Vi presento WALL-E

proposto da Sandro Russo

http://www.ponzaracconta.it/2019/12/26/vi-presento-wall-e/

Per qualche suggestione interna (neanche troppo difficile da immaginare) del “Canto di Natale” di Capossela pubblicato ieri, mi sono ricordato di WALL-E, una delle migliori pellicole prodotte dalla Walt Disney-Pixar (*). Diretto da Andrew Stanton, WALL-E ha vinto il premio Oscar come miglior film d’animazione nel 2009.
Il film – fantascientifico d’animazione, senza personaggi antropomorfi (almeno non tra i principali), con un titolo che non significa granché – secondo me rappresenta una vetta della sintesi tra sceneggiatura e immagini – una scommessa vinta – proponendo in una maniera del tutto originale, ancorché inconsueta, temi importanti quali il futuro del pianeta Terra, lo smaltimento dei rifiuti, la solidarietà tra gli esseri umani, il corretto stile di vita e la lotta alla sedentarietà; inoltre adombra la possibilità dello sviluppo di intelligenza autonoma e di emozioni in robot creati per altri scopi.
Wikipedia dedica un’estesa trattazione del film (trama, riconoscimenti e curiosità); provo a farne una sintesi per gli aspetti che più mi hanno interessato.

Anno 2105. Il livello di inquinamento del pianeta Terra è altissimo, la superficie terrestre è ormai completamente ricoperta di immondizia. Una grande azienda commerciale che ha preso in mano il governo del mondo, ha costruito una flotta di navi spaziali, la cui ammiraglia è la Axiom, sulla quale parte dell’umanità si è imbarcata per una crociera di cinque anni allo scopo di sopravvivere, mentre sulla Terra ha realizzato e messo in opera un esercito di robot chiamati WALL-E (“Waste Allocation Load Lifter Earth-Class” – “Sollevatore di Carichi per l’Allocazione dei Rifiuti – serie Terrestre”) incaricati di fare pulizia, compattando i rifiuti in cubi.
Ma qualcosa non va come dovrebbe, i robot pian piano si disattivano tutti e nel 2110 la missione di rientro non può avere luogo, visto che il pianeta non è stato ripulito. Uno dei robot però è rimasto ancora in funzione. È lui il protagonista del film.

Anno 2805. Sono ormai 700 anni che WALL-E, l’ultimo della serie di robot originariamente presenti sulla Terra, continua imperterrito la sua opera di spazzino del pianeta, giorno dopo giorno, compattando e stoccando l’immondizia in cubi che poi impila uno sull’altro fino a formare centinaia di enormi grattacieli di rifiuti. La sera, finito il suo lavoro, torna alla sua “casa”, dove custodisce gli oggetti da lui ritenuti interessanti trovati nel corso delle sue operazioni di pulizia. Uno di questi oggetti è una vecchia videocassetta del film Hello, Dolly! (film di Gene Kelly del 1969, basato sull’omonimo musical di Broadway). WALL-E è affascinato da questo film che gli fa sognare di poter trovare un giorno una compagna, tenerla per mano, ballare con lei e non essere più solo.
È così che durante questi sette secoli WALL-E, da freddo automa meccanico senz’anima qual era, ha sviluppato una personalità (quasi) umana.

WALL-E con un’espressione triste (!?)

A rompere questa secolare routine, un giorno scende dal cielo un razzo che deposita sul pianeta un robot molto particolare, e WALL-E spera che ciò possa spezzare la sua infinita solitudine. Il robot sembra essere di genere femminile, ha una forma ad uovo ed è di un livello tecnologico molto superiore: può volare e registrare immagini.
Una volta incontrati, il robot proveniente dallo spazio si presenta col nome di EVE (Extraterrestrial Vegetation Evaluator – “Esaminatore di Vegetazione Extraterrestre”).

Trailer da YouTube:

WALL-E non sa cosa EVE sia venuta a fare sul suo pianeta e, in una comunicazione rudimentale, si chiedono a vicenda della propria funzione: WALL-E le mostra che il suo compito è compattare i rifiuti, EVE invece gli dice che la sua missione è riservata.

