NOVECENTO, UNO…NOVECENTO, DUE… AGGIUDICATO

di Tano Pirrone

Mettendo a posto appunti, bozze, stampe e depliant di film e spettacoli teatrali visti e recensiti quest’anno ho trovato un breve appunto, con pochi riferimenti: «Strano recensire la prima di uno spettacolo, che, con lo stesso attore e lo stesso regista, ha debuttato venticinque anni orsono. Non c’ero quella sera…». Le poche migliaia di neuroni superstiti non mi hanno aiutato a ricordare di che cosa si trattasse. Ho fatto, però, una breve veloce ricerca nei miei archivi ed ho trovato: parlavo del bravissimo Eugenio Allegri e di Gabriele Vacis, che hanno riportato sulle scene Novecento. Un monologo al Teatro Eliseo, la scorsa stagione. Assistetti alla prima e la recensii.
Per i tre lettori curiosi, di seguito, riporto il breve articolo.

NOVECENTO.UN MONOLOGO, regia di Gabriele Vacis, con EugenioAllegri.

“Ho scritto questo testo per un attore, Eugenio Allegri, e un regista, Gabriele Vacis. Loro ne hanno fatto uno spettacolo che ha debuttato al festival di Asti nel luglio di quest’anno”. È l’incipit della breve presentazione che Alessandro Baricco scrive per Novecento. Un monologo; prosegue chiedendosi, dubbioso, se quello che ha scritto è un testo teatrale. Dal debutto, in quasi venticinque anni, sono andate in scena oltre 500 repliche con più di 200.000 spettatori. Questi numeri sono la risposta al retorico interrogarsi di Baricco.

Baricco legge al Sociale Novecento, 2019

Non c’eravamo ad Asti quell’estate, ma c’eravamo alla Prima all’Eliseo, il 2 aprile di quest’anno. Nel frattempo abbiamo letto più volte, e riletto ora, per l’occasione, il breve testo di Baricco; visto e rivisto il bel film che Giuseppe Tornatore ha realizzato nel 1998 con grande successo di pubblico e di critica. Lo stesso successo che è arriso, giustamente, al testo e allo spettacolo teatrale.
La storia inizia il 1º gennaio 1900, quando Danny Boodman, un macchinista nero del transatlantico Virginian, trova un neonato abbandonato in una cassa di limoni nella prima classe della nave. Danny dà al bambino il proprio nome, aggiungendovi le parole della scritta sulla cassetta in cui l’ha trovato “T.D. Lemon” (pensando che il significato di “T.D.” fosse “Thanks Danny” e che quindi lui fosse destinato ad allevare il bambino) ed il secolo dell’anno in cui ha trovato il bambino: Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, che sarà poi chiamato soltanto con l’ultimo dei suoi appellativi.

Eugenio Allegri in Novecento, regia di Gabriele Vacis

Il piccolo cresce sul piroscafo, che fa la spola fra Europa e America, senza mai scendere a terra. Diventa un prodigioso pianista, che batte in una mitica tenzone anche uno dei grandi padri del Jazz: “Jelly Roll” Morton. Rimarrà per sempre sulla Virginian fino alla morte, sua e della sua nave, fatta saltare in aria con la dinamite, perché ormai inservibile.
Eugenio Allegri, nelle vesti del narratore, il trombettista Tim Tooney, è un vortice di bravura: usa la voce come un’orchestra, alti bassi gravi acuti, e il corpo come una macchina per costruire immagini, gira come una trottola senza fermarsi, dilata la narrazione, sospende, riprende, evoca, conquistando il pubblico e mettendo a frutto l’articolatissima esperienza: teatro sperimentale, Commedia dell’arte, messa in scena di opere di contemporanei, prima sconosciute ai più; autore egli stesso e regista.

Gabriele Vacis

A dirigere lo spettacolo sempre lui, Gabriele Vacis dalla lunga e ricca carriera: sperimentatore con impegnativi progetti a sfondo sociale; nella lirica, con opere di autori contemporanei; nel teatro antico con tecniche innovative; nel cinema; nell’intreccio di linguaggi a scopo pedagogico; nella direzione di grandi eventi.
Due straordinarie carriere intrecciate con quella di Baricco. A questa “treccia” è appeso il meritatissimo successo di questa edizione, di cui siamo stati emozionati testimoni al Teatro Eliseo di Roma.

