Il Piano Sequenza

a cura di Letizia Piredda

Il piano sequenza è una lunga inquadratura, quindi senza stacchi, che riprende una o più scene che normalmente sarebbero raccontate con più inquadrature. Si distingue dal long take che invece è una inquadratura della durata inusuale, ma non l’unica all’interno di una determinata scena.
Qui di seguito due tra i più bei piani sequenza della storia del cinema:

Cerchiamo di approfondire la differenza tra il long take e il piano sequenza.
Il long take, come dice la parola stessa è una ripresa lunga in cui non c’è stacco nè montaggio. Questa ripresa descrive solo una porzione della scena.

Il piano sequenza è una ripresa che prescinde dal montaggio, ma il montaggio non si identifica con lo stacco: ci può essere, ad esempio, un tipo di montaggio senza stacco, che si chiama montaggio interno: questo succede quando c’è un soggetto in primo piano a fuoco e il fuoco si sposta su qualcun altro in un nuovo contesto, senza fare il taglio. A differenza del long-take, il piano sequenza descrive tutta la sequenza, in cui c’è un’ evoluzione narrativa, anche con cambi di location.

Il raccordo cinematografico

a cura di Letizia Piredda

Nel cinema classico, il montaggio va utilizzato, ma deve essere invisibile: questo tipo di montaggio si chiama decoupage classico. Uno  dei principi chiave del decoupage classico, è quello della continuità, che ha lo scopo di controllare la forza disgregatrice del montaggio, per dar vita a uno scorrevole flusso d’immagini da un’inquadratura all’altra e facilitare così la proiezione dello spettatore nel mondo della finzione.
Per fare questo si è ricorso ad alcuni accorgimenti come la costanza e l’omogeneità dell’illuminazione, la centralità dei personaggi e dell’azione in rapporto allo spazio inquadrato.
Ma un ruolo essenziale, in questo ambito, l’ha giocato il raccordo, che ha il compito di mantenere degli elementi di continuità tra un piano e l’altro, in modo che ogni mutamento di inquadratura venga effettuato nel modo meno evidente possibile.

Ci sono vari tipi di raccordo:
il raccordo di sguardo: un personaggio che guarda qualcosa, l’inquadratura successiva ci mostra  questo qualcosa;
il raccordo sul movimento: un gesto iniziato nella prima inquadratura si conclude nella seconda;
il raccordo sull’asse: due movimenti di un’azione sono mostrati in due inquadrature; la seconda si trova sullo stesso asse della prima ma più vicina o lontana di questa rispetto a chi fa l’azione.
il raccordo sonoro: una battuta di dialogo, un rumore o una musica si sovrappone a due inquadrature, legandole così tra loro.
Per capire meglio i vari tipi di raccordo, analizziamo una scena di Colazione da Tiffany, (Breakfast at Tiffany, Blake Edwards, 1961).

Il video ci permette di osservare in sequenza i vari tipi di raccordo:

  1. Mezza figura del giovane Paul (George Peppard) che sta tentando di scrivere un racconto . Seduto al tavolo, batte i tasti di una macchina da scrivere. Fuori campo si sente una chitarra che suona Moon River.
  2. Raccordo di sguardo. Dettaglio del foglio su cui scrive Paul: si legge “C’era una volta una ragazza , molto carina, molto impaurita. Era sola, eccetto che per un gatto senza nome“. Alle note di Moon River si aggiungono le parole della canzone cantate da una voce femminile. I tasti smettono di battere sul foglio.
  3. Mezza figura di Paul che distoglie lo sguardo dalla pagina e lo dirige verso la finestra, prima di alzarsi e andare alla finestra per aprirla.
  4. Raccordo di movimento. Paul, affacciato alla finestra guarda verso il fuoricampo, oltre il margine inferiore dell’inquadratura. La mdp lo riprende dal basso, in figura intera. Il suo corpo è messo in cornice dalle griglie metalliche della scala antincendio.
  5. Raccordo di sguardo. Figura intera di Holly (Audrey Hepburn), la ragazza che abita al piano di sotto e di cui Paul è innamorato. L’angolazione è dall’alto, Holly è seduta alla finestra, che la incornicia, e canta con la chitarra in mano.
  6. Raccordo sull’asse in avanti e nuova inquadratura di Holly, più ravvicinata della precedente, questa volta in mezza figura. L’angolazione è sempre dall’alto.
  7. Mezzo primo piano di Paul alla finestra, inquadrato dal basso.
  8. Raccordo di sguardo. Primo piano di Holly che, dopo un po’ smette di cantare, solleva lo sguardo e saluta.
  9. Raccordo di sguardo. Mezzo primo piano di Paul che contraccambia il saluto.
  10. Raccordo di sguardo. Primo piano di Holly che scambia qualche parola con Paul.