La brevissima sequenza del ritrovamento di una piantina viva:

Quando WALL-E le mostra una piantina che aveva trovato fra le macerie, individuando che si tratta di un segnale di vita su un pianeta apparentemente morto, EVE la prende, la chiude dentro di lei e si disattiva: la sua missione infatti era trovare una forma di vita sulla Terra, pianeta ritenuto ormai privo di vita.
WALL-E, che ormai si è affezionato tantissimo a EVE – possiamo dire è perdutamente “innamorato”? -, resta quindi alle prese con una robot inanimata, ma nonostante ciò continua a prendersi cura di lei sperando in un suo risveglio. Tempo dopo il razzo torna a prenderla, ma WALL-E non vuole lasciarla andare (…).
La trama è complessa: c’è tutta una seconda parte sull’astronave degli umani (obesi e praticamente immobili) che viaggia nello spazio; varie avventure; poi WALL-E e EVE (come Adamo ed Eva) tornano sulla terra desolata, ma il robottino cingolato, per le tante peripezie cui è andato incontro, ha perso la memoria…
Ancora da YouTube, il sottofinale:

Non so se sono riuscito a dare un’idea del film e del perché mi abbia così interessato.
Ho trovato geniale la capacità degli autori – regista, sceneggiatori, animatori – di rendere l’essenza dell’umanità, i sentimenti, da immagini di mezzi meccanici, per definizione privi d’espressione… Di mostrare la capacità di WALL-E di provare emozioni mentre raccoglie, compatta e sperimenta, come spinto da un’umana curiosità, gli svariati oggetti che trova in giro. Tra essi, appunto, la videocassetta di Hello, Dolly!, grazie alla quale WALL-E scopre l’amore e acquista coscienza della sua solitudine. È con queste premesse che i realizzatori del film avevano intenzione di emozionare gli spettatori, costruendo una storia d’amore fra due robot.
…E poi una miriade di citazioni (da Blade runner a E.T. L’extraterrestre, a 2002: la seconda Odissea; perfino da Pinocchio) (Cfr. una lista completa in Wikipedia).

Insomma, il luogo comune per cui un film d’animazione sia un sottogenere è di gran lunga venuto meno; oltre alla sperimentazione grafica e all’aspetto visivo, anche i contenuti sono divenuti “alti” [faccio solo alcuni esempi tra una moltitudine di opere importanti; basti pensare a Valzer con Bashir (Ari Folman 2008), a La sposa cadavere (Tim Burton, 2005), le opere di Jan Švankmajer (1934 – vivente) e di Hayao Miyazaki (1940 – vivente); il recentissimo La famosa invasione degli orsi in Sicilia; Lorenzo Mattotti, 2019).

Spero di aver dato un’idea.

WALL-E saluta e augura Buone Feste e Buon Anno

(*) La Pixar – la cui fusione con la Disney ha dato nuova linfa alla storica casa e l’ha salvata dal declino – si prefigge, con ogni suo nuovo film, di superare i limiti nel campo della tecnica e dell’animazione. WALL-E in questo senso è innovativo in più di un campo (un altro esempio: a chi non l’ha visto consiglio Inside–outOscar come miglior film d’animazione 2016 (regia di Pete Docter) e Coco del 2017 diretto da Lee Unkrich e Adrian Molina).

PARASITE. UN FILM ORIGINALE CHE NASCONDE UN FORTE MESSAGGIO POLITICO

27 Novembre 2019

Pino Moroni
https://www.artapartofculture.net/2019/11/27/parasite-un-film-originale-che-nasconde-un-forte-messaggio-politico/

Perché il cinema coreano sta diventando così importante da vincere la Palma d’oro a Cannes e candidarsi con successo come miglior film straniero ai prossimi Oscar? E perché, malgrado la forte idiosincrasia dell’occidente verso i noiosi e lenti film orientali, l’uscita dell’ultimo film sud-coreano, Parasite, oltre alle buone recensioni, ha mostrato ottimi riscontri al botteghino?

