La scomparsa di Rutger Hauer: noi lo conoscevamo…

25 luglio 2019
proposto da Sandro Russo
https://www.ponzaracconta.it/2019/07/25/la-scomparsa-di-rutger-hauer-noi-lo-conoscevamo/

Quando abbiamo parlato – per una canzone della domenica di circa un anno (leggi e ascolta qui) – di Blade Runner, il film “culto” di Ridley Scott (1982), ci siamo tirati dentro, oltre alla colonna sonora di Vangelis, anche il famoso monologo finale del replicante Roy, impersonato dall’attore recentemente scomparso…
Altri suoi film, tra i 170 circa cui ha partecipato:
Ladyhawke, regia di Richard Donner (1985) – giovane e bellissimo lui, accanto a una radiosa Michelle Pfeiffer

Lady Hawke, di Richard Donner, 1985


I colori della passione – The mill and the cross, regia di Lech Majewski (2011) nel ruolo di Pieter Bruegel il Vecchio

Proponiamo qui, tra gli scritti di rilievo ripresi dalla stampa nazionale, l’articolo a lui dedicato da Gabriele Romagnoli.

Blade Runner, di Ridley Scott, 1982

Rutger Hauer, il replicante sotto la pioggia che incarnava il mistero del cinema

Da la Repubblica del 24 luglio 2019

di Gabriele Romagnoli

Come la vita di un uomo può essere riassunta da un gesto, così la carriera di un attore da una scena. Rutger Hauer ha girato oltre 170 film, di cui inevitabilmente alcuni notevoli, altri guardabili, certuni improponibili, ma resterà per sempre a morire sotto la pioggia nel mondo che verrà e che è venuto, perché la fantascienza ha l’immaginazione di un replicante e si pone raggiungibili scadenze: infatti era ed è il 2019. Ha ricalcato il suo personaggio, realizzato la sua profezia (“È tempo di morire”). La loro raggiunta mortalità è la loro comune immortalità, almeno finché qualcuno ricorderà che cosa era il cinema. Si lasciano dietro il mistero di ciò che rende un passaggio impresso sulla pellicola universale e atemporale. La soluzione allude all’ineffabile e contempla l’incarnazione.
Il cinema, come ogni arte, nutre una parte di noi che nient’altro, se non la fede, può saziare. Rispetto alle altre arti ha il vantaggio di poter fondere immagini e parole. L’evocazione riesce quanto più è straniante, celebrativa e in definitiva incomprensibile. Occorre, appunto, uno slancio di fede per credere a ciò che stai vedendo, perfino superiore a quello necessario per credere all’invisibile. Rutger Hauer nei panni di Roy Batty è appeso al cielo, al destino che si sta spezzando. Dietro di lui, nascosti, ci sono secoli di mitologia dell’esistenza e della sua fine, le moire greche, poi parche romane, che lo manovrano come un burattino tessendo e poi tranciando alla data designata i fili (“Voglio più vita, padre!”). E secoli di filosofia, di libero arbitrio contro predeterminazione, caso contro necessità, uomo contro macchina (“Ho fatto cose discutibili, cose per cui il dio della biomeccanica non mi farebbe entrare in paradiso”).
Ma soprattutto c’è un dipinto, il gigante con la colomba, opera di un pittore di scuola olandese, forse Hieronymus Bosch (già autore de L’arte di morire) o piuttosto Pieter Bruegel il Vecchio (a cui si deve il Trionfo della morte), invece no, lui stesso lo ha eseguito, Rutger Hauer che volle quella colomba e improvvisò parte del testo. Quale non si saprà forse mai, se quella delle navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione o quella del buio vicino alle porte di Tannhauser. Sappiamo che abbiamo cucito quelle parole sulle t-shirt, le abbiamo sentite urlare da un telecronista alla finale di canottaggio alle olimpiadi di Rio, le usiamo come formula propiziatoria dell’inconoscibile. Perché? Perché il cinema è l’avventura che non abbiamo vissuto e si regge sul baratto tra la verità e la liberazione. Che cosa sono i raggi B di Blade Runner? Probabilmente qualcosa di raggiungibile con le “lettere di transito” di Casablanca. Surrealtà. Invero, simili. Non ti chiedi dove siano o a che cosa servano, ma soltanto come fare a vederli, ad averle.
Perché l’evocazione riesca occorre però il secondo elemento: l’incarnazione, la perfetta corrispondenza tra l’attore e il personaggio, il narratore e la sua narrazione. E Rutger Hauer fu scelto da un genio del casting, perché era il replicante Roy Batty, aveva visto cose che noi umani: aveva lasciato una famiglia di attori per partire su un piroscafo, sbarcato in quanto daltonico, era stato poeta (“tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”), poi soldato, si era finto pazzo ed era stato ricoverato in manicomio, ne era uscito e aveva chiuso il cerchio andando verso la vita che si era negato. Anche quando aveva avuto successo non era cambiato: viveva su un caravan per continuare a vedere cose, se era un santo bevitore lo era di cappuccini, venti al giorno. Anne Rice si ispirò a lui, a quel suo volto oltre la tenebra, mentre scriveva Intervista col vampiro. Poi, al momento del film, scelsero Tom Cruise perché Rutger Hauer era troppo vecchio. Sbagliarono: non era vecchio, era morto, per sempre e adesso, nella pioggia di allora, nelle lacrime di ora, in quel che nel buio eternamente balena.

