Aspettando Fellini (7) Lo Sceicco bianco

Da: Mario Verdone, “Lo Sceicco bianco”, L’Unità / Il Castoro, 1995
pagg. 29/35

«Ne Lo Sceicco bianco Ivan e Wanda sono le facce complementari di un medesimo tipo di sogno popolare, limitato, squallido e prevedibile in tutti i suoi sviluppi, eppure rappresentativo delle aspirazioni di un italiano ancora chiuso dentro l’orizzonte della cerchia municipale. Wanda va incontro a Fernando Rivoli, il divo dei fumetti a cui manda decine di lettere, quasi a riceverne l’immagine e il corpo come in un rito sacramentale» (Brunetta).

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Lo Sceicco bianco
da Mario Verdone “Lo sceicco bianco”, L’Unità / Il Castoro, 1995
Pagg. 29/35

Lo Sceicco bianco, saga del fumetto fotografico, parrebbe un altro debito di Fellini alla sua stessa biografìa di pubblicista e vignettista umoristico.

Non è del tutto così perché il soggetto è costruito su una idea di Michelangelo Antonioni (poi sviluppata con Tullio Pinelli) che nel cortometraggio di fantasia Lamorosa menzogna (1949) già si era dimostrato colpito dal mondo del fotoromanzo e si proponeva di farne una analisi più ampia in un normale film spettacolare. Fellini aveva coltivato, sì, la vignetta, ma quella disegnata. Due condizioni diverse seppure animate, in que­sto caso, da una esplicita verve caricaturale, sottolineata dalla presenza stessa di Alberto Sordi, lo “Sceicco”. Ed è in questa presenza della caricatura che Lo Sceicco bianco si apparenta alle caricatura del mondo borghese, che sono lo spirito stesso del «Marc’Aurelio». In più, c’è anche la presenza dei personaggi felliniani delle scene radiofoniche, con un richiamo ai due già conosciuti, attraverso le onde sonore, Cico e Pallina. E nella protagoni­sta, nella sua ingenuità e nel suo infantilismo (la passione per l’eroe dei fumetti) è riconoscibile la sposina che Fellini aveva prima portato nelle radioscene.

Due novelli sposi in viaggio di nozze arrivano a Roma, alla stazione Termini, durante l’Anno Santo, provenienti da Falconara Marittima. Scendono da uno scompartimento di seconda classe, carichi di valigie e affannati in mezzo a una folla di pellegrini. Wanda (Brunella Bovo) ha un’aria insieme sognante e smarrita.

Il cappellino, nella calca, le è andato di traverso ma non ci fa caso. Il marito (Leopoldo Trieste), costantemente preoccupato di mantenere un contegno dignitoso, parla e si muove con sussiego, quasi per dimostrare una certa autorevolezza, ma il suo mal dissimulato impaccio è tradito dalla mano che porta frequentemente al nodo della cravatta, in un gesto meticoloso. Non si rende conto che, tra la folla affaccendata e indifferente, la sua insignificante “provincialità”, nonostante i tentativi di mostrarla autorevole, non è affatto importante.

Gli sposini, suggestionati e insieme intimoriti dal primo contatto con la metropoli, raggiungono l’albergo, dove recuperano un po’ della loro disinvoltura. Ivan telefona subito al «signor zio», funzionario altolocato, influente, pregandolo di assisterli nel giro della capitale. Ripassano il programma di prammatica per il soggiorno romano, che culminerà addirittura in una udienza pontificia. Ivan, un po’ stanco, si distende sul letto e si addormenta. Non si è accorto che Wanda cova un pensiero segreto, e che anzi chiede addirittura al facchino dell’albergo indicazioni per un certo indirizzo. Mentre Ivan, beato e tranquillo, dorme, Wanda, come non aspettasse altro, esce di soppiatto dall’albergo e si avventura sola nella città.
Sa che la vera vita è quella del sogno, ma non sospetta che il sogno può trasfor­marsi anche in un gorgo fatale. Estatica, senza curarsi di quel che le succede d’intorno, schivando per miracolo i veicoli che la sfiorano, arriva davanti all’ingresso di un palazzone moderno, quello che cerca: sale le scale ed entra col cuore che batte nella redazione di «Incanto blu», giornale a fumetti. È il suo mondo dei sogni, la via ideale, unica, per uscire dal meschino ambiente piccolo-borghese.

Wanda, come il tipico modello di donna caro al primo Fellini, è infantile e pura, immersa in un romanticismo più che modesto, non ha idea di quanto c’è di ingannevole dietro le quinte di un mondo sovente volgare di cui nemmeno sospetta l’esistenza. È felice perché si è incontrata con la realtà dei suoi sogni ed è incapace di distinguere il vero dal falso. Confessa a chi la riceve che ha un solo desiderio, conoscere il suo idolo, lo “Sceicco bianco”. È il momento in cui la intera troupe degli “artisti” esce dalla sede del giornale per avviarsi ai luoghi della ripresa; e c’è anche lo “Sceicco”. Nella confusione della partenza, ingolfata tra le comparse, Wanda non riesce a parlargli. Delusa, sta per scoppiare in lacrime ma qualcuno la sollecita a salire sul mezzo in partenza. Non resiste alla tentazione e senza rendersi nemmeno conto della gravità della decisione, si unisce alla carovana dei fumetti.

Ivan si è svegliato. È disperato per la scomparsa della moglie. La cerca dappertutto, anche nelle strade che ha percorso, ma nessuno sa dargli indicazioni. È come se la città l’avesse inghiottita. Ai parenti che lo attendono in albergo non ha il coraggio di comunicare la sparizione misteriosa.

La carovana dei fumetti raggiunge, frattanto, il luogo delle riprese, in una pineta vicina al mare. Wanda vorrebbe tornare indietro, ma improvvisamente, come in una apparizione celeste, le si presenta davanti lo “Sceicco bianco”: e priva di volontà, incapace di reagire, torna ad essere preda del suo magico smarrimento. Non credendo a se stessa balla con lo Sceicco, partecipa alle riprese in veste di odalisca, dimentica del marito e dei suoi doveri, ed è completamente presa dal sogno della sua avventura meravigliosa. Ivan, sconvolto, non sa che pensare, ascolta inebetito le chiacchiere dei parenti, sorride tristemente ma difende il suo disperato orgoglio; e non sa che il volgare seduttore ha stretto nelle sue reti la ingenua Wanda, e che addirittura la invita ad una gita in barca, dove è costretta a difendersi dai suoi approcci. Un provvidenziale vento la salva dagli assalti del baldanzoso latin lover. L’istinto, più che la ragione, la aiuta a difendersi da colui che vorrebbe approfittarsi della sua infatuazione, senza minimamente comprenderne la ingenua poesia.

Mentre Ivan compie con i parenti prodigi di astuzia perché nulla sospettino della improvvisa scomparsa, e riesce a trascinarli lontano dall’albergo, dove — assicura — la moglie sarà presto di ritorno, Wanda e lo Sceicco rischiano il naufragio e sono salvati da alcuni volenterosi, che li riportano sulla spiaggia. Sono ad attenderli il regista, i componenti della troupe, i villeggianti richiamati dall’incidente, e una risoluta ed energica moglie (autentica) dello Sceicco, che accoglie Wandacon sonori schiaffoni, mentre il miserevole seduttore sguscia via pavido e ipocrita, senza un gesto o una parola di difesa della compagna di sventura. Wanda fugge piangendo.

Nella sua situazione incredibile e ridicola, Ivan passa con i parenti dal Colosseo all’Ara Pacis, reagisce solo con un inconcepibile mutismo alle domande sempre più pressanti dei parenti. Arrivano al Teatro dell’Opera e Ivan ne approfitta per recarsi in Questura, dove denuncia la scomparsa della moglie, ma lo fa in maniera così caotica, supplicando di non creare scandali, che viene preso da un funzionario per pazzo. Scappa, incontra sulla soglia dell’albergo i parenti che si avviano a far visita alla presunta ammalata, ma con nuove bugie, reticenze, balbettamenti, riesce ancora a rinviare il fatale, e per ora impossibile, incontro. Vaga solo, di notte, per le vie ormai deserte, si incontra con due mondane che si inteneriscono alla sua storia, lo ospitano. Ivan, che ha pianto come un fanciullo, attende l’alba seduto sul letto di una vecchia mondana, completamente vestito, con gli occhi sbarrati nel buio come un insensato.

Wanda, riportata a Roma da uno sgarbato dongiovanni, che la scarica nelle vicinanze dell’albergo, non ha il coraggio di entrare, perdipiù ancora vestita da odalisca. Ha un desiderio inarrestabile di autodistruggersi, vuole scomparire per sempre. Telefona da una farmacia notturna al portiere d’albergo per dettare le sue ultime volontà al marito, poi si reca sull’argine del Tevere e si getta nel fiume.

Accorre un fiumarolo che la riacciuffa, ma gli altri soccorritori che sopraggiungono decidono di portarla al manicomio.

Ivan, tornato in albergo, viene avvertito. Deve salvare la propria dignità. Le spiegazioni tra loro e con i parenti verranno dopo. Ora non si tratta che di vestirsi in abito da cerimonia, e arrivare in tempo, alle undici precise, in piazza San Pietro, dove finalmente tutto il parentado si riunisce, per l’attesa udienza pontificia.

Il film è stato girato lungo le strade di Roma, dove il disorientato Ivan, in cerca della moglie, sembra inseguito da una fanfara di bersaglieri, prima come lui perpetuamente svettante e animosa, poi sempre più ammosciata, e quindi tra i pini della foresta di Fregene, località che per alcuni anni è stato il prediletto luogo dell’esistenza del regista, e dove Fellini colloca le scene delle riprese del fotoromanzo. Memorabile è l’apparizione caricatu­rale di Sordi in mantello bianco e turbante sull’altalena e che quasi sembra piovere dal cielo sulla testa della ammiratrice che è venuta a cercarlo. Ma, come abbiamo visto, lo Sceicco è soltanto uno squallido seduttore, e la scena della seduzione, sulla barca a vela, ha l’aria di una di quelle evasioni fantastiche, caratteristiche di Fellini, nell’ambito della realtà. La interpretazione di Leopoldo Trieste nella parte di Ivan – dopo essere stato, per così dire, “strappato” da Fellini dalla sua promettente carriera di drammaturgo, per trasformarsi in attore – è più convincente di quella di Brunella Bovo. L’ansia del marito abbandonato colpisce, e convince, più delle velleità di fuga della giovane sposa.

Un’analisi acuta e corretta di Lo Sceicco bianco pubblicata su «Bianco e Nero» da Brunello Rondi rettifica opportunamente il giudizio ottuso e sgraziato che nella stessa sede era stato dato al momento della uscita del film alla Mostra di Venezia: «prova di regia» era stato infelicemente scritto, «convenzionale, scadente e grossolana», da considerarsi «senza appello». Avvedutamente Brunello Rondi – che è stato assiduo collaboratore del regista – vede invece in Lo Sceicco bianco un «consolidamento dello stile di Fellini». C’è in questo film lo sberleffo antiretorico della “fanfara” (quasi nello spirito dei disegni di Mino Maccari), l’imbarazzato incontro di Ivan con le peripatetiche (una delle quali, impersonata da Giulietta Masina, produrrà in seguito il nuovo personaggio delle Notti di Cabiria), il mito della Roma “turistica” e lo stupore, tratteggiato in vari momenti, dei provinciali Ivan e Wanda al primo incontro con la città monumentale, vista anche nei suoi caratteri vagamente orridi e grotteschi. La goffaggine di certo mondo dei fumetti è descritta con lucida e calda ironia. E soprattutto Fellini è riuscito a costruire un film tutto “suo”.

Happy End di Michael Haneke

di Lorenzo Rossi

Avevo perso sbadatamente l’ultimo film di Haneke, Happy End, sparito in fretta dalle sale. Sommerso da altri impegni, non ero più riuscito a vederlo. Ieri sera, domenica di Pasqua, in cui i cristiani celebrano il mito della morte e della rinascita, l’ho beccato su Sky, poi in mattinata ho cercato nel mare magnum del web una recensione da condividere: l’ho trovata su Cineforum, a firma di Lorenzo Rossi. Mi ci sono pienamente ritrovato ed eccola ora su Odeon, per i nostri trelettoritre.