immagine per Parasite movie
Parasite di Bong Joon-ho, 2019

La risposta è che il divario delle tematiche e delle realizzazioni tra le due cinematografie mondiali sta affievolendosi. Con i suoi pregi e i suoi difetti Parasite è una pellicola che parla di due famiglie (i poveri Ki-taek ed i ricchi Park), con i loro piccoli grandi problemi quotidiani, che potrebbero essere ovunque ed agire con le stesse dinamiche narrate dallo sceneggiatore regista Bong Joon-ho (Snowpiercer, Okjia).
Dinamiche però non convenzionali, come nei prodotti fotocopia del cinema europeo ed americano, perché in questo film chi fa la storia, organizza piani, chi ha l’ingegno e lo mette a frutto, usando un bagaglio di conoscenza dato dalla sopravvivenza e non frutto di studi universitari economico-tecnologici, è l’emarginato della società.
Rovesciando il teorema: poveri ignoranti e sempliciotti e ricchi istruiti, furbi e intraprendenti. Dalla parte di tutti i parassiti (scarafaggi od umani che siano) che qui si chiamano indigenti senza lavoro, sempre alla ricerca di un espediente per sopravvivere.
La famiglia Ki-taek (padre, madre e due giovani figli) vive in un puzzolente seminterrato adibito ad abitazione, sotto il livello di una strada, subendone il rumore, l’inquinamento, gli allagamenti e le esternazioni corporee degli ubriachi. La famiglia Park (padre, madre e due figli ancora adolescenti) vive in una villa, disegnata da un architetto, moderna, luminosa, elegante, tecnologica. Una enorme vetrata su un prato verde interno, circondato da numerosi alberi pregiati.
La prima parte del film in cui una stupenda scenografia (Ha-Jung Lee) creata nei teatri di posa e funzionale alla smagliante fotografia (Kyung-pyo Hong) fa da perfetto sfondo alle strategie messe in atto dalla famiglia Ki-taek per vampirizzare i membri della supponente credulona famiglia Park.
Tutti i componenti riescono, usando più o meno leciti espedienti a diventare autista, cuoca, ed educatori dei figli della famiglia Park. Soprattutto ai due giovani Ki-taek, abili mistificatori di carriere universitarie inesistenti, pseudo psicologi e critici d’arte, spetta il compito di irretire sul piano intellettuale la famiglia Park. Vivendo due vite e società e sognando, vista l’ingenuità dei ricchi, di sostituirsi a loro. Iniziando a prendere possesso della casa nel momento in cui i Park sono in vacanza.
Fin qui dice il regista coreano tutto rientra nell’ordine prestabilito e nelle regole generali di una società evoluta, che fa parte dei paesi più sviluppati (viene nominata l’Ocse, n.d.r.) e produce un reddito annuo alto non ben redistribuito. Ecco il punto chiave in cui le due cinematografie (orientale ed occidentale) convergono nel raccontare il presente: i sistemi economici sono ormai omologati e sono omologate anche le strategie di parassitismo del benessere, ovunque.
Ma quando il caso arriva a rompere gli equilibri precari di un sistema ed allo stesso tempo le strategie ed i piani organizzati all’interno di esso dai singoli, un buio pericoloso fatto di misteri, di stanze segrete, di ospiti inattesi e concorrenti, di violenza repressa, invade la luminosa bellezza di ogni ambiente e la serenità delle persone. E nella natura come nella società si scatena l’inferno.
E’ un cambio di registro impressionante quello del regista Bong Joon-ho. Tutto viene filmato con un taglio caos-geometrico, fuori e dentro la casa, in cui ciò che avviene è fuori il controllo di tutti i protagonisti, ma per il regista confluisce in un mosaico filmico in cui tutti i pezzi si incastrano. E’ il momento migliore di un film non convenzionale e dirompente.
Nella parte finale per sciogliere tutti i dubbi su una convivenza forzata tra poveri arrabbiati e ricchi spreconi, in un party grottesco per un bambino viziato, il regista coreano cambia ancora registro e si misura con un caos-splatter, con coltelli, spiedi e sangue, in cui tutto sembra fuori controllo, ma che riesce a gestire con un montaggio di grande professionalità (Jonma Yang) senza cadere nel ridicolo. E’ pur sempre, come ormai sembra necessario mostrare in moltissime pellicole, un pezzo da horror gratuito, ma forse molto funzionale al messaggio di violenza politica che il regista voleva mandare.
Con un finale che sconfina nel fantasy, in cui i parassiti poveri, come in un sogno prendono possesso della casa dei ricchi. Musica eccezionale di Jung Jaeil II, nei suoi differenti stili tra classico e moderno con la sorpresa di sentire anche la canzone In ginocchio da te cantata da Gianni Morandi.

IL CLASSICO DEL MESE

I Gangsters (The Killers), di Robert Siodmak, 1946
di Letizia Piredda

E’ un noir basato sul romanzo omonimo di Ernest Hemingway. Tra i maggiori successi di Siodmak, il film racconta in flashback la ricostruzione degli eventi che hanno portato all’assassinio di un ex pugile affiliato ad una banda di gangster. Il cast include nomi prestigiosi come Burt Lancaster e Ava Gardner. Nel 1964 Don Siegel ne girò un remake intitolato Contratto per uccidere.

I Gangsters di Robert Siodmak, 1946

In realtà, in prima battuta, questo film sembra poco un noir e più un poliziesco: infatti c’è un’indagine che, attraverso molteplici flashback, dura per tutto il film. Ma se considerato  come un poliziesco, c’è un elemento assolutamente incongruo: il fatto che il protagonista (lo Svedese) praticamente non è ucciso, ma si fa uccidere dai killer, cosa assolutamente inaccettabile per i canoni del genere. E ancora, come noir ci sono alcuni elementi, ma non proprio tutti gli elementi più tipici. Sì, la femme fatale c’è,  l’onirismo inteso come bianco/nero fortemente contrastato c’è, ma non l’onirismo più psicologico, quello inteso come continuo fluire da sogno, veglia, dormiveglia.