Questa scena è costruita da un uso del montaggio che tende ad accentuare gli elementi di continuità da una scena all’altra.
Un altro aspetto di questa scena è quello legato al meccanismo di costruzione del climax, inteso come un crescendo graduale degli aspetti stilistici che portano al clou di una sequenza narrativa.
Nella scena che abbiamo visto il climax si costruisce attraverso un avvicinamento progressivo a quel momento forte, tipico di molto cinema hollywoodiano, che è l’enunciazione del primo piano della star:

5. Figura intera di Holly
6. Mezza figura di Holly
8. Primo piano di Holly

G.Rondolino e D. Tomasi. Manuale del film.Linguaggio racconto analisi. UTET, 2011

La soggettiva

a cura di Letizia Piredda

La soggettiva è una tecnica di ripresa cinematografica in cui la scena viene inquadrata esattamente dal punto di vista di uno dei personaggi, come se la si vedesse attraverso i suoi occhi. Può essere composta da due inquadrature (nella prima viene mostrato il soggetto che guarda e nella seconda ciò che egli vede) oppure da una sola (viene mostrato solo ciò che il personaggio vede).

8 e 1/2 di Federico Fellini, 1963

Il punto di vista dell’istanza narrante, quello del personaggio e quello dello spettatore coincidono così in un unico sguardo.
Collegati al termine soggettiva troviamo spesso quelli di semisoggettiva e falsa soggettiva.
Per semisoggettiva si intende un’inquadratura che pur rappresentando lo sguardo di un personaggio non ne rispetta fino in fondo la posizione. Cioè la mdp si trova più vicina o piu lontana dall’oggetto di quanto non lo sia il personaggio.
Un’altra possibilità di semisoggettiva è quando la mdp ci mostra una porzione di realtà così come la vede un personaggio, dove però la mdp non ne sostituisce lo sguardo ma sta leggermente alle sue spalle, che finiscono per entrare in campo insieme alla nuca.

La falsa soggettiva, invece, si ha quando ci sono inquadrature che simulano una soggettiva, ma che poi si rivelano o si traformano, in piani oggettivi.

L’inquadratura: campi e piani

a cura di Letizia Piredda

L’inquadratura può essere classificata in due famiglie, i Campi e i Piani, in base all’importanza che viene data all’ambiente e alla figura umana.
Nei campi è protagonista l’ambiente, mentre nei piani è la figura umana ad avere una maggior risalto.

Il campo lunghissimo (C.L.L.) è l’inquadratura più larga, nella quale l’ambiente è totalmente preponderante e un’eventuale figura umana è scarsamente o per niente riconoscibile. Solitamente si usa per inserire un luogo all’interno del racconto, descrivendone così l’ambientazione.

Il campo lungo

Nel C.L. si inizia a percepire chiaramente l’azione, le persone sono distinguibili e circoscritte all’interno del paesaggio, la cui figura continua a dominare la composizione.

Campo Lungo - l'inquadratura
Il “peso” del paesaggio nella composizione è ancora decisivo, ma le figure umane e l’azione sono adesso distinguibili: è un Campo Lungo

Campo Medio

Nel C.M. l’azione inizia ad assumere una certa importanza: le figure umane sono perfettamente leggibili e l’ambiente inizia ad assumere un ruolo di “cornice”, seppur ancora molto presente nel quadro.

Campo Medio - l'inquadratura
Campo Medio: l’azione è distinguibile ma l’ambiente continua ad essere preponderante nel quardo

Campo Totale

Nel C.T. l’azione ha maggiore importanza, le figure umane hanno rilevanza centrale e l’ambiente è rappresentato nella sua totalità.

Totale - Paolo Sorgi - l'inquadratura
Totale: la figura umana è intera e la sua azione è preponderante, rispetto all’ambiente

Figura Intera

F.I.: l’attore riempie varticalmente il quadro, senza “tagli” a gambe o testa. Viene usata questa inquadratura solitamente per sottolineare la fisicità del soggetto.