In una sontuosa magione borghese la ricca famiglia Laurent, riflesso di una società votata all’egoismo e all’infelicità, vive la propria vita in modo anaffettivo e cinico, senza rendersi conto di non sapere più cosa conta veramente nella vita.

Un cantiere nel centro di Calais, operai al lavoro, un muro di contenimento che crolla e fa franare un terrazzamento su cui sono posizionati dei bagni chimici. È questa una delle prime scene di Happy End, vista attraverso la camera di uno smartphone. Più tardi scopriamo che un operaio è morto e altri, che si trovavano nelle toilette, sono rimasti feriti. Il cantiere è di proprietà della famiglia Laurant, intorno alla quale ruota tutta la storia. Da un lato il patriarca Georges (Jean-Louis Trintignant) che, anziano e stanco della vita, vuole farla finita e dall’altra i figli Anne (Isabelle Huppert) e Thomas (Mathieu Kassovitz), la prima che si affanna per salvare l’azienda prima che le cause legali la annientino e il secondo, medico, che tenta goffamente di riparare agli errori fatti con la figlia della prima moglie, la nuova compagna e l’amante insoddisfatta.

Come in Amour (2012), Haneke non trova altro modo per parlare della vita che attraverso la morte. Una morte raccontata come una costante, che sta dappertutto, dentro la vita di tutti i giorni e dentro i rapporti umani, quelli familiari e quelli economici e che più che una pulsione o una tensione tragica è una vera e propria condizione ontologica. Lo sguardo nichilista del regista austriaco non presuppone di dimostrare una tesi o di accumulare simboli; si estrinseca attraverso immagini che vanno analizzate, osservate e inseguite fino all’estremo. Come un oggetto non identificabile, perché capace di assumere tante, troppe forme, la morte non è mai rappresentata direttamente e anzi, diventa una presenza incorporea.

Proprio la scelta di non mostrarla, però, rende la morte ancora più potente. Haneke arresta il racconto sempre un attimo prima dell’evento, e (come avviene nel finale) non mette in scena nessun gesto drammatico, nessun momento tragico. Come Niente da nascondere (2005), Happy End non va alla ricerca di metafore, ma piuttosto cerca nell’atto filmico il limite stesso della visione e nella narrazione il punto oltre il quale non è più possibile dire o mostrare. Le riprese con lo smartphone, che aprono e chiudono il film, sono la testimonianza di tutto questo: dell’impossibilità di dare un senso alla morte (e alla vita), anche andando a filmarne l’essenza tragica. Proprio come nelle vhs di Niente da nascondere, l’immagine è senza significato, senza padrone e senza referente; un’immagine che non rappresenta la morte ma è essa stessa fatta di morte.

E allora il rappresentabile diventa un mondo dentro il quale non si comunica e dove gli individui non riescono a trovare punti di contatto. Calais è terra di confine dove il viaggio si arresta e dove l’esistenza non assomiglia più alla vita; esattamente come la famiglia – di cui Haneke celebra la dissoluzione completa – è ormai ridotta a costrutto sociale all’interno della quale i protagonisti non si capiscono, non si parlano e agiscono per secondi fini e interessi. Per questo il regista in diversi momenti riprende le situazioni a distanza, lasciando la macchina lontano dai personaggi e i dialoghi nell’indefinito. E sempre per questo, in uno dei momenti chiave del film, quando la piccola Eve va con il padre a fare visita alla madre morente all’ospedale, la macchina ci mostra i due da lontano che fugacemente entrano nella camera della donna e se ne vanno dopo pochi secondi. Il tutto accompagnato in un silenzio tombale. Come se oltre a non vederla, la morte, sia impossibile anche sentirla. E in un mondo che di quella morte è fatto non risuoni altro che un assoluto e angosciante silenzio.

Lorenzo Rossi, Cineforum, 24 novembre 2017

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Happy End

Michael Haneke

Francia, Germania, Austria, 2017, 107′

Sceneggiatura:

Michael Haneke

Fotografia: Christian Berger

Montaggio: Monika Willi

Cast: Toby Jones, Mathieu Kassovitz, Laura Verlinden, Jean-Louis Trintignant, Isabelle Huppert, Franz Rogowski, Fantine Harduin, Aurélia Petit, Dominique Besnehard

Produzione: X-Filme Creative Pool, Wega Film, Les Films du Losange, arte France Cinéma, France 3 Cinéma

Distribuzione:Cinema

Piccolo Cabotaggio (8) Lampedusa (seconda parte)

27 APRILE, 2017
di Tano Pirrone
https://www.ponzaracconta.it/2017/04/27/piccolo-cabotaggio-8-lampedusa-seconda-parte/

Seduti ad un tavolo sulla veranda del ristorante, dominavamo il piccolo tratto di mare che divideva l’isola di San Nicola da San Domino e dal Cretaccio. Una lieve brezza sembrava increspare l’ottimo vino che ancora ristava nei calici; sapevo che non era possibile, ma mi piaceva pensarlo: anche questa è poesia, mi ripetevo.
– Picciotti, siamo d’accordo allora che a Lampedusa non è proprio il caso di andare anche noi? Aggiungeremmo solo confusione – dissi improvvisamente, cogliendo i miei due compagni di viaggio di soprassalto, mentre ripulivano i rispettivi piatti in cui fino a poco prima trionfava una tiella ‘e mare (1)  che gli mancava solo la parola.

Non avevo dubbi su quale sarebbe stata la loro risposta, ma, prima degli ultimi preparativi per ripartire dalle Tremiti e proseguire il nostro viaggio, volevo accertarmi che non avessero obiezioni e suggerimenti.
Il programma iniziale era già ampiamente saltato. I tempi previsti erano troppo stretti e noi, alla nostra età e nella qualità di figli prediletti del secolo breve, dovevamo permetterci tempi poco accelerati, nel pieno rispetto delle nostre esigenze conviviali, fisiche e culturali. E poi a noi non correva dietro nessuno, fortunatamente.
– Non se ne parla nemmeno! – rispose S. come infastidito di dover tornare su un argomento ormai assodato.
– Con tutto quello che hanno da fare, ci manchiamo solo noi a impicciarci e a fare confusione – confermò il Decano G., completando i riti di caricamento del fornello della sua pipa post-prandiale.
– Non ero mai stato a Lampedusa e questa era una buona occasione per visitarla, ma va bene così! – concluse, innalzando nella veranda il triplice anello di fumo, che suggellava di solito le prese di decisione comune.
– Neanche io sono stato a Lampedusa e Linosa; gli anni ’70 vissuti a Palermo sono fuggiti in fretta e poi… – sfumai con una vena di nostalgia e quasi di rammarico, che neanche intaccò il cinico S., intento a far funzionare lo smartphone: impresa quasi impossibile, cui seguiva di norma un vaffa cosmico.
– Non ti nascondo però, che mi mancherà la vista di Capo Ponente. Arrivando in barca a Lampedusa dalla Tunisia o da Pantelleria e trovarsi questa muraglia di circa 100 metri davanti è una vista da non perdere.

Ottimo assist per tirar fuori un po’ di notizie che in viaggio avevo letto per documentarmi e non scrivere noiose frasi di rito o corbellerie: – Pensate che in una carta stampata nel 1847, il ciglio di Capo Ponente risulta di circa 150 metri più avanzato rispetto a quello che risulta su altra carta geografica stampata nel 1973 (Istituto Geografico Militare) (2), circa un metro l’anno! Non ho trovato dati più recenti, ma immagino che non ci sia alcun motivo perché il fenomeno abbia rallentato.
Vabbe’, alla prossima volta: le falesie, le grotte, l’isola dei conigli…

Eravamo in uno stato di pace cosmica: avevamo mangiato benissimo e bevuto un vino straordinario figlio delle generose terre salentine e di un vitigno autoctono, il Negramaro. Nulla ci avrebbe mosso da quella veranda: dovevamo salpare solo l’indomani e non più alla volta di Lampedusa, ma dell’estrema punta della Sicilia, l’Isola delle Correnti, che ci sarebbe servita da attracco per parlare di Sud, il film di Gabriele Salvadores (1993).
C’erano le condizioni ideali per accendermi un buon toscano e gustarmelo per intero: la platea era assicurata ed il contesto ne avrebbe fatto un rito. Dopo un po’ il sigaro cominciò a consumarsi irregolarmente, rimanendo incombusta la costa più dura e difficile da bruciare con la stessa uniformità.

Mi venne in mente, allora, una mia poesia di qualche tempo prima, la cercai sull’iPad e nonostante le occhiatacce dei compagni la lessi a voce alta:

Titanio

Un rigido frenulo di titanio
regge il tronco grigio di cenere
del mio toscano antico.
Il caldo fumo
nascosto nelle radici del tronco
cambia in volute
che salgono stanche
nell’aria tiepida della sera.
La mia terrazza è ora tolda di nave
che naviga mari
senza onde
senza acqua
senza sale
senza memoria.
Gli U2 gridano i sogni di una generazione
che esce pian piano di scena.
Si spegne l’antico toscano
sparisce il fumo
crolla il tronco riarso
sfollano i gabbiani
s’annidano le rondini.

Un pomeriggio trascorso nelle migliori condizioni per ripercorrere la storia di Lampedusa, che nel periodo più lontano da noi affonda nel mare poco profondo, che la divide dalla costa africana. Avevo messo da parte appunti a sufficienza, pdf di pagine di libri sull’argomento, mancava solo di annodare il tutto piacevolmente: le testimonianze più antiche (monete, bagni, ferriere, cisterne) avvalorano l’idea che l’isola fosse stata abitata da greci, romani, saraceni.
I romani ai tempi delle Guerre Puniche se ne servirono come base navale strategica per le spedizioni contro Cartagine.
I Saraceni vi arrivarono durante il lungo periodo – a partire dal 652 d.c. – in cui l’Islam lottò per conquistare la Sicilia e parti dell’Italia meridionale. Nell’812 l’emiro Abd Allah I ordinò una invasione vigorosa della Sicilia, ma le sue navi furono prima ostacolate dall’intervento di Gaeta e Amalfi, e poi distrutte in gran parte da una tempesta. Tuttavia, i Saraceni riuscirono a conquistare l’isola di Lampedusa e, nel mar Tirreno, a depredare e devastare Ponza e Ischia.
Nell’813 i Saraceni furono cacciati dall’isola e per sei secoli ci fu silenzio ed oblio.
Gli Spagnoli, nuovi dominatori del Mediterraneo, la fecero da padroni: Alfonso V d’Aragona, primo re di Napoli, detto il Magnanimo, magnanimamente concesse a tal Giovanni di Caro dei baroni di Montechiaro, cameriere del re, tutti i poteri sull’isola. Correva l’anno 1430. Esattamente duecento anni dopo (1630) (3)  Carlo II di Spagna concesse graziosamente alla famiglia di Giulio Tomasi, duca di Palma e barone di Montechiaro, il titolo di Principe di Lampedusa (sotto, l’immagine dello stemma di famiglia).

Giulio I sposa una discendente di quel Giovanni di Caro e da loro in poche generazioni si giunge a quel Principe Giulio Fabrizio Maria Tomasi Caro Traina IV (1815-1885), pari di Sicilia, principe di Lampedusa, duca di Palma, Barone di Montechiaro e Franconeri. Il Principe è il protagonista (con il nome di Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata) del romanzo Il Gattopardo, capolavoro del nipote Giuseppe Tomasi (1897-1957).

Luchino Visconti ricavò, con fedeltà e pignoleria l’omonimo film del 1963. Il film vinse la Palma d’oro a Cannes e fruttò all’indimenticabile Goffredo Lombardo (1920-2005) il David di Donatello come miglior produttore (immagine qui sotto, al centro tra Anna Magnani e Roberto Rossellini).

Nastri d’argento andarono a Giuseppe Rotunno, per la fotografia, a Mario Garbuglia per la scenografia e a Piero Tosi per i costumi.
Oltre l’unico romanzo Giuseppe Tomasi scrisse anche racconti (3) (foto), fra cui, straordinario, è Lighea (La sirena).