Burt Lancaster e Ava Gardner in I Gangsters

Ma vediamo adesso quali sono gli elementi principali che caratterizzano il personaggio dello svedese:
– è un uomo finito come pugile (e di conseguenza trattato come qualcosa da
buttar via)
– è ammaliato da Kitty per la quale accetta di fare una rapina a mano armata
– tenta il suicidio quando Kitty fugge con il bottino
– è tradito da Kitty e da Colfax che nel frattempo si sono sposati e sono
diventati una coppia rispettabile
– è tormentato perché non si perdona di aver fatto un errore fatale, di fronte al quale non c’è più niente da fare: non ha  più via di scampo, e questo lo porta a un gesto estremo (cioè si fa uccidere dai killer di Colfax).

Burt Lancaster, lo Svedese

L’insieme di questi elementi ci porta ad alcune considerazioni importanti:
è un personaggio in gabbia, senza via di scampo, tradito da Kitty e da lei raggirato, e usato, per poter fuggire con il bottino e realizzare il piano architettato da Colfax; vittima sacrificale, uomo finito, senza possibilità di riscatto, perché non può perdonarsi gli errori commessi.
A sottolineare questo aspetto converge tutta la messa in scena: non c’è contrasto buio/luce tra dentro e fuori; sia l’interno che l’esterno sono buio/buio: e questo delinea l’atmosfera cupa dell’impossibilità di riscatto. Addirittura quando i killer sparano nella stanza semibuia dello svedese, l’unica luce sono proprio gli spari.
Ci sono poi alcuni elementi tipici dell’espressionismo, come la mano che scivola inerte lungo la colonnina del letto, quando lo svedese muore.
Ora tutto questo ci sembra assolutamente in linea con l’atmosfera del noir, che, va ricordato, è un genere composito dove convivono più generi come il poliziesco, l’horror, il thriller, e che, in molti casi, non è facile tracciare una linea di confine netta l’uno dall’altro.
L’uso dei flashback di ben sette personaggi diversi ci riporta a Citizen Kane: ma non è solo questo l’elemento in comune; c’è anche il taglio giornalistico e la profondità di campo, usata da Siodmak più per addensare le fasi di un’azione senza stacco, che per rappresentare più azioni su diversi piani.
A sottolineare la maestria tecnica del regista basti il confronto della stessa scena (la rapina) in due film diversi:
1) In I Gangster la scena della rapina viene letta, dall’articolo di cronaca,  dal capo delle assicurazioni e ripresa dalla macchina da presa a distanza, con un effetto distanziante per lo spettatore, che assiste ma non partecipa alla scena.
2) In Doppio Gioco (Criss Cross,1949), invece, la scena della rapina è ripresa dall’alto (“l’occhio di Dio”) (*) con un effetto che attira verso il basso lo spettatore (effetto vertigine) che, di conseguenza, viene coinvolto fortemente nella scena.

(*) In ambito cinematografico, l’espressione God’s Eye (Occhio di Dio) viene comunemente adoperata per indicare quel particolare tipo di ripresa effettuata dall’alto, in maniera perfettamente perpendicolare alla scena, in cui gli accadimenti non vengono mostrati dal punto di vista di un particolare personaggio (o un altro elemento), quanto da quello del narratore onnisciente.

L’UFFICIALE E LA SPIA DI POLANSKI E HARRIS.

NON UN FILM SU UNA STORIA MA UN FILM SULLA STORIA. NON SOLO AFFAIRE DREYFUS
3 Dicembre 2019
https://www.artapartofculture.net/2019/12/03/lufficiale-e-la-spia-di-polanski-e-harris/

Pino Moroni

Siamo entusiasti e onorati che Pino Moroni ( cliccate sul link per avere un quadro delle sue molteplici attività e competenze) abbia accettato con questo articolo una, speriamo lunghissima, collaborazione con Odeon.
Pino è nostro amico e sodale fin dagli inizi di “Visioni”, tra le polverose poltrone del Detour, ancora nella vecchia sede di via Urbana (dal 2009 trasferito al n° 107 della stessa via). Da allora cene, “pizze-&-birra” insieme, incontri al casale, raccolte di kiwi (miei) e olive (sue)… In ogni circostanza ci siamo trovati amici, uniti da un comune sentire e dalle stesse esperienze vissute, ai tempi in cui vita, cultura e emozioni facevano la stessa strada.
Ci fa piacere ritrovarlo anche tra le pagine di questo Blog (by Sandro Russo)

Un incontro prolifico tra Roman Polanski e Robert Harris. Un regista che fin dal suo primo film ha privilegiato il racconto thriller, declinato in generi diversi, psicologico, horror, metafisico, poliziesco, ecc. con titoli come Il coltello nell’acqua (1962), Rosemary Baby (1968),  Chinatown (1974), L’inquilino del terzo piano (1976), Frantic (1978), ecc.. Il suo incontro con uno scrittore che ha invece declinato i suoi romanzi in maggior parte nel genere thriller-storico (Imperium, Pompei, I diari di Hitler, ecc.) ha prodotto due capolavori come L’uomo nell’ombra (2010) ed ora L’ufficiale e la spia (2019).