Novecento non è solo un film

di Tano Pirrone

Nel riuscitissimo film di Roberto Faenza Sostiene Pereira (1995), tratto dall’altrettanto riuscito e avvincente romanzo di Antonio Tabucchi, il protagonista, Pereira, anziano giornalista, vedovo, ogni volta che entra ed esce da casa parla con il ritratto della moglie; le racconta la sua – fino ad allora – monotona vita di curatore della rubrica culturale su un giornale di Lisbona; le chiede consigli. Si comporta, insomma, come se la donna fosse ancora presente nella sua vita e assolvesse al compito rassicurante di confidente e consigliera.

Sostiene Pereira, di Roberto Faenza, 1995

Walter Veltroni nel suo gradevolissimo ultimo libro, Assassinio a Villa Borghese (Marsilio), fa fare quasi la stessa cosa allo sfigato – fino ad allora – protagonista, l’eterno aspirante commissario Giovanni Bonvino.

Ma non è al ritratto della moglie scomparsa (scomparsa, sì, ma in fuga con un nuovo amore) che rivolge le sue attenzioni, bensì ad un poster di un attore, scomparso da tempo, immaturamente, che pochi ormai ricordano, e che per questo, oggi, ne scrivo: Nik Novecento, al secolo Leonardo Sottani, attore prediletto di Pupi Avati – icona, come si dice oggi del regista bolognese – con cui lavorò in sei film: Una gita scolastica, 1983; Noi tre, 1984; Impiegati, 1984; Festa di Laurea, 1985; Ultimo minuto, 1987; Sposi, 1987. Partecipò anche ad altri due film: Una domenica sì, Cesare Bastelli, 1986 e Strana la vita, Giuseppe Bertolucci, 1987.

Nik Novecento

Fu molto attivo in televisione: appariva ogni sera su Canale 5, nel Maurizio Costanzo Show, riscuotendo con la sua aria di falsa (o vera?) ingenuità e le sue simpatiche battute un gran successo di pubblico sia tra i giovani che tra gli spettatori più maturi. Morì il 15 ottobre 1987 a soli 23 anni per una malformazione cardiaca di cui soffriva fin dalla nascita. Per morire scelse la sede della società di produzione di Pupi e Antonio Avati, in Prati. Naturalmente era di Pontecchio Marconi, in provincia di Bologna. Mentore e pupillo hanno contribuito a darci quel cinema della memoria, cui siamo molto legati e che lo portò ad essere amico di Federico Fellini tanto da progettare – senza esito – un film insieme.
Due ultime cose: la parte del giornalista, vaso di coccio che diventa eroe con un inaspettato colpo di reni della sua coscienza è affidata da Faenza ad un Marcello Mastroianni straordinario, calato perfettamente nel ruolo, senza gigionerie e con immedesimazione esemplare. È una delle ultime volte che Marcello sale sul set; concluderà la sua immensa carriera, già malato e provato dalla fatica di sopravvivere, con la partecipazione a Viaggio all’inizio del mondo di Manoel de Oliveira, 1997. L’altra questione è sul perché Veltroni abbia inserito nel poliziesco fresco di stampa il riferimento ricorrente a Nik Novecento. Quasi sicuramente lo avrà conosciuto; non trovo nulla che colleghi i due e non ho avuto modo di chiederlo in occasione della presentazione del suo libro alla Casa del Cinema, perché il libro non lo avevo ancora letto e non sapevo che vi abitasse il gradito ricordo di Nick. Indagherò. Intanto… ciao Nik, e grazie!

Mi sono innamorato di Sofia

di Tano Pirrone

Per amore di un amico ho dovuto recitare in pubblico il testo di una canzone napoletana. Ora, io sono siciliano da quando, due millenni e più di mezzo, addietro, un mio nonno emigrante partì dalle rive delle Grecia e sbarcò nella Trinacria d’oro, ricca a dismisura di ogni ben di dio e libera e felice di essere posseduta da mani operose ed aratri inesorabili. Quarant’anni di Roma poco hanno inciso sulla mia cadenza siciliana e le rade letture napoletane poco o niente potevano contribuire ad avvicinare il mio parlare alla lingua fioritissima di Eduardo e di Murolo. Inoltre, estrema cattiveria, impunita malvagità, prima di me recita in un napoletano antico, strascicato, bisturi d’anima, un vecchio coetaneo, attore, finissimo dicitore, auriga per ascolti inenarrabilmente coinvolgenti. Nulla avendo da perdere mi sono buttato, – non, come meritavo, sotto la funicolare che passa a poche decine di metri dal Teatro Diana, lì dove avveniva il mio scempio – ma nella suicida lettura. I consigli dei miei amici napoletani (raddoppi delle iniziali di pizza, PPPPizza!) ed altri sotterfugi furono messi in pratica e sotto il caldo manto di una benfattissima collaboratrice di Erato, Melpomene e Talia, lessi e riscossi la simpatia e la benevolenza dei saggi rappresentanti di un popolo che non lascia mai nessuno indietro, neanche un transfuga blaterante in lingue improprie.
Il testo – abbiate pietà per i termini che uso, ma tengo famiglia – il testo che lessi, al mio meglio (e al loro peggio) è quello che il divino Murolo scrisse per la canzone composta per Sophia, Sophia Loren, che sotto la guida di Vittorio De Sica è la procace pizzaiola, moglie di Giacomo Furia, nell’indimenticato film a episodi “L’oro di Napoli” tratto dalla omonima raccolta di racconti di Giuseppe Marotta, adattati da Cesare Zavattini, e girato nel 1954. Sophia aveva vent’anni ed il Vesuvio, se mi si consente, le faceva un baffo: bella, maliziosa, tutta curve, tornanti, abbondanze inusitate.

