PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI 2019 #12. UNA VITA IN 10 FILM O I 10 FILM DI UNA VITA.

9 Dicembre 2019
Pino Moroni
https://www.artapartofculture.net/2019/12/09/piu-libri-piu-liberi-2019-12-una-vita-in-10-film-o-i-10-film-di-una-vita/

Più libri più liberi anche presentazioni di libri, film e documentari sul genere cinema. Dal libro di Charles Brandt The Irishman (presentato dall’attore Pif e dal critico Paolo Mereghetti) al documentario di Marco Spagnoli La luna italiana (storia del direttore generale dei programmo Apollo e del lancio dell’Apollo 11, l’italo-americano Rocco Petrone) a  Una vita in 10 film, libro-gioco divertentissimo, onnicomprensivo del cinema mondiale dalla sua origine ad oggi.

L’autore Severino Salvemini, professore alla Bocconi, accompagnato da Felice Laudadio, Presidente Fondazione Centro Sperimentale di Roma e Domenico De Masi sociologo, ha presentato il suo libro nato dall’ idea di chiedere a 200 e più personaggi famosi e non (politici, imprenditori, artisti, giocatori, architetti e gente comune) di indicare 10 film che hanno connotato la loro vita.

E questa scelta ovviamente soggettiva non è dipesa dalla intrinseca qualità dei film. Il ricordo che ora si rivela in tutta la sua forma è dipeso dalla età, dal mood del momento, dai sogni, dagli ideali, dal gusto personale, dagli incubi che si sono avuti e che si vivono nella vita. Si è scoperto – ha detto l’autore – che la scelta è stata dettata da motivi emozionali più che razionali. Ed alla fine le persone, che hanno partecipato al gioco dei film, in fondo hanno rivelato con la loro scelta le loro fantasie, le ragioni personali, familiari e lavorative della stessa.
Tanto per esemplificare, visto che oltre le scelte di 10 film, ogni intervistato ha anche spiegato in poche righe perché ha privilegiato uno su tutti (il primo), abbiamo sentito dai presenti (in attesa di leggere anche gli altri) le loro ragioni.
Il Presidente dell’AIE, Ricardo Franco Levi, per esempio, ha scelto Totò, Peppino e la malafemmina, come film che ha visto e condiviso più volte con la sua famiglia, con quei dialoghi diventati tormentoni familiari. Per Domenico De Masi il primo film è quello che ha veduto per primo a sette anni al paese, Tempi moderni, ricordando i seguenti in ordine di date fino ad arrivare a 2001: Odissea nello spazio. Si è fatto poi l’esempio di due personaggi, l’imprenditore Oscar Farinetti con la sua intensa emozione per La vita è bella di Roberto Benigni. E Oliviero Toscani, fotografo iconografico che ha ricordato il film sperimentale magiaro Lemonade Joe, capostipite degli spaghetti western all’inizio degli anni ’60.
Lo stesso autore delle interviste si è intervistato, ma per lui il primo film è anche il film più tecnico da un punto di vista cinematografico, In the mood for love di Won Kar-Wai fatto di carrellate, ralenti, dissolvenze, piani strettissimi, musica sublime, reso perfetto da strumentazioni e maestranze perfette come usa oggi nella cinematografia coreana. E così anche le schede dei 10 critici rispecchiano solo il profondo amore per la grande indiscussa tecnica della settima arte.
Quali sono le conclusioni di questa importante operazione su una nuova classifica dei film di più di un secolo di cinema, che però non vogliono rappresentare i migliori in senso assoluto ma solo quelli che hanno contrassegnato le emozioni nella vita di tanti diversi intervistati. Si distanziano dagli altri: 2001: Odissea nello spazio, 8 e1/2, Blade Runner, Amarcord, Il Padrino, C’era una volta in America, Apocalipse Now, La vita è bella, Manhattan, Ultimo Tango a Parigi, Arancia meccanica, Shining, La dolce vita. Con prevalenza di tre grandi registi come Kubrick, Fellini e Coppola. Per i giovani predilezione per i film di questo secolo (Forrest Gump, Il favoloso mondo di Amelie, La grande bellezza, The Wolf of Wall Street). Mentre i più vecchi prediligono i film degli anni 40/70. Le spettatrici hanno scelto più Almodovar, Benigni, Spielberg, Weir, Tornatore, Truffaut, Visconti.
Gli spettatori hanno preferito più Kubrick, Landis, Antonioni, Leone, Wilder, Wells, Chaplin. I giovani invece amano Tarantino, Allen, Anderson, Sorrentino. I più anziani Bergman, Godard, Hitchcock, De Sica.
Ma tutti i film sono stati visti come essenziali per la formazione sociologica se non psicologica degli intervistati, funzionali alla costruzione delle loro identità personali, ben nascosti nei segreti dei propri ricordi, ed oggi con sorpresa riscoperti.