https://www.artapartofculture.net/new/wp-content/uploads/2019/11/l-ufficiale-e-la-spia-di-roman-polanski-2019-trailer-ufficiale-hd-1280x720.jpg
Jean Dujardin in L’ufficiale e la spia,2019 di Roman Polanski

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Jean Dujardin e Louis Garrel

https://www.artapartofculture.net/new/wp-content/uploads/2019/11/Lufficiale-e-la-spia-2019.jpg
Emmanuelle Seigner e Jean Dujardin

Polanski non è certo più quel ribelle anarchico che scandalizzava Hollywood ed il mondo con i suoi film creativi ed innovativi (Cul de sac 1966, Per favore non mordermi sul collo 1967, Che? 1972) e con la sua vita dissipata e fuori le regole.
E infatti il film L’ufficiale e la spia, che narra l’Affaire Dreyfus, un caso di spionaggio militare della fine del secolo XIX non è altro che la puntuale rivisitazione della storia di un ufficiale francese-ebreo accusato di essere informatore dei tedeschi, condannato ingiustamente da un tribunale militare ad una umiliante degradazione ed alla detenzione sull’Isola del diavolo nella Guyana francese.
Lo scrittore Robert Harris, che ha studiato a fondo l’Affaire e l’ha descritto minuziosamente nel suo libro (momento per momento, ambiente per ambiente, comportamento per comportamento, parola per parola), fa partire la storia dalla mattina in cui Alfred Dreyfus (Louis Garrel) viene degradato nel cortile della Scuola Militare di Parigi.
Ma poi nel seguito di questo famosissimo evento il protagonista principale del libro e del film diventa il colonnello George Picquart (Jean Dujardin), presente alla degradazione e poi nominato capo della sezione statistica dell’esercito, unità del controspionaggio militare.
Un uomo integerrimo che fa dell’onore e della ricerca della verità i suoi ideali, seguendo fatti certi contro le falsificazioni strumentali e le manipolazioni. Contro soprattutto i poteri forti, gli alti comandi militari che chiedono ai subalterni ufficiali cieca obbedienza, senza voler ammettere i propri errori. Picquart che combatte contro un muro d’omertà rischierà la carriera, la prigione e forse la vita.
Ma non si può capire il film di Polanski ed il romanzo storico di Harris senza sapere perché nel 1894 si è verificato un Caso Dreyfus.
Qui solo la Storia può aiutare. 25 anni prima (1870/71) nella guerra Franco-Prussiana la Germania aveva annientato la Francia imperiale di Napoleone III e occupato l’Alsazia e la Lorena. Nella guerra i generali dell’esercito francese avevano collezionato una grande quantità di errori, arrivando alla disfatta di Sedan.
In parte i Prussiani avevano vinto per aver usato una micidiale artiglieria pesante, targata Krupp, tecnologicamente più avanzata. L’opinione pubblica francese scossa da quella cocente sconfitta (i prussiani assediarono anche Parigi) era alla ricerca di una rivincita (revanchismo) ed il nuovo esercito della III Repubblica si stava attrezzando con una più moderna artiglieria (famoso l’ultrasegreto cannone da 75).
In tale contesto le rivelazioni ed i passaggi di informazioni sulle nuove armi da parte di spie francesi erano l’innesco per far esplodere il represso nazionalismo dell’opinione pubblica che unito all’ondata di antisemitismo risultarono determinanti nella scelta di un capro espiatorio ebreo, appunto Dreyfus.

Questa la Storia, ma il film anche se aderente al romanzo di Harris dice qualcosa di più sull’indagine del colonnello Picquart. Vuoi perché Polanski è di origini ebree ed ha sofferto l’ostracismo polacco e poi tedesco verso la sua famiglia (deportata nei campi di sterminio) e poi per essere stato perseguito tutta la vita per i noti fatti sessuali degli anni ’70, di cui è stato accusato e condannato.