Figura Intera --l'inquadratura
L’attore riempie verticalmente il quadro e la sua fisicità è sottolineata: è una F.I

Piano Americano

Nel P.A. l’inquadratura parte da sopra al ginocchio, per riprendere fin sopra la testa. L’azione è descritta in maniera preponderante e restituisce molta importanza all’espressività dell’attore. Inquadratura molto usata nei western dove era necessario far vedere le pistole; viene usata anche per i quadri a due o più persone, in scene di dialogo.

Piano Americano - l'inquadratura
Molto diffusa nel genere western, l’inquadratura a P.A. consentiva di inquadrare l’attore fin sotto la fondina. Da qui probabilmente il nome.

Mezza Figura/Piano Medio

L’inquadratura dalla vita in su è detta Mezza Figura,(M.F.) o Piano Medio. (P.M.) L’ambiente è scarsamente riconoscibile e sempre maggior peso viene dato all’attore.

Mezza Figura - l'inquadratura
L’attore è sempre più il protagonista del quadro: M.F./P.M.

 Primo Piano

Inquadratura usata per descrivere lo stato d’animo del soggetto, il P.P. si compone tagliando la figura dalle spalle in su. Tra Primo Piano e Mezza Figura c’è un’inquadratura intermedia, chiamata Mezzo Primo Piano (M.P.P.) o Mezzo Busto (M.B.), usata per la prima volta in The great train robbery, del 1903.

Primo Piano - l'inquadratura
L’attenzione è concentrata sull’attore e il suo stato d’animo. La mimica facciale è la recitazione sono esaltate al massimo: stiamo componendo un P.P.

Primissimo Piano (P.P.P.)

Ancor più che nel Primo Piano, l’azione è restituita da espressioni e stati d’animo dell’attore. Data la grande importanza del soggetto, in genere questo quadro si compone scegliendo una ristretta profondità di campoper isolarlo maggiormente dall’ambiente.

Primissimo Piano - l'inquadratura
Ambiente ed eventuali altri attori spariscono, aspetto psicologico ed emozioni del soggetto sono i veri protagonisti dell’azione: stiamo componendo un P.P.P.

Particolare e Dettaglio

L’inquadratura più stretta, che mostra molto da vicino una parte del soggetto, è detta Particolare. Se stiamo inquadrando un oggetto inanimato, stiamo realizzando un Dettaglio.

Particolare - Paolo Sorgi - l'inquadratura
Particolare degli occhi dell’attrice
Dettaglio - Paolo Sorgi - l'inquadratura
La pallina da golf ripresa in Dettaglio

La dissolvenza

a cura di Letizia Piredda

In generale il passaggio da un’inquadratura ad un’altra avviene tramite lo stacco, cioè il passaggio diretto e immediato da un piano a quello successivo.
Un altro modo per passare da un’inquadratura ad un’altra è la dissolvenza che può essere di vari tipi:
1. La dissolvenza d’apertura, in cui l’immagine appare progressivamente a partire dal nero dello schermo.
2. La dissolvenza in chiusura, in cui l’immagine scompare progressivamente fino a diventare nera.


3. La dissolvenza incrociata, quando l’immagine che scompare e quella che compare si sovrappongono per alcuni istanti sullo schermo.

Dissolvenza incrociata

Le dissolvenze erano utilizzate di frequente nel cinema classico, in particolare per evidenziare i passaggi tra una scena e l’altra e indicare così l’esistenza di un’ellisse o salto temporale.
Rispetto alle dissolvenze incrociate, le dissolvenze in chiusura  rappresentano una pausa più pronunciata, interrompono il flusso narrativo e separano nettamente le azioni che le precedono da quelle che le seguono. Altre soluzioni di punteggiatura, ora cadute in disuso, sono l’iris, dove un foro circolare si apre o si chiude intorno ad una parte dell’immagine, e la tendina, in cui la nuova immagine si sostituisce alla precedente facendola scorrere via dallo schermo.

Iris e tendine

In vari film d’autore moderni l’uso dell’iris ha il significato di un omaggio al cinema delle origini. Ne sono un esempio alcuni film di Wim Wenders, come Lisbon Story e I fratelli Skladanowsky, in cui il regista fa un uso ripetuto di questo segno d’interpunzione.