C’erano una volta i cinema. Il cinema Aurora

di Tano Pirrone

Nell’edizione romana de La Repubblica di oggi (è il due di dicembre) potete trovare una bella intervista di Franco Montini a Max Giusti, il bravo e noto uomo di spettacolo, che racconta perché, lui, romanissimo, è andato ad abitare fuori dalla città. Il rumore, il disordine e il degrado civico lo hanno spinto ad un esilio amaro, ma necessario per la propria sopravvivenza. Ricorda, ad un certo punto (ma leggetela, per favore): «Da bambino e adolescente, ho vissuto con la famiglia nella zona di corso Francia e, per arrivare al centro della città, prendere l’autobus numero 2, che portava a piazzale Flaminio: era un’esperienza vissuta come un’avventura. E poi ricordo le passeggiate fino a ponte Milvio per raggiungere l’Aurora, un cinema di seconda visione con le sedie di legno reclinabili, che oggi non esiste più.

Ed è questo che voglio ricordare, il Cinema Aurora, che, in triste compagnia di decine di altre sale, hanno chiuso i battenti e si sono… sono state, meglio, trasformate in supermercati, ristoranti alternativi e quant’altro oppure lasciate abbandonate in attesa di qualche lucroso affa
Il Cinema Aurora macinava sogni vicino Ponte Milvio: ci passavano le seconde visioni, servite amorevolmente agli spettatori seduti in poltroncine di legno reclinabili. Non ho trovato nulla su questa sala, facendo la mia solita ricerca sul web. Invece ho scoperto che altre sale con lo stesso ben auspicante nome in altre città hanno cambiato funzione, ma conservando la missione di ospitalità e ricreazione. Come l’omonimo cinema di Livorno, diventato circolo privato, in cui si chiacchiera, si mangia, si beve: è pub, teatro, sala di concerti e, come dice la presentazione, molto altro ancora (https://ex-cinemaaurora.blogspot.com/).
Chi avesse notizie sulla Sala di cui oggi brevemente ci siamo occupati, cortesemente ce le fornisca, inserendole nei commenti. Noi cercheremo di continuare ad occuparci di questi luoghi sacri in cui danzano nottetempo in cerchio le Muse attorno alla più giovane, la Decima Musa, che assiste e protegge il Cinema, ultima delle Arti.

La sala dei ragazzi dell’America: “Riapriamo il Cinema Troisi”

Molto volentieri pubblichiamo questo articolo di Mauro Favale, uscito su Repubblica in data odierna, sui ragazzi del Cinema America, per condividere con loro e con i lettori il grande successo raggiunto: una sala cinematografica tutta per loro, la Sala Troisi che, una volta ultimati i lavori di ristrutturazione , riaprirà nell’autunno del 2020.

Il Progetto per la Sala Troisi

Nella capitale delle 50 sale chiuse (e abbandonate), dove gli esercenti dei piccoli cinema in centro rischiano di essere fagocitati dalle multisala di periferia, un gruppo di under 30 ha avuto la pazienza e il coraggio di investire in cultura a Trastevere. Loro sono i 23 ragazzi e ragazze del “Cinema America” che dopo lo sgombero della sala occupata nel 2012 in via Natale dal Grande e dopo l’esperienza delle arene estive alle-stite prima in piazza San Cosimato, poi anche a Ostia e a Tor Sapienza, hanno ottenuto un cinema tutto per loro, vincendo nel 2016 un bando comunale per quell’immobile di proprietà del Campidoglio.