Le parti migliori del film sono comunque le indagini del nuovo capo del controspionaggio negli archivi della sezione statistica: ambienti angusti, cupi, vecchi, polverosi, con infissi ormai in pezzi ed odore di fogna. E’ la fine dell’ ‘800 e malgrado la Belle Epoque, oltre l’architettura, le altre infrastrutture ed i servizi, la società è in decomposizione a cominciare dai vertici e può avvenire di tutto, anche il sopruso su un militare innocente.
Polanski, perfetto nel descrivere gli ambienti, molto attento alla verità dei fatti accaduti, quasi pedissequo nel suo filmare classico anni ‘50, con la sua maestria cinematografica, si permette di superare la vera storia creando una fiction moderna fatta anche di colpi di scena e forti tensioni, allontanandosi così da un qualsiasi docufilm sull’Affaire.
Mentre i generali ai vertici dell’esercito, colpevoli di occultamento e falsificazione di prove, i politici ed i magistrati, in un balletto di maschere e battute feroci, negano spergiurando sulla validità delle prove false, e l’opinione pubblica, come sempre condizionata dal potere appoggia la Ragion di Stato, cresce il ruolo degli intellettuali nella società francese.
Sul giornale L’Aurore esce un editoriale di Emile Zola, una lettera aperta al Presidente della Repubblica, il famoso J’accuse che fa riaprire il processo (Dreyfus sarà condannato ancora).
Asciutte e perfette le recitazioni degli interpreti principali (Dujardin, Garrel, Seigner, Gadebois) e degli altri minori (militari e politici) tutti grandi attori della Comèdie Francaise.

  • L’ufficiale e la spia.
  • Regia: Roman Polanski
  • Soggetto: Robert Harris (romanzo)
  • Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polanski
  • Musica: Alexandre Desplat
  • Interpreti: Jean Dujiardin (George Picquart), Louis Garrel (Alfred Dreyfus), Emmanuelle Seigner (Pauline Monnier), Gregory Gadebois (Joseph Henry)
  • Produttore: Alain Goldman
  • Casa di produzione: Gaumont, France 2 e 3 Cinema, Rai Cinema, Eliseo Cinema (Luca Barbareschi)

The Bra

segnalato da Sandro Russo

The Bra, di Veit Helmer, 2018

Un treno merci passa attraverso i grandi prati sotto le montagne del Caucaso. Nella cabina Nurlan, il macchinista, guida il treno lungo il percorso che passa attraverso un angusto quartiere di Baku, dove il tracciato dei binari è così vicino alle case da corrispondere esattamente alla strada che separa tra loro i modesti edifici.
La vita del quartiere si svolge sui binari: gli uomini bevono il tè seduti ai tavolini posti sulle rotaie, le donne stendono i panni su fili sospesi sopra il tracciato ferroviario. Quando il treno passa, gli abitanti si alzano, raccolgono frettolosamente i loro oggetti, scappano nelle case e tutto ciò che resta viene intercettato dalla carrozza guidata da Nurlan.

Lui, a fine giornata, raccoglie gli oggetti rimasti attaccati al treno e li riporta ai loro legittimi proprietari: lenzuola, palloni, piume di pollo. L’ultimo giorno di lavoro, in procinto di andare in pensione, trova attaccato al tergicristalli un oggetto inusuale: un reggiseno. Nurlan lo mette nella sua valigia e lo porta nel villaggio di campagna in cui vive. Nei giorni a seguire, pensare alla donna che ha perso quel reggiseno gli toglie il sonno.
La grande solitudine in cui vive lo spinge infine a mettersi alla ricerca della sua proprietaria: una ricerca che si rivelerà difficile, buffa, commovente, e che per lui finirà per coincidere con la ricerca dell’amore e dell’appartenenza. 

Il film è stato girato nel quartiere “Shangai” di Baku, dove davvero la vita della comunità girava intorno ai binari del treno, appena prima che l’intera zona venisse completamente demolita. Tra gli attori protagonisti del film Paz Vega, Maia Morgenstern, Chulpan Khamatova, Miki Manojlovic e Denis Lavant.

NOTE DI REGIA: «The Bra senza dubbio inizia come una commedia ma poi il protagonista, il macchinista Nurlan, incappa in esperienze che possiamo definire tragiche. Ma è anche una storia d’amore, una storia d’amore con un finale inatteso.
Ho scelto di fare un film senza dialoghi perché considero il parlato un modo per raccontare storie non-filmico. Il cinema è essenzialmente fatto di storie che vengono narrate attraverso immagini e suoni, ma non si può semplicemente eliminare i dialoghi dalla sceneggiatura. I film senza dialoghi devono essere concepiti proprio in quanto tali, questo comporta un lavoro notevole nella scrittura. Ma credo che il risultato sia qualcosa di unico per il pubblico che guarda il film».


Quando un film offre occhiali nuovi

di Gianni Canova

Pubblichiamo molto volentieri questo articolo di Gianni Canova, comparso sul N. 47 della Rivista 8 1/2 , che ci dà alcuni elementi importanti per comprendere il fenomeno “Joker”.