 

Ursus: due storie parallele

di Letizia Piredda

Vi ricordate  Quo Vadis? (1951) nell’adattamento di Hollywood, con Deborah Kerr e Robert Taylor? Uno dei Kolossal del genere Peplum davvero indimenticabile. Nella vicenda spicca un personaggio  secondario: è il servo Ursus , un gigante dalla forza prodigiosa, ma dal cuore gentile. E’ il protettore della cristiana Licia, e, più di una volta  interviene  in sua difesa.  Ma la vicenda clou del film è quella dell’arena, dove vengono uccisi i cristiani  colpevoli , secondo Nerone, di aver appiccato il fuoco a Roma. Licia è legata ad un palo di legno al centro dell’arena. Viene fatto entrare nell’anfiteatro un toro selvaggio, ed Ursus l’enorme guardia del corpo di Licia, deve cercare di difenderla dall’animale a mani nude.

Quando ormai sembra tutto perduto, Ursus,  con forza sovrumana  riesce a spezzare il collo del toro, salvando Licia.
Vi chiederete : ma come mai un richiamo a questo film?
E’ da due o tre giorni che sono tornata da Trieste: la mia prima visita a questa città dalle mille sfaccettature, imprendibile , solenne nella sua architettura austroungarica e avvolta  in quell’atmosfera mitteleuropea che tanto l’ha caratterizzata in tutte le sue manifestazioni sociali, culturali e politiche. Città di confine e, come tale, città contesa, città dalle mille storie per lo più sconosciute al turismo ufficiale, ma molto ben raccontate da Covacich , nel suo libretto Trieste sottosopra .
Si gira facilmente a piedi Trieste, soprattutto se si è abituati alle distanze di Roma. Più di una volta nel mio girovagare sono passata nella bellissima piazza dell’Unità d’Italia, dove uno spazio ampio si apre sconfinando sul mare, al punto che non si sa se è il mare a entrare nella Piazza o la Piazza a entrare nel mare. Più di una volta ho scorto con la coda dell’occhio una grande gru sul lato destro, ma il fascino della piazza , la fretta di raggiungere la meta prefissata per quel giorno, il caldo che in certe ore si fa sentire anche lì, non mi hanno dato il tempo di soffermarmici.
Solo quando la mia amica triestina, che , generosamente, mi dava in tempo reale numerose dritte sulle cose da vedere, sulle gite più belle, non che sui caffè storici e sui ristoranti più tipici, mi chiese se avevo visto Ursus, qualcosa si è messo in moto nella mia mente e dopo un momento di sconcerto,  ho cominciato a collegare quel pezzo di gru, visto sbadatamente oltre piazza dell’Unità con l’incredibile storia, tutta triestina, di Ursus.

