Vi presento WALL-E

proposto da Sandro Russo

http://www.ponzaracconta.it/2019/12/26/vi-presento-wall-e/

Per qualche suggestione interna (neanche troppo difficile da immaginare) del “Canto di Natale” di Capossela pubblicato ieri, mi sono ricordato di WALL-E, una delle migliori pellicole prodotte dalla Walt Disney-Pixar (*). Diretto da Andrew Stanton, WALL-E ha vinto il premio Oscar come miglior film d’animazione nel 2009.
Il film – fantascientifico d’animazione, senza personaggi antropomorfi (almeno non tra i principali), con un titolo che non significa granché – secondo me rappresenta una vetta della sintesi tra sceneggiatura e immagini – una scommessa vinta – proponendo in una maniera del tutto originale, ancorché inconsueta, temi importanti quali il futuro del pianeta Terra, lo smaltimento dei rifiuti, la solidarietà tra gli esseri umani, il corretto stile di vita e la lotta alla sedentarietà; inoltre adombra la possibilità dello sviluppo di intelligenza autonoma e di emozioni in robot creati per altri scopi.
Wikipedia dedica un’estesa trattazione del film (trama, riconoscimenti e curiosità); provo a farne una sintesi per gli aspetti che più mi hanno interessato.

Anno 2105. Il livello di inquinamento del pianeta Terra è altissimo, la superficie terrestre è ormai completamente ricoperta di immondizia. Una grande azienda commerciale che ha preso in mano il governo del mondo, ha costruito una flotta di navi spaziali, la cui ammiraglia è la Axiom, sulla quale parte dell’umanità si è imbarcata per una crociera di cinque anni allo scopo di sopravvivere, mentre sulla Terra ha realizzato e messo in opera un esercito di robot chiamati WALL-E (“Waste Allocation Load Lifter Earth-Class” – “Sollevatore di Carichi per l’Allocazione dei Rifiuti – serie Terrestre”) incaricati di fare pulizia, compattando i rifiuti in cubi.
Ma qualcosa non va come dovrebbe, i robot pian piano si disattivano tutti e nel 2110 la missione di rientro non può avere luogo, visto che il pianeta non è stato ripulito. Uno dei robot però è rimasto ancora in funzione. È lui il protagonista del film.

Anno 2805. Sono ormai 700 anni che WALL-E, l’ultimo della serie di robot originariamente presenti sulla Terra, continua imperterrito la sua opera di spazzino del pianeta, giorno dopo giorno, compattando e stoccando l’immondizia in cubi che poi impila uno sull’altro fino a formare centinaia di enormi grattacieli di rifiuti. La sera, finito il suo lavoro, torna alla sua “casa”, dove custodisce gli oggetti da lui ritenuti interessanti trovati nel corso delle sue operazioni di pulizia. Uno di questi oggetti è una vecchia videocassetta del film Hello, Dolly! (film di Gene Kelly del 1969, basato sull’omonimo musical di Broadway). WALL-E è affascinato da questo film che gli fa sognare di poter trovare un giorno una compagna, tenerla per mano, ballare con lei e non essere più solo.
È così che durante questi sette secoli WALL-E, da freddo automa meccanico senz’anima qual era, ha sviluppato una personalità (quasi) umana.

WALL-E con un’espressione triste (!?)

A rompere questa secolare routine, un giorno scende dal cielo un razzo che deposita sul pianeta un robot molto particolare, e WALL-E spera che ciò possa spezzare la sua infinita solitudine. Il robot sembra essere di genere femminile, ha una forma ad uovo ed è di un livello tecnologico molto superiore: può volare e registrare immagini.
Una volta incontrati, il robot proveniente dallo spazio si presenta col nome di EVE (Extraterrestrial Vegetation Evaluator – “Esaminatore di Vegetazione Extraterrestre”).

Trailer da YouTube:

WALL-E non sa cosa EVE sia venuta a fare sul suo pianeta e, in una comunicazione rudimentale, si chiedono a vicenda della propria funzione: WALL-E le mostra che il suo compito è compattare i rifiuti, EVE invece gli dice che la sua missione è riservata.