La locandina dell’ultimo film proiettato è ancora li, all’ingresso, dietro una teca di vetro, a ricordare gli anni passati. “Lincoln”, diretto da Steven Spielberg uscì in Italia a fine gennaio del 2013. Il Cinema Troisi spense il proiettore poche settimane dopo, il 27 febbraio. Da allora, “buio in sala” per il cinema di via Induno fu sinonimo di abbandono. Ora, sei anni, tre sindaci, un commissario prefettizio, tre ministri della cultura e svariati intoppi burocratici dopo, finalmente c’è una data che segna la seconda vita di quella sala. Lunedì 25 novembre prenderanno il via i lavori di riqualificazione della struttura che puntano a restituire alla città il cinema Troisi nell’autunno 2020.

Lincoln di Steven Spielberg, 2012


Da allora un calvario di ricorsi, di verifiche di conformità statica, urbanistica ed edilizia, di bandi per ottenere i finanzia-menti, di ritardi nell’erogazione dei fondi. Fino a ieri, quando Valerio Carocci, anima dei ragazzi dell’America, ha dato l’annuncio: «Il progetto di riapertura del Troisi è stato definitivamente sbloccato», ha spiegato fornendo i dettagli del progetto di restauro: un sala da 300 posti completamente rinnovata, un unico schermo da 13 metri, digitalizzazione 4k di ultima generazione. Ancora, un foyer bar. E, soprattutto, un’aula studio-biblioteca da 40 postazioni, aperta 24 ore su 24. «Sarà la prima esistente a Roma — spiega con una punta d’orgoglio Carocci —quelle della Sapienza soddisfano soltanto il 2% degli iscritti all’università». Quello dell’aula studio dentro al cinema è un vecchio pallino dei ragazzi dell’America. Negli anni dell’occupazione della sala a due passi da piazza San Cosimato al primo piano del cinema era stata allestito uno spazio dedicato agli studenti, oltre a una biblioteca con decine di testi donati dai residenti di Trastevere che avevano adottato quell’occupazione “sui generis”. «Questi servizi diversi e complementari — prosegue Carocci — affiancheranno l’attività cinematografica, permettendo a una cittadinanza eterogenea di attraversare e vivere lo spazio, con l’obiettivo di coinvolgere nuovi potenziali spettatori tra coloro che non frequentano più il grande schermo o forse, nel caso dei più giovani, che non lo hanno mai frequentato». Prima di tornare a vivere, però, il Troisi ha bisogno di numerosi lavori: il progetto degli architetti Claudia Tombini e Raffaella Moscaggiuri verrà realizzato attraverso un investimento di 1,4 milioni di euro, la gran parte (1 milione circa) ottenuti attraverso la partecipazione al bando del “piano straordinario cinema” del Mibact.

Logo Mibact

Un altro finanziamento di 100 mila euro è targato Regione Lazio e altrettanti arrivano da Siae e vari sponsor. «Infine — aggiunge Carocci — i restanti 185 mila euro provengono dai nostri fondi e da donazioni ricevute dai sostenitori, raccolte durante le arene estive e da contributi offerti da personalità del mondo dello spettacolo». Ancora un anno, poi il proiettore tornerà a girare: «Daremo visibilità e voce alle opere più piccole e meno conosciute. Ma non solo. L’obiettivo è quello di creare pubblico anche grazie al lavoro quotidiano svolto sul territorio. Non vediamo l’ora — conclude Carocci —di staccare i biglietti al pubblico delle arene estive».

LA FESTA DEL CINEMA &MACRO ASILO

La FESTA DEL CINEMA di Roma ha inaugurato, nella sua XIV edizione, due nuovi format di incontri, per la prima volta ospitati al Macro Asilo, il nuovo dispositivo ideato da Giorgio de Finis, curatore del progetto, che trasforma l’intero museo in un vero e proprio organismo vivente, “ospitale” e relazionale, che invita all’incontro e alla collaborazione persone, saperi e discipline in una logica di costante apertura e partecipazione della città e del pubblico. L’ingresso è, infatti, libero per tutti. I due nuovi format sono:

