Piccolo cabotaggio (12). Da Isola Piccola a Lisca Bianca (1° parte)

4 GIUGNO, 2017

di Tano Pirrone
https://www.ponzaracconta.it/2017/06/04/piccolo-cabotaggio-12-da-isola-piccola-a-lisca-bianca-prima-parte/

Uscendo dal porticciolo di Marzamemi, a circa due miglia nautiche a nord, c’è un’altra piccola isola: è l’isola di Vendicari, inclusa nella Riserva naturale orientata, Oasi faunistica di Vendicari.

Isola di Vindicari

Non è abitata, né accessibile. Lo era in passato: ospita i ruderi della casa del proprietario dell’antistante tonnara:

Tonnara di Vindicari

le acque circostanti nascondono, a pochi metri di profondità, reperti archeologici di gran pregio e interesse.

Reperti archeologici

La mia prima visita a Vendicari – delle pochissime – risale alla tarda estate o al primo autunno del 1972. Allora Vendicari era poco conosciuta (il turismo di massa era ancora agli albori e la fagocitazione onnivora dell’Homo Ludens appena iniziata).
Nella zona c’era una piccola caserma della Guardia di Finanza, tutto attorno, a perdita d’occhio, una selva impenetrabile di ficupala (1).

Ficupala

La caserma ora è stata affidata all’Ufficio Provinciale Azienda Foreste Demaniali di Siracusa per la logistica della Riserva e l’accoglienza dei visitatori. I fichidindia sono rientrati nei ranghi e tornati negli scaffali della memoria.
L’area è discretamente protetta e sono sorte delle strutture d’ospitalità che hanno recuperato vecchi edifici o masserie abbandonate. Alcune spiagge sono accessibili altre zone rese impenetrabili. Vengono protette perché zone umide, placente operose in cui l’antica vita riprende continuità.
Uccelli sfuggiti agli stupidi eccidi, uova destinate al tirassegno, erbe ai più sconosciute e quindi inutili o nocive, case famiglie per pesci e tartarughe, saline (2) millenarie divenute ambiti di riproduzione e spasso per i piccoli animali. Capanni tirati su con scorte di ombrelloni discreti assicurano paninate felici e dissetanti bicchierate.
Un piatto di pasta non si rifiuta a nessuno e un bicchiere di vino locale, anche nelle giornate e nelle ore più calde, se versato da bottiglia immersa in acqua, è ambrosia o giù di lì.
La barca passa a debita distanza e godiamo di una visione straordinaria di Vendicari: dal mare, lenti, sul mare stanco, onde-non onde, in estasi a vedere la piccola isola del Barone tonnarolo, la Torre Sveva (3), le vecchie masserie ringalluzzite e di comprovata ospitalità, la Tonnara (4) con l’ardita ciminiera e i pilastri levati al cielo come per un inno al lavoro; la vegetazione finalmente libera di crescere come vuole e sotto, dietro, un pullulare di vite intrecciate di insetti, rettili, pesci, piccoli mammiferi, uccelli… Il mare ci scivola sotto.

Torre Sveva
Masseria della Volpe. Esterno
La tonnara di Vendicari

Lasciamo a babordo Eloro, antica, classica semi dimenticata, poi Avola; Avola delle mandorle, Avola delle minnulate (5) e del latte denso e dolciastro come latte materno, Avola della corsa in salita, Avola delle essenze che andavano a dare senso e nerbo ai profumi francesi, Avola dalle strade bianche di fiori di mandorlo, fiumi di latte, petali d’asfalto. E poi Fontane Bianche che fa da schermo a Cassibile, dove gli armistizi si firmano bene e si celano per giorni ancora meglio.
Siracusa per augurarci il buon arrivo ci manda incontro Nunzi autorevoli, i cui nomi sono Ognina e Arenella, il Plemmirio e Murro di Porco e Isola (ciao Tina, ciao Dino). Ci infiliamo nell’ovale perfetto del Porto grande e andiamo ad ancorarci alla Marina, a qualche decina di metri dal mitico albergo Des Étrangeres e dalla Fonte Aretusa.

Hotel Des Etrangeres

Siracusa. Fonte Aretusa dal mare e grand’angolo

Siamo a Siracusa, ma non in terra ferma. La terra che fra poco calpesteremo è quella di un’altra piccola isola, Ortigia, downtown, cuore dell’antichissima città, embrione della superba città che fu di volta in volta greca, romana, bizantina, araba, ed ora è, insieme, greca, romana, bizantina, araba.
Ortigia deriva il suo nome dal greco Ὀρτυγία da ὄρτυξ, quaglia. Non siamo andati molto avanti: partiti dalla Baia delle tortore in poche ore abbiamo ormeggiato all’Isola delle quaglie! Quaglie e coturnici (6) arrivavano un tempo dall’Africa e dall’Asia minore; coprivano l’intera isola, bonificandola dagli insetti e dalle piante velenose (ce lo dice anche Plinio, e Plinio è uomo d’onore!).
Siamo, insomma, in territori di antica caccia e quindi alla dea cacciatrice dobbiamo rivolgerci, a quella Artemide (7) , di cui è innamorato pazzo Alfeo, il dio-fiume del Peloponneso che segue ed insegue la dea della caccia fino all’isola nel porto di Siracusa. Artemide non era sola, la seguiva uno stuolo di bellissime ninfe. Fra esse Aretusa, naiade sdegnosa delle profferte d’amore di Alceo, che di essa è parimenti innamorato e brama di possedere. Artemide viene in aiuto di Aretusa e per sottrarla all’infoiata e strabordànte divinità fluviale trasforma la naiade in fonte. Per amore Alceo mescola le sue acque alla nuova fonte.
Le versioni del mito sono diverse, ma nella sostanza tutte tendono a spiegare il mistero dell’acqua dolce della fontana dove nascono spontanei papiri rigogliosi, navigano ben pasciuti muletti (8) e soggiornano folcloristiche papere.

I papiri della Fonte Aretusa

La Fonte Aretusa è alimentata da una sorgente naturale di acqua dolce, in comunicazione con le acque salate del porto attraverso una griglia da cui entrano ed escono i placidi cefali. Ma la spiegazione scientifica non ha bisogno di voli pindarici (di quel poeta che pure aveva cantato di Alceo e Artemide) (9) ed è abbastanza semplice.
Potrei parlarne anche io, ma preferisco lasciare la parola allo specialista. G. è geologo ed ha memoria indelebile anche di ere geologiche remote assai. Riesce a fare una vulgata breve e comprensibile: «Geologicamente l’isola è composta da una roccia con fratture naturali, capaci di filtrare l’acqua, ed è idrologicamente collegata alla terraferma siracusana. Dalla Porta Marina (10) fino al Castello Maniace (11), che rappresenta la punta estrema dell’isola, vi è un susseguirsi di sorgenti e fonti naturali che fuoriescono al di sotto o in corrispondenza del livello medio del mare. Esempi di sorgenti naturali in Ortigia, oltre la notissima Fonte Aretusa, sono dati dalla Fontana degli Schiavi; da uno dei miqwè (bagno rituale ebraico) (12) più suggestivi d’Europa; dalla Vasca della Regina, sorgente naturale posta al di sotto del livello del mare, nel Castello Maniace e di altre manifestazioni sorgive, quasi del tutto scomparse».

Siracusa. Immagine del miqwè
Siracusa. Porta Marina
Siracusa. Castello Maniace

Apprezziamo molto, S. ed io, il taglio dato da G., che era stato, bisogna riconoscerlo, breve e – letteralmente – circonciso. Siamo seduti al bar più grande di Piazza Duomo, ad un tavolo a pochi metri dall’antico tempio pagano dedicato a Minerva, convertito in chiesa con il consolidarsi dell’egemonia cristiana. Facciamo colazione con minnulata e brioche e parliamo di Siracusa e dei miei ricordi della città.
La piazza lunghissima è uno scenario barocco di bellezza e armonia inarrivabili.
Tornatore l’ha usata come location fondamentale nel suo film del 2000 Malèna, con Monica Bellucci.

La storia si svolge a Castelcutò, località siciliana di fantasia che assume l’aspetto della piazza che ci ospita, di vie di Noto e di altri paesi costieri. In mancanza di film che si svolgano espressamente a Siracusa, parliamo di Tornatore e del suo film di fine millennio, con protagonista la Bellucci. Il tredicenne Renato Amoroso è invaghito di Malèna, giovane donna di rara e appariscente bellezza, sposata con Nino, che parte per la guerra. La bellezza di Malèna in quella piccola realtà paesana è causa di disagi e innumerevoli problemi per lei, poiché, essendo il sogno sessuale di ogni uomo, diventa anche l’oggetto dell’invidia e dell’odio delle donne del posto. L’amore che Renato prova per Malèna però è sincero e la donna diventa un’ossessione per il ragazzo, che la spia continuamente. Un giorno Malèna viene raggiunta dalla terribile notizia della morte del marito al fronte. La donna rimane quindi vedova e resta indifesa davanti alle cattiverie delle paesane gelose e alla cupidigia sessuale dei loro mariti. Le calunnie sulla giovane vedova si susseguono e si diffonde presto la voce che Malèna si sia concessa carnalmente a numerosi uomini della cittadina. Lei si difende dalle critiche come può, ma senza denaro, né amici, né famiglia vive nel dolore e nell’angoscia. Dopo aver tentato invano di trovare un lavoro onesto, si rende conto di avere un’unica soluzione per sopravvivere: la sua bellezza. Renato non si dà pace, vorrebbe aiutarla, ma non può. Nel frattempo le sorti della guerra precipitano ed i tedeschi invadono Castelcutò. Per qualche mese Malèna si ingrazierà le truppe naziste, concedendosi sessualmente ai soldati. Ma quando nel 1943 i tedeschi se ne vanno e arrivano gli americani il suo destino cambia: le donne del paese, da sempre invidiose e piene di rancore nei confronti di Malèna, l’accusano di collaborazionismo, la malmenano e la umiliano tagliandole i capelli. Ferita nel corpo e nell’anima, Malèna si trasferisce.
A sorpresa, un giorno il marito, che in realtà non era morto, ritorna; cerca Malèna, non la trova. Renato, ormai cresciuto e rattristato per il trattamento riservato al marito di Malèna, in una breve lettera gli racconta la vicenda della moglie; lo rassicura sul fatto che la donna abbia amato solo e sempre lui. Conclude informandolo di averla vista partire per Messina. Nino quindi decide di raggiungerla. Un anno dopo Malèna e il marito tornano a Castelcutò, intenzionati a passare lì il resto della loro vita, e a testa alta, insieme, attraversano la grande piazza cittadina: la gente del paese, ormai superato il livore e le invidie verso la bella Maléna, li accoglie di nuovo. Il film si conclude con il nostalgico pensiero di Renato: dopo che molti anni sono trascorsi si ritrova vecchio e rassegnato alla banalità della sua vita, ammette di aver conosciuto e amato molte donne nel tempo, e di essersi scordato di tutte. L’unica che non riesce dimenticare è Malèna.
Divinamente bella, statuaria come una creazione di Fidia, la Bellucci è una sorpresa: il suo volto di alabastro, magnificamente duttile, fa dimenticare la voce non completamente adeguata, ancora in formazione (ma Malèna parla poco, e quasi sempre sussurrando). Ma quello che non va – e non andrà più come prima – è Tornatore che avrebbe dovuto concedersi qualche ulteriore riflessione a proposito della sceneggiatura, un susseguirsi di sequenze chiave ricche di colpi di scena che non impressionano più di tanto, per giunta ammosciate da dialoghi troppo letterari per essere convincenti: e, alla fine, un’ora e tre quarti di sogni e visioni interamente costruite sul corpo della bella Monica, con contorno di abusate macchiette paesane, finisce per annoiare anche lo spettatore meglio disposto. La ricostruzione d’epoca, apparentemente calligrafica, è resa banale nel tentativo di fare del film un prodotto worldwide. La sceneggiatura di Tornatore parte dal soggetto di Luciano Vincenzoni, grande scrittore di film di successo (Il gobboI due nemiciLa grande guerraSacco e VanzettiGiù la testa ecc.), ma mostra subito le corde: è un susseguirsi di luoghi comuni, cose già viste e riviste, citazioni, tributi. Non si riesce a comprendere come uno che il cinema lo sa fare non si limiti a farlo, lasciando, quando serve, la scrittura a specialisti di storie e di scrittura. Da Malèna in poi Tornatore mi piace sempre meno e quando voglio rivedere l’ottimo uomo di cinema vado a pescare nella mia raccolta di DVD i suoi film che apprezzo, naturalmente in diverso grado e per motivi diversi (Il camorrista, 1986; Nuovo Cinema Paradiso, 1988; Una pura formalità, 1994; L’uomo delle stelle, 1995; La leggenda del pianista sull’oceano, 1998) (13) e i documentari in cui trovo il miglior Tornatore e fra essi quello che apprezzo maggiormente (L’ultimo gattopardo: Ritratto di Goffredo Lombardo, 2010) (14) . Devo infine ringraziarlo per aver prodotto il film di Roberto Andò Il manoscritto del principe (2000) (15).