L’oro di Napoli, di De Sica, 1954

Sophia è la bella pizzaiola puteolana che fa le pizze a credito nel rione Materdei. Lei è miele degli iblei per tutti i maschi del quartiere ed il marito è – giustamente – gelosissimo. Nonostante la marcatura strettissima, Sophia ha un amante segreto, segretissimo, ma una distrazione sta per rendere nota la tresca. Infine Rosario, il marito sarà sempre più convinto del tradimento della moglie, la quale però potrà andare in giro a testa alta per la sua inattaccabile onestà.
La canzone di cui scriviamo non fa parte del film, ma, scritta e composta da Murolo, fu portata, poco tempo dopo alla notorietà e al successo da Beniamino Maggio.

Mi chiamo Pasqualino Lasottana,
e sono innamorato di Sophia,
la bella pizzaiola puteolana
ma quest’amore è solo fantasia,
m’ha sonno e dint’o suonno me credite
allucco: vengo ‘e pizze, favorite!
Ah Sophia Sophia,
io me sento d’ascì pazzo
quando penso alle tue pizze
più non posso riposar.
Ah Sophia Sophia,
ma che suonno me facesse
‘ncopp’e ‘ppizze m’addurmesse
e nun me scetasse “cchiù!

Ora basta, però! Chi vuole capirci di più, e meglio, deve leggere il libro delizioso e farcito di notizie e di ricordi del mio caro amico Renato Ribaud “non c’è PIZZA senza NAPOLI” (Adriano Gallina editore, 2019).


Nel libro l’omaggio alla pizza è completo, armonico, e indizio di un amore che trascende la stessa pizza, ed è diretto alla sua città natia, Napoli ed al groviglio inestimabile rappresentato dalla cultura partenopea, Mater matuta generosa e prolifica di scrittori, poeti, pittori, teatranti, cantanti e musicisti, che hanno fatto grande Napoli, e con essa l’Italia.
M’aggio scurdato ca doppo tutto ‘stu bene ‘e ddio m’hanno ditto ch’aggia partì n’ata vota ‘p’accumencià d’o capo!

C’erano una volta i cinema. Il cinema Aurora

di Tano Pirrone

Nell’edizione romana de La Repubblica di oggi (è il due di dicembre) potete trovare una bella intervista di Franco Montini a Max Giusti, il bravo e noto uomo di spettacolo, che racconta perché, lui, romanissimo, è andato ad abitare fuori dalla città. Il rumore, il disordine e il degrado civico lo hanno spinto ad un esilio amaro, ma necessario per la propria sopravvivenza. Ricorda, ad un certo punto (ma leggetela, per favore): «Da bambino e adolescente, ho vissuto con la famiglia nella zona di corso Francia e, per arrivare al centro della città, prendere l’autobus numero 2, che portava a piazzale Flaminio: era un’esperienza vissuta come un’avventura. E poi ricordo le passeggiate fino a ponte Milvio per raggiungere l’Aurora, un cinema di seconda visione con le sedie di legno reclinabili, che oggi non esiste più.

Ed è questo che voglio ricordare, il Cinema Aurora, che, in triste compagnia di decine di altre sale, hanno chiuso i battenti e si sono… sono state, meglio, trasformate in supermercati, ristoranti alternativi e quant’altro oppure lasciate abbandonate in attesa di qualche lucroso affa
Il Cinema Aurora macinava sogni vicino Ponte Milvio: ci passavano le seconde visioni, servite amorevolmente agli spettatori seduti in poltroncine di legno reclinabili. Non ho trovato nulla su questa sala, facendo la mia solita ricerca sul web. Invece ho scoperto che altre sale con lo stesso ben auspicante nome in altre città hanno cambiato funzione, ma conservando la missione di ospitalità e ricreazione. Come l’omonimo cinema di Livorno, diventato circolo privato, in cui si chiacchiera, si mangia, si beve: è pub, teatro, sala di concerti e, come dice la presentazione, molto altro ancora (https://ex-cinemaaurora.blogspot.com/).
Chi avesse notizie sulla Sala di cui oggi brevemente ci siamo occupati, cortesemente ce le fornisca, inserendole nei commenti. Noi cercheremo di continuare ad occuparci di questi luoghi sacri in cui danzano nottetempo in cerchio le Muse attorno alla più giovane, la Decima Musa, che assiste e protegge il Cinema, ultima delle Arti.