DUEL, in cui personalità del mondo artistico, della cultura e dello spettacolo si sfidano a coppie davanti al pubblico, confrontando opinioni, spesso divergenti, sui protagonisti e i capolavori della settima arte. Gli unici vincitori dei Duelli saranno il Cinema stesso e gli spettatori:
> Sabato 19, ore 18 -.Luca Barbareschi (Mamet)[1] vs Piero Maccarinelli (McDonagh)
> Domenica 20, ore 18 – Emiliano Morreale (Fellini) vs Caterina D’Amico (Visconti)
> Lunedì 21, ore 11 – Francesco Zippel (Chaplin) vs Simone Emiliani (Keaton)
> Lunedì 21, ore 18 – Elena Stancanelli (Valeri) vs Michele Masneri (Sordi)
> Martedì 22, ore 18 – Giona A. Nazzaro (Godard) vs Nicola Giuliano (Truffaut)
> Mercoledì 23, ore 20 – Nicola Guaglianone (Il Buono, il Brutto e il Cattivo
vs Gabriele Mainetti (C’era una volta in America)
> Giovedì 24, ore 18 – Alberto Crespi (Ford) vs Giorgio Gosetti (Peckinpah)
> Giovedì 24, ore 20 – Federico Pontiggia (Garrone) vs Malcom Pagani
(Sorrentino)
> Venerdì 25, ore 20 – Valeria Golino (Scorsese) vs Edoardo De Angelis
(Coppola)
> Sabato 26, ore 18 – Mario Sesti (Ozu) vs Valerio Caprara (Kurosawa)
> Domenica 27, ore 20 – Nicola Calocero (DC) vs Federica Aliano (Marvel).

FEDELTA’/TRADIMENTI, in cui noti scrittori, italiani e internazionali, interpretano e commentano la trasposizione cinematografica di celebri opere letterarie:
> Sabato 19, ore 20 – Lila Azam Zanganeh, Odissea
> Domenica 20, ore 20 – Valerio Magrelli, Ombre rosse
> Lunedì 21, ore 20 – Pierluigi Battista, Dottor Zivago
> Martedì 22, ore 20 – Edoardo Albinati, La saggezza del sangue
> Mercoledì 23, ore 18 – Francesco Piccolo, Non lasciarmi
> Venerdì 25, ore 18 – Sandro Veronesi – I morti
> Sabato 26, ore 20 – Paolo Di Paolo, Eyes Wide Shut
> Domenica 27, ore 18 – Gaetano Cappelli, Diva.


[1]  Al posto di Luca Barbareschi ha sfidato Piero Maccarinelli Cristina Comencini, che ha esaltato l’opera di Billy Wilder.

MACRO Museo d’Arte Contemporanea, Via Nizza , 54

Visioni verticali: lo smartphone cambia il cinema

Pubblichiamo con piacere l’interessante articolo di Franco Montini uscito su Repubblica in data odierna.

Ogni novità tecnologica ha determinato un cambiamento nel linguaggio audiovisivo. È stato così con l’avvento del sonoro, del colore, del digitale. E ora si annuncia un’ulteriore rivoluzione con il passaggio dal tradizionale formato orizzontale a quello verticale. 1170% dei filmati postati in Rete sono in formato verticale. L’audiovisivo in formato smartphone sta già tracimando altrove. In alcuni Paesi sono disponibili apparecchi televisivi che possono ruotare in verticale per permettere di visionare a tutto schermo le produzioni realizzate con queste modalità. Per il web, anche in Italia, si stanno producendo, diverse serie in formato verticale, con la partecipazione di professionisti. Non c’è dubbio che il cambiamento del formato impone un cambio di prospettiva di linguaggio, di grammatica cinematografica e perfino di pensiero.