Ortigia. Piazza Duomo

Piazza Duomo sotto il sole ha assunto un aspetto quasi metafisico. Rimandiamo la visita all’Ipogeo che sta proprio sotto di noi e ci spostiamo nella vicina Chiesa di Santa Lucia alla Badia a vedere Il seppellimento di Santa Lucia (1608) di Caravaggio, che lì è ospitato.

Caravaggio. S. Lucia alla Badia

Poi breve giro dei dintorni, Fonte Aretusa e il piccolo ma interessantissimo Acquario tropicale. Infine barca e riposino.

Ortigia. Acquario tropicale

Acquario Tropicale. Interno

Note

(1)     Termine dialettale per indicare la pianta del Ficodindia (Opuntia Ficus Indica). I frutti si chiamano bastaddi di ficudinia, perché si ottengono dalla seconda fioritura delle piante dopo aver scutulato (abbacchiato) la prima. L’operazione è necessaria perché garantisce frutti più grossi, con più polpa e saporiti. I frutti della prima fioritura sono più ricchi di semi e il buon senso popolare consiglia di non mangiarli o mangiarne pochi al fine di evitare l’effetto ntuppaculu, il cui significato non necessita di approfondimento.

(2)     Sicuramente attive dal Quattrocento. Nei pantani si trovano tracce di vasche risalenti al periodo di colonizzazione greca.

(3)     La Torre Sveva, costruita probabilmente da Pietro d’Aragona, conte di Alburquerque e duca di Noto (1406-1438), nonché fratello di Alfonso V d’Aragona, re di Spagna e Sicilia (1416-1458), testimonia l’interesse strategico dell’area per la difesa della costa. Dopo un secolo la struttura fu rimaneggiata dal viceré Juan de Vega, facendo assumere alla struttura la forma attuale. La torre veniva utilizzata come punto di vedetta e segnalazione contro le scorribande di navi di pirati ed eventuali attacchi nemici.

(4)     La costruzione della Tonnara di Vendicari detta anche Bafutu risale al Settecento. L’attività dello stabilimento ha avuto fasi alterne, periodi floridi a periodi di chiusura in base al costo del prodotto e alla concorrenza delle vicine tonnare di Marzamemi, Avola, Noto e Siracusa. Sospese definitivamente l’attività nel 1943, in concomitanza, se non a causa, dello sbarco delle truppe alleate.

(5)     Nella Sicilia orientale è la granita di mandorla, che va gustata con l’apposita brioscia dal mitico capezzolone o, suprema raffinatezza, con la mafalda ancora calda. La mafalda è un pane tipico siciliano caratterizzato da un impasto fatto con semola di grano duro, dalla peculiarissima forma a serpentello e ricoperto di semi di sesamo. Ha origine antiche ed il nome è una dedica a Mafalda di Savoia. Ancora caldo, tagliato nel senso della lunghezza e farcito con due fette di mortadella – quella di una volta, con il pistacchio dentro. Incartato per la ricreazione (ai tempi della scuola media, poi del ginnasio e del liceo) alla ricreazione non arrivava. Il profumo e il calore impedivano qualsivoglia resistenza. Veniva mangiato di nascosto, in classe e l’odore di mafadda c’a muttadella, tutt’uno originale e indimenticabile, riempiva l’aula distratta.

(6)     Coturnice. Alectoris graeca, appartiene come la quaglia alla famiglia dei Fasianidi. Sono minacciate a causa del deteriorarsi del loro habitat e della caccia eccessiva laddove ancora permessa.

(7)     Artemide. Identificata a Roma con la Diana italica e latina. Figlia di Latona e Zeus, sorella gemella di Apollo, è dea della caccia, vergine selvaggia. Insieme col fratello mise a morte i figli di Niobe: lei uccise le sei femmine e il fratello i sei maschi.

(8)     Muletto. Cefalo o muggine. È una specie eurialina, in grado, cioè, di vivere senza problemi in acqua dolce o anche molto salata. Insidiato dai pescatori sportivi a causa della buona carne. Con le uova si prepara la bottarga di muggine.

(9)     «Di Alfeo ultima dimora, / Ortigia, gloriose radici della potenza di Siracusa, / Culla allora di Artemide, / Da te, o sorella di Delos, si innalzi il canto / Addolcendo a prezzo alto […]» [Pindaro (518-438 ac), Odi]

(10)   Porta Marina. Ortigia in epoca spagnola divenne una tra le fortezze più inespugnabili d’Europa. Venne dotata di alte mura che la circondavano, di ponti levatoi, forti, bastioni e porte. Grande parte di queste fortificazioni dopo l’Unità d’Italia venne distrutta.

(11)   Castello Maniace. Prezioso gioiello dell’architettura del periodo svevo; costruito per volere dell’Imperatore Federico II prende il nome dal capitano bizantino Giorgio Maniace. L’originario sistema difensivo, situato sull’estrema punta dell’isola, che chiude ad est il Porto grande, ha subito nel tempo profonde ristrutturazioni e rifacimenti a seguito di gravi danneggiamenti subiti, come per il terremoto del 1693 e l’esplosione del deposito delle polveri provocata da un fulmine nel 1704.

(12) Miqwè (bagno rituale ebraico). La presenza di comunità ebraiche a Siracusa è segnalata a partire dal I secolo, fino all’espulsione avvenuta nel 1492. C’era una sinagoga, poi trasformata in chiesa cristiana e di bagni rituali.

(13) I Dvd dei film sono disponibili su Amazon o su Ibs.

(14) Il Dvd del documentario, corredato di materiali interessanti è disponibile al costo di € 22,90 presso Cinema italiano.info.

(15) Il manoscritto del principe (2000). “Storia de Il Gattopardo”, il romanzo del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, capolavoro della nostra letteratura del novecento, bocciato in prima istanza da Vittorini (Einaudi). La figura del principe emerge attraverso il rapporto fra due suoi allievi. Davvero accattivante e preziosa la ricostruzione del quotidiano del principe. Interessanti anche molti dialoghi in chiave squisitamente accademica: Lampedusa era uno dei massimi esperti di letteratura inglese e francese.

Tanto rumore per nulla al Globe Theatre

di Tano Pirrone

Uscendo dal Globe, ieri notte, dopo più di tre ore di spettacolo, con un caldo afoso, che la memoria dei rigidi sedili penitenziali rendeva ancor più opprimente, mentre un fiume di gente usciva dal teatro (pieno in ogni ordine di posti), sciamando in tutte le direzioni, mi sono sentito in dovere di mandare un breve messaggio al mio Capo. Nel messaggio scrivevo: <<Grande successo di pubblico, stasera, e scelte felicissime della regista, che con opportuni adattamenti ha saputo catturare il grande pubblico, composto per lo più da famiglie e da moltissimi giovani>>. L’emoticon del consenso (il pollicione dritto) arrivò in risposta dopo pochi secondi.

Quando uno spettacolo ha successo e lascia così contenti tutti gli spettatori è sempre un piacere, per chi come noi ama il teatro e s’intristisce quando questo s’avviluppa attorno a se stesso, allontanandosi a velocità supersonica dall’essenza stessa di cui il teatro è fatto.
Ma che ha fatto Loredana Scaramella per ottenere il giusto equilibrio fra testo originale e format di successo? Coadiuvata da Mauro Santopietro, con cui, della traduzione e dell’adattamento, ha condiviso l’onere (e, a posteriori, pienamente riconosciuto, anche l’onore), prima di tutto ha spostato l’ambientazione dalla Sicilia (Messina), che Shakespeare individuava come dionisiaca location in cui bollori e frenesie erano i naturali umori di una classicità ancora vitale e come tale sentita e vissuta, al Salento, vitalissimo meridione d’Italia che da alcuni decenni ha saputo imboccare un’originale via di sviluppo basata sull’ospitalità e la qualità dell’offerta, anche di cultura tenuta viva da bravi e tenaci artisti locali.