Il dolore: diari della guerra

da Marguerite Duras e Peter Weiss

di Tano Pirrone

Da un teatro di guerra ad un altro, l’incantevole potenza rappresentativa di Elena Arvigo, quest’anno ci ha legati stretti al tema: da Andromaca, privata senza senso e pietà del figlioletto Astianatte nelle Troiane in scena al Teatro Greco di Siracusa, ai testi di Duras e Weiss, usati in perfetta sintesi per indagare spazi possibili di comprensione del razionale piano di sterminio condotto a termine con l’eliminazione di milioni di uomini, donne e bambini, in scena all’Argot Studio di Roma.

Le Troiane

Vittime, ricordano Duras e Weiss, furono anche coloro che tornarono, lacerati per sempre nel corpo e nell’anima, e coloro che li persero, li attesero, li ritrovarono, per perderli, come nella nostra storia, ancora una volta, perché tutto era cambiato e tutti si erano trasformati, tanto chi era tornato e chi, nell’attesa si era logorato.
Il diario, probabilmente autobiografico, di Marguerite Duras, racconta, attraverso la struggente interpretazione di Elena Arvigo, l’attesa del marito Roberto Antelme, deportato a Dachau, e il suo ritorno.

Elena Arvigo ne Il dolore: diari di guerra

I due, straniati e straziati, concluderanno il loro rapporto dopo poco con la separazione e il divorzio. Roberto scriverà “La specie umana”, testimonianza altissima della letteratura sui campi di sterminio, piena di lucida pietà e di grande dignità letteraria. Il testo mette in luce un aspetto fondamentale emerso dall’immane tragedia: i meccanismi su cui è basato il nazi – fascismo, che “non fu ideologia folle ma un regime razionale”.
La messa in scena e la immedesimazione di Elena Arvigo descrivono gli stati d’animo della donna in attesa e definiscono con coraggio e profondità la guerra delle donne, che inermi attendono, attanagliate da un dolore individuale che diventa rappresentazione dell’universale.
L’Argot Studio conferma con questo spettacolo la sua storia fatta di ricerca, scoperte, emozioni e scelte, di nuove e schierate sensibilità.

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Il dolore: diari della guerra

Da: Marguerite Duras e Peter Weiss
Interpretato e diretto da: Elena Arvigo
Regista collaboratrice: Virginia Franchi – Assistente alla regia: Tullia Attinà
Disegno luci: Paolo Meglio – Foto: Manuela Giusto
Produzione: SantaRita Teatro & Teatro OUT OFF
Dal 30 ottobre al 3 novembre 2019.
Teatro Argot Studio – Via Natale Del Grande, 27 – 00153 Roma (Trastevere).
http://www.teatroargotstudio.cominfo@teatroargotstudio.com – 065898111

Spin-ops. Da Alfredo…

di Tano Pirrone

Da Piazza della Consolazione salendo per le scale c’è via dei Fienili, e lì, all’angolo, c’era – forse c’è ancora, ma sarà certamente un’altra cosa – c’era la trattoria del “Re della mezza porzione”, in cui si svolgono scene ormai storiche del film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati” (1974).