Il montaggio interno

a cura di Letizia Piredda

Per montaggio interno si intende una forma di montaggio che si costruisce non più a partire dal rapporto tra diverse inquadrature, bensì all’interno di un solo piano.
Un movimento di macchina , che rapporti tra loro due elementi, un’entrata o un’uscita di campo di un personaggio, il movimento ad avvicinarsi e ad allontanarsi degli attori, la stessa disposizione in profondità di due o più elementi diegetici possono dar vita a un insieme di relazioni nell’ambito di un piano: tali relazioni sono a tutti gli effetti degli esempi di montaggio interno. In sostanza piano sequenza e profondità di campo possono dar vita a delle inquadrature che, senza ricorrere al montaggio vero e proprio, possono essere frammentate in più piccole unità di significanti attraverso un gioco di variazioni operato dai diversi codici del linguaggio cinematografico, quali, ad esempio, quelli appena indicati.

Quarto potere di Orson Welles, 1941

Vediamo adesso di capire meglio le cose dette con un esempio.
Partiamo da una inquadratura in profondità di campo di Quarto potere, quella in cui i genitori del piccolo Kane, decidono di affidarlo al banchiere Tatcher , perchè lo porti con sè in città.
Sullo sfondo vediamo il piccolo Kane che gioca in mezzo alla neve. Un movimento di macchina all’indietro rivela il carattere di semi-soggettiva di quell’immagine, scoprendo, di spalle, la madre del bambino che lo sta osservando dalla finestra. L’inquadratura finisce per svilupparsi su tre piani distinti, che ne strutturano la profondità: sullo sfondo vediamo il bambino che gioca oltre la finestra, in mezzo, in piedi, il padre e, in primo piano, la madre e il futuro tutore. In un film fondato sul decoupage classico, la relazione tra questi elementi sarebbe stata rappresentata da un montaggio di inquadrature. Qui è lo spettatore che può decidere il suo decoupage (volendo possiamo continuare a guardare il bambino, mentre ascoltiamo le parole della madre). Va sottolineato che l’articolazione formale dell’inquadratura su tre livelli di profondità, risponde ad una logica narrativo-drammatica ben precisa: il bambino in fondo, vittima ignara di un disegno altrui, il padre che cerca debolmente di opporsi a questo disegno, e in primo piano la madre con il tutore , i veri artefici di quanto sta accadendo.

Tratto da: G. Rondolino, D. Tomasi, Manuale del film , UTET, 2011

Le parole del cinema: artista

In una toccante scena de Il cielo sopra Berlino di Wenders, la trapezista Marion ha appena saputo che il circo deve chiudere perché non è più in grado di pagare le spese. Riflettendo amaramente sulla precarietà della sua esistenza, soggiunge: Ich weiß nur, keine Artistin mehr, che nella versione italiana suona “so solo che non farò più la trapezista”. In tedesco, infatti, Artisten sono gli acrobati e i giocolieri, non coloro che noi chiamiamo solitamente artisti, ovvero pittori, scultori, musicisti, scrittori ecc. Per loro, il tedesco ha una parola più nobilitante: Künstler.

Tuttavia, tradurre “non sono più un’artista” sarebbe stato proprio sbagliato? Dopotutto, abbiamo forse una parola apposita per designare chi si esibisce nei circhi e nelle strade, o non lo definiamo, appunto, “artista circense” o “di strada”? Chiaramente, la nostra esitazione deriva dal fatto che, quando diciamo artista, intendiamo precipuamente chi pratica le “belle arti”. Ma anche quelle non “belle” le chiamiamo pur sempre arti: non solo definiamo arte qualunque mestiere, dal fabbro al medico, ma parliamo di arte della guerra, dell’arte di arrangiarsi e, peggio ancora, di voci false diffuse ad arte o di un imbroglione che, con le sue arti, raggira un povero malcapitato; per non parlare dei derivati “artato”, “artefatto” e “artificioso”. Ma allora, cos’è l’arte? E quand’è che le arti “belle” si sono sdegnosamente innalzate al di sopra delle loro cenerentole sorelle?