Questa scelta non rimane formale, ma conferisce al plot una moderna originalità che cattura – fin troppo facilmente – il pubblico, stabilendosi come interfaccia e rendendo più facile e chiara l’assimilazione e la comprensione del tema originale della commedia. Risultato di ciò sono stati una coralità recitativa che ha praticamente annullato le inevitabili differenze qualitative nelle prestazioni degli attori. Il pubblico, ha reagito conseguenzialmente con appassionata partecipazione.
Prima che lo spettacolo iniziasse Loredana Scaramella è salita sul palco e dopo poche parole di presentazione ha portato i saluti di Gigi Proietti, Direttore Artistico del Silvano Toti Globe Theatre. Much Ado About Nothing, scritta fra l’estate del 1598 e la primavera del 1599 trae origine, come molte opere del Bardo, dalla tradizione letteraria italiana; nella fattispecie, è una novella di Mattia Bandello, a fornirgli ispirazione e materiale. La locuzione “molto rumore per nulla” è entrata nel gergo comune, tanto in lingua inglese che non, proprio per indicare un’esagerazione o un’assurdità riferita ad un fatto del tutto trascurabile o inconsistente.
La commedia ha dato vita nel tempo a numerose ispirazioni o trasposizioni cinematografiche; fra le prime è impossibile, in questi giorni, non ricordare Troppu scrusciu ppi nenti di Andrea Camilleri, prodotto dal Teatro Stabile di Catania per la regia di Giuseppe Dipasquale, andato in scena al Globe il 2 luglio del 2017; fra le seconde memorabile l’omonimo film del 1993 diretto, prodotto e interpretato da Kenneth Branagh, affiancato da Emma Thompson, Michael Keaton, Denzel Washington, Keanu Reeves, Robert Sean Leonard, Imelda Staunton, Richard Briers e una giovanissima Kate Beckinsale.

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Tanto rumor per nulla (Much Ado About Nothing)

Autore: William Shakespeare. Traduzione e adattamento: Loredana Scaramella e Mauro Santopietro. Regia: Loredana Scaramella. Aiuto regia: Francesca Visicaro. Produzione: Politeama Srl.

CAST ARTISTICO. Margherita: Lara Balbo – Frate Francesco/Sorba: Cristiano Caccamo – Claudio: Fausto Cabra – Ero: Mimosa Campironi – Don Pedro: Federigo Ceci – Seconda guardia: Jacopo Crovella – Borracio: Alessandro Federico – Antonio/giudice: Roberto ;Mantovani – Leonato: Maurizio Marchetti – Don Juan: Matteo Milani – Beatrice: Barbara Moselli – Corrado: Ivan Olivieri – Orsola: Loredana Piedimonte – Corniolo/Baldassarre: Carlo Ragone – Benedetto: Mauro Santopietro – Prima guardia: Federico Tolardo – Trio William Kemp: Luca Mereu, Mandolino; Michele Di Paolo, Percussioni; Antonio Pappadà, chitarra.

CAST TECNICO. Maestro movimenti di scena: Alberto Bellandi – Musiche: Stefano Fresi – Costumi: Susanna Proietti – Direzione tecnica: Stefano Cianfichi – Disegno luci: Umile Vainieri – Disegno audio: Franco Patimo. Ufficio stampa: Cinzia D’Angelo.

Dal 7 al 15 agosto 2019 (escluso i lunedì), ore 21,15 al “Silvano Toti Globe Theatre” – Largo Aqua Felix (Piazza di Siena), Villa Borghese, 00197 Roma.

Riccardo III al Globe Theatre

di Tano Pirrone

Perfida Albione! C’è da esclamare a leggere la trama di quest’opera del Bardo, dramma storico in cui la ricostruzione dei fatti, dei personaggi è piegata da Shakespeare alla tesi da lui assunta: la lotta per il potere di Riccardo, Duca di Buckingham, che diventerà re col nome di Riccardo III, mostro sanguinario cui, se ciò non bastasse, Shakespeare appioppa un gobbone repellente. Marco Carniti, regista di comprovata capacità interpretativa, non ancora contento, lo fa sciancato, e con un braccio “offeso”. In verità Riccardo non aveva gobbe né protesi né “offese” se non il fatto di essere mortalmente avido di potere, come tutti quelli – parenti, affini, collaterali – che vivevano in quel tempo in quell’isola. Era “normale”

e qui sarebbe facile fare un richiamo ad Hanna Arendt perché venga a ricordarci che certe azioni (nel suo caso le deportazioni nei campi di sterminio nazisti) erano “mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”. All’ingresso, al momento di ritirare l’accredito, un distinto signore settantino fa volantinaggio: fogli A4 con una vibrante difesa di Riccardo di Buckingham, che a suo dire fu ucciso, tradito, diffamato. La storia, anzi la Storia, è bella perché è avariata, sì, bacata, inverminata, purulenta, infetta, insanabile. Ma c’è sempre qualcuno, che per qualche motivo ha un verme in più, infezioni insanabili, contagiose: Riccardo III, ultimo re dei Plantageneti, che pur apre l’opera con un monologo che ospita una delle più belle frasi della letteratura di tutti i tempi: “Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York…” e sul declinare (Atto quinto, Scena quinta) ha una delle invocazioni che tutti (tutti?) conoscono: “Un cavallo un cavallo! il mio regno per un cavallo!”.

Si è capito che l’operazione di appesantimento di Riccardo, realizzata dal bravo Carniti non ci è piaciuta più di tanto (il plantageneta terminale era troppo simile al Barone Harkonnen di Dune, che nel film di David Lynch, schiaccia rane in una pipetta e ne sugge il succo), ma devo riconoscere che il profilo ideato da Carniti, e reso con altissima e maniacale immedesimazione da Maurizio Donadoni, è funzionale all’assunto e determina una sequenza “virtuosa” che coinvolge tutto il cast. Dobbiamo sottolineare che l’interpretazione delle donne, così, in blocco, è straordinaria; preferiamo dare un voto collettivo – altissimo – più che individuale, perché era palpabile che esse si muovevano, recitavamo, davano vita alle loro storie ed alla storia complessiva del Duca di York che si fece re, irrorando il proprio cammino col sangue, come “donne”, anche se nemiche, antagoniste. Palpabile la solidarietà di genere contro la misoginia dell’omicida seriale. L’atmosfera dark che pervade tutto lo spettacolo offre appigli ai cinefili: le sagome che nella scena in cui Riccardo si fa pio e devoto per ingraziarsi le autorità religiose e civili sembrano l’ombra di Batman nelle trasposizioni cult cinematografiche dell’uomo pipistrello.
Maurizio Donadoni, perfettamente calato nell’atmosfera di cupio dissolvi è magnifico e fa il paio con Gianluigi Fogacci, l’altro Duca di Buckingham, cugino del protagonista vampirone.
Un saluto a Carmelo Bene, superlativo e inarrivabile Riccardo III.

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Riccardo III (The Life and Death of King Richard III)

Autore: William Shakespeare. Traduzione e adattamento: Marco Carniti. Regia: Marco Carniti. Aiuto regia: Maria Stella Taccone. Produzione: Politeama Srl.

CAST ARTISTICO. Riccardo: Maurizio Donadoni – Regina Elisabetta: Antonella Civale – Lady Anna: Federica Bern – Duchessa di York: Paila Pavese – Lord Hastings: Patrizio Cigliano – Fre Edoardo IV: Nicola D’Eramo – Giorgio, Duca di Clarence: Tommaso Cardarelli –Lord Rivers: Raffaele Latagliata – Margherita: Zemka Zahirovic – Edoardo: Sebastian Gimelli Morosini – Riccardo: Dario Guidi – Thomas Stanley: Matteo Milani – Sir Ratcliff: Diego Facciotti – Sir Calesby: Mauro Santopietro – Sir Brakenbury: Roberto Fazioli – Sir Richmond: Tommaso Ramenghi – Sir Tyrrel: Tommaso Ramenghi – Primo sicario: Mauro Santopietro – Secondo sicario: Matteo Milani – Cardinale: Diego Facciotti – Vescovo Ely: Tommaso Ramenghi – Scrivano: Tommaso Cardarelli – Sindaco: Nicola D’Eramo – Guardia e cittadino: Alessio Sardelli – Elisabetta: Zemka Zahirovic – Soldati e cittadini: Tommaso Cardarelli, Patrizio Cigliano, Diego Facciotti, Roberto Fazioli, Gianluigi Fogacci, Sebastian Gimelli Morosini, Dario Guidi, Raffaele Latagliata, Matteo Milani, Tommaso Ramenghi, Mauro Santopietro, Alessio Sardelli.

CAST TECNICO. Musiche: David Barittoni – Costumi: Maria Filippi – Direzione tecnica: Stefano Cianfichi – Disegno luci: Umile Vainieri – Disegno audio: Franco Patimo – Assistente alla regia: Francesco Lonano – Scene: Fabiana Di Marco – Assistente costumista: Donatella Boschetti – Maestro d’armi: Renzo Musumeci Greco – Vocal Coach: Francesca della Monica.

Ufficio stampa: Cinzia D’Angelo.

Dal 30 agosto al 15 settembre 2019 (escluso i lunedì), ore 20,45 (domenica ore 18,00) al “Silvano Toti Globe Theatre” – Largo Aqua Felix (Piazza di Siena), Villa Borghese, 00197 Roma.

Dov’è il cinema italiano?

di Tano Pirrone

Il ricordo più lontano che ho di Carlo Delle Piane è il personaggio di Libero, figlio di Totò, in “Guardie e ladri” di Mario Monicelli e Steno. Era il 1951; in quell’anno avrebbe partecipato ad altri quattro film, diventando in breve un onnipresente caratterista, assai apprezzato. Questo fino al 1977, anno in cui Pupi Avati lo chiama per “Tutti defunti… tranne i morti!”, affidandogli la parte di Dante, il protagonista. Da allora una magnifica carriera di attore in oltre venti film, di cui la metà con Pupi Avati, e una decina di film per la Rai.

Carlo Delle Piane in Tutti defunti…tranne i morti, di Pupi Avati, 1977

Carletto è morto pochi giorni fa, in quest’estate falcidiante, che ci lascia sempre più soli. Ai suoi funerali, tradizionalmente svolti nella Chiesa degli Artisti (dove se no?), poche persone del cinema. Ciò ha provocato le ire del regista bolognese, recepite in video e riportate su quotidiani ancora attenti alle sfumature.
<<In 70 anni di carriera, più di cento i film cui ha preso parte recitando accanto ai grandi attori del cinema italiano: Totò, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Alberto Sordi… eppure in pochi erano presenti>>

Carlo Delle Piane con Totò in Guardie e ladri, 1951

ha risposto Pupi Avati alla prima domanda dell’intervistatore, e, alla seconda <<Il cinema italiano gli ha portato rispetto?>>, ha ribadito <<Il cinema italiano fa schifo, non mi piace. Il cinema italiano non gli ha portato rispetto. Dov’era oggi il cinema italiano? Quattro mesi fa, all’Auditorium per i settant’anni di carriera dell’attore c’era uno del cinema: c’ero io. Basta!>> L’episodio cui Avati si riferisce è l’omaggio a Carlo Delle Piane che l’Auditorium di Roma ha voluto programmare con una serata dal titolo “Signori e Signore… Carlo Delle Piane”. Qualcuno ha voluto fare un elenco dei presenti. Lo riportiamo in modo che il grano sia separato nettamente dal loglio: oltre ai due fratelli Avati, Pupi e Antonio, erano presenti il regista