Dal racconto è stato tratto anche un film diretto da Carlo Tuzii, che faceva parte della serie televisiva Dieci registi italiani, dieci racconti italiani, 1983; fra essi Gianni Amelio, Luigi Comencini, Carlo Lizzani.

Ditemi voi come faccio, dopo essermi avventurato, per parlar d’altro, in casa del Principe di Lampedusa, come faccio a non citare almeno di sfuggita un parente stretto, primo cugino (4) di Giuseppe Tomasi, Lucio Piccolo (5) (immagine qui sotto), poeta straordinario, coltissimo ma poco fecondo, non appartenente a nessuna scuola, ma riservato; uomo singolare, sempre in fuga.

Lucio Piccolo è uno dei miei poeti preferiti e uno dei suoi canti voglio condividere con il lettore; in tema con il viaggio e con il vento che in quei mari e a quelle latitudini è, a sua volta, principe incontrastato:

SCIROCCO (6)

E sovra i monti, lontano sugli orizzonti
è lunga striscia color zafferano:
irrompe la torma moresca dei venti,
d’assalto prende le porte grandi
gli osservatori sui tetti di smalto,
batte alle facciate da mezzogiorno,
agita cortine scarlatte, pennoni sanguigni, aquiloni,
schiarite apre azzurre, cupole, forme sognate,
i pergolati scuote, le tegole vive
ove acqua di sorgive posa in orci iridati,
polloni brucia, di virgulti fa sterpi,
in tromba cangia androni,
piomba su le crescenze incerte
dei giardini, ghermisce le foglie deserte
e i gelsomini puerili – poi vien più mite
batte tamburini; fiocchi, nastri…
Ma quando ad occidente chiude l’ale
d’incendio il selvaggio pontificale
e l’ultima gora rossa si sfalda
d’ogni lato sale la notte calda in agguato.

Note

(1)      Tiella e mare, ecco la ricetta così come ci è stata dettata dal cuoco, solleticato dai complimenti e dalle lusinghe di cui il nostro trio è produttore capace e munifico:
Ingredienti
200 g di riso giallo o per risotti sciacquato con acqua corrente
3 cucchiai di formaggio vaccino a pasta dura
1 cucchiaio di parmigiano reggiano
6/7 pomodorini ciliegini tagliati a metà nel senso della lunghezza
½ aglio rosso
1 cipolla bianca affettata
1 zucchina tagliata a rondelle
6/7 patate tagliate a rondelle
600 g di cozze
Prezzemolo tritato
Olio extra vergine d’oliva, sale e pepe q.b.
Preparazione
Usare un tegame di terracotta oppure tanti piccoli per quante sono le porzioni
Pulire le cozze e lasciarle aprire sistemandole in una pentola senza acqua fino al raggiungimento dello scopo.
Filtrare l’acqua di cottura e tenerla da parte.
Tritare insieme prezzemolo ed aglio e affettare la cipolla.
Utilizzare gli ingredienti in modo da comporre quattro strati da ripetere tre volte nel seguente ordine: patate, riso, cozze, cipolla, pomodorini, formaggio, trito di aglio e prezzemolo, zucchine, pepe. Nello strato superiore abbondare con il formaggio.
Chiudere con pellicola d’alluminio in modo da permettere ispezioni e aggiunte di brodo secondo necessità e far cuocere al forno a 200° per un’ora.

(2)      Le isole del sole, Enzo Mancini, Mursia, 1978.

(3)      Le prime notizie storiche sui Tomasi risalgono al VII secolo. La tradizione li vuole originari di Bisanzio (330 d.c.), ivi trasferitisi al seguito dell’Imperatore Costantino. Si vuole che la famiglia discendesse da Leopardo, figlio di Crispo, primogenito di Costantino. Altre fonti ritengono che il capostipite dei Tomasi sia stato Thomaso il Leopardo, figlio dell’Imperatore Tito e della Regina Berenice. A seguito delle lotte dinastiche dopo la morte dell’Imperatore Eracleo, i Leopardi-Tomasi lasciarono Costantinopoli tra il 640 e il 646, stabilendosi ad Ancona. Dal ramo rimasto nelle Marche dopo il trasferimento prima in Campania e poi in Sicilia discenderebbero i Leopardi di Recanati, come pure sosteneva Monaldo, padre di Giacomo.

(4)      Pubblicato postumo da Feltrinelli nel 1961, nella collana Biblioteca di letteratura diretta da Giorgio Bassani – I contemporanei n. 34.

(5)      Figli di due sorelle: Beatrice Tasca Filangeri di Cutò, sposata con il Principe Giulia Maria Tomasi e Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò sposata con il Conte.

(6) Da Gioco a nascondere – Canti Barocchi, Arnoldo Mondadori Editore, II edizione, 1967, con una nota di Eugenio Montale.

Le parole del cinema: FILM

A cura di Tano Pirrone

Pellicola cinematografica o fotografica, e anche l’emulsione sensibile stesa sulla pellicola; singola produzione cinematografica; velo e strato sottile, patina, pellicola.

Voce inglese, ‘pellicola, membrana’.

Se anche a voi è capitato che qualcuno vi proponesse di ‘guardarvi un filme’, beh forse dovreste riflettere un po’ sul sorriso un po’ bonario un po’ canzonatorio che si è spontaneamente formato sul vostro viso. Io ho compiuto tale rivalutazione diversi anni fa, quando ho acquisito la consapevolezza che la parola filme (o anche filmo, da buon sostantivo maschile singolare) in realtà è esistita, sebbene per tempo limitato, come tentativo di adattamento dell’anglicismo film, con il logicamente consequenziale filmi a fare da plurale. In effetti ad usarla sono tendenzialmente persone mature, con una prevalenza della versione filme in area toscana e romana. Da diversi decenni, grazie al grandissimo successo dell’impresa cinematografica, film è uno dei prestiti meglio acclimatati nella nostra lingua, tant’è che in pochi lo percepiamo ormai come una parola straniera. Per metonimia, quando lo utilizziamo ci viene spontaneamente da pensare e da riferirci più ai contenuti che al supporto, ma in realtà il film è prima di tutto la pellicola, ovvero il materiale su cui le immagini si imprimono, che a pensarci bene sta rapidamente scomparendo con l’avvento del digitale.

Figli e Figliastri sono numerosi, alcuni discendenti diretti del film italiano, come filmare, filmico e filmato; altri hanno preso piede come nuove importazioni immediate e integrali dalla lingua inglese: abbiamo ad esempio film loop e filmmaker, ma anche un più attempato e meno comune filmstrip che è stato affiancato da filmino.

La nostra pellicola — che designa esattamente ciò che anche la parola inglese film indicava in origine, ovvero una pelle sottile, uno strato, una membrana di rivestimento — non è invece riuscita ad imporsi nell’ampliamento di significato relativo alle produzioni per grande e piccolo schermo. Di contro, in italiano film è spesso utilizzato anche al di fuori dell’ambito in cui più comunemente lo incontriamo, come quando parliamo delle maschere per il viso che formano un film uniforme e ci liberano i pori.

Una curiosità sull’etimologia: alcuni sostengono che sia il termine inglese (solo con il significato di produzione cinematografica) a derivare da un acronimo italiano, ovvero Fabbrica Italiana Lamine Milano, che nel 1920 produsse le prime emulsioni cinematografiche. La maggior parte dei dizionari non menziona però questa provenienza, attribuendo l’evoluzione del significato, come visto, all’uso delle pellicole e della sostanza chimica stesa su di esse.

Testo originale pubblicato su unaparolaalgiorno.it: https://unaparolaalgiorno.it/significato/F/film?utm_source=notification&utm_medium=push&utm_campaign=pdg

Piccolo cabotaggio (7). Lampedusa(Prima parte)

21 APRILE, 2017

di Tano Pirrone
http://www.ponzaracconta.it/2017/04/21/piccolo-cabotaggio-7-lampedusa-prima-parte/

Lampedusa,
ultima figlia di un’Italia
che, spesso, ti dimentica
e figlia illegittima di un’Africa
alla quale assomigli.
I tuoi occhi hanno rivisto
gli occhi dei tuoi fratelli africani
e li hanno riconosciuti…
La tua terra è sempre terra di passaggio
per uomini senza patria.
Siamo tutti clandestini…
[1] 

Miei cari amici lettori, chi l’avrebbe detto che Lampedusa, verso cui siamo – idealmente – diretti, fosse parente stretta della catena montuosa dei Vosgi (Massif des Vosges) e della Foresta Nera (Schwarzwald), la Marciana Silva dei Romani, che ovunque andettero, dovunque vincettero?
Dei Vosgi le poche cose che sapevo era che – benedetta odonomastica parisienne! – il Dipartimento omonimo doveva essere molto importante per i Francesi, se le avevano dedicato una delle più belle piazze della Ville Lumière, fra le più belle del mondo [2].

Ho ricordi bellissimi di quella piazza secentesca: primi giorni di novembre di tanti, troppi anni fa, in giro per Parigi, instancabili, mia moglie ed io ci arrivammo da Rue de Turenne venendo da Rue de Rivoli. Per immetterci nella piazza percorremmo il breve tratto di Rue des Francs Bourgeois; c’era freddo ed umido, la piazza cara a Victor Hugo e a George Simenon era immersa nella nebbia. I fanali erano luci sbiadite sospese, originali fuochi fatui nutriti di memorie e réveries. Sull’angolo, sotto il porticato, un bistrot [3]; alla destra dell’ingresso un cartello – o forse una lavagnetta – con su scritto un breve annuncio, che da allora è rimasto magico ed evocativo: Le Beaujolaise nouveau est arrivé!


Entrammo. Dentro era caldo, pieno di fumo, accogliente. Ordinammo del formaggio e un calice di vino rosso novello e fummo ancora più felici! Uscimmo dopo un po’ e facemmo il giro di tutta la piazza, fermandoci davanti al numero 6 dove ha sede la Maison Victor Hugo, museo dedicato al grande scrittore francese, che vi aveva abitato dal 1832 al 1848 e, più avanti, al numero 26, dove, a partire dal 1924, abitò Simenon [4], che nel 1932 pubblica il dodicesimo romanzo di Maigret L’ombre chinoise (L’ombra cinese) in cui il Commissario indaga su un omicidio commesso al numero 61 della piazza [5].

Ma torniamo a noi e a questo DNA in comune fra l’isola africana e i due massicci centroeuropei: in questa materia mi muovo con insufficiente perizia, ma ho il supporto delle competenze di mia moglie. Posso, quindi affermare con certezza “scientifica” che l’isola in questione è quel che si dice un “Horst”, cioè un pilastro tettonico, una porzione di crosta terrestre rialzatasi a seguito di movimenti sotterranei, nel nostro caso della piattaforma africana.

Horst: pilastro tettonico; Graben: fossa tettonica 

Il “consociato” isolotto Lampione (lungo 200 metri e largo 180) ha la stessa caratteristica, mentre Linosa, che completa il trio delle isole Pelasgie, è di origine vulcanica. Fuoco, acqua e terra. Lampedusa – Linosa è il comune più meridionale d’Italia (35° 29′ 34″ N). Il parallelo divide in due la Tunisia e passa quasi esattamente a Kairouan, dove nel IX secolo venne costruita la grande moschea di Uqba(Djamaa Sidi Okba) per cui la città è famosa e visitata da turisti (ancora oggi?).

Altra importante fonte di interesse sono i magnifici tappeti che vi vengono tessuti. In occasione di un lungo viaggio in Panda durante il quale mia moglie ed io scorazzammo su e giù per tutto la Tunisia, l’unica notte in cui ci fermammo a dormire a Kairouan pernottammo in un alberghetto appena decente, ma nel cuore vitale della città. Fummo accompagnati nel sonno dai canti e dagli odori che dalla piazza e dalle strade circostanti salivano fino a noi. E in noi restarono come cicatrici, memorie improprie di un mondo diverso, lontano, ma che noi riconoscevamo come se lo avessimo già vissuto.