In latino ars, corrispondente al greco téchne, indicava anzitutto l’abilità acquisita con lo studio o la pratica, in opposizione a ciò che è naturale: era ars qualunque attività che richiedesse apprendimento, dal nuoto all’oratoria, dalla culinaria alla scultura. Parimenti, chi praticava un’ars, artista o artigiano che fosse, era chiamato artifex. La parola artista, inesistente in latino classico, compare solo in epoca medioevale per indicare docenti e studenti di “arti liberali”, discipline teoriche e quindi degne di un uomo libero, come grammatica, retorica e aritmetica. Nella letteratura romanza, è Dante il primo a usare la parola artista, nello stesso senso dell’artifex latino. Fu nel XVIII secolo che si verificò la frattura tra arte e artigianato, quando le “belle arti” (poesia, pittura, scultura, architettura e musica) si elevarono al di sopra di quelle “meccaniche”; infine, nell’Ottocento, si consolidò l’idea dell’arte come creatività che nasce dall’ispirazione e va contemplata per puro piacere estetico, mentre l’artigianato è pratica utilitaristica, mera operatività. Così nasce il concetto moderno di artista – e le nostre accalorate discussioni su cosa sia arte e cosa no.

E in tedesco, com’è avvenuto l’estremo restringimento semantico del termine Artist? A fine Settecento, in Francia, nacquero i café-concerts, locali in cui si svolgevano spettacoli di “arte varia”. I francesi chiamavano artistes coloro che vi si esibivano, perciò in tedesco la parola Artist passò ad indicare gli artisti di varietà, e poi soprattutto quelli circensi e di strada. Anche in inglese, nello stesso periodo, avvenne una cosa simile: al termine artist si affiancò il francesismo artiste, per designare chiunque si esibisca davanti a un pubblico. Noi italiani, invece, abbiamo voluto conservare un unico termine che abbraccia Dante, Petrolini e gli acrobati circensi: una parola plurivoca e funambolica, sempre sospesa, come Marion, tra l’aerea poesia del trapezio e la dura prosa del quotidiano. Dalla omonima voce in unaparolaalgiorno.it

Le parole del cinema: FILM

A cura di Tano Pirrone

Pellicola cinematografica o fotografica, e anche l’emulsione sensibile stesa sulla pellicola; singola produzione cinematografica; velo e strato sottile, patina, pellicola.

Voce inglese, ‘pellicola, membrana’.

Se anche a voi è capitato che qualcuno vi proponesse di ‘guardarvi un filme’, beh forse dovreste riflettere un po’ sul sorriso un po’ bonario un po’ canzonatorio che si è spontaneamente formato sul vostro viso. Io ho compiuto tale rivalutazione diversi anni fa, quando ho acquisito la consapevolezza che la parola filme (o anche filmo, da buon sostantivo maschile singolare) in realtà è esistita, sebbene per tempo limitato, come tentativo di adattamento dell’anglicismo film, con il logicamente consequenziale filmi a fare da plurale. In effetti ad usarla sono tendenzialmente persone mature, con una prevalenza della versione filme in area toscana e romana. Da diversi decenni, grazie al grandissimo successo dell’impresa cinematografica, film è uno dei prestiti meglio acclimatati nella nostra lingua, tant’è che in pochi lo percepiamo ormai come una parola straniera. Per metonimia, quando lo utilizziamo ci viene spontaneamente da pensare e da riferirci più ai contenuti che al supporto, ma in realtà il film è prima di tutto la pellicola, ovvero il materiale su cui le immagini si imprimono, che a pensarci bene sta rapidamente scomparendo con l’avvento del digitale.

Figli e Figliastri sono numerosi, alcuni discendenti diretti del film italiano, come filmare, filmico e filmato; altri hanno preso piede come nuove importazioni immediate e integrali dalla lingua inglese: abbiamo ad esempio film loop e filmmaker, ma anche un più attempato e meno comune filmstrip che è stato affiancato da filmino.

La nostra pellicola — che designa esattamente ciò che anche la parola inglese film indicava in origine, ovvero una pelle sottile, uno strato, una membrana di rivestimento — non è invece riuscita ad imporsi nell’ampliamento di significato relativo alle produzioni per grande e piccolo schermo. Di contro, in italiano film è spesso utilizzato anche al di fuori dell’ambito in cui più comunemente lo incontriamo, come quando parliamo delle maschere per il viso che formano un film uniforme e ci liberano i pori.