Carlo Delle Piane con Pupi Avati

Paolo Genovese (che lo aveva voluto protagonista in “Nessun messaggio in segreteria” del 2005), l’attore Pasquale “Lillo” Petrolo, il critico cinematografico Pedro Armocida. Poi c’erano alcuni musicisti, tra cui ricordiamo Nino Buonocore, Riccardo Senigallia, Lino Patruno, Marco Zuzzolo, Marco Fasano. Carlo era stato protagonista della mini serie televisiva del 1978 “Jazz Band” anch’essa di Pupi Avati. Erano presenti, infine, alcuni personaggi della canzone italiana e pochi colleghi attori: Massimo Bonetti, Enzo Garinei, Max Tortora e Alex Partesano. Assenti giustificati i grandi defunti con cui Carlo lavorò in epoche in cui il cinema era ancora tale, senza equivoci e contorcimenti: Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Totò, Vittorio De Sica, Vittorio Gassman, Mario Monicelli, Federico Fellini, Steno, Duilio Coletti…
Siamo quasi alla fine del racconto dei fatti, ma il Re ha ancora addosso manto e mutande; quando ne scopriremo le “vergogne”? Ecco, lo facciamo subito: tenuto conto che se qualcuno muore quando l’estate raggiunge il suo climax ci sono poche speranze che qualcuno a Roma sia ancora, o già, in città per partecipare ad un funerale, in cui la presenza frutterà pochi mi piace; tutto ciò considerato, è mai possibile che solo una dozzina o poco più di addetti ai lavori abbia sentito il bisogno di essere presente per dare l’ultimo saluto a un uomo di cinema come Carlo Delle Piane, romano di Campo de’ Fiori. E la Rai? la Rai che, a parte i tiggì, s’è guardata bene finora di mandare in onda uno o più film per rendergli onore e merito. Forse perché troppo interessata alla coinvolgente battaglia per il governo e alla kermesse veneziana (che più che celebrare il “Cinema”, ne strumentalizza la presa forte sul pubblico feticista) la tv del servizio pubblico non ne ha trovato tempo e modo, confidando nella distrazione generale.
Così cade l’ultimo straccio e il corpo sacro del Re è infine ignudo, inverecondo, indifeso e indifendibile, pronto alla gogna, eterno Noè vilipeso vieppiù da chi quel corpo dovrebbe amare e onorare; qui trova una risposta la domanda “Dov’è il Cinema Italiano?” e sorge la domanda, cui in questa sede non vogliamo e possiamo dare una risposta: “Dov’è il Cinema?”

Il melodramma non finisce mai

di Tano Pirrone

Siracusa, giugno: inaspettata perfezione de Le Troiane (regia di Muriel Mayette – Holtz) e la mutante frivolezza di Elena (regia di Davide Livermore). Due facce dello stesso Euripide, andate in scena a soli tre anni di distanza l’una d’altra: Le Troiane nel 415, l’Elena nel 412. Il glamour di quest’ultima opera sembra lontanissimo dal cupo dramma di Ecuba e delle altre troiane, che orbate di padri, sposi, figli, fratelli s’imbarcano sui legni achei verso destini tanto sconosciuti quanto immeritati.
Ho riflettuto tanto sui contrasti, sul peso che spettacoli simili potevano avere su un pubblico che poco altro poteva avere non solo di svago, ma di acculturamento tout court; ho preso appunti e letto il saggio di Massimo Fusillo sull’Elena, introduzione sapiente e fruibilissima dell’opera, di cui ha curato anche la bella traduzione.

Arriva la notizia della morte di Zeffirelli, personaggio senza via di mezzo. o molto amato o molto avversato. Io personalmente l’ho amato poco e poco lo amo; soprattutto non ne ho apprezzato l’opera di regista cinematografico: un cinema “hollywoodiano, retorico, iper-melò, che nei suoi voli barocchi ha tradito spesso il senso stesso del melodramma, genere che Zeffirelli, d’altronde, ha molto ben rappresentato in teatro (prosa e lirica). Opere di cui egli ha curato la regia o, meglio, anche la regia: nella lunga frequentazione artistica e sentimentale con il Maestro Luchino Visconti, aveva assorbito la sontuosità, la magnificenza, la cura paranoica dei particolari, qualità che congiunte ad una sapienza “artigianale” stupefacente, avevano costituito la cifra commemorativa di un’epoca, che forse solo sul palcoscenico – su pochi avidamente sfarzosi palcoscenici – era stata veramente tale. Bisogna con serenità di giudizio riconoscergli il merito di memorabili realizzazioni con le maggiori protagoniste del canto di ogni tempo (la superba Callas, nella Traviata o la Sutherland nella Lucia di Lammermoor, e con alcuni dei grandissimi direttori allora attivi (uno per tutti Carlo Maria Giulini).

Franco Zeffirelli e Francesco Rosi aiuto registi di Luchino Visconti 


Di queste opere e di altre sue realizzazioni si parla ancora con rimpianto, e vengono utilizzate come termine di paragone.
Mi chiedo perché un uomo di teatro così vulcanico non abbia lasciato traccia in un teatro, il Teatro Greco di Siracusa, che dal 1914, con poche interruzioni ed altrettanto poche cadute, ha sempre avuto il meglio dei registi, degli attori, degli sceneggiatori del tempo. Non so rispondere alla domanda… Escludo che Zeffirelli, nella sua lunga carriera, non abbia desiderato, almeno pensato qualche volta, ad una esperienza nel teatro in cui si perpetuano con sacralità e spesso, con grande spirito innovativo, i riti e i miti che furono di Eschilo, di Sofocle, di Euripide. Forse la tragedia greca, salvo pochi casi (come Elena, di cui abbiamo parlato), non si presta ad una manipolazione melodrammatica. Di sicuro fu a un passo dal realizzare a Siracusa la Medea che Cherubini compose su libretto di François-Benoît Hoffmann. Il progetto fallì, pare, per i considerevoli adeguamenti necessari per ospitare una grossa orchestra (rafforzata per lo spazio aperto) ed una macchina organizzativa imponente.
Zeffirelli avrebbe sicuramente dato risultati grandiosi, sfarzosi, sicuramente celebrati dal grande pubblico.
Ma tant’è! Zeffirelli è morto, viva Zeffirelli! Magari andava celebrato con un tono più elegante di come a Firenze è stato fatto. Le onoranze di Bernardo Bertolucci, che ci ha lasciato da pochi mesi, sono state da questo punto di vista, esemplari. Firenze, ad avviso mio e di pochi altri, ha strafatto: maledetti toscani, avrebbe commentato Curzio Malaparte, che di toscani se ne intendeva e ne aveva colto l’immutabile spregiosità.

P.S. Ho tardato a consegnare l’articolo e ieri sera ho avuto l’occasione di vedere l’ultima opera su cui Zeffirelli ha lavorato: La Traviata diretta da Daniel Oren, trasmessa dall’Arena di Verona in mondovisione. Ho sofferto per quasi tutto il tempo: Violetta sembrava una baccante invasata e Alfredo uno che passava da lì per caso. Melodramma senza limite, in uno spazio immenso, sfruttato sapientemente, ma senza un moto interiore, una piega dell’anima.

Piccolo Cabotaggio (11). Dalle Tremiti a Isola Piccola (Terza parte)

di Tano Pirrone
https://www.ponzaracconta.it/2017/05/23/piccolo-cabotaggio-11-dalle-tremiti-a-isola-piccola-terza-parte/

.Ieri, la Capitan Koch si trovava a 36° 44’ di latitudine nord e a 15° 06’ di longitudine est del meridiano di Greenwich.
L’incipit è ricalcato da Un capitano di quindici anni [9a], di Jules Verne e mi serve come espediente per collegare questo episodio al precedente. Insieme i due episodi costituivano nelle mie intenzioni un unico lungo capitolo, amputato dal nostro insostituibile, inossidabile e immarcescibile Capo Redattore – chirurgo drastico e impietoso -, che, giustamente, valuta prioritariamente la leggibilità di un testo, badando alla sua lunghezza, di solito, ahimè, figlia di primo letto di Ego Ipertrofico e della Musa Logorrea.
Le coordinate geografiche sono quelle di Marzamemi, da dove ci muoveremo domani, intanto torniamo, dopo la breve digressione, là dove eravamo rimasti: parlavamo di Gabriele Salvatores.
Annotazione dell’Autore (T. P.)
Nel 1992 Salvatores ricevette l’Oscar per il miglior film straniero per Mediterraneo , in cui si raffigura la riflessione storica della sua generazione [10].

Nell’anno successivo (1993), con Sud il regista rivolge la sua attenzione alla questione meridionale, così com’era in quel momento e, per certi versi, ancora è. Lo fa con forzature e luoghi comuni (meridionali diseredati e fighetti milanesi ecc.), ma con l’uso sapiente di un ampio ventaglio di tecniche e indiscutibile abilità di direzione, conferendo alla storia un’atmosfera vagamente irreale e definendo quei luoghi – la piazza ed il palazzo – come metafora esplicita del Paese. Fa emergere, Salvatores, la profonda contraddizione fra un oggi intorcinato – nel migliore dei casi – e un passato in cui il Meridione era operoso, intraprendente, industrializzato, ricco di attività agricole, estrattive e manifatturiere, con forte vocazione all’esportazione.
Contraddittorietà che Salvatores marca con decisione, scegliendo un luogo, Marzamemi, che fa della duplicità e dell’antinomia la sua essenza metastorica. Il racconto è teso, emozionante, divertente e impegnato al contempo; gli interpreti danno il meglio con convincenti caratterizzazioni forti (compresa quella di Francesca Neri, doppiogiochista, difficile e, tutto sommato, riuscita); il tono è un po’ scontato forse a causa della sua anima da western politico (come disse il regista), ma è controbilanciato da indovinati tocchi di regia: la storia si apre e si chiude, ad esempio, con un passaggio dal sottosuolo, simulando entrata ed uscita di scena. Commento sonoro dei 99 Posse e degli Assalti Frontali: nei titoli di coda un invito al rispetto per tutti i centri sociali occupati. Datato? Forse. Ma rivederlo è d’obbligo [11].

Marzamemi ospita dal 2000 ad intervalli irregolari il Festival del Cinema di Frontiera [12], ideato e voluto dal regista Nello Correale [13], con proiezioni di film e cortometraggi provenienti dalle diverse zone del mondo, con una sensibilità appunto di frontiera. Ad esso sono anche associati premi cinematografici sia per l’opera che per attori e registi meritevoli.

Festival del Cinema di Frontiera a Marzemeni

Abbiamo un pomeriggio ed una serata di riposo, che passeremo a bordo. Ho proposto a G. e S. un piatto straordinario di cui ho impresso a fuoco il ricordo, uno dei tanti piatti che cucinava mia madre in modo superbo.
Sì, lo so, la cucina delle mamme per i maschi italiani, e siciliani in particolar modo, è sempre la migliore del mondo, ma vi assicuro che mia madre cucinava benissimo e senza fatica, mediando con sapienza fra l’ortodossia della tradizione e le fisime di mio padre, che non mangiava, per esempio, l’aglio e ditemi voi come si fa a cucinare saporito senza aglio.
G. mi ha subito chiesto «Ma l’uovo ci si mette?»
G. è ossessionato dalle uova, forse perché per un certo periodo l’ovetto sodo era il suo pasto della domenica. Ora sta di nuovo bene e mangia tutto o guasi. Il nostro decano, la persona meno culinaria che conosca, è ossessionato dalle ricette. Non possiamo permetterci di parlare di cucina, senza che ci chieda cos’è o come si fa. Conseguenti, ineluttabili grandi prese per i fondelli.
Passare dai fornelli ai fondelli è ormai la specialità mia e di C., che in quanto napoletano e appassionato di cucina ci informa giornalmente di tutto quello che ha preparato il giorno prima e del programma che ha per la giornata.