Quando apostrofavano noi siciliani, dandoci dell’africano o beduino [6], non andavano lontano dal vero; la verità superava il tentativo – stupido e ignorante – di offendere. Lo accettavamo (càlati juncu ca passa la china[7] come dato meta-storico. E sulla diceria che nelle notti d’estate, ancora nell’immediato dopoguerra si sentissero i tamburi africani, lo posso testimoniare; spesso erano, però coperti, dalle tristi note e nostalgiche della fisarmonica che Scuppetta a ’na canna [8]suonava. Sui balconi atterravano le mantidi religiose e la sabbia rossa del Sahara spesso copriva balconi, strade e le rarissime automobili parcheggiate sulla pubblica via. Non arrivano più oggi i suoni dei tamburi, arrivano ora direttamente gli africani e non solo, in fuga disperata. Ma questa è un’altra storia e non voglio parlarne, se non per quello che concerne il film che ho – giocoforza – abbinato a questa tappa del nostro viaggio: Fuocoammare [9], docufilm [10] diretto da Gianfranco Rosi, 2016 [sul sito, leggi anche qui – include il trailer del film].

Sono molto prevenuto sui “Premi”. Sfilate di cattivo gusto per promozioni commerciali indipendenti dal valore dei candidati, siano libri, film o altre opere d’ingegno (scusate l’uso di questa parola, fin troppo spesso utilizzata a scopo esclusivamente diffamatorio). Per quanto riguarda l’industria cinematografica riconosco solo a pochi eventi un valore di obbiettività e retrostante, quello della competenza e del riconoscimento del merito. Fra questi pochi il Festival internazionale del Cinema di Berlino [11]. Il film (docufilm, pardon) di Rosi ha vinto l’Orso d’oro, riconoscimento incontrovertibile, da cui voglio partire per alcune note.

Premesso che ha ricevuto altri premi [12] e candidature senza esito “fortunato” (leggi Academy Award, la cui statuina di zio Oscar per il miglior documentario è stata assegnata a O. J. Made in America (467 min.!). A me sta bene così, un po’ per segnare dei limiti – fines – e un po’ per rimarcare, positivamente, il genere in cui inquadrare Fuocoammare e quindi tarare su ciò il giudizio sull’opera e su Gianfranco Rosi che racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un ragazzino che va a scuola, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent’anni, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso, troppo spesso, la morte.

Per comprendere appieno un film di Gianfranco Rosi è indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l’aderire passivamente e in modo quasi inconscio e indolore. Si tratta del format dell’inchiesta giornalistico-televisiva che si concretizza in immagini scioccanti, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto (in particolare sulla tematica delle migrazioni) ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione.

Rosi, come il Salgado che abbiamo potuto conoscere grazie a Il sale della terra diretto da Wim Wenders [per altre foto di Salgado, guarda qui – NdR], si allontana in maniera netta da quanto descritto sopra a partire dalla scelta, fondamentale, di aborrire il cosiddetto documentario “mordi e fuggi” che vede la troupe giungere sul luogo, pretendere di capire in fretta o comunque di mettere in ordine i propri pregiudizi e ripartire quando pensa di “avere abbastanza materiale”. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.

Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni pre-adolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo “occhio pigro”, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione se non aprendo o chiudendo le frontiere secondo il proprio tornaconto. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a constatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d’anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un’incancellabile partecipazione.
Rosi non cerca mai il colpo basso, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che, come ricordava John Donne [13], nessun uomo è un’isola [14]

Lo sapeva bene anche Ernest Hemingway, che utilizza le parole cruciali del famoso sermone di J. Donne per il titolo del suo romanzo Per chi suona la campana, appunto. A presto, sempre da e su Lampedusa.

Note

[1]    Cuori clandestini, Caterina Famularo; con questa poesia, edita da www.isoladilampedusa.it ha vinto il Premio Sciascia 2002. Membro dell’Accademia di Lettere, Arte e Scienze Ruggero II di Sicilia (Palermo).

[2]    È la più antica piazza di Parigi, presa a modello per la realizzazione di altre piazze famose come Place DauphinePlace de la ConcordePlace Vendôme. Originariamente chiamata Place Royale, cambiò la denominazione nell’attuale sotto Napoleone Bonaparte in virtù del fatto che il dipartimento dei Vosgi fu il primo a versare le tasse al nuovo regime francese.

[3]    Bistrot Ma Bourgogne

[4]    Georges Simenon abitò con la moglie dal marzo 1924, ancora giovane scrittore, al secondo piano del numero 21 della piazza. Questa ubicazione avrà un suo significato anche nella toponomastica della letteratura di Simenon. Infatti non è certo un caso che si trovi vicino a quel Boulevard Richard Lenoir dove lo scrittore collocò l’abitazione del commissario Maigret. E poco più lontano c’è la Senna, quasi all’altezza dell’Ile de la Cité, dove si trova Quai des Orfèvres che al numero 36 ospita il quartiere generale della polizia giudiziaria parigina.

[5]    «C’è qualcuno al telefono che vuole parlare con un commissario!»gli avevano detto poco prima al Quai des Orfèvres.
Aveva udito una voce soffocata, tanto che per tre o quattro volte aveva dovuto ripetere: «Ma parli più forte!… Non riesco a sentirla!».
Non posso… Chiamo dal bar.. Dunque…». Parlava a scatti.
«Dovrebbe venire subito al 61 di place des Vosges… Sì… Un delitto, credo… Ma è meglio che non si sappia, per il momento!…».
(George Simenon, L’ombra cinese. Le inchieste di Maigret. gli Adelphi 114. Adelphi Edizioni, 1997).

[6]    Uno per tutti l’aneddoto che racconta Andrea Camilleri ne Lo stivale di Garibaldi in La cappella di famiglia ed altre storie di Vigàta, Sellerio editore Palermo, La memoria n. 1046:
“Dell’isola egli non acconosciva nenti di nenti… E nenti ne acconosciva il luogotenenti Cordero di Montezemolo, che la Sicilia l’aviva viduta sulo supra alla carta giografica, e che tri jorni appresso al so arrivo ‘n Palermo scriviva al re a Torino che i «beduini di quest’isola sono assai più feroci di quelli delle Cabilie».

[7]    Saggio proverbio siciliano, che invita a chinarsi al momento opportuno, se non si vuole che la forza altrui ci spezzi. Opportunismo? O arma degli inermi contro l’eterno potere che soggioga e distrugge? Parliamone. Ricordo mio padre che ci diceva sempre, scherzando, ma non troppo: Fuiri nunn’è virgogna si è salvamentu di vita! Non è una vergogna scappare se questo ci salva la vita. Devono averlo inteso le moltitudini che scappano per salvare sé stessi e i propri cari da morte certa o da privazioni intollerabili.

[8]    Era un amico di mio padre, che doveva il soprannome di Fucile ad una canna al fatto di essere lungo e magro, segaligno. Spesso in estate, seduto al balconcino a piano terra suonava alla fisarmonica musiche tristi o nostalgiche, che facevano presa su me bambino.

[9]    Chi volesse acquistare il Dvd, può approfittare delle offerte su Amazon (€ 6,13, € 6,14, € 8,47, € 9,29 ecc. più € 2,90 di spese di spedizione) o su Ins, La Feltrinelli, Ebay. Consiglio sempre l’acquisto: un buon libro o un buon film devono essere sempre a portata di mano, non si sa mai!

[10]   Docufilm – Film che ricostruisce fedelmente un fatto storico o di cronaca, trattando argomenti personali, sociali, politici o storici a puro scopo informativo o di intrattenimento, spesso consistente in filmati o interviste supportate da narrazione. Termine cinematografico introdotto dall’inglese.

[11]   Detto anche Berlinale si tiene ogni anno a febbraio ininterrottamente dal 1951. Viene assegnato l’Orso d’oro per il miglior film e poi gli Orsi d’argento per le varie specialità; chiudono alcuni premi di nicchia (Premio L’Angelo azzurro, Berlinale Kamera, Premio Alfred Bauer, Premio Associazione Critici e produttori tedeschi).

[12]   Esattamente: Nastro d’argento 2016 per i documentari a Gianfranco Rosi, Gran Premio della Stampa estera al Globo d’oro 2016, Premio Roberto Perpignani al Bari International Film Festival a Jacopo Quadri per il miglior montaggio. Fuocoammare è stato candidato ad altri premi in importanti rassegne e festival – ma senza riconoscimento -, come David di Donatello e il Premio Oscar.

[13]   John Donne (Londra 1573 – 1651), poeta, religioso e saggista inglese, nonché avvocato e chierico della Chiesa d’Inghilterra. Scrisse sermoni e poemi di carattere religioso, traduzioni latine, epigrammi, elegie, canzoni, sonetti e satire.

[14]   “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”.

Aspettando Fellini (5)

Tengo molto di conto un ricchissimo libro, edito nel 2013 da Bombiani nella collana Overlook,: Il film del secolo, intervista a Rossana Rossanda di Mariuccia Ciotti e Roberto Silvestri. Come il titolo molto bene suggerisce è “il racconto per immagini” degli ultimi cento anni, un secolo avvolto nella pellicola di celluloide, il secolo del cinema. Ed il cinema esce fuori dal libro come pensiero motore, fiancheggiatore critico del mondo, capace, a volte, di riconfigurare il sensibile e di vedere al di là del tempo, sempre a caccia di rivoluzioni possibili.

Riportiamo alcuni brani dell’intervista, in cui viene richiamato Federico Fellini, cui questa rubrica è dedicata. Che Fellini è il Fellini di Rossana Rossanda? In che contesto vive ed opera?

Tano Pirrone

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Ibidem, Introduzione, pagg. VI-VII

(…) Da queste basi si è diramato il nostro scambio di idee e di giudizi. Dopo un’intesa totale sul primo film russo, specie Ejzenstejn (anche se un po’ forzato, mi pare, sul piano della storia e problematica della rivoluzione fino agli anni trenta) siamo andati differenziandoci su alcuni accenti. Non adoravo Riso amaro, ma non ho considerato liberatoria la Nouvelle Vague: da che cosa ci avrebbe liberati se non dal faticoso “impegno”? Ammiro l’eleganza di Antonioni ma non mi affascina, mi interessa di più Pasolini, malgrado il suo vagheggiare età dell’oro primarie e contadine, che ha fatto strage nelle giovani menti degli anni ottanta e novanta, come nei settanta erano state vampirizzate dalla fabbrica. Resto una figlia dell’epoca industriale. Diversamente dai miei due esperti, ho grande simpatia per Fellini, perché poi ci sono i gusti e le fantasie e gli amarcord di ciascuno. Pasolini era schietto, scorticato e commovente quanto Fellini affabulatore, controllato e ironico; di rado una produzione traduce del tutto la persona.

Ho preferito di molto i “realisti” italiani alla stagione prebellica francese, per non parlare di quella postbellica oltrealpina verso la quale sono sicuramente ingiusta. E poi ci sono i (per me) piacevoli ma, pare, assolutamente secondari film inglesi e c’è l’universo americano, che ci seduce come nessun altro anche quando se ne scorge una mediocre tessitura ideologica. In verità il cinema non è soltanto un prodotto del Novecento, ma degli Stati Uniti, anche se con grandi lampi qua e là nel mondo, perché frutto di un meticciato culturale che si coagula a Hollywood, approdo di italiani, ebrei, austriaci, tedeschi e inglesi che vi riparano provenendo da tutte le parti. Essi lo hanno colorato assai diversamente da quel che consideriamo la medietà americana, che è un prodotto complicato sotto la vernice individualista e liberista, che ha conquistato l’egemonia mondiale ben prima della mondializzazione.

Ma non senza fratture e luci: è come se il cinema americano si rapprendesse da varie cucine e spezie, e l’Europa desse il meglio da una certa distanza. Naturalmente Mariuccia e Roberto e io abbiamo un occhio diverso; amiamo incondizionatamente e assieme alcuni grandi come, oltre ai fondatori, gli evergreen Ford e Lubitsch, ieri gli Orson Welles e gli Anthony Mann, oggi il pur sovrabbondante Scorsese. Li vedo e rivedo con gaudio (non finisco mai di rivedere, ogni volta scoprendo questo o quello). Ma diffido grandemente della produzione – spesso gradevole – che ci inondò negli anni cinquanta, abile esercizio di vero e proprio imperialismo estetico e culturale.

