra Marcello Mastroianni e Anita Ekberg.

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Intervista
Regia di Federico Fellini. Soggetto: Federico Fellini, Franz Kafka. Sceneggiatura: Federico Fellini, Gianfranco Angelucci. Fotografia: Tonino Delli Colli. Montaggio: Nino Baragli: Musiche: Nicola Piovani. Scenografia: Danilo Donati. Interpreti e personaggi: Federico Fellini: se stesso; Sergio Rubini: Fellini da giovane/se stesso; Paola Liguori: la diva; Maurizio Mein: aiuto regista.

Chi volesse rivederlo e non ne possiede una copia può facilmente reperirlo sul libero mercato online, noleggiarlo (noi siamo clienti da sempre di VideoElite) o ricorrere allo streaming.

INTERVISTA

di Federico Fellini, 1987

Con Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Maurizio Mein.

Qual è il segreto della grandezza di Fellini? Come fa il mago di Cinecittà a creare I suoi capolavori? Come sceglie i personaggi dei film? Che cosa succede in realtà sul set di Federico? E quando è cominciato tutto questo? E dove andrà a parare? Il «filmettino» Intervista finge di dare una risposta alle eterne domande della fellinologia, attribuendole in gran parte all’insistente e cerimoniosa curiosità di un gruppo di intervistatori della Tv giapponese.

Mettendosi in prima persona al centro dello schermo nel diario frammentato della preparazione di un immaginario film tratto da Amerika di Kafka, Fellini maestro dell’intervista finge di auto intervistarsi in un giocoso incalzare di ricordi e simulazioni.

L’effetto è quello di un 8 1/2 con Federico in persona al posto di Mastroianni, ancora più deciso a dire «io» che nel suo capolavoro del ’63. Mastroianni è presente «as himself », brutalmente invecchiato e infilato nel frac turchino di un Mandrake pubblicitario, a fianco di un’Anita Ekberg anche lei maltrattata dagli anni che ci separano da La dolce vita. Premiato a Cannes benché fuori concorso, trionfatore a Mosca, acclamato a Locarno, a Montreal e ovunque, Intervista conferma l’ambigua disponibilità del suo autore alla confessione disarmata e alla bugia spudorata, alla cronaca divertita e alla fantasticheria senza rete. Filmato sulla realtà, il film finisce per essere una delle fantasie più libere scaturite dalla mente del suo autore. Il quale, anche come interprete di se stesso, appare naturale ai limiti della totale reinvenzione. [1987]

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Tullio Kezich “IL FILM ‘90” – Cinque anni al cinema 1986 – 1990

Oscar Mondadori, Guide 43 – Arnoldo Mondadori Editore – 1990

Aspettando Fellini (2)

Luci del Varietà

a cura di Tano Pirrone

Una scalcinatissima compagnia di varietà si esibisce nel rustico teatro di un borgo. Il rozzo pubblico mostra di apprezzare mediocremente lo spettacolo; salvo una bella fanciulla che, lei, invece, ne sembra affascinata. La ragazza vorrebbe entrare a far parte di quella compagnia; e infatti, dopo lo spettacolo, riesce ad aggregarcisi. La compagnia parte; in treno la fanciulla fa amicizia con il capocomico, buon diavolo un po’ millantatore e liber­tino; e al prossimo paese, con la nuova recita, riesce ad ottenere di figurare come ballerina. Questa recita, però, va malissimo; finché il padrone del teatro, di fronte ai fischi e agli sberleffi del pubblico, ha un’idea: afferra per un braccio la novizia, cui durante la danza è caduta la gonnella, e la caccia a forza, seminuda, sul palcoscenico. Naturalmente la bella ragazza spogliata ottiene un pronto successo e lo spettacolo si replica per varie sere. Anzi un avvocato di provincia, melomane e dongiovannesco, invita tutta la compagnia in una sua villa in collina. I poveri comici si sfamano finalmente ad un pranzo abbondante; ma quando l’avvocato vuol riscuotere il prezzo della non disinteressata ospitalità, si scontra con il capocomico anche lui invaghito della vezzosa ballerina. Pugilato e rottura; i comici vengono messi alla porta e, di lì a pochi giorni, li ritroviamo a Roma, più in bolletta che mai. Questa volta però la fanciulla si dà delle arie e il capocomico, che per lei ha piantato la moglie, ci rimette tempo e denaro. Tutto finisce al solito modo: la bella ragazza ormai lanciata, gra­zie ai favori di un ricco impresario, entra in una compagnia di grido; il capocomico, dal canto suo, riconciliatosi con la moglie e abborracciata alla meglio una seconda e non meno scalcinata compagnia, parte in terza classe per un giro in provincia.

Questa storia un po’ esile, intitolata Le luci del varietà, è stata diretta da Alberto Lattuada e Federico Fellini, con Carla Del Poggio, Peppino De Filippo e Giulietta Masina nelle parti principali. Il film appare fatto con molta cura e con una certa finezza; nella prima parte ha anche un episodio gustoso, quello dell’avvocato, personaggio verissimo e ben riuscito; ma nel complesso pecca di una certa freddezza e frammentarietà. Gli ambienti della capitale nella seconda parte non sono così azzeccati come quelli provinciali della prima; e la storia della bella e spensierata ragazza e dello sciagurato capocomico rimane a mezzaria, con trapassi troppo bruschi e ingiustificati. Peccato; se il personaggio della ragazza fosse stato studiato più a fondo, il film avrebbe avuto una maggiore solidità e conseguenza. Così com’è, esso non permette alla bella e vivace Carla Del Poggio che un gioco limitato e insufficientemente espressivo. Brava la Masina in una parte che le conviene perfettamente. Peppino De Filippo, invece, ci è sembrato alquanto impacciato.

“L’Europeo”, 4 maggio 1951

Luci del varietà (p.p.p. 6 dicembre 1950). Regia: Alberto Lattuada, Fe­derico Fellini. Sogg.: F. Fellini. Scen.: F. Fellini, A. Lattuada, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano. La recensione segue a quella di Un marito per mia madre di Henri-Georges Clouzot, cui si riferisce il titolo complessivo dell’articolo: Clouzot si diverte.