Salvatore Marino e Maurizio Ninfa

Perché esprimersi in verticale costringe inevitabilmente autori e registi ad abbandonare certe modalità di ripresa e a dover inventarne di nuove. Insomma il cinema verticale si trasforma necessariamente in scelta stilistica e contenutistica. Finora i prodotti realizzati con queste modalità si sono limitati a una durata massima di 10 minuti. Ma già ci si chiede se si tratta di un vincolo obbligatorio, perché la visione verticale sarebbe più impegnativa, o se sia ipotizzabile pensare a produzioni di lunga durata. Ciò che è certo è che si aprono molti nuovi interrogativi sullo sviluppo futuro delle produzioni audiovisive.
L’occasione per riflettere su ciò è offerta dal Vertical Movie Festival 2019, kermesse ideata e diretta da Salvatore Marino, in programma per tre giorni, da giovedì a sabato 12 ottobre al Macro Asilo. In cartellone una quarantina di opere, tutte rigorosamente in formato verticale, provenienti dai cinque continenti, suddivise in quattro sezioni e selezionate fra oltre mille proposte, a cui si affiancano incontri, master class e workshop.

Macro Asilo , via Nizza 138, da giovedì a sabato (tel.06.696271) Ingresso gratuito

Un cinearthotel a Barumini

di Tano Pirrone

La città nuragica di Barumini è un unicum, una testimonianza senza uguali della ancòra misteriosa civiltà sarda nuragica presente in Sardegna dal 1800 a.c al 200 d.c.
Un viaggio nel sud dell’isola non può prescindere dall’inserirla nel proprio programma: le due isole dell’estremo sud, Sant’Antioco e Carloforte, poi, risalendo, Barumini, Ales e Ghilarza per un doveroso omaggio ad Antonio Gramsci e poi Cabras per i fenicotteri rosa del suo stagno e la carbonara con la bottarga di muggine. Infine rientro in Gallura per trascorrervi gli ultimi due giorni di questa vacanza settembrina. Cerchiamo un B&B a Barumini per le due notti di sosta. Cerca, valuta, scarta, ricerca, poi il dio dei Cinofili interviene, picchia sulla tastiera e spunta l’inatteso, l’impensabile: un piccolo hotel, ricavato dal cinema chiuso negli anni ‘70 e restaurato da due giovani artisti, che hanno trasformato il vecchio cinema in un’installazione artistica senza che il Cinema ne evadesse, come succede quando questi locali finiscono in mano alla grande distribuzione o decadono in squallide sale gioco.
Sara, uno dei due artisti che hanno pensato, voluto e operato la trasformazione e che ora gestiscono la struttura cine-ricettiva, su mia richiesta mi ha fornito foto e press kit di Diecizero, il cinearthotel. Pernottarvi è un’esperienza che vale da sola il viaggio a Barumini.
P.S. L’evidente condizione di agée, pur vigorosi, ci ha costretto a prendere la camera VHS: abbiamo chiesto invano almeno quella DVD DoubleLayer!

Diecizero è un affittacamere d’arte contemporanea pensato e realizzato dagli artisti Sara Renzetti & Antonello Serra. Aperto tutto l’anno e ubicato nel centro storico di Barumini. L’albergo guarda alla piazza principale ed è vicinissimo ai siti archeologici di “Su Nuraxi” e “Casa Zappata”.
La struttura era originariamente (anni ’70) un cinema: già impostata per essere arredata, tutto era votato per diventare un semplice albergo e niente più. Sara e Antonello intuiscono che è possibile tradurre l’interno in opera d’arte, installazioni concettuali che bene raccontano il passato cinematografico del luogo. Sfruttando la presenza di una piccola differenza di quota del piano di calpestio che idealmente divide in due l’ambiente interno, si è pensato di separare la zona riservata alle 4 camere d’arte da quella riservata alle camere standard.

Hall

Questa discordanza nasce dalla volontà di mostrare al fruitore l’enorme controversia che intercorre tra un’opera e l’arredo, tra una stanza d’albergo e un’installazione, tra un hotel e un hotel d’arte, tra l’arte e le cose.

Corridoio

Il riverbero continuo delle quattro installazioni, quasi forzato per chi non ci dorme, si anima nel varco, colmo di luci, concetti, scritti fotografici delle opere negate, simile ad una penitenza che sfocia in senso di colpa:

  • la camera VHS: diretta dalla proiezione audio visiva chiarificatrice della follia schizofrenica traviata da poesia sonora; riflessione patologica della prospettiva spazio-architettonica;
Camera VHS
  • la camera delle BAMBOLE: presenza morbidamente plastica, il viola-rosa dirige la curva fotografica, luci e fisionomie scultoree trafiggono i colori stravolti dall’esperienza dell’infanzia …;
Camera delle Bambole
  • la camera PH: concetti fotografici e sonori concordano in una metamorfosi epidermico-carnale, volatile umana di mura rimbalzanti mute architettoniche.
Camera PH

Ferite e feritoie dell’indecente venir meno erotico stridulano alla verticalità genetica beccata dallo scettro.