Per rispettoso senso di amicizia non abbiamo mai osato fare un controllo per verificare se la lista del giorno dopo corrispondesse a quella del giorno prima.
S. da buon pariolino snob ci ha informato da tempo che lui a casa ha staccato il gas. Ne abbiamo preso atto. Informato G. che l’uovo nella pietanza di pesce che prepareremo non ci azzecca proprio, mi premuro a comunicare che mangeremo Tunnìna c’a cipuddàta[14], che in lingua si traduce in “Tonno con la cipolla in agrodolce”.

Avevo visto in mattinata che nei banchi di pesce c’era dell’ottimo tonno ed avevo chiesto a Carmine di acquistarne in quantità adeguata per ciurma e passeggeri.
Avevo anche provveduto, girando per botteghe, a costituire le provviste di vino per la cena e per eventuali ritorni di desiderio. Due delle bottiglie di Cerasuolo di Vittoria acquistate furono destinate all’accompagnamento del robusto piatto di pesce con cui avremmo festeggiato la partenza per la prossima tappa.
Il vino scelto è un vino DOCG [15], frutto della sapiente miscelazione di uve Nero d’Avola e Frappato. L’abbinamento col tonno è superlativo. Temperatura di servizio non superiore ai 16° né inferiore ai 14°.

Ceniamo in estasi, esperienza mistica che il tonno con la cipolla induce storicamente negli spiriti più sensibili. Fra l’imbarazzo dei commensali ogni tanto, con la faccia rivolta verso sinistra, il collo un po’ ritorto, ad occhi chiusi, mugolo «Mi veni di chianciri… mi veni di chianciri..!» [16].

La sera si spegne così, sera di estasi e di afflato. Il fumo e l’ultimo vino ci portano verso la notte. Domani, con calma, faremo rotta verso le Eolie, dove visiteremo un grosso scoglio, Lisca Bianca: Antonioni vi girò le scene più drammatiche de L’Avventura. Viaggeremo molto lentamente, facendo alcune soste. Sono a casa e voglio godermi la costa orientale, le spiagge dei Siculi dove galleggiano, in acqua e a mezz’aria i ricordi più lontani.

La nostalgia è una malattia nobile contro la quale non ci sono vaccini.

Note

[9a]  “Il 2 febbraio 1873, il brick-goletta Pilgrim si trovava a 43° 57’ di latitudine sud e a 165° di longitudine ovest del meridiano di Greenwich”. Un capitano di quindici anni di Giulio Verne, Viaggi straordinari (Premiati dall’Accademia di Francia), Milano, Libreria di Educazione e d’Istruzione, Paolo Carrara Editore, 1906.

 [10]    Mediterraneo (1991), liberamente tratto dal romanzo S’agapò di Renzo Biasion, Einaudi, (1953), è un film generazionale, ovvero un’opera che identifica, esprime e incarna la riflessione storica di una determinata generazione. Nello specifico, il regista si riferisce a quella che agli inizi degli anni novanta si ritrova orfana di impegno politico «in bilico tra un’utopia che sfuma e un realismo che incombe». Lo ha scritto Roberto Escobar su MyMovies e con lui pienamente concordo. Dopo il riflusso degli anni ottanta la caduta del muro aveva abbattuto teneri argini e vinto resistenze ormai indebolite. Nel sito, su “Mediterraneo”leggi qui.

[11]   Sud passa spesso in televisione. Per chi volesse acquistarlo c’è sempre Amazon, che lo porta a casa – ancora senza drone – a 7,43€.

[12]   Festival del Cinema di Frontiera. «…frontiera, non come territorio ai margini, ma come la parte situata di fronte… Cinema di frontiera, non cinema di periferia, cascame di un cinema dominante, centripeto, che si difende: bensì un cinema che si interroga, che guarda all’altro da sé, aperto al nuovo. Un Cinema che sia punta avanzata verso l’esterno, avamposto e non retroguardia. Cinema di Frontiera inteso nel suo valore simbolico, oltre che geografico, nell’accezione più ampia del termine. Frontiere territoriali, culturali, ma anche dell’anima e dei linguaggi; punto d’incontro fra passato, presente e futuro. Frontiera non come limite, confine, ma finestra sull’universo, sugli universi circostanti e opposti. Cinema interculturale che cerca i caratteri congiungenti tra i popoli più che quelli divisori. È questo il Cinema di Frontiera…» Nello Correale, ideatore e Direttore artistico, su http://www.cinefrontiera.it/

[13]   Aniello “Nello” Correale è nato a Napoli nel 1955. Autore e Regista Sceneggiatore, regista e autore di programmi televisivi. Nel 1997 ha scritto e diretto il suo primo film Oltremare. Ha collaborato a molte sceneggiature tra cui Journey of Hope premio Oscar come miglior film straniero nel 1991. Ha scritto e diretto numerosi documentari per emittenti nazionali e internazionali, tra cui I ragazzi della Panaria nominato al David di Donatello nel 2005, Wolf on the Drum per Kazakh Film (la prima coproduzione Italia/Kazakhstan) e di La voce di Rosa – Rosa Balistreri la cantatrice di Licata. Ha ideato e dirige dal 2000 il Festival Internazionale del Cinema di Frontiera (Marzamemi-Sicilia).

[14]   Tunnìna c’a cipuddàta (Tonno con cipolla in agrodolce). La diffusione delle ricette di tonno anche all’interno dell’isola è dovuta alla conservabilità ed alla economicità, in quanto non esistono scarti. In dialetto è túnnu, ma si fa un distinguo con la femmina, la túnnina, considerata di maggior pregio. A riguardo, alcuni indicano la il termine túnnina un taglio del tonno, verso il petto.
Ecco la ricetta, che ho trovato fra i miei appunti di gastronomia (il piccolo Moleskine nero contiene reperti che custodisco gelosamente) e vita varia. L’ho confrontato – per non incorrere in gaffe che non mi posso assolutamente permettere – con la ricetta riportata in Profumi di Sicilia, Giuseppe Coria, prefazione di Antonino Buttitta, Vito Cavallotto editore, II edizione 2006:
Passare le fette di tonno nella farina; farle rosolare in un capace tegame con olio d’oliva evo (non lesinate gente non lesinate!); salare con moderazione, prelevarle dal tegame delicatamente e metterle a scolare l’eventuale eccesso di olio. Tagliare a fette larghe ma non troppo sottili le cipolle dopo averle decorticate e tenute per un po’ in acqua. Appena dorate sfumare con l’aceto nel quale sarà stato sciolto lo zucchero. Aggiungere quindi le fette di tonno precedentemente cotte, infilarle nella cipolla e fare insaporire per 5-6 minuti.
Ingredienti: 1kg di tonno tagliato a fette abbastanza spesse (1 cm), 4 cipolle grosse, 1 dl di aceto bianco (1/2 bicchiere), 1 cucchiaio di zucchero bianco. Gradevolissima l’aggiunta di foglioline di menta.

[15]   Denominazione di Origine Controllata e Garantita.

[16]   Mi viene da piangere… mi viene da piangere..!

Piccolo cabotaggio. (10). Dalle Tremiti a Isola Piccola (seconda parte)

di Tano Pirrone
http://www.ponzaracconta.it/2017/05/19/piccolo-cabotaggio-10-dalle-tremiti-a-isola-piccola-seconda-parte/

Il viaggio da Gallipoli alla Sicilia si è svolto regolarmente, senza fretta. Abbiamo passato in rassegna le coste calabre a distanza di sicurezza, rispettando scrupolosamente le indicazioni del portolano: Cirò Marina, Crotone, Area Marina di Capo Rizzuto, Le Castella, Soverato, Punta Stilo, Monasterace Marina, Riace Marina, Roccella Jonica, Gioiosa Jonica, Melito di Porto Salvo e poi giù dritti fino alla costa siciliana per raggiungere la nostra meta.
Ci aspettano due isole, anzi una, anzi sei. L’enigmatica chiusa del reportprecedente sarà sembrata ai pochi lettori residui un espediente per suscitare curiosità e stimolo a leggere la puntata n. 10, che poi è questa. L’isola che secondo il programma iniziale avremmo dovuto visitare è l’Isola Piccola nel piccolo porto di Marzamemi. Ma si può tralasciare l’opportunità di accennare all’isola gemella, incorporata artificialmente alla terra ferma? Non so voi, ma io certo non so resistere. E si possono tralasciare due piccole isole poco a sud di Marzamemi, l’Isola di Capo Passero e l’Isola delle Correnti, autentico, inattaccabile finisterrae? Non so voi, ma io certo non so resistere! E si possono trascurare altre piccole isole, isolette, isolotti che da qui alle Eolie ci troveremo sulla rotta? No, io non sono proprio capace; troverò il modo di infilarle a mo’ di piccole perle per farne un monile. E quindi, vento in poppa, decidiamo di fare una piccola variazione, che Ciro, lo skipper partenopeo che ci guida sulle rotte che già furono di Odysseus, fa sua senza battere riccio. Invece di andar dritto a Marzamemi, ci dirigiamo poche miglia più a Sud dove prima doppiamo Isola di Capo Passero e subito incontriamo l’Isola delle Correnti. Viriamo lentissimamente per tornare indietro, prendendoci tutto il tempo possibile per goderci lo spettacolo e parlarne fra noi.

L’isola delle correnti

L’Isola delle Correnti è un’isola-non isola, un’isola ad ore, nel senso che è collegata alla terraferma tramite un braccio artificiale, distrutto varie volte dalle onde del mare. Quando la bassa marea trasforma l’isola in una penisola, essa rappresenta l’estremo meridionale dell’isola siciliana. Ci andammo con mia moglie in un giorno cocente di luglio o di agosto; aspettammo che l’alta marea si ritirasse di quella spanna – non siamo in Normandia e i due fabbricati dell’isola non sono certo Saint-Michel – sufficiente per camminare nell’acqua senza bisogno di nuotare. Sul punto più alto dell’isola (ben 4 metri slm!) si erge un faro , dove decenni fa alloggiava il farista con la sua famiglia, di forma rettangolare, con davanti un ampio piazzale. Il faro è in fase di decadimento, essendo da anni in disuso. Prima di arrivare al faro, sulla destra, un edificio più piccolo, in stato di abbandono, la cui arcaica funzione mi è sconosciuta. Sull’isolotto cresce poca flora, ma vi abbondano piantine di porro selvatico, capperi e altri arbusti tipici della macchia mediterranea [1]. Dal 1987 l’isoletta è stata inclusa nel piano regolatore dei parchi e riserve naturali, per il peculiare ecosistema.