C’eravamo tanto amati, di Ettore Scola, 1974

In un’intervista Scola conferma che quel locale si trovava davvero lì, e che anzi c’era già all’epoca delle riprese de “La valigia dei sogni” di Luigi Comencini (1953), di cui, col vostro permesso, parleremo nei prossimi giorni. Ora entriamo nel locale, che nel film “necessario” di Luigi Comencini diventava la scena principale per tutta la durata della pellicola. Altre cronache – è Ettore Scola che racconta – riportano che quel locale che si affaccia su piazza della Consolazione negli anni Quaranta era noto come ‘Alfredo il Bottigliere’ ed era frequentato dal mondo del cinema italiano. Negli anni Settanta poi tornò ad avere ancora grande successo quando era diventato una caratteristica trattoria romana e serviva una mezza porzione… ‘abbondante me raccomando’, come recitava nella sua battuta Vittorio Gassman.
Ho ripreso il ricordo della trattoria e del film, che è un punto fermo nella classifica dei film più amati dalla mia generazione, decina d’anni in più decina d’anni in meno, perché nel suo gradevolissimo giallo appena uscito in libreria, Walter Veltroni a tre quarti del racconto lo cita e va avanti per diverse pagine. Non potrebbe essere altrimenti, visto il grande amore e la profonda conoscenza che ha Veltroni del cinema. Anche per lui quel locale e i dialoghi che Scola mette in bocca ai suoi personaggi sono sintesi brillante della storia dell’Italia del dopoguerra e dei primordi del ‘Boom’:
<<La nostra generazione ha fatto veramente schifo.>>
<<E tutto questo perché? Per un futuro diverso.>>
<<Il futuro è passato. E non ce ne siamo nemmeno accorti.>>
<<Buttare via la propria vita significa farne il migliore degli usi. Vivere come ci pare e ci piace costa poco perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità.>>
Nella scena in cui i tre si rincontrano e cenano nella fatidica trattoria, Gianni (Vittorio Gasmann) sta per dir loro la verità su chi lui è diventato, ma viene subito stoppato da Antonio (Nino Manfredi), che non vuole rovinare la rimpatriata con brutte notizie e che con slancio interpella il trattore: <<A re della mezza, per secondo…>> e Arturo, il re della mezza, pronto: <<…tre picchiapò!>>.

Il re della mezza porzione

Tutta questa strada v’ho fatto fare per arrivare proprio al picchiapò, nome d’incerta etimologia, di sicuro gusto e di estrema funzionalità. Le ricette riportate sui vari blog specializzati differiscono e in mancanza di una fonte certa, scritta e autorevole, mi sono affidato alla versione di un blog specializzato in cucina romana. Non so voi, ma oggi prepariamo la pietanza e accompagnandola con un bicchiere di bianco dei castelli – mentre fuori piove – c’intratterremo con Ettore Scola, Gassman, Manfredi e Satta Flores, nella necessaria usuale convivialità. Vivere, così, come ci pare e piace!
Ora qualche cenno storico e la ricetta.
Il brodo di carne, si sa, è buono e saporito, e una volta, quando di soldi ce n’erano pochi, veniva preparato esclusivamente nelle occasioni di festa… Cosa si faceva poi della carne da brodo o, detto alla romana, dell’allesso?
Qui si seguiva il vecchio e consolidato rituale del recupero: la carne lessa veniva fatta letteralmente rinascere preparando il cosiddetto Picchiapò, che divenne naturalmente anche un grande classico delle osterie romane: la carne veniva tagliata a pezzi, oppure sfibrata e messa in padella con cipolle e pomodori in modo da renderla tenera e saporita.
Ma perché il nome Picchiapò? Probabilmente deriva dal fatto che la carne veniva “picchiata” sul tagliere per renderla più morbida, ma esiste anche una maschera romanesca, dalla faccia sfatta a causa del bere, chiamata “Bicchiapò”. Da non dimenticare nemmeno il fatto che “Picchiabò” era il nome del protagonista di un sonetto del Belli, e di quello di una favola di Trilussa.

Picchiapò alla romana

Ingredienti per 4 Persone

500 gr di bollito di manzo, 500 gr di pomodori pelati, ½ bicchiere (abbondante…) di vino bianco secco, 1 cipolla e poi: olio d’oliva comediocomanda, peperoncino, sale e pepe quanto basta e piace.

Cinema e letteratura, uniti nella vita e nella morte

a cura di Tano Pirrone

Ricordate Godard e il suo ‘scandaloso’ manifesto della Nouvelle vagueà boute de souffle”? Ricordate la bellissima protagonista, china nell’ultima scena sul morente Jean-Paul Belmondo? Era Jean Seberg, morta suicida nel 1979 a soli quarant’anni. Era stata moglie di Romain Gary, lo scrittore francese di origine lituane. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980, Romain Gary si recò da Chervet, in place Vendôme a Parigi, e acquistò una vestaglia di seta rossa. Aveva deciso di ammazzarsi con un colpo di pistola alla testa e, per delicatezza verso il prossimo, aveva pensato di indossare una vestaglia di quel colore perché il sangue non si notasse troppo.

Jean Seberg in A bout de souffle, 1960

Nella sua casa di Rue du Bac sistemò tutto con cura, gli oggetti personali, la pistola, la vestaglia. Poi prese un biglietto e vi scrisse: <<Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove>>. L’anno prima Jean Seberg, la sua ex moglie, l’attrice americana, l’adolescente triste di Bonjur Tristesse, era stata trovata nuda, sbronza e morta dentro una macchina. Aveva 40 anni. Si erano sposati nel 1962, 24 anni lei, il doppio lui.