Questa gigantesca gru,  Ursus, su ponte galleggiante risponde perfettamente nella sua storia e nelle sue mastodontiche dimensioni all’ Ursus di Quo vadis?
Dalla sua costruzione ,ancora sotto l’Austro-Ungheria (1913), fino ai primi anni di attività sotto l’Italia (1932), la struttura ha sempre lavorato instancabilmente da un angolo all’altro del golfo di Trieste, rendendosi disponibile, qualunque fosse il compito. Tra le tante imprese eroiche, va menzionata la rimozione pericolosa  e sofferta dei relitti di navi sommergibili nell’Adriatico, con il rischio di un’esplosione delle tante mine lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale..
La sua silhouette  è immediatamente riconoscibile: 70 metri d’altezza, con una superficie di 1100 metri quadrati, una delle tre chiatte con gru d’epoca rimaste intatte non solo in Europa, ma in tutto il mondo.
La sopravvivenza di questo gigante di ferro sembra sia dovuta ad un suo uso estensivo , fino alla metà degli anni Novanta. In contrapposizione alla decadenza del porto nel secondo dopo guerra, l’Ursus grazie alla sua solidità ha continuato a lavorare a sufficienza tanto da garantirsi una buona pensione ed evitare, solo per il vivo interesse dei triestini e delle associazioni cittadine, un’ingrata distruzione.
Due giganti, sì ma dal cuore generoso: c’è ancora qualche speranza per noi tutti!

Mauro Covacich Trieste sottosopra. Editore La terza, 2006

Pubblicare Serra…

Michele Serra ci perdonerà se utilizziamo, oggi, il suo fondino del 4 maggio per inserirlo, coi dovuti riferimenti, in Odeon. Lo facciamo perché siamo convinti in pieno che la posizione di Serra sia corretta e che questo fuorviante utilizzo del politicamente corretto si risolve spesso in persecuzioni che poco hanno a che fare con la giustizia.  Michele Serra ha sempre parole semplici per parlare di fatti complessi. È una dote rara, che gli invidiamo. Grazie Michele e buon lavoro.
Tano Pirrone
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La Repubblica, 4 maggio 2016
L’Amaca,
Michele Serra
PUBBLICARE WOODY

Davvero non si riesce a credere che Woody Allen non trovi un editore americano disposto a pubblicare la sua autobiografia, perché porta lo stigma della scorrettezza sessuale. Analogo iter di castrazione professionale grava, in America, su attori e artisti coinvolti a vario titolo in vicende di molestie, come se non bastassero tribunali e processi per dare soddisfazione alle vittime e sancire le pene. Come se per editori e produttori valesse una norma implicita di pavidità e conformismo (due tra i vizi più nefasti per la cultura) che porta alla censura preventiva come supplemento di pena per artisti caduti in disgrazia. Se un truffatore o uno scassinatore scrivessero, magari in carcere, un grande romanzo o un libro di poesie, verrebbe in mente a qualcuno di vietarne la pubblicazione a causa della fedina penale dell’autore?
Sulla scia della legittima campagna di denuncia detta #MeToo galleggia dunque il cadavere della libertà artistica, e questo è un problema enorme, prima di tutto, per #MeToo stessa. Se la causa dell’inviolabilità sessuale genera puritanesimo, vergogna, repressione, vuol dire che l’obiettivo è stato equivocato. Un conto è denunciare il ricatto sessuale come forma di potere e di prevaricazione, come inaccettabile vaglio maschile sul lavoro e sul talento delle donne. Altra cosa è la cappa di moralismo che pretende di rimettere le mutande a un’epoca che se le è sfilate da tempo, e non sempre per nuocere.
Quanta letteratura e quanto cinema andrebbero distrutti per “punire” autori depravati o semplicemente censurabili nei loro comportamenti privati?



Lanuvio Daaiii 2019

16 maggio 2019 (giovedì): Lanuvio Daai..! plus

Due must: Lanuvio Daai + Festa campestre per il patriarca

Le danze (e le sedute) sono aperte dalle ore 10 di mattina, ad libitum

Cibi e bevande di base sono forniti dalla casa. Se qualcuno proprio non si può trattenere dal portare una prelibatezza gastronomica di sua produzione e/o del vino (rosso), faccia pure… Vi aspettiamo. Tano, Paola, Sandro & Silvie

                                                     Film proposti (propinati):

1. Chacun son cinéma o Ce petit coup au coeur quand la lumière s’éteint et quele film commence: film a episodi del 2007

2. Omaggio al cinema francese: Il condominio dei cuori infranti (titolo originale: Asphalte); Regia di Samuel Benchetrit. Un film del 2015

3. Dio esiste e vive a Bruxelles (Le Tout Nouveau Testament) è un film del 2015 diretto da Jaco Van Dormael.

Nordic Film Fest 2019

Roma – Casa del Cinema – Villa Borghese

a cura di Tano pirrone

Da giovedì 2 maggio a domenica 5 si terrà a Roma l’ottava edizione del NORDIC FILM FEST, nata per promuovere la cinematografia e la cultura di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. Organizzata dalle relative ambasciate e dal Circolo Scandinavo di Roma, gode della collaborazione dell’Ambasciata di Islanda a Parigi dei Film Institutes dei rispettivi Paesi e del patrocinio del Comune di Roma e della Regione Lazio.