L’isola di CapoPassero

L’Isola di Capo Passero si affaccia di fronte alla cittadina di Portopalo [2], proprio nell’estrema punta meridionale della Sicilia. È isola da poco tempo, ché fino alla metà del XVIII secolo era collegata alla terraferma da un sottile istmo sabbioso. Lo testimoniano anche antiche mappe, che indicavano l’attuale isola come un piccolo promontorio roccioso. Successivamente le correnti hanno determinato la sommersione di questa lingua di sabbia, formando così l’attuale canale largo circa 300 metri. Estesa circa 35 ettari, accoglie due gruppi di costruzioni: il Forte, pregevole opera di architettura militare del ‘600, recentemente restaurata, cui dal 1871 è annesso un Faro e, sulla sponda occidentale, proprio di fronte a Portopalo, i caseggiati della vecchia tonnara (piede della tonnara [3], malfaraggio [4] e case).

Il forte

La vecchia tonnara di Portopalo

Poche miglia ed eccoci alla meta: l’Isola Grande, ormai inglobata nel molo, protegge a braccia aperte, quasi con tenerezza, il riparato porticciolo: al centro, come in un presepe marino, l’Isola Piccola, detta anche Isolotto Brancati dal nome di un medico chirurgo, Raffaele, che sull’isolotto costruì, forse su un precedente edificio, una bella casa, un villino, che occupa ancora oggi , insieme con il piccolo giardino alberato ed una piccolissima corte che lo cinge chiusa da un muretto, tutta la superficie dell’isolotto.

Di là dal muretto rocce affioranti ed il placido mare del porticciolo; sul davanti una vasca trapezoidale, comunicante col mare, forse una piscina. La casa ha un colore rosso stinto, tipico delle case cantoniere ed uno stile vagamente razionalista, che ci spinge a datare la sua costruzione verso la metà degli anni trenta del secolo scorso.

Vitaliano Brancati

Nel villino soggiornò anche Vitaliano Brancati [5] , saggista, scrittore e drammaturgo siciliano, autore anche di numerose sceneggiature per il cinema italiano [6]. I suoi romanzi sono diventati film famosi, che fecero epoca: Il bell’Antonio, Mauro Bolognini, 1962; Don Giovanni in Sicilia, Alberto Lattuada, 1967; Paolo il caldo, Marco Vicario, 1973. La Governante, Giovanni Grimaldi, 1974, è, invece, liberamente tratto dal suo dramma omonimo. Di lui Leonardo Sciascia ha scritto: “Brancati è lo scrittore italiano che meglio ha rappresentato le due commedie italiane, del fascismo e dell’erotismo in rapporto tra loro e come a specchio di un paese in cui il rispetto della vita privata e delle idee di ciascuno e di tutti, il senso della libertà individuale, sono assolutamente ignoti”.
Mio padre mi raccontava di averlo avuto compagno di collegio al San Michele di Acireale.

La foto d’istituto ritrae i convittori dell’anno 1919. Entrambi avevano 12 anni, essendo nati nel 1907 (mio padre il 7 marzo e Brancati il 24 luglio). Non so se il ricordo di quanto raccontato da mio padre sia vero o se si tratti di un falso ricordo. Lo scrittore siciliano morì giovane, nel 1954, vittima dell’audacia di un allora famoso luminare della chirurgia.
Marzamemi era all’origine un piccolo borgo di pescatori, nato attorno all’approdo, sviluppato dagli arabi che vi impiantarono una tonnara intorno all’anno mille.

Araba è l’origine del nome: marsà in quella lingua vuol dire porto o rada,o baia (Marsala = porto di Allah). Parecchie sono le ipotesi che si fanno, ma certo la più suggestiva è quella che accredita Marsà ‘al hamam, cioè “Baia delle tortore”, per l’abbondante passo di questi uccelli in primavera. La tonnara venne acquistata nel 1630 da una ricca famiglia nobile netina, che la potenziò, trasformandola in moderna industria, essendo, fra l’altro, la famiglia proprietaria di altre due tonnare, quella di Capo Passero, che abbiamo già visto, e quella di Fiume di Noto [7]. Oggi Marzamemi è frazione-frazionata (nel senso che appartiene per metà a Pachino e per metà a Noto). È proprio un vizio, la dualità, da queste parti! Dal porto di Marzamemi, in passato salpavano navi colme di mosto destinato ad innervare gli esangui vini del Nord Italia e d’Oltralpe. Oggi i mosti locali si trasformano in vini prodotti in loco da valenti enologi e che rappresentano una voce significativa nella bilancia commerciale siciliana e una forte attrazione per il turismo enogastronomico. Il piazzale dell’antico porto – cosidetto Caricatore – detto balàta, dall’arabo balàd, lastra, per via della pavimentazione con lastre di pietra, oggi è di giorno porto e di sera luogo di incontro e divertimento [8].

Lì dove si imbarcavano per porti lontani tonno, cotone e poi mosto e vino, arrivano turisti, risorsa di rilievo non solo economica. Marzamemi ha saputo adeguarsi senza grandi stravolgimenti, ma non senza qualche commento negativo sulla qualità dell’ospitalità.

Passando sotto un arco si accede nella Piazza Regina Margherita, dove affacciano le case dei pescatori, oggi botteghe o piccole case per l’estate, le due chiese, entrambe dedicate allo stesso santo – la dualità colpisce ancora! – e il Palazzo di Villadorata. Proprio in questa piazza e in questo palazzo si svolge il film di Gabriele Salvatores, Sud (1993) [9].

Sud film di Gabriele Salvatores

Note

[1]    http://www.nauticareport.it/dettnews.php?idx=18&pg=6275

[2]    Portopalo di Capo Passero. Comune autonomo dal 1974, conta circa 3900 abitanti. Nel 1996 in acque internazionali a circa 19 MN una vecchia nave di legno stracolma di poveracci in fuga provenienti da India, Pakistan, Sri Lanka affondò. Ci furono almeno 283 morti accertati. Una tragedia immane, dimenticata per anni, portata in Tv recentemente ne I fantasmi di Portopalo di Beppe Fiorello (2017).
Altri film girati a Portopalo: Agguato sul mare, Pino Mercanti (1955); Salvatore – Questa è la vita, Gian Paolo Cugno (2006); Malavoglia, Pasquale Scimeca (2010); Sicilia di sabbia, doc, Massimiliano Perrotta (2011).

[3]    Piede della tonnara. è l’appoggio delle reti sulla terraferma.

[4]    Malfaraggio. Nelle tonnare, il complesso dei fabbricati a terra destinati alla lavorazione dei tonni, a magazzini, ad alloggi ecc.

[5]    Vitaliano Brancati. (Pachino, 1907 – Torino, 1954) Nato da famiglia borghese nell’estremo lembo meridionale dell’isola, si trasferisce ben presto a Catania, la città che ispirerà la sua produzione matura offrendogli la scena teatrale delle sue vie e piazze barocche. Si laurea in lettere con una tesi su De Roberto. Confondendo, come tanti coetanei, la sua adolescenziale inquietudine con il velleitario ribellismo e l’enfatica mitologia del regime fascista dà inizio alla prima fase della sua produzione di scrittore, che più tardi rinnegherà, perché subalterna a modelli dannunziani e mussoliniani. Scrive anche opere di transizione, di cerniera fra la retorica delle prime prove e lo spirito critico della produzione matura. La conversione all’antifascismo si deve soprattutto all’influenza esercitata da Giuseppe Antonio Borgese, scrittore di respiro europeo e d’impronta liberale. Del 1934 è Gli anni perduti, il romanzo corale sul tedio della provincia e sul tempo dissipato, sull’inerzia dei giovani e sulle loro irrealizzabili utopie. Abbandona la Roma dei salotti letterari e delle redazioni di regime e sceglie di tornare in Sicilia, eleggendo quel microcosmo a oggetto dei suoi romanzi. Collabora con l’Omnibus di Leo Longanesi, fucina di anticonformismo politico e letterario e scuola di satira del costume. Attacca il patetico “gallismo” siculo, ma anche il velleitario tentativo di sottrarsi alle pigri abitudini e ai logori pregiudizi della provincia. Nel 1946 sposa Anna Proclemer da cui si separa poco prima della morte. Collabora a giornali e periodici di area liberal-radicale come l’Europeo, Il Tempo e Il Mondo di Pannunzio. Proprio sul Mondo esce a puntate Il bell’Antonio (1949), il romanzo-capolavoro, in cui la noia e lo scacco, e l’impotenza del protagonista, assurgono a metafore riassuntive, a chiavi di lettura di un’intera epoca storica. L’ultima fase della produzione brancatiana, più aspra e pessimistica, più aperta alle questioni e alle domande estreme culmina nel romanzo incompiuto (e postumo) Paolo il caldo (1955), amaro congedo dai miti della sicilianità, drammatica esasperazione d’una sensualità ossessiva, spietata autoanalisi compiuta sulla soglia della morte [estrapolato dalla voce Brancati Vitaliano, curata dal Prof. Antonio Di Grado in Enciclopedia della Sicilia, Franco Maria Ricci, 2007].

[6]    Alcune delle 22 sceneggiature scritte da Vitaliano Brancati: Anni difficili, Luigi Zampa (1948); Guardie e ladri, Mario Monicelli e Steno (1951); Altri tempi, Alessandro Blasetti (1952); Viaggio in Italia, Roberto Rossellini (1952); L’arte di arrangiarsi, Luigi Zampa (1954).

[7]    È il Tellàro, che nasce dai Monti Iblei, nei pressi di Palazzolo Acreide e scorre per 48 km, segnando il confine geografico fra le provincie di Ragusa e di Siracusa. Sbocca a nord di Vindicari. L’area della foce è sede di importanti resti archeologici, non ancora del tutto riportati alla luce, dell’antica Eloro. A pochi chilometri, in territorio di Noto, si trova la Villa romana del Tellàro, una ricca residenza extraurbana della tarda età imperiale romana.

[8]    http://www.ardilio.net/pachinesi/balata/balata.htm

[9]    Sud di Gabriele Salvatores (1993). Soggetto e sceneggiatura: Franco Bernini, Angelo Pasquini e Gabriele Salvatores; fotografia: Italo Petriccione. Interpreti: Silvio Orlando (Ciro Ascarone), Antonio Catania (Elia), Francesca Neri (Laura Cannavacciuolo). Premi: David di Donatello 1994 per il miglior suono in presa diretta; Nastri d’Argento 1994 per la migliore colonna sonora.
Trama. In una calda domenica primaverile, l’apertura dei seggi elettorali in un piccolo centro del Sud viene turbata dall’irruzione di tre cittadini italiani ed uno eritreo – tutti disoccupati – intenzionati, armi alla mano, ad occupare la scuola che ospita le votazioni. Il caso vuole che nella sede del seggio vi sia anche la figlia di un politico di spicco della zona, colluso con la mafia locale. Inoltre viene subito rinvenuta una scheda truccata, prova lampante dei brogli messi in atto dallo stesso politico. Inizia una trattativa tra gli occupanti, intenzionati a resistere ad oltranza, e le forze dell’ordine che alla fine del film sgomberano i quattro. La scena finale mostra come la stessa figlia dell’onorevole smascheri il broglio consegnando la scheda che lo prova ai Carabinieri.