Una curiosità sull’etimologia: alcuni sostengono che sia il termine inglese (solo con il significato di produzione cinematografica) a derivare da un acronimo italiano, ovvero Fabbrica Italiana Lamine Milano, che nel 1920 produsse le prime emulsioni cinematografiche. La maggior parte dei dizionari non menziona però questa provenienza, attribuendo l’evoluzione del significato, come visto, all’uso delle pellicole e della sostanza chimica stesa su di esse.

Testo originale pubblicato su unaparolaalgiorno.it: https://unaparolaalgiorno.it/significato/F/film?utm_source=notification&utm_medium=push&utm_campaign=pdg

Storyboard .Un ricordo di Sergio Leone

30 APRILE, 2019

di Tano Pirrone

La teoria dei sei gradi di separazione in semiotica e in sociologia è un’ipotesi secondo la quale ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona o cosa attraverso una catena di conoscenze e relazioni con non più di 5 intermediari. L’ho sperimentata personalmente più volte e vi assicuro che funziona.
Quando ho deciso di ricordare Sergio Leone, di cui ricorre oggi il 30° anniversario della morte, mi è subito venuto in mente Stefano, un allora giovane architetto, con il quale a metà degli anni ottanta strinsi una bella amicizia, che chiamai a collaborare in un progetto di lavoro e che mi aiutò a ristrutturare casa, con un ottimo lavoro, ancora oggi attuale

Ci frequentammo a lungo e facemmo un viaggio insieme in Toscana, nella settimana di pasqua del 1985. Durante una mia visita a casa sua, parlandomi di lui, dei suoi studi e delle sue esperienze, mi disse che aveva lavorato per Sergio Leone, curando, nel suo penultimo film (Giù la testa, 1971) lo storyboard.
Cos’è lo storyboard? In campo cinematografico si tratta di una serie di disegni, in genere diverse centinaia, che illustrano, inquadratura per inquadratura, ciò che sarà poi girato sul set. Di solito sotto i disegni sono indicati i movimenti della macchina da presa (ad esempio: “panoramica a destra”, oppure “carrello in avanti”) e delle frecce ne indicano la direzione. Spesso altre frecce, poste all’interno dell’inquadratura, indicano i movimenti dei personaggi e degli oggetti. A volte è descritta la scena e sono riportati brani del dialogo, oppure si scrive il tipo di obiettivo che s’intende usare, la luce o l’atmosfera che si vuole creare e, in certi casi, si segnala addirittura il costo di un’inquadratura.

Sergio Leone fu un utilizzatore di questa modalità esecutiva. Ogni suo film aveva alle spalle un lavoro minuzioso di pre-confezionamento in immagini della storia che poi avrebbe girato sul set. Di Sergio Leone sapevo quello che tutti sapevano e avevo visto, ammirato tutti i suoi film. Stefano non si fece pregare: prese dal suo archivio un voluminoso fascicolo e mi mostrò le numerosissime tavole da lui magnificamente disegnate, nelle quali, su input del grande regista, aveva descritto, una dietro l’altra, tutte le scene che sarebbero andate a comporre il film.
Ancora oggi ricordo quelle tavole e mi sento affascinato dal mondo che sta dietro un film, della grande macchina organizzativa che ne permette la realizzazione. Mi piacerebbe rivederle.
Cercherò Stefano, col quale sono rimasto in contatto e gli chiederò di permettermelo. Lo farò oggi stesso. Sarà un modo come un altro per ricordare il grande maestro del cinema, non solo italiano, scomparso ormai da trent’anni, ma che vive attualissimo ancora oggi.
Ciao Sergio. In attesa di poter vedere una tavola originale dal film di Sergio Leone, un famoso storyboard della storia del cinema; da Psyco (Psycho, 1960), di Hitchcock.

Da YouTube, il leggendario ‘triello’ nelle sequenze conclusive di “Il buono, il brutto, il cattivo”, 1966, di Sergio Leone. Un capolavoro di montaggio e di attenzione ai dettagli:

..…con Clint Eastwood, Lee Van Cliff e Eli Wallach

Nota

http://www.ponzaracconta.it/2019/04/30/storyboard-un-ricordo-di-sergio-leone/
Sul 30° anniversario della morte di Sergio Leone, leggi anche qui