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Ibidem, pagg. 55-57, infra Cap. 3 Sulla Strada. Il neorealismo

RS: Ricordiamo che in pieno dominio DC fu proibita la rappresentazione del Pellicano di Strindberg perché “opera contraria ai principi cristiani della famiglia”. I Dardenne non riescono a liberarsi del loro stile, della loro griffe o cifra d’autore. Rossellini voleva che ci si liberasse non solo dello stile, ma del cinema intero, come macchina dello spettacolo alienante. Al Centro Sperimentale di Cinematografia, quando era direttore, invitò Toni Negri per un seminario propedeutico a un film su Keynes – siamo nel 1972-73. Rossellini intuì che si stava andando incontro a una gigantesca crisi energetica, a una transizione traumatica del sistema-mondo, e che sarebbe stato il caso di affrontarla battendosi contro l’analfabetismo culturale e l’ignoranza crescente… Anche Visconti, che ha attraversato il Neorealismo e ha avuto non poche rogne censorie con La terra trema, è approdato altrove…

RR: Lasciamo stare le previsioni politiche della coppia Rossellini-Negri nel 1972… Se dovessi salvare dieci film italiani non ce ne sarebbe uno di Visconti, o forse Rocco e i suoi fratelli (non ho visto La terra trema}’, una storia vera e crudele, dove lo scontro non è con il padrone – i poveri sono capaci anch’essi di una loro tragedia. Insomma il Neorealismo che altro è se non un’elaborazione di una realtà non solo intima, ma in qualche misura collettiva – propria di certe fasi, di pochi momenti che trascinano l’individuo fuori dalla sua vicenda privata? O ve lo reimmergono diversamente? Visconti mi ha convinto di più come regista alla Scala: ha cambiato il “teatro in musica”, con Bernstein e la Callas, facendone non solo uno sfondo per i cantanti.

La sua Traviata segna una data nella messinscena, mentre Senso – che ti devo dire? – è la ricostruzione di una consueta storia d’amore, gelosia e morte con mobili e granai d ’epoca. E così più o meno Il Gattopardo, Vaghe stelle dell’Orsa, Ludwig e persino il più ambizioso e tonitruante La caduta degli dèi.

MC: Sì, con il Neorealismo l’individuo senza privilegi di classe riprende il suo posto nella storia, occupata fino ad allora dagli eroi, e “fa storia” insieme agli altri. Non è una cosa da poco. Ne sarà influenzato, tra gli altri, un regista come John Cassavetes che gira fuori dagli studios, improvvisa, chiama attori non professionisti, e si rifà proprio a Cesare Zavattini. In quanto a Visconti, abbiamo appena rivisto a Los Angeles una copia restaurata del Gattopardo in una sala affollata e commossa, e ci è sembrato di grande attualità per quello sguardo affranto sull’imbarbarimento dei tempi. Nostalgia dell’aristocratico? Forse, ma anche amara riflessione sui disvalori attrattivi della borghesia.

RS: Invece stavi dicendo il PCI e Fellini…

RR: Su Fellini, Mino Argentieri ha scritto dopo 8 1/2 un editoriale di “Rinascita” che mi ha fatto molto arrabbiare. Fellini non era neorealista, eppure 8 1/2 dice d’una storia collettiva, come La dolce vita. Sono la Stimmung di una generazione, il passaggio agli anni sessanta su cui si prova anche Antonioni. Ma Fellini mi sembra più esplicito, geniale. E non andava giù ai critici del PCI: Savioli su “L’Unità” e Argentieri su “Rinascita”. Poi Argentieri, che è un uomo intelligente, cambia.

RS: È curioso perché Fellini è sempre stato attaccato dalla gerarchia cattolica…

RR: E allora? Il PCI mica nasce in relazione o in oppo­sizione alla Chiesa o ai cattolici. Neanche l’articolo 7, che digerimmo con fatica, è un problema di culture né un in­contro come quello tentato sulla pace nel 1955 e poi da Ber­linguer con il compromesso storico. E il tentativo di evitare che lo scontro politico diventi uno scontro sulla religione. Fellini, con quei suoi pretini, quelle immagini di pedagogia dell’infanzia e della goffa giovinezza è la satira dell’Italietta non ancora defunta, fra spietatezza e ironia e tenerezza e gusto per l’immagine. L’ho conosciuto in casa di Francesco Rosi, simpaticissimo e bugiardo, affabulatore, sempre per metà dentro quel che avrebbe messo nei suoi film.

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Ibidem, pagg. 93-95, infra Cap. 7 Non c’è niente da ridere. La commedia italiana

RS: Arriva la commedia popolare e disimpegnata, che immagino sia stata per voi un po’ una tragedia, la fine di un cinema a tensione morale altissima come il Neorealismo e la fine dell’irriducibile contrapposizione tra PCI e clerico-fascismo. Almeno all’inizio. Aprono la stagione i film neorealisti-rosa e i film del filone di Don Camillo e Peppone, qualunquisti ideologicamente perché in sostanza sostenevano che sotto sotto, al fondo della questione, tra comunisti e cattolici non c’era molta differenza. Un cinema che segna la fine di una divisione tra due punti vista, rivoluzionario e reazionario, come se da quel momento at­traverso la commedia si potessero riconciliare le due Italie dicendo basta a una avventura insurrezionale impossibile.

RR: Quella che per voi è una “tragedia” lo sarebbe per me? Anzitutto un’avventura insurrezionale non fu mai nelle opzioni del PCI del dopoguerra: alla fine del conflitto ci fu davvero una spartizione del mondo. E, penso, in Togliatti era vivo il dubbio che da una società per molti aspetti arcaica e guasta, come quella italiana, era difficile trarre una società nuova con una repentina insurrezione. La sognarono forse Seniga o qualche partigiano che si dolse della “rivoluzione tradita”. Quanto a Don Camillo e Peppone sono roba leggera; propaganda anticomunista facile. Come il “Candido”: “Contrordine compagni”… Non hanno a che vedere con il problema che il PCI si pose nei riguardi dei cattolici.

RS: No, è piuttosto il contrario: un’operazione conservatrice dal punto di vista culturale pensata dalla destra, da Guareschi, da Giannini, da Andreotti, dai fascisti riciclati e rientrati ai loro posti pubblici… Ma la commedia all’italiana sarà ancora il cuore, fino al 1975-76 di una stagione di cinema italiano ricco, industrioso, popolare ancora, non ancora di Stato, articolato e polemico, satirico e “di sinistra“…

MC: Sì, pensiamo a Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, ma anche a Un americano a Roma, Peccato che sia una canaglia, La grande guerra, Una vita difficile, Divorzio all’italiana, L’amore difficile, Il sorpasso, I mostri, I compagni, Il boom… Fotografia dell’Italia sessista e disonesta che si arrangiava nel secondo dopoguerra a vivere di mascalzonate e sotterfugi e che sperava di arricchirsi con metodi ignobili. Sarà la borghesia marcia di domani, quella descritta da Fellini in 8 1/2. I registi camuffano la loro denuncia attraverso le gesta di “simpatiche canaglie” come Gassman e Tognazzi, anche se a volte vengono contagiati dal cinismo dei personaggi. Maurizio Grande, uno dei maggiori critici italiani, morto giovane in un incidente stradale, e nostro collaboratore, la definiva “l’epopea deformata di una società sorda, distratta, cinica, indifferente, cieca, spavalda, aggressiva, amorale, beffarda, camaleontica, avida e cialtrona, che nella galleria di ‘mostri’ vede rappresentata la propria impotenza”.

RS: La commedia era il centro più vitale di una costellazione di film di genere, dal western al poliziottesco, dall’eròtico all’horror al cinema d’autore, molto scomodi e un po’ perseguitati dalla censura e dal buon senso, come i Marco Ferreri o i di Leo, Se sei vivo spara di Giulio Questi o La maschera del demonio, La frusta e il corpo e I tre volti della paura di Mario Bava, Django di Sergio Corbucci o gli altri “stracult” preferiti da Marco Giusti…

RR: Mi sto perdendo un po’. Non riesco a vedere Il sorpasso, I mostri, Io la conoscevo bene come nipotini di Pane, amore e fantasia. Questo è un filmino calmante, quelli film amarognoli, graffiano ancora. Quando comincia e quando finisce la vera commedia all’italiana? A me vengono in mente confusamente De Sica, Pietro Germi, Monicelli, Tognazzi, Gassman, Pietrangeli, Scola, Zurlini che non so bene dove collocare…

RS: Hai ragione. Subito dopo, e un po’ contro il Neo­realismo rosa a centralità contadina, come Pane, amore e fantasia, nasce la cittadina “commedia italiana” (meglio che “all’italiana”) che senza boom economico, esodo in massa nelle metropoli, nascita della televisione e socialisti al governo non ci sarebbe mai stata. E stato un genere geniale che ha accumulato e scaricato la tensione etica e la graf­fiarne indignazione politica di sceneggiatori, registi, attori e creativi, per lo più socialisti o comunisti, come Monicelli e Scola. Ed è stato anche esportato e amato all’estero (nei paesi dell’Est in particolare), studiato e imitato perfino a Hollywood (penso a II sorpasso}. Quei cineasti entrarono quasi “in clandestinità”, nel senso che si travestirono da umoristi e satirici (molti lo erano, come Scola) per far passare meglio il messaggio, per massacrare con l’arma più potente – la risata, lo sberleffo, lo scherno – le mostruosità di un regime bigotto, quello democristiano e le contraddizioni dell’industrializzazione…

Pubblicare Serra…

Michele Serra ci perdonerà se utilizziamo, oggi, il suo fondino del 4 maggio per inserirlo, coi dovuti riferimenti, in Odeon. Lo facciamo perché siamo convinti in pieno che la posizione di Serra sia corretta e che questo fuorviante utilizzo del politicamente corretto si risolve spesso in persecuzioni che poco hanno a che fare con la giustizia.  Michele Serra ha sempre parole semplici per parlare di fatti complessi. È una dote rara, che gli invidiamo. Grazie Michele e buon lavoro.
Tano Pirrone
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La Repubblica, 4 maggio 2016
L’Amaca,
Michele Serra
PUBBLICARE WOODY

Davvero non si riesce a credere che Woody Allen non trovi un editore americano disposto a pubblicare la sua autobiografia, perché porta lo stigma della scorrettezza sessuale. Analogo iter di castrazione professionale grava, in America, su attori e artisti coinvolti a vario titolo in vicende di molestie, come se non bastassero tribunali e processi per dare soddisfazione alle vittime e sancire le pene. Come se per editori e produttori valesse una norma implicita di pavidità e conformismo (due tra i vizi più nefasti per la cultura) che porta alla censura preventiva come supplemento di pena per artisti caduti in disgrazia. Se un truffatore o uno scassinatore scrivessero, magari in carcere, un grande romanzo o un libro di poesie, verrebbe in mente a qualcuno di vietarne la pubblicazione a causa della fedina penale dell’autore?
Sulla scia della legittima campagna di denuncia detta #MeToo galleggia dunque il cadavere della libertà artistica, e questo è un problema enorme, prima di tutto, per #MeToo stessa. Se la causa dell’inviolabilità sessuale genera puritanesimo, vergogna, repressione, vuol dire che l’obiettivo è stato equivocato. Un conto è denunciare il ricatto sessuale come forma di potere e di prevaricazione, come inaccettabile vaglio maschile sul lavoro e sul talento delle donne. Altra cosa è la cappa di moralismo che pretende di rimettere le mutande a un’epoca che se le è sfilate da tempo, e non sempre per nuocere.
Quanta letteratura e quanto cinema andrebbero distrutti per “punire” autori depravati o semplicemente censurabili nei loro comportamenti privati?



Aspettando Fellini (4)

Le citazioni felliniane, riportate da Mario Verdone all’inizio del libro “Federico Fellini, L’Unità/Il Castoro, 1995, sono state desunte dalle seguenti fonti: Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980; Claudio G. Fava, Aldo Viganò, I film di Federico Fellini, Gremese Editore, 3.a ed., Roma, 1991; Federico Fellini, Le parole di un sognatore da Oscar, a cura di Matilde Passa, «L’Unità», Roma, 1993; e da interviste e articoli di Gian Luigi Rondi, Maurizio Porro, Ettore Zocaro, Costanzo Costantini. Per le citazioni di Kundera e di Simenon non sono citate le fonti.