[Piccolo cabotaggio. (10) Dalle Tremiti a Isola Piccola (seconda parte) – Continua]

Piccolo Cabotaggio (9). Dalle Tremiti a Isola Piccola (1°parte)

10 MAGGIO, 2017

di Tano Pirrone
http://www.ponzaracconta.it/2017/05/10/piccolo-cabotaggio-9-dalle-isole-tremiti-a-isola-piccola-prima-parte/

Lo sforzo di viaggiare nel Mare Nostrum fingendo di far poco caso alle tragedie epocali che in esso si svolgono è immane, e comporta inevitabile malessere. Ogni giorno ignoro o diluisco notizie e ricordi che con esse abbiano relazione nel tentativo di dare un tono più distaccato al tour che abbiamo intrapreso.
Credo che un atteggiamento garbato nei confronti della triste quotidianità rappresentata da guerre, esodi, morti e sofferenze possa far emergere una sensibilità più intima, meno spettacolare, che rifugga dalla gridata sensazionalità dei mass media: profluvi di esagitate notizie micronizzate, uperizzate, in confezione tetrapak multicolore.
Di conseguenza, l’incipit di questo capitolo è affidato ai versi di una poesia di Thomas S. Eliot [1], tratta dalla raccolta The Waste Land (La terra desolata), 1922, considerata la sua opera poetica più celebre, un capolavoro della poesia modernista:

La morte per acqua [2]

Phlebas il Fenicio, da quindici giorni morto,
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare,
E il profitto e la perdita.
Una corrente sottomarina
Gli spolpò l’ossa in sussurri. Come affiorava e affondava
Passò attraverso gli stadi della maturità e della giovinezza
Procedendo del vortice.
Gentile o Giudeo
O tu che giri la ruota e guardi sopravvento,
Considera Phlebas, che un tempo fu bello, e alto come te.

È un pomeriggio mite quello che ci avvolge con tenerezza nel porto di Gallipoli, dove siamo giunti dopo aver viaggiato per tutto un giorno ed una notte.

Siamo ospiti di una nuova barca, la Capitan Koch. L’Albatros ed il suo equipaggio, cui ci eravamo affidati per la discesa dell’Adriatico, dal Lido di Venezia fino alle Tremiti, è tornata indietro con nuovi clienti, arrivati a San Nicola con la barca su cui noi proseguiamo per Jonio e Tirreno.
Era stato lo stesso Menigo, lo skipper [3] dell’Albatros a proporci lo scambio. Questa staffetta era stata sperimentata in precedenza con reciproche convenienze e soddisfazioni per armatori, equipaggi e passeggeri. L’opinione di S. e di G. fu determinante, avendo entrambi, soprattutto il primo, esperienza di navigazione.
Trasferimmo da una barca all’altra i nostri bagagli e la cambusa residua, da noi finalizzata ai nostri regimi alimentari di aspiranti ottuagenari. La cantina, però, era stata opportunamente rinforzata con un paio di dozzine di bottiglie dell’ottimo vino bevuto a sostegno e conforto della Tiella ’e mare, sacrificata alla nostra insaziabile curiosità nell’ottimo ristorante affacciato sul porticciolo di San Nicola.

Il nuovo equipaggio è composto da due marinai provetti, entrambi napoletani, più precisamente di Portici, da cui il mio amico Ciro afferma provengano i marinai migliori, più affidabili. Antonio, lo skipper, ha un curriculum di tutto rispetto e porta con indifferenza un casco di capelli ricci, che per un trio di pelati come il nostro, rappresenta una vera e propria provocazione. Carmine è un giovane di circa trent’anni, chiaramente di ceppo normanno: per complessi processi carsici, le inconfondibili caratteristiche dei popoli del Nord, che avevano conquistato la Sicilia ed il meridione d’Italia, erano riemerse in tutta la loro originalità, ritrovandosi in lui ben armonizzate. Alto, biondo-rossiccio, con la pelle biancastra ed un’ossatura potente, di poche parole, come ogni buon marinaio. Entrambi sapevano cucinare ed erano pratici di Jonio e Tirreno. Rassicurati da entrambe le qualità dichiarammo aperta la fase due del viaggio.

Siamo partiti verso le 9 da San Nicola e con una media di circa 8 M orarie e viaggiando anche la notte abbiamo doppiato Capo Santa Maria di Leuca [4] verso le 7 di questa mattina. Non ci fu stanchezza o rèuma che ci impedì, ben imbacuccati, di goderci lo spettacolo dell’alba. La luce bruciata del Levante incorniciava il Faro, opera dell’Ing. Achille Rossi [5], bianca torre, abbacinante visione, maestoso minareto.


Il fascino dell’estrema frontiera, ove termina ogni terra ed inizia il Mare, il Finibus Terrae dei romani, è richiamato in versi con visionarietà straordinaria da Vittorio Bodini [6], traduttore e poeta salentino, in questa bellissima poesia:

Finibusterrae [7]

…e tornerà
il bianco per un attimo a brillare
della calce, regina arsa e concreta
in questi ultimi luoghi dove termini, Italia, in poca rissa
d’acque ai piedi d’un faro.
È qui che i salentini dopo morti
fanno ritorno col cappello
in testa.

Sostiamo a Gallipoli per ripartirne domattina in direzione della punta meridionale della Sicilia, trascurando per ragioni esclusivamente di tempo ogni sosta in altri porti continentali. La parte della giornata che ci aspetta la dedicheremo ad un visita della lucente perla dello Jonio, ricca di monumenti ed architettura barocca, chiese e palazzi, castelli e fortificazioni, testimonianze di un passato di ricchezza e di dominazioni, dal lontano neolitico ai Messapi, dai Romani ai Bizantini, dagli Arabi ai Normanni, dagli Angioini ai Borboni. Difficile non resistere a tanta offerta, sapendo, fra l’altro, che avevamo prenotato un tavolo in un ottimo ristorante, dove notoriamente ci si leccano i… baffetti!
Il nostro lento peregrinare in questo scrigno ricolmo di bellezze, suggestioni e memorie, come da tradizione termina nel noto ristorante posizionato lungo i bastioni.
Non siamo soli, ci accompagnano anche Antonio e Carmine. Comodo tavolo per cinque con vista sulla baia. Dopo breve attesa cominciano ad arrivare polpettine di polipo, cozze gratinate, lu purpu a’ pignatta [8], la scapece [9], scorfano all’acqua pazza e due dolci tipici, il gelato spumone gallipolino [10] e i pasticcini di mandorle divini amori.
La scelta dei vini è indirizzata del proprietario, gentile e competente sommelier: la Puglia trabocca di vini rossi e liquorosi, mentre ha pochi e non molto conosciuti bianchi.
Dopo l’iniziale, inevitabile disputa in cui ha la peggio G., il quale, riservandosi comunque le parti civili, imprime a sangue nella nostra coscienza il suo ormai famoso «C’è qualcosa che non mi convince!» che cade nel vuoto assoluto generato dalla nostra scelta fiduciosa. Beviamo, subito soddisfatti, un bianco Castel del Monte, le cui uve maturano sotto l’occhio vigile del metafisico castello di Federico II e sono vinificate con raffinata sapienza. Il risultato è un vino giallo paglierino gradevole e delicato, che si sposa perfettamente con i crostacei ed i piatti di pesce. Chiudiamo, dopo lo spumone e i dolci, con un Passito Ambra Bianco, che preso subito il comando, mette in fila indiana i cinque del Capitan Koch, portandoci tutti fino alla barca.

Facciamo colazione cazzeggiando sulla serata precedente e dando fondo alle batterie dei cellulari per leggere i numerosi messaggi che erano pervenuti con l’ingombrante bagaglio di foto, Gif [11] e battute, quando: «Ma in questa tappa non parli di film?» la butta là G. con un sorrisetto beffardo messo a punto in lunghi secoli di schermaglie col mondo intero, certo di avermi preso in castagna: «Possibile che da Gallipoli non dobbiamo portarci via il ricordo almeno di un film
Aspettavo la domanda e quindi fui, secondo un rituale accreditato, prontissimo a ribattere. Ben ancorato alla sèggiola e con la mano destra, che aveva mollato immediatamente la tazzina del caffè, tesa e coll’indice dritto verso di lui, untuosamente replicai: «Ti ringrazio per la domanda. Mi dai l’opportunità di parlarne, ché di scriverne avevo intenzione di farlo dopo, durante la navigazione».

Gallipoli, punto di partenza per la tappa che ci porterà in Sicilia, è stata punto di arrivo del viaggio allucinante di Aldo, Giovanni e Giacomo nel film Tre uomini e una gamba (1997), diretto da loro e da Massimo Venier [12]. È un divertente road movie da Lodi a Gallipoli, dove Giacomo deve sposare la terza figlia di Eros Cecconi (Carlo Croccolo), trucido e irascibile proprietario della ferramenta “Il Paradiso della Brugola”, in cui tutti e tre lavorano. Aldo e Giovanni sono sposati con le due altre figlie di Cecconi. Trasportano, da Milano a Gallipoli, molto attesa dal suocero, un’opera d’arte, una gamba, che la morte reputata prossima dell’artista farà enormemente aumentare di valore. Una serie di eventi esilaranti fa maturare nei tre il desiderio di affrancarsi dalla schiavitù. Arrivati alla villa di Gallipoli decidono di lasciare davanti al cancello la gamba e di conquistare la libertà.

Naturalmente a Gallipoli non è stata girata neanche una scena: tranne una girata a Milano, Roma e la campagna romana hanno offerto tutte le location necessarie. Il film, che contiene alcuni dei loro corti ed altri numeri fatti in Tv o in teatro, ebbe un’ottima accoglienza di pubblico e di critica. Passa spesso in tv. I soliti patiti del ce l’ho possono acquistarlo su AmazonIbs ecc. ad un prezzo inferiore ai 10 €.

Salpiamo con calma verso la Sicilia, vedendo Gallipoli allontanarsi pian piano, con la promessa di tornarci, magari con i necessari rinforzi. Ci aspettano due isole, anzi una, anzi sei. Il viaggio sarà lungo. Parleremo, leggeremo e vedremo dei film.

Le schiere vocianti dei ragazzini che vengono portati in visita al Bioparco di Roma in file interminabili sono lontane e potremo godere di quel silenzio-non silenzio che solo il mare sa garantire.