Romain Gary

Il colpo di pistola con cui Romain Gary si uccise la notte del 3 dicembre 1980 fece scalpore nella società letteraria parigina, ma non giunse completamente inaspettato. Eroe di guerra, diplomatico, viaggiatore, cineasta, tombeur de femmes, vincitore di un Goncourt, Gary era considerato un sopravvissuto, un romanziere a fine corsa, senza più nulla da dire.
Pochi mesi dopo la sua morte, il colpo di scena: con la pubblicazione postuma di “Vie et mort d’Emile Ajar” si seppe che Emile Ajar, il romanziere più promettente degli anni settanta, il vincitore, cinque anni prima, del Goncourt con la “Vita davanti a sé”, l’inventore di un gergo da banlieu e da emigrazione, il cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi, altri non era che Romain Gary.

Roman Gary bambino

La critica ha affermato: “Vent’anni prima di Pennac e degli scrittori dell’immigrazione araba, ecco la storia di Momo, ragazzino arabo nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, madame Rosa”. È la storia di un amore materno in un condominio della periferia francese dove non contano i legami di sangue e le tragedie del mondo svaniscono davanti alla vita, al semplice desiderio e alla gioia di vivere. Un romanzo toccato dalla grazia, in cui l’esistenza è vista e raccontata con l’innocenza di un bambino, per il quale le puttane sono ‘gente che si difende con il proprio culo’, e ‘gli incubi sogni quando invecchiano’.

Pierre Niney in La promessa dell’alba, 2017

Il cinema ritorna alfine nel storia di Romain con due film, entrambi con il titolo “La promessa dell’alba”, lo stesso di uno dei suoi più famosi romanzi (1960), il primo del 1970, per la regia di Jules Dassin; il secondo del 2017, per la regia di Eric Barbier con Charlotte Gainsbourg e Pierre Niney.

La Bisbetica Domata al Globe Theatre

Continuano, anche se con un intervallo temporale di circa un mese, gli interessanti articoli di Teatro: la stagione del Globe Theatre si è ormai conclusa, ma non la nostra curiosità sui diversi titoli del cartellone.

di Tano Pirrone

Il titolo originale dell’opera (The Taming of the Shrew, letteralmente L’addomesticamento della bisbetica) rende con maggiore fedeltà la complessità del plot, l’affollamento di personaggi e di loro doppi, l’intreccio di temi di per sé complessi, di storie innervate in altre storie, che solo l’abilità straordinaria e il miracoloso senso di sdoppiamento di cui il Bardo era capace (stare sul palcoscenico a far andare la storia e in platea a coglierne la congruenza e l’effetto sul variopinto pubblico) riuscivano a ricondurre ad unità.


Già dall’inizio, quasi in antefatto, l’autore mischia le carte, stendendo sul tavolo un classico esempio di teatro nel teatro; poi, sulla falsariga, apre a dialettiche contrapposizioni, che costituiranno il tessuto con cui vestirà l’opera: uomini e donne, ricchi e poveri, campagna e città, matrimonio si matrimonio no, travestimento e illusione, amore e soldi. Tutta materia complessa che serve all’autore per mostrare e analizzare abilmente la psicologia femminile del suo tempo, opponendosi alle fredde convenzioni sociali dei matrimoni combinati per interesse o prestigio dello status sociale.

Come controparte è ben leggibile l’immagine di un domatore istituzionale, un maschio superiore per definizione. Da qui la decisione di collocare il racconto di Shakespeare prima dell’inizio dell’ultima guerra, che cambierà definitivamente i rapporti di equilibrio nella coppia, ma più complessivamente fra i sessi. Dagli Stati Uniti e dal resto dell’Europa arrivano germi di mutamento che hanno già modificato il costume nelle classi più agiate e in quelle zone a margine in cui l’eccentricità è un attributo strutturale. Sono infatti “diverse” le dive del cinema (attrici ma anche produttrici e registe) e le donne comuni che lavorano come operaie, dattilografe, segretarie, e che guardano con simpatia alle ragazze dello spettacolo dal vivo, che di quelle dello schermo cercano di seguire l’esempio: le divette, le cantanti, le soubrette dalla vita indipendente. È quindi alla fine degli Anni Trenta che collochiamo il racconto della Bisbetica: è ancora possibile in quell’epoca l’idea di una doma della femmina, ma la donna ha degli strumenti per opporsi e la battaglia dei sessi vive un momento cruciale, particolarmente appassionante.