Tano Pirrone

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«IL MIO MESTIERE» SECONDO FEDERICO FELLINI

FILM COME VIAGGIO. Fare un film è come fare un viaggio, ma del viaggio mi interessa la partenza, non l’arrivo. Il mio sogno è fare un viaggio senza sapere dove andare, magari senza arrivare in nessun posto, ma è difficile convincere banche e produttori ad accettare questa idea.

LA MIA FILOSOFIA. Ogni ricerca che un uomo svolge su se stesso, sui suoi rapporti con gli altri e sul mistero della vita, è una ricerca spirituale e, nel senso vero del termine, religiosa. Suppongo sia questa la mia filosofia. Faccio i miei film nello stesso modo in cui parlo alla gente. Questo per me è neo-realismo, nel senso più puro e originale. Una ricerca in se stessi e negli altri. In ogni direzione, in tutte le direzioni in cui va la vita.

LE FACCE. Non mi sono mai deciso alla scelta di un attore attratto dalla sua bravura, dalla sua capacità professionale: come non mi ha mai trattenuto dal prendere da un non attore la sua inesperienza. lo vado in cerca di facce espressive, caratterizzate, che dicano tutto di sè al primo apparire sullo schermo. Tendo anzi a sottolineare con il trucco e il costume tutto ciò che può evidenziare la psicologia della persona. Per scegliere non ho un sistema. La scelta dipende dalla faccia che ho davanti e da quel tanto che posso indovinare dietro alla faccia in persone di solito sconosciute, che vedo per la prima volta. Se commetto un errore di partenza, cioè se attribuisco a una faccia un significato che questa non ha, me ne accorgo di solito ai primi ciak e allora cambio il personaggio.
Non costringo l’interprete a entrare in panni non suoi, preferisco fargli esprimere quello che può. Il più delle volte non lo dico per evitare reticenze, pudori, risentimenti; eppure potrei sempre dire agli attori che stanno in un mio film: siate voi stessi e non preoccupatevi. Il risultato è sempre positivo.
Ognuno ha la faccia che gli compete, non può averne un’altra: e tutte le facce sono sempre giuste, la vita non sbaglia.
Voglio aggiungere ancora una cosa: è stato proprio scegliendo i volti tra le comparse che qualche volta è saltato fuori il protagonista del film. Le comparse sono collaboratori preziosissimi dei miei film, alcuni di loro mi seguono da sempre: Chiodo, Baghino, Nebolini, Cerpelloni, Capitani… Anche stamattina Castrichella s’è affacciato alla porta del mio ufficio per vendermi una maglia. Castrichella è una delle tante comparse che stanno in tutti i miei film, di quelle che ho visto invecchiare, che mi piace ritrovare puntualmente all’inizio di ogni nuova avventura, docili faccette in cui proietto me stesso, che hanno qualcosa di familiare nel rappresentare i miei tic, le mie manie, le mie civetterie.

ROSSELLINI. Rossellini è stato una specie di metropolitano che mi ha aiutato ad attraversare la strada. Non credo che mi abbia influenzato profondamente nel senso che di solito si dà a questa parola. Gli riconosco, nei miei confronti, una paternità come quella di Adamo: una specie di progenitore da cui siamo tutti discesi. Individuare esattamente quali sono le cose che ho ereditato da lui non è facile. Rossellini ha favorito il mio passaggio da un periodo nebbioso, abulico, circolare, allo stadio del cinema. E stato un incontro importante, sono stati importanti i film che ho fatto con lui: in maniera di destino, però, senza che ci fosse volontà o lucidità da parte mia. lo ero disponibile per qualche impresa e lui era lì. Se in seguito ho avuto dei dubbi, delle remore ad accettare la regia del primo film, è a quei lieti ricordi che sono tornato per darmi coraggio.

DA SCENEGGIATORE A REGISTA. Pensavo di non essere tagliato per la regia. Mi mancavano il gusto della sopraffazione tirannica, la coerenza, la pignoleria, la capacità di faticare e tante altre cose, ma soprattutto l’autorità. Tutte doti assenti nel mio temperamento. Da bambino ero un tipetto chiuso, solitario, aggredibile, vulnerabilissimo fino allo svenimento. E sono rimasto, checché ne pensi la gente, molto timido. Tutto questo come si poteva combinare con gli stivali, il megafono, l’urlata, le armi tradizionali del cinema? La regia di un film è sempre il comando sulla ciurma di Cristoforo Colombo che vuoi tornare indietro. Tutt’intorno hai le facce degli elettricisti, il loro muto interrogativo: «Dottò, e che volèmo fà tardi pure stasera» Senza un po’ d’autorità ti spingerebbero affettuosamente fuori dal teatro.
Ognuno ha la faccia che gli compete, non può averne un’altra: e tutte le facce sono sempre giuste, la vita non sbaglia.
Già facevo lo sceneggiatore, andavo sul set per modificare situazioni o battute, e mi meravigliavo che il regista potesse avere rapporti distaccati con le attrici. Mi riusciva difficile di scrivere un dialogo in quella confusione; sentivo terribilmente il disagio del lavoro collettivo, tutti insieme a fare una cosa e parlando forte. Eppure, è andata a finire che riesco a lavorare bene so nella confusione, come quand’ero giornalista e scrivevo gli articoli all’ultimo momento nel caos della redazione. Mi ritrovai più a mio agio nei film girati fuori, all’aria aperta. In questo davvero Rossellini fu un iniziatore.

IL LAVORO CON L’ATTORE. Il mio lavoro con gli attori si riduce quasi sempre a una serie di suggerimenti tratti dall’osservazione della vita in comune. Una risorsa per me, in questo campo, è osservare l’attore mentre sta lavorando, o telefona, o parla con qualcuno della dieta macrobiotica, dell’età di un collega, a tavola, quando cominciano le confidenze o i discorsi di politica, quando chiacchiera con i macchinisti dell’eterna partita Roma-Lazio. E là che vedo come lo voglio. Mi capita spesso di dire, è una frase che ricorre sempre: «Fai come quella volta che… ». E quella volta può essere, per esempio, la litigata con un cameriere al ristorante. lo posso suggerire all’attore, che deve dire all’amante o al figlio: «vattene da questa casa!»: «Fai come quella volta che hai detto al cameriere “Mi hai portato il riso scotto”». Anzi, a volte arrivo a far dire all’attore «Mi hai portato il riso scotto» anziché «vattene da questa casa», tanto al doppiaggio si sistema tutto.

IL CAMPANONE DI SAN PIETRO. Si dica quel che si vuole ma l’inseguire una donna che avanza ancheggiando mentre il campanone di San Pietro diffonde rintocchi ammonitori e minacciosi, come nel sonetto del Belli, è una visione che continua ancora ad affascinarmi.

LA LUCE. Che cos’è la luce, per il cinema? Se il cinema è immagine, la luce è evidentemente il fattore essenziale. Nel cinema la luce è idea, sentimento, colore, profondità, atmosfera, stile, racconto, espressione poetica. La luce è il potere magico che aggiunge, cancella, attenua, arricchisce, sfuma, esalta, allude, sottolinea, rende credibile e accettabile il fantastico, o, al contrario, crea trasparenze per cui la realtà più grigia e quotidiana diventa onirica; fiabesca. Con un riflettore e un paio di “bandiere” un volto opaco, espressivo quanto un ginocchio, appare intelligente, misterioso, affascinante; un faccione bonario e pacioso diventa sinistro, minaccioso, fa paura. La scenografia più povera, squallida, sciatta può con la luce dischiudere prospettive incantate, inquietanti… Spostando appena un “cinquemila”, e accendendone un altro in controluce, ogni senso di angoscia scompare e tutto è sereno, confortante, casalingo. Il film, insomma, si scrive con la luce; lo stile di un autentico cineasta si esprime con la luce.

IL COLORE. Nei confronti del colore, agli inizi, ero abbastanza prevenuto: anche perché il bianco e il nero mi sembravano gli unici veri, imprescindibili colori del cinema. Il cinema è movimento, pensavo, il colore è immobilità: come possono convivere? Come sperare, mi dicevo, in un risultato che esprima fedelmente l’idea che abbiamo del colore, l’emozione, il sentimento, il ricordo che ogni volta diversamente diamo al colore? Come evitare che la scelta, la definizione dei colori vengano svilite, tradite, o comunque alterate da tutti quegli elementi imponderabili d’illuminazione, di ripresa, di stampa soprattutto? Il pittore dà al suo quadro una luce ferma, fissa, immutabile, dove il colore è e rimane come è stato dipinto. Si potrebbe pensare che nell’immagine cinematografica sia possibile definire con altrettanta precisione il colore in tutte le sue sfumature tonali. Non è così. Fra i vari colori di una scena esiste un vero contagio, uno scambio fluidico, per cui in proiezione ti accorgi che certe aree luminose sono affondate nel buio, altre hanno preso riflessi imprevedibili, ce uno sconfinamento costante ai margini degli oggetti di un colore nell’altro. Tu, regista, contempli il tuo quadro vivente, ti sembra di esserne soddisfatto, sei pronto a girare: e, ubbidendo a quelle che credi siano le esigenze narrative, stilistiche, tentando cioè di raccontare così come pensi vada raccontata la particolare situazione di quel momento, ti avvicini o ti allontani, panoramichi, muovi insomma la macchina da presa. Ed ecco che subito la luce cambia di intensità, i colori si esaltano o si mortificano, e tutti i valori cromatici non sonopiù gli stessi.Il verde non è più quel verde che contemplavi da una certa distanza: è più denso,-più compatto se stai a un metro; più inerte, quasi grigio, se ti allontani. Dovrei dedurne che, non essendo possibile girare a colori con una totale garanzia di sicurezza espressiva, converrebbe continuare a usare il bianco e il nero? No: penso invece che, a parte queste difficilmente prevedibili difficoltà, a parte il senso d’impotenza che spesso ti fa rimpiangere la fedeltà dell’amatissimo bianco e nero, il colore arricchisce il film di una nuova dimensione e, se usato pittoricamente, diviene un mezzo di espressione preziosissimo. Constato comunque con piacere che esso non ha mai sostituito
in modo totale il bianco e nero, che ogni tanto ricompare in questo o quel film, e che spero séguiti a sopravvivere.

SATYRICON. In un film su Roma antica le soluzioni volgari sono tante. Per forza, la nostra conoscenza è così scarsa, a un certo momento ci si imbatte nella nebbia, nel buio. Com’erano i romani allora? Come ridevano? Cos’è che li inteneriva, cos ‘è che li rendeva feroci? Noi non sappiamo nulla di nulla. Non solo: ma ci è anche difficile poter immaginare qualcosa, perché tutti i nostri giudizi sono ormai viziati da duemila anni di cristianesimo, dal concetto della pietà, dall’idea dei peccati capitali. Basta pensare ad un avaro, a un invidioso. Che faccia poteva avere a quel tempo? Non certo la faccia di un avaro o di un invidioso di oggi. No, le soluzioni sono state tutt’altre. Ed ecco allora il fascino di questo film. Il vero sforzo seducente è costituito nell’uscire dalle maschere a cui siamo abituati, nel buttare a mare gli stili, nel tentare di mettere a nudo la psicologia precristiana: così misteriosa, così profondamente diversa dalla nostra… A volte le costumanze del Satyricon cinematografico devono risultare incomprensibili, certi gesti stravaganti nella loro indecifrabilità, smorfie, cenni, tic, mosse di cui abbiamo perduto il senso e non sappiamo più a cosa alludono, come se uno straniero scoprisse a poco a poco il significato e le intese che ci sono sotto certi particolari boccacce o contorsioni dei napoletani oppure quando si assiste a un documentario su certe tribù dell’Amazzonia.

I DISEGNI. Perché disegno i personaggi dei miei film? Perché prendo appunti grafici delle facce, dei nasi, dei baffi, delle cravatte, delle borsette, del modo di accavallare le gambe, delle persone che vengono a trovarmi in ufficio? Forse l’ho già detto che è un modo per cominciare a guardare il film in faccia, per vedere che tipo è, il tentativo di fissare qualcosa, sia pure minuscolo, al limite dell’insignificanza, ma che mi sembra abbia comunque a che fare col film, e velatamente mi parla di lui: non so, forse è anche un pretesto per avviare un rapporto, un espediente per trattenere il film, o meglio ancora per intrattenerlo.