Note

[1]    Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965) è stato un poeta, saggista, critico letterario e drammaturgo statunitense naturalizzato britannico. Premio Nobel per la letteratura nel 1948.

[2] Dal canto IV La morte per acqua. Ringrazio il caro amico Fulvio per avermela fatta conoscere, suggerendomene la citazione.

[3] Nel mastodontico idioma burocratico italiano si traduce in padrone marittimo, il comandante, cioè, colui che ha la piena responsabilità anche civile e penale dell’imbarcazione e il comando assoluto dell’equipaggio, cioè, in estrema e chiarificatrice sintesi, nel nostro caso, dell’altro marinaio.

[4] L’estremità SE dell’Italia, punto estremo della penisola Salentina, sul mar Jonio, 32° 46’ di lat. N.

[5] Il Faro di Santa Maria di Leuca, progettato dall’ing. Achille Rossi e fatto costruire nel 1864 al posto di una torre anticorsara voluta da Filippo II su punta Meliso, fu fatto funzionare per la prima volta la sera del 6 settembre 1866. Si erge fino a 47 m dal suolo e a 102 m dal livello del mare, con all’interno una scala a chiocciola di 254 gradini.

[6] Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970). Traduttore di molte opere in lingua spagnola, fra cui una decantata versione del Don Chisciotte di Cervantes. Autore di poche preziosissime raccolte di poesie. Ciò che caratterizza principalmente le opere, le poesie, e più in generale il pensiero di Bodini è la sua concezione del Sud, con le mille contraddizioni, le tante difficoltà, i molteplici limiti, ma anche con l’irresistibile fascino ed il fortissimo richiamo; una sorta di attrazione-avversione, di odi et amo, una denuncia tanto sincera quanto dolorosa della situazione del Sud e della sua gente.

[7] Dalla raccolta postuma Poesie, 1972, Mondadori. Oggi disponibile nella raccolta onnicomprensiva delle opere di poesia di Bodini Tutte le poesie, a cura di Oreste Macrì edita da Edizioni mediterranee (Amazon, € 17,00):

Vorrei essere fieno sul finire del giorno
portato alla deriva
fra campi di tabacco e ulivi, su un carro
che arriva in un paese dopo il tramonto
in un’aria di gomma scura.

Angeli pterodattili sorvolano
quello stretto cunicolo in cui il giorno
vacilla: è un’ora
che è peggio solo morire, e sola luce
è accesa in piazza una sala da barba.

Il fanale d’un camion,
scopa d’apocalisse, va scoprendo
crolli di donne in fuga
nel vano delle porte e tornerà
il bianco per un attimo a brillare
della calce, regina arsa e concreta

in questi umili luoghi dove termini, Italia, in poca rissa
d’acque ai piedi d’un faro.
E’ qui che i salentini dopo morti
fanno ritorno
col cappello in testa.

[8] La pignatta è recipiente di terracotta, usato come padella in molti piatti locali. Gli ingredienti sono: un polpo a pezzetti, cipolle, aglio, alloro, origano, olio evo. L’insieme si fa cuocere a fuoco lento per un’ora. Il risultato è un polpo in umido con tutti i sapori del mare e della campagna salentina (mailto:www.gallipolionline.com/scopri-lacitta/la-cucina-tipica/).

[9] Quando Gallipoli, che per lunghi periodi era assediata da potenze straniere e subiva la fame, l’ingegno del popolo pensò un modo per conservare il pesce. Il risultato di questa ricerca è la gustosa scapece, cioè un pesce di piccole dimensioni (boghe o zerri, ad esempio) fritto e fatto marinare tra la mollica di pane imbevuta di aceto e zafferano (da cui il colore giallo del piatto) all’interno di tinozze (mailto:www.gallipolionline.com/scopri-lacitta/la-cucina-tipica/). La boga (il nome deriva dal greco e significa occhio di bue) ha una caratteristica inusuale: nasce femmina e invecchiando diviene maschio.

[10] A Gallipoli ha preso piede una versione del celeberrimo spumone, specialità di gelato presente in tutto il Meridione, a base di gelato alla nocciola o al cioccolato con un ripieno di quella che viene chiamata crema Plombières aromatizzata con Marsala o Benevento, cioccolato fondente a pezzetti e croccante di mandorle tostate e tritate.

[11] Il GIF (Graphics Interchange Format) è un formato per immagini digitali di tipo bitmap molto utilizzato nel web. L’estensione GIF viene usata per i file di grafica memorizzati secondo uno standard definito da CompuServe e divenuto molto diffuso grazie a Internet.

[12] Massimo Venier (Varese, 26 marzo 1967) è un regista e sceneggiatore italiano. Collaboratore della Gialappa’s Band (autore di Mai dire… dal 1990 al 1997), è noto per aver diretto e scritto molti film con il famoso trio di comici italiani formato da Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti. Con il trio è anche autore in teatro di Tel chi el telùnPotevo rimanere offeso! e della trasmissione televisiva Aldo Giovanni e Giacomo Show.

[Piccolo cabotaggio. (9). Dalle Isole Tremiti a Isola Piccola (prima parte) – Continua]

Le parole del cinema: artista

In una toccante scena de Il cielo sopra Berlino di Wenders, la trapezista Marion ha appena saputo che il circo deve chiudere perché non è più in grado di pagare le spese. Riflettendo amaramente sulla precarietà della sua esistenza, soggiunge: Ich weiß nur, keine Artistin mehr, che nella versione italiana suona “so solo che non farò più la trapezista”. In tedesco, infatti, Artisten sono gli acrobati e i giocolieri, non coloro che noi chiamiamo solitamente artisti, ovvero pittori, scultori, musicisti, scrittori ecc. Per loro, il tedesco ha una parola più nobilitante: Künstler.

Tuttavia, tradurre “non sono più un’artista” sarebbe stato proprio sbagliato? Dopotutto, abbiamo forse una parola apposita per designare chi si esibisce nei circhi e nelle strade, o non lo definiamo, appunto, “artista circense” o “di strada”? Chiaramente, la nostra esitazione deriva dal fatto che, quando diciamo artista, intendiamo precipuamente chi pratica le “belle arti”. Ma anche quelle non “belle” le chiamiamo pur sempre arti: non solo definiamo arte qualunque mestiere, dal fabbro al medico, ma parliamo di arte della guerra, dell’arte di arrangiarsi e, peggio ancora, di voci false diffuse ad arte o di un imbroglione che, con le sue arti, raggira un povero malcapitato; per non parlare dei derivati “artato”, “artefatto” e “artificioso”. Ma allora, cos’è l’arte? E quand’è che le arti “belle” si sono sdegnosamente innalzate al di sopra delle loro cenerentole sorelle?

In latino ars, corrispondente al greco téchne, indicava anzitutto l’abilità acquisita con lo studio o la pratica, in opposizione a ciò che è naturale: era ars qualunque attività che richiedesse apprendimento, dal nuoto all’oratoria, dalla culinaria alla scultura. Parimenti, chi praticava un’ars, artista o artigiano che fosse, era chiamato artifex. La parola artista, inesistente in latino classico, compare solo in epoca medioevale per indicare docenti e studenti di “arti liberali”, discipline teoriche e quindi degne di un uomo libero, come grammatica, retorica e aritmetica. Nella letteratura romanza, è Dante il primo a usare la parola artista, nello stesso senso dell’artifex latino. Fu nel XVIII secolo che si verificò la frattura tra arte e artigianato, quando le “belle arti” (poesia, pittura, scultura, architettura e musica) si elevarono al di sopra di quelle “meccaniche”; infine, nell’Ottocento, si consolidò l’idea dell’arte come creatività che nasce dall’ispirazione e va contemplata per puro piacere estetico, mentre l’artigianato è pratica utilitaristica, mera operatività. Così nasce il concetto moderno di artista – e le nostre accalorate discussioni su cosa sia arte e cosa no.

E in tedesco, com’è avvenuto l’estremo restringimento semantico del termine Artist? A fine Settecento, in Francia, nacquero i café-concerts, locali in cui si svolgevano spettacoli di “arte varia”. I francesi chiamavano artistes coloro che vi si esibivano, perciò in tedesco la parola Artist passò ad indicare gli artisti di varietà, e poi soprattutto quelli circensi e di strada. Anche in inglese, nello stesso periodo, avvenne una cosa simile: al termine artist si affiancò il francesismo artiste, per designare chiunque si esibisca davanti a un pubblico. Noi italiani, invece, abbiamo voluto conservare un unico termine che abbraccia Dante, Petrolini e gli acrobati circensi: una parola plurivoca e funambolica, sempre sospesa, come Marion, tra l’aerea poesia del trapezio e la dura prosa del quotidiano. Dalla omonima voce in unaparolaalgiorno.it

Pubblicare Woody

Michele Serra ci perdonerà se utilizziamo, oggi, il suo fondino di ieri per inserirlo, coi dovuti riferimenti, in Odeon. Lo facciamo perché siamo convinti in pieno che la posizione di Serra sia corretta e che questo fuorviante utilizzo del politicamente corretto si risolve spesso in persecuzioni che poco hanno a che fare con la giustizia.  Michele Serra ha sempre parole semplici per parlare di fatti complessi. È una dote rara, che gli invidiamo. Grazie Michele e buon lavoro.
Tano Pirrone

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La Repubblica, 4 maggio 2016
L’Amaca

PUBBLICARE WOODY di Michele Serra

Davvero non si riesce a credere che Woody Allen non trovi un editore americano disposto a pubblicare la sua autobiografia, perché porta lo stigma della scorrettezza sessuale. Analogo iter di castrazione professionale grava, in America, su attori e artisti coinvolti a vario titolo in vicende di molestie, come se non bastassero tribunali e processi per dare soddisfazione alle vittime e sancire le pene. Come se per editori e produttori valesse una norma implicita di pavidità e conformismo (due tra i vizi più nefasti per la cultura) che porta alla censura preventiva come supplemento di pena per artisti caduti in disgrazia. Se un truffatore o uno scassinatore scrivessero, magari in carcere, un grande romanzo o un libro di poesie, verrebbe in mente a qualcuno di vietarne la pubblicazione a causa della fedina penale dell’autore?
Quanta letteratura e quanto cinema andrebbero distrutti per “punire” autori depravati o semplicemente censurabili nei loro comportamenti privati?
Sulla scia della legittima campagna di denuncia detta #MeToo galleggia dunque il cadavere della libertà artistica, e questo è un problema enorme, prima di tutto, per #MeToo stessa. Se la causa dell’inviolabilità sessuale genera puritanesimo, vergogna, repressione, vuol dire che l’obiettivo è stato equivocato. Un conto è denunciare il ricatto sessuale come forma di potere e di prevaricazione, come inaccettabile vaglio maschile sul lavoro e sul talento delle donne. Altra cosa è la cappa di moralismo che pretende di rimettere le mutande a un’epoca che se le è sfilate da tempo, e non sempre per nuocere.