La cantante-Caterina rimane sola, davanti all’uomo che fino a qualche istante prima è stato Petruccio, con una decisione da prendere, sospesa tra libertà e legame, solitudine e coppia, finzione e realtà. Approfondire e allargare il respiro del racconto in questa direzione, già disegnata da Shakespeare, suggerisce diverse implicazioni. Oltre che esilarante rappresentazione di una guerra dei sessi all’insegna di vecchi e nuovi modelli di genere, il testo si presenta come occasione di riflessione sul carattere dell’esperienza teatrale come specchio amplificante della vita, luogo di esplorazione dei suoi interrogativi nascosti, e si rivela metafora del rapporto fra l’artista e il potere, della reciproca fascinazione e della difficoltà di mantenere viva e libera la propria voce, la discussione, il pensiero.

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La bisbetica domata

Autore: William Shakespeare. Traduzione, adattamento e regia: Loredana Scaramella. Aiuto regia: Francesca Visicaro. Produzione: Politeama Srl.

Protagonista: Carlotta Proietti. Attrici e attori in scena: Gabrio Gentilini, Paolo Giangrasso, Lorenzo Grilli, Roberto Mantovani, Ivan Oliviero, Loredana Piedimonte, Sara Putignano, Carlo Ragone, Mauro Santopietro, Antonio Sapio, Federico Tolardo, Donato Altomare, Gianni Ferreri.

Maestro movimenti di scena: Alberto Bellandi. Musiche: Quartetto WILLIAM KEMP (Adriano Dragotta, Daniele Ercoli, Franco Tinto, Lorenzo Perracino. Costumi: Susanna Proietti. Direzione tecnica: Stefano Cianfichi. Disegno luci: Umile Vainieri. Disegno audio: Franco Patimo. Consulenza coreografica: Laura Ruocco. Scenografa: Fabiana Di Marco. Allestimento a cura di: Susanna Proietti. Ufficio stampa: Cinzia D’Angelo.

Il 15 luglio, il 12 e il 19 agosto 2019, ore 21,00 al “Silvano Toti Globe Theatre” – Largo Aqua Felix (Piazza di Siena), Villa Borghese, 00197 Roma.

Un cinearthotel a Barumini

di Tano Pirrone

La città nuragica di Barumini è un unicum, una testimonianza senza uguali della ancòra misteriosa civiltà sarda nuragica presente in Sardegna dal 1800 a.c al 200 d.c.
Un viaggio nel sud dell’isola non può prescindere dall’inserirla nel proprio programma: le due isole dell’estremo sud, Sant’Antioco e Carloforte, poi, risalendo, Barumini, Ales e Ghilarza per un doveroso omaggio ad Antonio Gramsci e poi Cabras per i fenicotteri rosa del suo stagno e la carbonara con la bottarga di muggine. Infine rientro in Gallura per trascorrervi gli ultimi due giorni di questa vacanza settembrina. Cerchiamo un B&B a Barumini per le due notti di sosta. Cerca, valuta, scarta, ricerca, poi il dio dei Cinofili interviene, picchia sulla tastiera e spunta l’inatteso, l’impensabile: un piccolo hotel, ricavato dal cinema chiuso negli anni ‘70 e restaurato da due giovani artisti, che hanno trasformato il vecchio cinema in un’installazione artistica senza che il Cinema ne evadesse, come succede quando questi locali finiscono in mano alla grande distribuzione o decadono in squallide sale gioco.
Sara, uno dei due artisti che hanno pensato, voluto e operato la trasformazione e che ora gestiscono la struttura cine-ricettiva, su mia richiesta mi ha fornito foto e press kit di Diecizero, il cinearthotel. Pernottarvi è un’esperienza che vale da sola il viaggio a Barumini.
P.S. L’evidente condizione di agée, pur vigorosi, ci ha costretto a prendere la camera VHS: abbiamo chiesto invano almeno quella DVD DoubleLayer!

Diecizero è un affittacamere d’arte contemporanea pensato e realizzato dagli artisti Sara Renzetti & Antonello Serra. Aperto tutto l’anno e ubicato nel centro storico di Barumini. L’albergo guarda alla piazza principale ed è vicinissimo ai siti archeologici di “Su Nuraxi” e “Casa Zappata”.
La struttura era originariamente (anni ’70) un cinema: già impostata per essere arredata, tutto era votato per diventare un semplice albergo e niente più. Sara e Antonello intuiscono che è possibile tradurre l’interno in opera d’arte, installazioni concettuali che bene raccontano il passato cinematografico del luogo. Sfruttando la presenza di una piccola differenza di quota del piano di calpestio che idealmente divide in due l’ambiente interno, si è pensato di separare la zona riservata alle 4 camere d’arte da quella riservata alle camere standard.