LA VISIONE POLITICA. La politica, intendo dire una visione politica della vita dove i problemi del vivere sono proposti e affrontati solo in termini collettivi, mi sembra una limitazione. Tutto ciò che rischia di cancellare, di nascondere, di alterare l’individuo e la sua privatissima storia, configurandosi in realtà astratte e schematiche, confondendosi nelle “categorie’: nelle “classi’: nelle “masse”, debbo confessare che mi allontana istintivamente… Del resto il delirio verbale con cui sistematicamente vengono presentati i problemi della società, sembra accuratamente escogitato per rendere ottusi, inerti, per isolare in un’esclusione irrimediabile. A volte la mia estraneità a una problematica politica, invece di restituirmi un sentimento di disagio e di imbarazzo, mi conforta, me ne sento protetto, penso di essere fortunato, e questo mi succede quasi ogni giorno quando sui giornali, o per radio, o alla televisione assisto alla gran sarabanda informativa sulla vita politica italiana.

CINEMA-VERITÀ. Il cinema-verità? Sono piuttosto per il cinema-falsità. La menzogna è sempre più interessante della verità. La menzogna è l’anima dello spettacolo e io amo lo spettacolo. La fiction può andare nel senso di una verità più acuta della realtà quotidiana e apparente. Non è necessario che le cose che si mostrano siano autentiche. In generale è meglio che non lo siano. Ciò che deve essere autentica è l’emozione che si prova nel vedere e nell’esprimere.

IL MIO MESTIERE. Mentre la luce del crepuscolo via via si attenua, mentre anche l’ultimo chiarore si allontana e cominciano ad accendersi le prime lampade, ecco che tutto quello che prima era ancora confusione, disordine, perché conservava concretamente l’impronta della giornata lavorativa, sparisce nel buio; e adesso il set diventa davvero quel luogo che avevi immaginato quando hai preso i primi appunti della tua storia. Che piacere per me allora girare a braccetto con l’operatore e tentare di suggerirgli i miei desideri, concordare con lui il da farsi, attenuare certe sciabolate di luce per allontanare una parte dello sfondo, in modo che le figure in primo piano diventino solo silhouettes; ci segue anche il capo elettricista, che è spesso un collaboratore intelligente, espertissimo, animato da una sincera voglia di compiacere regista e direttore della fotografia. Ecco, adesso i riflettori, coi loro fasci di luce, diventano proprio grandi o piccoli pennelli, coi quali si continua ad ammorbidire o intensificare, a seconda del bisogno, i colori della realtà e quelli della fantasia, mentre lassù, nell’aria scura, dove stanno rannicchiati sui ponti gli elettricisti, scorgi il minuscolo bagliore di qualche sigaretta, odi il bisbigliare degli uomini che si scambiano i consueti commenti sulle partite della Roma e della Lazio, aspettando tranquillamente il piccolo miracolo della ripresa della scena programmata. Ecco, mi dico, questo è proprio il cinema, questi sono i momenti in cui mi sento ancora innamorato del mio lavoro e convinto che il mio mestiere sia veramente il più bello del mondo.

FARE IL CINEMA CON LIBERTÀ. La esperienza con Rossellini, il viaggio di Paisà, rappresentò per me la scoperta dell’Italia. Fino a quel momento non avevo visto gran che: Rimini, Firenze, Roma e qualche cittadina del Meridione intravista quando stavo in giro con l’avanspettacolo, borghi e paesi chiusi in una notte medievale come quelli conosciuti da ragazzo, solo con dialetti diversi. Mi piacque il modo che aveva Rossellini di fare il cinema come un viaggio piacevole, una scampagnata di amici. Fu quello, mi pare, il seme buono. Seguendo Rossellini mentre girava Paisà mi parve improvvisamente chiaro, una gioiosa rivelazione, che si poteva fare il cinema con la stessa libertà, la stessa leggerezza con cui si disegna e si scrive, realizzare un film godendolo e soffrendolo giorno per giorno, ora per ora, senza angosciarsi troppo per il risultato finale; lo stesso rapporto segreto, ansioso ed esaltante che uno ha con le proprie nevrosi; e che gli impedimenti, i dubbi, i ripensamenti, i drammi, le fatiche, non erano poi molto diversi da quelli che soffre il pittore quando cerca sulla tela un tono e lo scrittore che cancella e riscrive, corregge e ricomincia, alla ricerca di un modo espressivo che, impalpabile e sfuggente, vive nascosto tra mille possibilità. Rossellini cercava, inseguiva il suo film in mezzo alle strade, con i carri armati degli alleati che ci passavano a un metro dalla schiena, gente che gridava e cantava alle finestre, centinaia di persone intorno che cercavano di venderei o di rubarci qualcosa, in quella bolgia incandescente, in quel formicolante lazzaretto, che era Napoli, e poi a Firenze e a Roma e negli sconfinati acquitrini del Po; con problemi di ogni tipo, permessi revocati all’ultimo momento, programmi che saltavano, misteriose sparizioni di danaro, nel girotondo frastornante di produttori improvvisati sempre più avidi, infantili, mentitori, avventurieri. Ecco, da Rossellini mi pare di avere appreso un ammaestramento mai tradotto in parole, mai espresso, mai trasformato in programma -la possibilità di camminare in equilibrio in mezzo alle condizioni più avverse, più contrastanti, e nello stesso tempo la capacità naturale di volgere .a proprio vantaggio queste avversità e questi contrasti, tramutarli in un sentimento, in valori emozionali, in un punto di vista. Questo faceva Rossellini: viveva la vita di un film come un’avventura meravigliosa da vivere e simultaneamente raccontare.

FELLINI = CINEMA. Fellini non è soltanto un grande regista, il più grande del nostro tempo, ne sono sicuro: è soprattutto un creatore, grande, vero, fors’anche inconsapevole, talvolta un po’ sconcertante, che ha attinto dal subcosciente il materiale per tutte le sue opere. Per questo lo ammiro profondamente, un po’ geloso, forse, d’una potenza che sento di non possedere. Per me Fellini “è” il cinema. (Georges Simenon)

IL PUNTO PIU ALTO DELL’ARTE MODERNA. Fellini, uno dei pochi che hanno fatto del cinema una parte dell’arte moderna; il solo la cui immensa opera può essere messa sullo stesso piano di quella di Picasso e di Stravinski… La strada, La dolce vita, Amarcord, Satyricon, Casanova, Prova d’orchestra, La città delle donne, E la nave va sono film che gettano uno sguardo magicamente immaginativo e, allo stesso tempo, terribilmente lucido sul mondo moderno, sulla sua grottesca sessualità, il suo abbrutimento, il suo esibizionismo… I film di Fellini sono il punto più alto dell’arte moderna… (Milan Kundera)

Piccolo cabotaggio (6). Isole Tremiti

9 APRILE, 2017 di Tano Pirrone
http://www.ponzaracconta.it/2017/04/09/piccolo-cabotaggio-6-isole-tremiti/

Cinque isole compongono, insieme con lo scoglio La Vecchia, il minuscolo arcipelago (poco più di 3 kq con circa 450 abitanti): oltre San Domino, che ci ospita nel piccolo approdo, San Nicola, sede comunale, e, disabitate, Capraia, Il Cretaccio e Pianosa, lontana circa 11 miglia marine(1). Al fine di proteggere e preservare l’incomparabile patrimonio floro-faunistico nel 1989 si è data vita alla “Riserva Naturale marina Isole Tremiti”. Con l’istituzione, due anni dopo, del “Parco Nazionale del Gargano”, la gestione della Riserva è passata a questo Ente. Amministrativamente l’arcipelago appartiene alla provincia di Foggia.

L’isola principale che ci ospita, per qualche giorno in più del previsto, a causa di un rigurgito di taedium vitae – sempre in agguato, sempre pronto a smorzare aneliti e farci tornare a sonnecchiare inquieti, ma con un occhio mezzo aperto e lucidamente all’érta -, è caratterizzata da una costa frastagliata che dà origine e forma a numerose cale e calette, insenature poco profonde ricche di rive ombrose e rigogliose di macchia mediterranea(2) [in Ponzaracconta sulle Tremiti, leggi anche: “Ponza e le isole specchio” in due puntate].

In una di queste cale uno dei più estrosi e fecondi personaggi del mondo musicale italiano, e non solo, il compianto Lucio Dalla, aveva acquistato casa e vi risiedeva anche per lunghi periodi. A Cala Matana Dalla compose alcuni dei suoi brani più belli e nella sua isola adottiva più volte organizzò concerti in difesa del mare e contro le ricerche di petrolio nei fondali dell’Adriatico.

Nel mare circostante(3) l’Arcipelago, infatti, a far compagnia alle isole di terra e pietra, sono sorte isole di acciaio, che non ospitano animali o piante tipiche della macchia mediterranea, ma attrezzature, tecnologie e tecnici incaricati di effettuare ricerche di idrocarburi. Il Ministero dello Sviluppo economico – la cui titolare era all’epoca Federica Guidi, prestatada Confindustria e bruciata poco tempo dopo dal solito scandalo – concesse di trivellare(4) i fondali marini alla società Petroceltic Italia, con sede a Roma e mission di ricercare e coltivare (sic) idrocarburi. A parte la terminologia ridicola – come se gli idrocarburi fossero pomodori sammarzano o zucchine (quelle degli ortolani e degli operai… Come mai come mai… cantavamo nei cortei) sono quanto meno sospetti i termini e i soggetti coinvolti in questa operazione. Sappiamo tutti come finì: si fece un referendum in cui i SI (favorevoli a non permettere le trivellazioni) furono circa l’85% dei votanti, ma la consultazione popolare non raggiunse l’obiettivo avendo votato soltanto poco più del 30% del corpo elettorale(5). Su Ponza Racconta c’è memoria di ciò in un mio racconto Referendum Dum-Dum. Novella distopica.

Trivelle in Adriatico. Notizie al riguardo su Ponzaracconta sono riportate in Rassegna Stampa dell’11 febbraio 2016

Tornando a Lucio Dalla, voglio ricordare l’altro rifugio da lui scovato in un’altra isola, la Sicilia, sulle falde dell’Etna, a circa 30 chilometri di distanza da Catania: Milo, piccola cittadina, spesso lambita o distrutta dalle lave etnee, buen retiro anche di Franco Battiato. Ho voluto ricordare Lucio anche perché lui – nato nella dotta Bologna, città di terracome poche – scelse due rifugi “necessari” e, quindi, molto vissuti: uno nel segno dell’acqua e l’altro nel segno del fuoco.

Le Tremiti sono state luogo di confino come tutte le piccole isole italiane: dal 1792, per volere di Ferdinando IV di Borbone furono sede di colonia penale in cui esiliare i condannati per reati comuni più temuti del Regno di Napoli. Una parte di essi, scontata la pena, rimase sull’isola, allora poco abitata, creando famiglia e radicandovi una parlata dall’inconfondibile accento partenopeo; dal 1911 al 1912 “ospitarono”, a seguito di una rivolta contro gli occupanti italiani, oltre 1300 libici (c’era di tutto: bambini, donne, vecchi, probabilmente raccolti a caso per far numero); fino al 1937 detenuti comuni convissero con i politici che cominciarono ad arrivare dal 1927 fino al 1943. Ma la “colonia” fu arricchita anche da Testimoni di Geova e da omosessuali(6). Nel 1939 vi transitò per pochi giorni anche Sandro Pertini.

Vista la lunga premessa, i due strenui lettori rimasti – non più per curiosità o passione, ma solo per vincolo di parentela o di amicizia – crederanno che il film legato alle Tremiti abbia come tema il confino politico.
Invece no: parleremo di un film che è molto piaciuto a me e ai miei compagni di visione (strettamente privata).