  • la camera OBSCURA: in luce fotografica… profonda pulizia nell’abbraccio stenopeico, motore immobile della ludica voce solare che attende dall’onirico l’alba della stampa.
Camera Obscura

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Diecizero – Viale Umberto, 36 – 09021 Barumini (CA)

Tel: +39.3487986963 – art.hotel@diecizero.comwww.diecizero.com

instagram.com/diecizero – facebook.com/diecizero

Dov’è il cinema italiano?

di Tano Pirrone

Il ricordo più lontano che ho di Carlo Delle Piane è il personaggio di Libero, figlio di Totò, in “Guardie e ladri” di Mario Monicelli e Steno. Era il 1951; in quell’anno avrebbe partecipato ad altri quattro film, diventando in breve un onnipresente caratterista, assai apprezzato. Questo fino al 1977, anno in cui Pupi Avati lo chiama per “Tutti defunti… tranne i morti!”, affidandogli la parte di Dante, il protagonista. Da allora una magnifica carriera di attore in oltre venti film, di cui la metà con Pupi Avati, e una decina di film per la Rai.

Carlo Delle Piane in Tutti defunti…tranne i morti, di Pupi Avati, 1977

Carletto è morto pochi giorni fa, in quest’estate falcidiante, che ci lascia sempre più soli. Ai suoi funerali, tradizionalmente svolti nella Chiesa degli Artisti (dove se no?), poche persone del cinema. Ciò ha provocato le ire del regista bolognese, recepite in video e riportate su quotidiani ancora attenti alle sfumature.
<<In 70 anni di carriera, più di cento i film cui ha preso parte recitando accanto ai grandi attori del cinema italiano: Totò, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Alberto Sordi… eppure in pochi erano presenti>>

Carlo Delle Piane con Totò in Guardie e ladri, 1951

ha risposto Pupi Avati alla prima domanda dell’intervistatore, e, alla seconda <<Il cinema italiano gli ha portato rispetto?>>, ha ribadito <<Il cinema italiano fa schifo, non mi piace. Il cinema italiano non gli ha portato rispetto. Dov’era oggi il cinema italiano? Quattro mesi fa, all’Auditorium per i settant’anni di carriera dell’attore c’era uno del cinema: c’ero io. Basta!>> L’episodio cui Avati si riferisce è l’omaggio a Carlo Delle Piane che l’Auditorium di Roma ha voluto programmare con una serata dal titolo “Signori e Signore… Carlo Delle Piane”. Qualcuno ha voluto fare un elenco dei presenti. Lo riportiamo in modo che il grano sia separato nettamente dal loglio: oltre ai due fratelli Avati, Pupi e Antonio, erano presenti il regista