Lo scorso anno era toccato a Bohemian Rhapsody. Quest’anno a Joker. Flussi improvvisi di innamoramento collettivo. Passa-parola enfatizzante e contagioso. Meccanismi di inclusione e ripartizione sociale fra i sostenitori (tantissimi) e i detrattori (molti meno, ma tenaci) dei predetti film. Quando capitano fenomeni simili, quando le sale sempre più desolantemente disertate all’improvviso si riempiono, e vedi code fuori dai cinema, e senti che del film ne parlano al bar, e capita perfino che la portinaia o il ben-zinaio ti chiedano se vale davvero la pena di vederli (“vale la pena?”, mi hanno chiesto proprio così…), allora vuol dire che un film trascende i confini pur nobili dello spettacolo cinematografico e diventa a suo modo un sismografo sociale. Lo scorso anno, nel caso di Bohemian Rhapsody, il successo si poteva spiegare almeno in parte (ma solo in parte…) con il culto carismatico e transgenerazionale di un’icona intramontabile come Freddy Mercury.

Joachin Phoenix in Joker, 2019

Quest’anno, con Joker, il fenomeno è più complesso: quando un film funziona così vuol dire che intercetta fantasmi epocali, che fruga nelle anse nascoste dell’immaginario collettivo, che porta in primo piano e offre una valvola di scarico a pulsioni profonde. Non c’è marketing che tenga: qui è il prodotto-film innanzitutto che funziona, che piace tanto alla giuria della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia quanto al pubblico popolare, e che sa dialogare in profondità con il proprio tempo, anticipandone i bisogni e offrendo a tutti nuovi occhiali emozionali per vedere meglio il mondo.

Joachin Phoenix e il regista Todd Phillips

Il problema è che un tempo molti film erano costruiti così, o avevano quanto meno questo obiettivo di fondo, mentre ora Joker sembra una rara avis, un gioiello isolato in mezzo a una produzione che ormai o insegue i solipsismi di certo cinema d’autore o si adagia nella sciatteria di un cinema popolare confezionato senza passione e senza convinzione. In questo numero di 8 1/2 ci occupiamo di marketing del cinema, di come innovare i modi e le forme con cui i film vengono promossi e comunicati. È una riflessione importante e non più procrastinabile. Ma a condizione di non dimenticare mai che il marketing può ben poco se non c’è, prima, un prodotto da Offrire, se non ci sono film capaci di accendere la fantasia e di incrementare l’esperienza emotiva del pubblico che dovrebbe comprare il biglietto per entrare al cinema. In Italia più che altrove.

Venezia in pillole(12)

Bik Eneich (Un Fils) di Mehdi M. Barsaoui, 2019, sezione Orizzonti

di Letizia Piredda

Ricordate questo film “Bik Eneich (Un fils)” Tunisino di Mehdi M. Barsaoui, 2019, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, di cui ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile.
Film di grande potenza espressiva: un incidente in cui il figlioletto di 10 anni viene gravemente ferito, è solo il primo passo verso altre verità nascoste, dove affetti e regole sociali si intrecciano coi risvolti drammatici e gli orrori della guerra libica.

La fiducia tra marito e moglie viene meno proprio appena il dolore straziante per il figlio li ha colpiti, costringendoli a vivere in solitudine un dramma già difficile da sopportare insieme. Sono i silenzi a prevalere sulle parole, sono gli sguardi o i gesti a prevalere sulle azioni, creando un clima di alta tensione psicologica.
A chiudere il film un finale appena accennato, ma di grande forza emotiva.
Sappiamo che il film verrà distribuito in Italia, ma non sappiamo quando.

FINE

Mediterraneo: una rivisitazione

20 SETTEMBRE, 2019
di Sandro Russo
http://www.ponzaracconta.it/2019/09/20/mediterraneo-seconda-o-terza-passata/

Ieri sera ho rivisto Mediterraneo dopo tanto tempo…
Di Gabriele Salvatores, film del 1991!
Ne abbiamo già parlato sul sito, a proposito di un saggio di una sociologa americana Kristin Lawler dal titolo alquanto oscuro – The Mediterranean Imaginary: A Nationalism of the Sun, a Communism of the Sea – “L’immaginario mediterraneo: un nazionalismo del sole, un comunismo del mare” – ma poi tutto si è chiarito, anzi ci ha dato l’occasione di parlare di un film “quasi generazionale” che ha anche dato luogo a qualche interessante commento (leggi qui).
E ancora l’ha citato sul sito Gianni Sarro qualche settimana fa rievocando, attraverso i film, la ricorrenza dell’8 settembre.
Perché il plotone che viene mandato a presidiare un’isola dell’Egeo di nessuna importanza strategica – ci resta per tre anni (!), tagliato fuori, causa la distruzione della radio, da qualunque notizia dal mondo esterno – non sa più nulla degli esiti della guerra, né della caduta del fascismo, tanto meno dell’8 settembre e della guerra civile… Come dice loro un aviere siculo atterrato lì per caso: – Minchia… nenti sapiti… è successo di tutto!
Ma quant’è bello il film! E del finale vogliamo parlare? (…sulla fine delle illusioni alla prova dei fatti – il fallimento della ricostruzione dell’Italia dopo la guerra… appaiato idealmente a C’eravamo tanto amati, di Scola).