Il programma prevede la proiezione, a ingresso libero, anche di nuovi film in anteprima o inediti in Italia in V.O. e sottotitoli in italiano. Sono previsti presentazioni e incontri con ospiti internazionali (registi, attori, produttori, sceneggiatori). Il tema di quest’anno è Borders/Confini, non solo in senso geografico, ma anche tra “mondi”, modi di essere e di pensare diversi.

Uno spazio, curato dal Circolo Scandinavo, previsto per sabato 4 maggio, dalle ore 16 alle 20, sarà dedicato a corti e lungometraggi con ospiti nordici. Il lungometraggio We are like oranges affronta il tema del razzismo in Svezia. Introdurrà la regista e sceneggiatrice svedese Cecilia Gärding, mentre alla proiezione dei corti parteciperà la regista finlandese Pia Andell. Per la prima volta al NFF la web serie norvegese SKAM, portata in Italia da Timvision. La rassegna sarà aperta da Becoming Astrid sulla vita di Astrid Lindgren, l’autrice del fortunato libro Pippi calzelunghe. Presenzieranno l’attrice Alba August e il produttore Lars G. Lindström. Sarà preceduto dal documentario finlandese Every Other Couple, introdotto dalla regista Mia Halme.

Fra i tanti film in programma segnaliamo: il finlandese Void (vincitore di 4 Jussi Awards, il più importante premio finlandese); Border – Creature di confine di Ali Abbassi, candidato all’Oscar per il miglior trucco e acconciatura, 4 candidature all’European Film Awards, vincitore del Noir in Festival e di 6 Guldbagge Awards (tra cui miglior film e migliore attrice); il norvegese What Will People Say; il danese A Fortunate Man, ultimo film di Bille August, vincitore di un premio Oscar e di due Palma d’oro. Chiuderà la rassegna il film islandese diretto da Benedikt Erlingsson Woman at War – La donna elettrica, vincitore del Premio Lux del Parlamento Europeo.

Come nelle passate edizioni ci sarà una sezione dedicata allo Storytelling, a cura della Writers Guild Italia. L’incontro con ospiti del NFF, rappresentanti dell’industria cinematografica dei Paesi Nordici e sceneggiatori italiani, affronterà il tema del “gender” della scrittura. L’incontro si terrà presso l’auditorium dell’Ambasciata di Finlandia, venerdì 3 maggio alle ore 10

NORDIC FILM FEST si avvale anche quest’anno dell’importante partnership con IED (Istituto Europeo di Design) che ha realizzato la sigla originale.

FIFDH 2019, un Film Festival per i Diritti Umani

a cura di Letizia Piredda

Si è chiusa  da poco più di un mese, a Ginevra, la 5° Edizione del Film Festival dei Diritti Umani. Organizzata in collaborazione con Amnesty International, è la più importante rassegna internazionale dedicata al cinema e ai diritti umani. Si chiama Fifdh, e si tiene ogni anno a Ginevra, da 17 anni, in concomitanza con la sessione principale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.


«Questa edizione rende omaggio a potenti attori del cambiamento», spiega Isabelle Gattiker, direttore della manifestazione, che «in tutto il mondo, di fronte a situazioni inaccettabili, osano alzare la voce». Fifdh, Festival e forum internazionale per i diritti umani, si è interrogata su «nuove forme di resistenza artistica, politica e collettiva» e vuole essere un’occasione non solo per informarsi, ma anche per impegnarsi concretamente a favore dei diritti umani, attraverso strumenti concreti di coinvolgimento del pubblico.