Carlo Delle Piane con Pupi Avati

Paolo Genovese (che lo aveva voluto protagonista in “Nessun messaggio in segreteria” del 2005), l’attore Pasquale “Lillo” Petrolo, il critico cinematografico Pedro Armocida. Poi c’erano alcuni musicisti, tra cui ricordiamo Nino Buonocore, Riccardo Senigallia, Lino Patruno, Marco Zuzzolo, Marco Fasano. Carlo era stato protagonista della mini serie televisiva del 1978 “Jazz Band” anch’essa di Pupi Avati. Erano presenti, infine, alcuni personaggi della canzone italiana e pochi colleghi attori: Massimo Bonetti, Enzo Garinei, Max Tortora e Alex Partesano. Assenti giustificati i grandi defunti con cui Carlo lavorò in epoche in cui il cinema era ancora tale, senza equivoci e contorcimenti: Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Totò, Vittorio De Sica, Vittorio Gassman, Mario Monicelli, Federico Fellini, Steno, Duilio Coletti…
Siamo quasi alla fine del racconto dei fatti, ma il Re ha ancora addosso manto e mutande; quando ne scopriremo le “vergogne”? Ecco, lo facciamo subito: tenuto conto che se qualcuno muore quando l’estate raggiunge il suo climax ci sono poche speranze che qualcuno a Roma sia ancora, o già, in città per partecipare ad un funerale, in cui la presenza frutterà pochi mi piace; tutto ciò considerato, è mai possibile che solo una dozzina o poco più di addetti ai lavori abbia sentito il bisogno di essere presente per dare l’ultimo saluto a un uomo di cinema come Carlo Delle Piane, romano di Campo de’ Fiori. E la Rai? la Rai che, a parte i tiggì, s’è guardata bene finora di mandare in onda uno o più film per rendergli onore e merito. Forse perché troppo interessata alla coinvolgente battaglia per il governo e alla kermesse veneziana (che più che celebrare il “Cinema”, ne strumentalizza la presa forte sul pubblico feticista) la tv del servizio pubblico non ne ha trovato tempo e modo, confidando nella distrazione generale.
Così cade l’ultimo straccio e il corpo sacro del Re è infine ignudo, inverecondo, indifeso e indifendibile, pronto alla gogna, eterno Noè vilipeso vieppiù da chi quel corpo dovrebbe amare e onorare; qui trova una risposta la domanda “Dov’è il Cinema Italiano?” e sorge la domanda, cui in questa sede non vogliamo e possiamo dare una risposta: “Dov’è il Cinema?”

Venezia in pillole (5)

Uno sguardo alla Biennale Arte 2019

a cura di Letizia Piredda

Presso l’Arsenale Nord, dall’11 maggio al 24 novembre 2019 sarà possibile ammirare Building Bridges, una gigantesca installazione costituita da 6 coppie di mani che partono dai due argini per intrecciarsi e formare un ponte.

L’opera, alta 15 metri e lunga 20, vuole celebrare 6 valori universali dell’uomo, e la scelta di Venezia non è casuale:  “Venezia è una città patrimonio mondiale ed è la città dei ponti. È il luogo ideale per diffondere un messaggio di unità mondiale e pace in modo che molti di noi in tutto il mondo costruiscano ponti con gli altri piuttosto che muri e barriere” ha spiegato l’artista per raccontare l’opera più grande che abbia mai realizzato fino ad ora.  Amicizia, saggezza, aiuto, fede, speranza e amore: valori che  insieme costituiscono un messaggio di pace e di comunanza, atto a permettere l’incontro tra culture e il superamento delle divisioni.

Segue

per leggere Venezia in Pillole (6) clicca qui: https://odeon.home.blog/2019/09/07/venezia-in-pillole-6/

Pastrami. Piccola storiella estiva

di Sandro Russo
https://www.ponzaracconta.it/2019/08/20/pastrami-piccola-storiella-estiva/

Metti una sera a cena, oltre la metà d’agosto in una Roma semideserta. Con amici che non si vedono tanto spesso, ma con cui si stabilisce subito una buona comunicazione.
Il locale propone piatti classici e altri più originali (anche “etnici”).
Antonio prende un sandwich di pastrami.
– E che è? – chiedo curioso – Non l’ho mai sentito!
– È una carne marinata, della tradizione ebraica, credo – risponde.
Me ne fa assaggiare un pezzetto: sì, è una marinata dal sapore indefinibile, sapido e speziato, ma non saprei definire esattamente con che cosa.
Poi la cena prosegue. Tante chiacchiere, risate e buonanotte… tutti a casa
La cosa strana avviene il giorno dopo.
Vado all’aeroporto di Ciampino a prendere Giulia, la moglie dell’amico mio rumeno; la coppia che vive con me al casale.
Lei il pomeriggio già lavora (è fisioterapista) e ha tante cose da fare, dopo un’assenza da casa di circa un mese. Le chiedo se vuole mangiare da me.
 – Ma una cosa leggera, eh!? – Un’insalata di pomodori con lo tzatziki (yoghurt, cetriolo, menta, pochissimo aglio: so che le piace)
.– Ah, per me va benissimo – mi dice – tanto più che nei giorni scorsi ho mangiato tanto; proprio ieri una quantità di pastrami da mia madre!- –Pastra… che?-
Pastrami! …non lo conosci? È una carne marinata e speziata!
Insomma… uno per settant’anni non sente mai nominare una parola e in due giorni gli capita tra i piedi due volte.
Urge una ricerca su Wikipedia.
Dove si apprende che sì, il pastrami (in rumeno pastramă) è una popolare specialità gastronomica della cucina romena, di solito a base di manzo, ma anche di maiale e di montone. Altre varianti si trovano in Turchia e Israele.