Un film italiano di quel cinema minore, che spesso cela piccole opere pregevolissime e giovani autori senza tappeto rosso. Ma il tappeto, questa volta, voglio stenderlo io per Stefano Chiantini(7), giovane cineasta abruzzese di Avezzano, che con Isole (2011) racconta l’incontro di tre solitudini (già un arcipelago!) e la storia antica e semplice di un amore fatto di timidezze ed imbarazzi, di sguardi e approcci impacciati: la storia procede e si svolge sotto il tetto di una casa canonica, dove vivono Martina (Asia Argento(8)), chiusa in un inspiegabile volontario mutismo, don Enzo (Giorgio Colangeli(9)), anziano prete, tutore di Martina, semi paralizzato da un ictus, che assume come badante l’albanese Ivan (Ivan Franek(10)), muratore extracomunitario, clandestino, mite, laborioso e sfigato, mònade determinante del trio.

Tre personaggi che si capiscono senza neanche bisogno di parlare diventano tutti insieme un’isola nell’isola, lontano dal resto della gente, soprattutto dalla sorella del prete (Anna Ferruzzo) che vuole occuparsi del fratello e soprattutto della sua “roba” con ostinazione quasi verghiana. Non c’è traccia di scelta documentaria, ma nello spazio in cui si muovono i tre personaggi convivono stati d’animo di natura selvaggia infine pacificata. Asia Argento ci affida una interpretazione di grande rilievo, premiata, giustamente, con il “Globo d’oro 2012” come Migliore attrice protagonista. Martina, isola muta che alleva api, ci riporta indietro con la memoria e ci invita a rivedere due film che con le api c’entrano, e come, ed ancor più con l’ammonizione ad aver cura dei valori di una cultura antica, che va preservata e tramandata: Il volo (1986) di Theodoros Angelopulos ed il più recente Le meraviglie (2014) secondo lungometraggio di Alice Rohrwacher(11), presentato in concorso a Cannes e premiato con il Grand Prix Special du Jury.

Il volo è un film del 1986 diretto da Theodoros Angelopoulos, con Marcello Mastroianni

Alba Rohrwacher nel ruolo di Angelica in Le meraviglie di A. Rohrwacher, 2014

Qui, su YouTube, un’intervista a Stefano Chiantini, all’epoca dell’uscita del film

Isole «è stato una nuova sfida distributiva di Gianluca Arcopinto(12) per lanciare una provocazione alla nostra distribuzione drogata che non accetta la maggior parte della produzione italiana che non abbia alle spalle una forte produzione»(13).

In conclusione: il film è bello, lontano dalla stereotipata produzione hollywoodiana. Chi vuole vederlo/rivederlo, in mancanza di videoteche pubbliche che possono darlo in visione (come Bibliotu a Roma) o di negozi che ne abbiano disponibilità immediata, può ricorrere all’acquisto sul web(14).

Note

  1. L’isola è disabitata, priva di piante arboree e di macchia mediterranea. Sono presenti solo piante grasse, cipolle selvatiche e capperi. Sono interdette, entro i 500 metri dalle coste, sia la balneazione, che la navigazione e la pesca. I pescatori delle Tremiti, utilizzavano, prima dell’interdizione, l’isola di Pianosa per la pesca alle sardine ed alle aragoste.
  2. La macchia è uno dei principali ecosistemi mediterranei. Si tratta di una formazione vegetale arbustiva costituita tipicamente da specie sclerofille, cioè con foglie persistenti poco ampie, coriacee e lucide, di altezza media variabile dai 50 cm ai 4 metri: spesso si tratta di formazioni derivanti dalla foresta mediterranea sempreverde. Fanno parte della macchia mediterranea diverse specie arbustive tipiche, accomunate da alcune caratteristiche (crescita bassa, fusti resistenti, foglie rigide e coriacee) che le rendono capaci di tollerare i venti salmastri che provengono dal mare: erica arborea, euforbia arborea, diverse varietà di cisto, alloro, corbezzolo, mirto, rosmarino, cappero, palma nana, ginepro rosso, ginepro licio, alaterno, orniello, olivastro (olivo selvatico), diverse varietà di ginestra, fillirea. Specie arboree tipiche della macchia mediterranea sono: il leccio, la quercia da sughero e il carrubo.
  3. I testi recitano “al largo”, ma noi che siamo, nonostante il viaggio in barca, ostinati contadini di rito tommasiano, che credono solo a ciò che vedono, preferiamo il più politicamente scorretto “circostante”.
  4. Permesso di trivellazione B. 274. EL.
  5. Da R.it del 17 aprile 2016: < Il quorum al referendum sulle trivelle non è stato raggiunto: ha votato solo il 31,19% degli elettori (dato definitivo, pari a 15.806.788 cittadini che si sono recati alle urne su un totale di 50.675.406 aventi diritto) e quindi la consultazione non è valida. Inutile quindi la netta vittoria del Sì tra chi è andato a esprimere il proprio voto (13.334.764, pari all’85,84 per cento): l’attività di estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa potrà continuare fino all’esaurimento del giacimento, per le concessioni già attive.>
  6. A questi ultimi non si aggiungerà – nel capolavoro di Ettore Scola Una giornata particolare, 1977 – l’indimenticabile Gabriele, interpretato da Marcello Mastroianni, che evita le Tremiti ma finisce sbattuto in Sardegna.
  7. Classe 1974, laureato al Dams, è autore di sceneggiature e regista. In questa veste ha realizzato cinque lungometraggi: Forse si… forse no, 2004; Una piccola storia, 2007; L’amore non basta, 2008; Isole, 2012; Storie sospese, 2015.
  8. Asia Argento. «L’idea di dover comunicare in un modo più profondo attraverso il personaggio di Martina è stata una sfida» – dice Asia Argento – «Le parole a volte nel cinema sono superflue, bisogna usare il corpo e il cuore. Poi girare alle isole Tremiti a primavera con questa natura che si risveglia dopo l’inverno è stata un’esperienza fondamentale».
  9. Giorgio Colangeli. Laurea in Fisica Nucleare tradita per le tavole del palcoscenico e le luci del cinema. Attore prolifico e caratterista di vaglia ha partecipato a numerosissime opere teatrali, per il cinema e per la televisione. È stato premiato con un Davide di Donatello come Migliore Attore non protagonista (L’aria salata, Alessandro Angelini, 2006).
  10. Ivan Franek. Ceco trapiantato in Francia. Direttore della fotografia e attore. Ha un curriculum vastissimo. Ha lavorato per Stefano Chiantini anche in L’amore non basta, 2008. Ha interpretato Tobiasprotagonista di Brucio nel vento di Silvio Soldini, 2002.
  11. Il primo lungometraggio, Corpo celeste, è un film del 2011 scritto e diretto da Alice Rohrwacher, all’esordio cinematografico. Ispirato, ma solo nel titolo, all’omonimo libro di Anna Maria Ortese, il film è stato presentato nella Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes 2011
  12. Documentarista e produttore ampiamente riconosciuto (soprattutto dai giovani filmaker) come uno dei più coraggiosi produttori indipendenti del Cinema Italiano.
  13. Silvana Silvestri, ‘Il Manifesto’, 11 maggio 2012
  14. Si trova a 9,99€ presso La Feltrinelli e su Amazon. Gli altri film citati: Il volo di Theo Anghelopulos si compra presso La Feltrinelli a 7,99€; Le meraviglie di Alice Rohrwacher su Amazon a 6,99€; Corpo celeste di Alice Rohrwacher su Amazon a 12,69€; Una giornata particolare di Ettore Scola su Amazon a 9,29€; L’aria salata di Alessandro Angelini su ebay a 3,99€, su Ibs a 4,99€, su La Feltrinelli a 7,99€; L’amore non basta di Stefano Chiantini su ebay a 3,90€, su Amazon a 6,76€; Brucio nel vento di Silvio Soldini su ebay a 9,90€, su Amazon a prezzi da amatori (fra i 20€ e i 40€, offerto da terze parti). Ricordo che ai prezzi indicati bisogna aggiungere i costi della spedizione. Forse si… forse no, 2004, opera prima di Stefano Chiantini, non risulta essere stato distribuito in commercio.

[Piccolo cabotaggio. (6). Isole Tremiti – Continua]

Aggiornamento del 30 maggio 2017

Segnalo un bell’articolo di Erri De Luca sulle isole Tremiti, sull’ultimo Venerdì di Repubblica (del 26 maggio 2017)

File .pdf (tre pagine): “Sono Adriatiche, ma parlano Tirrenico. Colonia penale borbonica, conservano un napoletano saporito di antico. Torno alla mia lingua madre con gli amici del posto (…)”:

Dall’ultimo Venerdi di Repubblica. Erri De Luca. Tremiti

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Aspettando Fellini (3)

a cura di Tano Pirrone

Il terzo documento che presentiamo, aspettando il centenario della nascita di Federico Fellini, è la recensione che Tullio Kezich fece del film Intervista (1987), pubblicata nel suo libro Il film’90 – Cinque anni al cinema 1986 – 1990, Arnoldo Mondadori Editore, Oscar Mondadori, Guide n. 43.

L’autore non avrebbe bisogno di presentazioni, essendo stato fra i critici più fecondi e dall’ampio respiro produttivo: fu critico, commediografo, produttore e sceneggiatore cinematografico e televisivo, scrittore, attore. Ma lo ricordiamo ai più giovani (magari ci fossero!), essendo egli venuto a mancare nel 2009.

Il film che presentiamo è la penultima opera di FF, preceduta da Ginger e Fred del 1986 e seguita nel 1990 da La voce della luna.

Trama: la visita di una troupe giapponese agli studi di Cinecittà permette a Fellini di rievocare alcuni momenti della sua vita di cineasta, in un continuo alternarsi tra passato e presente. Il ricordo della prima visita del giovane a Cinecittà per intervistare una diva, quando rimase affascinato da questo mondo dei sogni. Le riprese de La dolce vita. Seguite da un incontro, quasi trent’anni dopo, tra Marcello Mastroianni e Anita Ekberg.

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Intervista
Regia di Federico Fellini. Soggetto: Federico Fellini, Franz Kafka. Sceneggiatura: Federico Fellini, Gianfranco Angelucci. Fotografia: Tonino Delli Colli. Montaggio: Nino Baragli: Musiche: Nicola Piovani. Scenografia: Danilo Donati. Interpreti e personaggi: Federico Fellini: se stesso; Sergio Rubini: Fellini da giovane/se stesso; Paola Liguori: la diva; Maurizio Mein: aiuto regista.

Chi volesse rivederlo e non ne possiede una copia può facilmente reperirlo sul libero mercato online, noleggiarlo (noi siamo clienti da sempre di VideoElite) o ricorrere allo streaming.

INTERVISTA

di Federico Fellini, 1987

Con Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Maurizio Mein.

Qual è il segreto della grandezza di Fellini? Come fa il mago di Cinecittà a creare I suoi capolavori? Come sceglie i personaggi dei film? Che cosa succede in realtà sul set di Federico? E quando è cominciato tutto questo? E dove andrà a parare? Il «filmettino» Intervista finge di dare una risposta alle eterne domande della fellinologia, attribuendole in gran parte all’insistente e cerimoniosa curiosità di un gruppo di intervistatori della Tv giapponese.

Mettendosi in prima persona al centro dello schermo nel diario frammentato della preparazione di un immaginario film tratto da Amerika di Kafka, Fellini maestro dell’intervista finge di auto intervistarsi in un giocoso incalzare di ricordi e simulazioni.

L’effetto è quello di un 8 1/2 con Federico in persona al posto di Mastroianni, ancora più deciso a dire «io» che nel suo capolavoro del ’63. Mastroianni è presente «as himself », brutalmente invecchiato e infilato nel frac turchino di un Mandrake pubblicitario, a fianco di un’Anita Ekberg anche lei maltrattata dagli anni che ci separano da La dolce vita. Premiato a Cannes benché fuori concorso, trionfatore a Mosca, acclamato a Locarno, a Montreal e ovunque, Intervista conferma l’ambigua disponibilità del suo autore alla confessione disarmata e alla bugia spudorata, alla cronaca divertita e alla fantasticheria senza rete. Filmato sulla realtà, il film finisce per essere una delle fantasie più libere scaturite dalla mente del suo autore. Il quale, anche come interprete di se stesso, appare naturale ai limiti della totale reinvenzione. [1987]

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Tullio Kezich “IL FILM ‘90” – Cinque anni al cinema 1986 – 1990

Oscar Mondadori, Guide 43 – Arnoldo Mondadori Editore – 1990