In una toccante scena de Il cielo sopra Berlino di
Wenders, la trapezista Marion ha appena saputo che il circo deve chiudere
perché non è più in grado di pagare le spese. Riflettendo amaramente sulla
precarietà della sua esistenza, soggiunge: Ich
weiß nur, keine Artistin mehr, che nella versione italiana suona “so solo
che non farò più la trapezista”. In tedesco, infatti, Artisten sono gli
acrobati e i giocolieri, non coloro che noi chiamiamo solitamente artisti,
ovvero pittori, scultori, musicisti, scrittori ecc. Per loro, il tedesco ha una
parola più nobilitante: Künstler.
Tuttavia, tradurre “non sono più un’artista” sarebbe stato
proprio sbagliato? Dopotutto, abbiamo forse una parola apposita per designare
chi si esibisce nei circhi e nelle strade, o non lo definiamo, appunto,
“artista circense” o “di strada”? Chiaramente, la nostra esitazione deriva dal
fatto che, quando diciamo artista, intendiamo precipuamente chi pratica le
“belle arti”. Ma anche quelle non “belle” le chiamiamo pur sempre arti: non solo
definiamo arte qualunque mestiere, dal fabbro al medico, ma parliamo di arte
della guerra, dell’arte di arrangiarsi e, peggio ancora, di voci
false diffuse ad arte o di un imbroglione che, con le sue arti,
raggira un povero malcapitato; per non parlare dei derivati “artato”,
“artefatto” e “artificioso”. Ma allora, cos’è l’arte? E quand’è che le arti
“belle” si sono sdegnosamente innalzate al di sopra delle loro cenerentole
sorelle?
In latino ars, corrispondente al greco téchne,
indicava anzitutto l’abilità acquisita con lo studio o la pratica, in
opposizione a ciò che è naturale: era ars qualunque attività che
richiedesse apprendimento, dal nuoto all’oratoria, dalla culinaria alla
scultura. Parimenti, chi praticava un’ars, artista o artigiano che
fosse, era chiamato artifex. La parola artista, inesistente in
latino classico, compare solo in epoca medioevale per indicare docenti e
studenti di “arti liberali”, discipline teoriche e quindi degne di un uomo
libero, come grammatica, retorica e aritmetica. Nella letteratura romanza, è
Dante il primo a usare la parola artista, nello stesso senso dell’artifex
latino. Fu nel XVIII secolo che si verificò la frattura tra arte e artigianato,
quando le “belle arti” (poesia, pittura, scultura, architettura e musica) si elevarono
al di sopra di quelle “meccaniche”; infine, nell’Ottocento, si consolidò l’idea
dell’arte come creatività che nasce dall’ispirazione e va contemplata per puro
piacere estetico, mentre l’artigianato è pratica utilitaristica, mera
operatività. Così nasce il concetto moderno di artista – e le nostre accalorate
discussioni su cosa sia arte e cosa no.
E in tedesco, com’è avvenuto l’estremo restringimento semantico del termine Artist? A fine Settecento, in Francia, nacquero i café-concerts, locali in cui si svolgevano spettacoli di “arte varia”. I francesi chiamavano artistes coloro che vi si esibivano, perciò in tedesco la parola Artist passò ad indicare gli artisti di varietà, e poi soprattutto quelli circensi e di strada. Anche in inglese, nello stesso periodo, avvenne una cosa simile: al termine artist si affiancò il francesismo artiste, per designare chiunque si esibisca davanti a un pubblico. Noi italiani, invece, abbiamo voluto conservare un unico termine che abbraccia Dante, Petrolini e gli acrobati circensi: una parola plurivoca e funambolica, sempre sospesa, come Marion, tra l’aerea poesia del trapezio e la dura prosa del quotidiano. Dalla omonima voce in unaparolaalgiorno.it