Pastrami

Originariamente era utilizzato come metodo di conservazione della carne prima dell’introduzione della moderna refrigerazione.
La conservazione si ottiene mettendo la carne cruda sotto salamoia, si procede poi ad essiccarla, condirla con varie spezie (aglio, coriandolo, pepe nero, paprica, chiodi di garofano), affumicarla e infine cuocerla al vapore. Si presenta come il carpaccio o come il prosciutto e cioè in fettine sottili con varie salse associate o verdure come cavolo, crauti o cetrioli marinati.
È molto utilizzato anche negli Stati Uniti – importato dagli immigrati romeni all’inizio del XX secolo, soprattutto come street food – dove viene mangiato tra due fette di pane di segale (rye) oppure come guarnizione per insalate e hamburger.

Panino con pastrami e senape con rye

Ma non è finita.
Avete presente la scena di Harry ti presento Sally (film del 1989, scritto da Nora Ephron e diretto da Rob Reiner) in cui Meg Ryan finge un orgasmo al tavolo di un deli di New York? Nel suo piatto c’è un sandwich al pastrami, ormai il più famoso della storia. Tanto che nel film, dopo la performance di Sally, la cliente del tavolo vicino, prima ancora di essere interrogata dal cameriere sulle sue preferenze, dice: – Quello che ha preso la signorina! Woow!

Come finisce questa storiella estiva minima di stranezze e coincidenze?
Che Giulia mi cercherà un mezzo chilo di pastrami al negozio di prodotti rumeni più vicino: – A Lanuvio no, ma a Velletri sicuramente c’è – mi dice; e quanto prima faremo un Pastrami party da noi.
Solo toccherà all’ospite femminile più volenterosa rifare la parte di Meg Ryan del film, dopo la degustazione..!

Addio Peter Fonda !

a cura di Letizia Piredda

L’attore americano Peter Fonda, figlio di Henry e fratello di Jane, è morto ieri a 79 anni nella sua abitazione a Los Angeles. Era da tempo malato ai polmoni. “Mentre piangiamo la perdita di questo uomo dolce e gentile, anche noi chiediamo a tutti di celebrare il suo spirito indomabile e l’amore per la vita” dice la famiglia in un comunicato. E anche a noi piace ricordarlo per la sua carica ribelle nel leggendario film Easy Rider.

IL FILM 

Easy Rider, scritto da Peter Fonda e diretto da Dennis Hopper e uscito il 14 luglio del 1969, è diventato l’emblema del road movie in moto. Il film, che ha ricevuto una candidatura all’Oscar per la sceneggiatura, evoca la ricerca della libertà attraverso un’odissea in moto nei grandi spazi aperti del sud-ovest americano, ed è diventato uno dei film cult della contro cultura americana degli Anni Sessanta.

Peter Fonda e Dennis Hopper in Easy Rider, 1969

LE MOTO

Ma nell’immaginario collettivo, grazie a quel film, sono entrate le moto, autentiche protagoniste della pellicola. Come i due chopper guidati da Peter Fonda e Dennis Hopper. Ideate dallo stesso Fonda e realizzate dai customizzatori Cliff Vaughs e Ben Hardy, sono basate su telai hardtail e motori panhead. Se tutti ricordiamo la Billy Bike, ovvero la moto guidata da Dennis Hopper, la più famosa è senza dubbio la Captain America, la moto guidata da Peter Fonda e che ha avuto come passeggero celebre Jack Nicholson: si trattava di una Hydra Glide del 1949 chopperizzata, il cui serbatoio riportava sopra la bandiera americana. La moto è stata venduta all’asta nel 2014 per 1,35 milioni di dollari.

Peter Fonda alla guida di Captain America, passeggero Jack Nicholson.