Tra i moltissimi film che sono stati presentati, meritano un particolare rilievo Ancora un giorno, 2018 (titolo originale,Another day of life)di  Raul de la Fuente&Damian Nenow, tratto dal libro omonimo del giornalista e scrittore Ryszard Kapuscinski.

E in prima mondiale, il film Ximei di Andy Cohen&Gaylen Ross, ritratto di Liu Ximei, una giovane donna cinese che lotta per difendere i diritti delle persone con HIV in Cina, che è stato proiettato in presenza dell’artista Ai Weiwei. In uscita in questi giorni nelle sale romane.

Mamma Roma se l’obiettivo è la città eterna

Le mostre Galleria nazionale, Maxxi e Palazzo Braschi offrono uno sguardo sulla capitale. Gli scatti di Garrubba, le opere di Di Paolo e quelle degli artisti scelti per il Museo della fotografia

ARIANNA DI CORI

C’ è chi si ferma per il tempo di  uno scatto, c’è chi a Roma ha messo radici per poi errare altrove. Al centro, una città di anarchici e vagabondi, di poveri e potenti, di intellettuali e turisti. Una bellezza ferita —dalle bombe oppure dall’eterna aria decadente che vi si respira — che dal dopoguerra ad oggi ha incantato generazioni di fotografi. Sono ben tre le mostre dedicate a mostri sacri della fotografia che con Roma hanno intessuto un legame. A partire dalla Galleria nazionale, dove oggi apre “Lontano”, monografica del fotoreporter napoletano — di casa a Roma dal 1950 e scomparso nel 2015 — Caio Mario Garrubba, ideata dall’Istituto Luce che ha acquisito la sua collezione di 60mila negativi e 40mila diapositive. Era un uomo che rifiutava l’universo patinato dell’editoria milanese, provava una naturale idiosincrasia per i potenti e sceglieva sempre e comunque la strada. Quella che porta in una surreale piazza danzante incastonata nella città in costruzione (“Roma,1955”), o che s’interrompe innanzi al muro di Berlino (fotografato nel 1961, ancora in fase di cantiere). Secondo fotografo occidentale dopo Cartier-Bresson a recarsi in Cina, i suoi reportage hanno subito attirato l’attenzione del settimanale “Il Mondo”. Un legame, quello con la rivista diretta da Mario Pannunzio, che portò un altro fotografo addirittura ad abbandonare la professione con la chiusura della rivista, nel 1966. Si tratta di Paolo di Paolo, classe 1925, che il Maxxi museo nazionale

Gabriele Basilico II Tevere Si intitola “Roma” questa foto del 2007 in mostra a Palazzo Braschi

omaggia da domani con “Il mondo ritrovato”. In mostra 250 scatti, per la maggior parte inediti, tra divi del cinema — da Anna Magnani, immortalata mentre prende il sole, a Marcello Mastroianni e Luchino Visconti — fino a scrittori come Pier Paolo Pasolini, e artisti, nobiltà e persone comuni. La riscoperta del cantore dell’Italia che rinasce dalle ceneri della guerra, si deve a sua figlia Silvia, che 20 anni fa ha trovato in cantina l’impressionante raccolta di Di Paolo di 250mila negativi, provini, stampe e diapositive. È invece la Roma contemporanea protagonista di “Fotografi a Roma”, a Palazzo Braschi, anch’essa aperta da domani. Raccoglie gli scatti realizzati da 15 star della fotografia internazionale, in 15 anni di progetto Commissione Roma. Un invito rinnovato dal 2003 al 2017 dall’ideatore e curatore (nonché fotografo) del festival FotoGrafia, Marco Delogu, che porta a una raccolta di 100 scatti appena acquisiti all’interno della collezione permanente dell’archivio fotografico del Museo di Roma. Dalle vedute romantiche e dai colori ovattati di Gabriele Basilico, che percorre il Tevere dalla diga di Prima Porta al ponte sud del Grande Raccordo, si passa allo sguardo divertito e barocco di Martin Parr, che indaga sulle moltitudini di turisti che affollano siti archeologici e piazze famose, fino all’umanità che Paolo Pellegrin ritrova nella famiglia rom di Sevla, che vive nel campo dietro Ponte Marconi. CRIERODVIIORE RISERVATA

Caio Maria Garrubba La Festa Roma 1955

da Repubblica, 16 aprile 2019
Paolo di Paolo Anna Magnani 1960 esposto al MAXXI