Tutto in togliere… Quarant’anni che passano con la macchina da presa puntata sulla scia della barca che li porta via dall’isola dopo tre anni vissuti lì (…forse i più belli delle loro vite) e poi ancora sulla scia del traghetto che dopo tanti anni riporta il capitano indietro, richiamato da una lettera dell’attendente Farina…
È il sergente Lo Russo che parla, stanco e malato – Non si viveva poi così bene in Italia… Non ci hanno lasciato cambiare niente! Allora gli ho detto: – Avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice! Così gli ho detto… E sono venuto qui!
Bravo Salvatores! La “strategia della fuga” è coniugata in ben quattro dei suoi film: Marrakech Express (1989), il seguente Turné del 1990; poi appunto Mediterraneo (del 1991) e quindi Puerto Escondido (1992)

Per leggere gli articoli precedenti clicca sui link sottostanti:
http://www.ponzaracconta.it/2016/05/22/lidentita-mediterranea/ http://www.ponzaracconta.it/2019/09/08/la-storia-raccontata-dai-film-10-la-memoria-dell8-settembre-nel-cinema/

Venezia in pillole (11)

N. 7 Cherry Lane, di Yonfan, 2019, in Concorso

di Letizia Piredda

Incuriosisce questo cartone ambientato a Hong Kong, ma immerso nei classici della letteratura europea: Jane Eyre, Il Laureato, Alla ricerca del tempo perduto. La ricostruzione di Hong Kong è eccezionale: riesce a renderne l’atmosfera caotica, con i colori accesi delle insegne, le tipiche verande delle case. Siamo negli anni sessanta, e per un attimo ci sembra estremamente attuale il film con le proteste, all’epoca contro il potere coloniale, che ci rimandano a quelle odierne. Ma c’è uno iato preciso che tiene a distanza i personaggi del film dalle rivolte sociali, immersi come sono nella lentezza tipica  della recherche proustiana che permeerà tutto il film. Ci  ricorda Il Laureato il triangolo amoroso che si stabilisce tra Fan Ziming , un ragazzo brillante e seducente, la signora Yu, appassionata lettrice di classici e la figlia Meiling.

Il ragazzo subisce subito il fascino della signora Yu, quando la incontra: le discussioni sui classici si intrecciano con la visione dei film con Simon Signoret.  Ben presto, però, subirà anche il fascino della figlia che, alla fine,  riuscirà a conquistarlo. Intorno si muovono una coppia di vicini, dal passato sospetto, con i loro gatti, e il dolce d’autunno che ogni anno viene portato alla signora Yu. Non manca neanche un risvolto sensuale con uno dei capolavori della letteratura cinese popolare,  il Sogno  della Camera Rossa.
L’ultimo tocco al quadro d’insieme è stata l’autoironia del regista quando è stato premiato, per la migliore sceneggiatura: dopo quaranta film , di cui c’era sempre qualcosa che non andava, finalmente ne ho fatto uno bene!

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https://odeon.home.blog/2019/09/27/venezia-in-pillole12/

Venezia in pillole (10)

Sole, di Carlo Sironi , 2019, sezione Orizzonti

di Francesca Caneva

Per Ermanno, un ragazzo della periferia romana alla deriva come tanti altri, tra furtarelli, gioco compulsivo alle slot dove perde regolarmente tutti i pochi soldi che raggranella, la vita non ha prospettive, è tutta lì, riflessa nello sguardo apatico e nel passo indolente. Ma il fratello più grande gli affida un lavoretto facile facile. Dovrà fingersi padre, per l’ultimo mese di gravidanza, del bambino che aspetta Lena, una ragazza polacca dal faccino delicato, lo sguardo vuoto di chi si vieta ogni emozione, infagottata in un goffo piumino celeste.

Dopo la gravidanza, Lena dovrà sparire dalla circolazione, ed Ermanno darà via il bambino in affido al fratello e sua moglie, che non possono avere figli. Ma giorno dopo giorno, nell’appartamento dove Lena è segregata ed Ermanno è il suo carceriere e custode, entrambi irrigiditi nella tristezza  e nell’isolamento dei rispettivi ruoli, qualcosa si scioglie. E’ Sole, la bambina di Lena, nata prematura dopo una drammatica corsa all’ospedale, bisognosa di cure, a cambiare le cose. Sole che deve essere cambiata e lavata, Sole che piange, Sole che deve essere allattata al seno. E in Ermanno, che padre non ha avuto e che ora deve fare il padre per finta, si risveglia inaspettato un senso di cura, di protezione, di responsabilità, in poche parole di paternità….

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