Hall

Questa discordanza nasce dalla volontà di mostrare al fruitore l’enorme controversia che intercorre tra un’opera e l’arredo, tra una stanza d’albergo e un’installazione, tra un hotel e un hotel d’arte, tra l’arte e le cose.

Corridoio

Il riverbero continuo delle quattro installazioni, quasi forzato per chi non ci dorme, si anima nel varco, colmo di luci, concetti, scritti fotografici delle opere negate, simile ad una penitenza che sfocia in senso di colpa:

  • la camera VHS: diretta dalla proiezione audio visiva chiarificatrice della follia schizofrenica traviata da poesia sonora; riflessione patologica della prospettiva spazio-architettonica;
Camera VHS
  • la camera delle BAMBOLE: presenza morbidamente plastica, il viola-rosa dirige la curva fotografica, luci e fisionomie scultoree trafiggono i colori stravolti dall’esperienza dell’infanzia …;
Camera delle Bambole
  • la camera PH: concetti fotografici e sonori concordano in una metamorfosi epidermico-carnale, volatile umana di mura rimbalzanti mute architettoniche.
Camera PH

Ferite e feritoie dell’indecente venir meno erotico stridulano alla verticalità genetica beccata dallo scettro.

  • la camera OBSCURA: in luce fotografica… profonda pulizia nell’abbraccio stenopeico, motore immobile della ludica voce solare che attende dall’onirico l’alba della stampa.
Camera Obscura

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Piccolo cabotaggio (13). La cesura

di Tano Pirrone
https://www.ponzaracconta.it/2019/08/21/piccolo-cabotaggio-la-cesura/

Oggi è il 21 agosto 2019. Sono trascorsi 808 giorni dalla pubblicazione su Ponza Racconta del dodicesimo capitolo del diario di viaggio lungo le coste italiane alla ricerca di luoghi, immagini e racconti [leggi qui].

La mia assenza non sarà stata notata, ma più volte mi è stato chiesto conto del mio silenzio. Non ne parlerò compiutamente neanche adesso, che, tradendo la mia decisione di smettere, ricomincio a scrivere e cerco di ripartire per un viaggio, che non avrà più, comunque, la stesso senso e le stesse modalità, essendo io, oggi, dopo la lunga pausa, diverso da quello che il viaggio aveva progettato, cominciato e condotto con divertimento, almeno mio, fino all’antico ed ospitale porto di Siracusa.

Isola di Lisca Bianca

Avevo già, quasi per intero, scritto il capitolo 13 che narrava della tratta fra Siracusa e l’isolotto di Lisca Bianca, minuscola efelide delle Lipari, in cui Maestro Antonioni innesta il cardine del suo capolavoro L’Avventura. Coprotagonista dell’episodio era mio fratello Nello, hospes e guida nella città di Archimede, il quale è venuto nel frattempo a mancare. Poche settimane prima, l’altro grande vuoto lasciato da Bam, la mia onnipresente Bam.

L’Avventura di Michelangelo Antonioni, 1960


Due amputazioni, due cesure, due caverne che fan si che io non sia più io, ma qualcosa che gli somiglia. Le caverne vuote rimbombano: pazientemente bisogna stabilire al loro interno le giuste dimensioni, le proporzioni armoniche, perché il rimbombo diventi eco, memoria restituita, le cui frequenze tornino ad essere modulate ed il racconto comprensibile.

Tutto ha un peso ed il fardello grava sempre di più col passare dei mesi e degli anni; il corpo e la mente non rispondono più, pronti, ai comandi, cresce il consumo di carta per annotarvi cose che servono, cose da fare, parole, pensieri per poi perdere il fogliettino ed imparare che tutto è importante ma nulla è indispensabile. Salvo, se mi è consentito, chi condivide i nostri giorni ormai da quarant’anni e ci guida, protegge, aiuta, non solo per l’antico, irrinunciabile amore.

Salperò da solo sulla nuova barca, senza amici, senza cane. Non so come sarà: per certi versi i minori obblighi allevieranno la fatica, per altri, mancherà il sostegno affettivo, che non è tutto ma certamente tanto. Terrò da conto, quindi, la piccola claque che dalle rive del nostro mare farà giungere sopra le onde quelle invisibili e originali del tifo, sospingendo veliero e capitano.
Tutto questo, però, dalla prossima puntata, ché ora sono stanco e i dubbi, invece che scemare, permangono e induriscono i giorni.