La brevissima sequenza del ritrovamento di una piantina viva:

Quando WALL-E le mostra una piantina che aveva trovato fra le macerie, individuando che si tratta di un segnale di vita su un pianeta apparentemente morto, EVE la prende, la chiude dentro di lei e si disattiva: la sua missione infatti era trovare una forma di vita sulla Terra, pianeta ritenuto ormai privo di vita.
WALL-E, che ormai si è affezionato tantissimo a EVE – possiamo dire è perdutamente “innamorato”? -, resta quindi alle prese con una robot inanimata, ma nonostante ciò continua a prendersi cura di lei sperando in un suo risveglio. Tempo dopo il razzo torna a prenderla, ma WALL-E non vuole lasciarla andare (…).
La trama è complessa: c’è tutta una seconda parte sull’astronave degli umani (obesi e praticamente immobili) che viaggia nello spazio; varie avventure; poi WALL-E e EVE (come Adamo ed Eva) tornano sulla terra desolata, ma il robottino cingolato, per le tante peripezie cui è andato incontro, ha perso la memoria…
Ancora da YouTube, il sottofinale:

Non so se sono riuscito a dare un’idea del film e del perché mi abbia così interessato.
Ho trovato geniale la capacità degli autori – regista, sceneggiatori, animatori – di rendere l’essenza dell’umanità, i sentimenti, da immagini di mezzi meccanici, per definizione privi d’espressione… Di mostrare la capacità di WALL-E di provare emozioni mentre raccoglie, compatta e sperimenta, come spinto da un’umana curiosità, gli svariati oggetti che trova in giro. Tra essi, appunto, la videocassetta di Hello, Dolly!, grazie alla quale WALL-E scopre l’amore e acquista coscienza della sua solitudine. È con queste premesse che i realizzatori del film avevano intenzione di emozionare gli spettatori, costruendo una storia d’amore fra due robot.
…E poi una miriade di citazioni (da Blade runner a E.T. L’extraterrestre, a 2002: la seconda Odissea; perfino da Pinocchio) (Cfr. una lista completa in Wikipedia).

Insomma, il luogo comune per cui un film d’animazione sia un sottogenere è di gran lunga venuto meno; oltre alla sperimentazione grafica e all’aspetto visivo, anche i contenuti sono divenuti “alti” [faccio solo alcuni esempi tra una moltitudine di opere importanti; basti pensare a Valzer con Bashir (Ari Folman 2008), a La sposa cadavere (Tim Burton, 2005), le opere di Jan Švankmajer (1934 – vivente) e di Hayao Miyazaki (1940 – vivente); il recentissimo La famosa invasione degli orsi in Sicilia; Lorenzo Mattotti, 2019).

Spero di aver dato un’idea.

WALL-E saluta e augura Buone Feste e Buon Anno

(*) La Pixar – la cui fusione con la Disney ha dato nuova linfa alla storica casa e l’ha salvata dal declino – si prefigge, con ogni suo nuovo film, di superare i limiti nel campo della tecnica e dell’animazione. WALL-E in questo senso è innovativo in più di un campo (un altro esempio: a chi non l’ha visto consiglio Inside–outOscar come miglior film d’animazione 2016 (regia di Pete Docter) e Coco del 2017 diretto da Lee Unkrich e Adrian Molina).

A Serious Man: i fratelli Coen e il senso della vita

di Sandro Russo

Il ciclo binario dedicato ai fratelli Coen, all’ultimo corso di Gianni [1] (che ancora prosegue, con Gus Van Sant) ha previsto questi sei film:
– Arizona Junior, 1987;
– Fargo, 1996;
– Il grande Lebowski, 1998;       

– Prima ti sposo, poi ti rovino, 2003;
– Non è un paese per vecchi, 2007;
– Burn After Reading (A prova di spia), 2008.

Altri, anche importanti sono stati lasciati indietro, affidando alla curiosità dei discenti l’eventuale approfondimento; tra questi, molto citati a lezione, L’uomo che non c’era (2001) e A serious man (2009). Qui di seguito degli appunti “omerici” [2]di Sandro, pubblicati all’epoca dell’uscita del film.

Joel e Ethan Coen

E’ stato il principale rovello dell’uomo fin da quando è comparso sulla Terra. Ha permeato miti e leggende. In ordine decrescente di sacralità è stato alla base delle religioni che – beate loro e felici i loro seguaci – hanno risolto ‘definitivamente’ il problema: sebbene ciascuna a modo suo! Se ne sono occupate le filosofie e le produzioni letterarie di ogni tempo e cultura. Buon ultimo se ne è appropriato il cinema, che ha proposto un caleidoscopio rutilante di variazioni sul tema.
Parliamo, ovviamente, del senso della vita. Un tema tanto alto e coinvolgente, forse, da non poterne parlare seriamente. Infatti…

La lista dei film che ne hanno trattato sarebbe troppo lunga, così ci limitiamo a quelli che più ci hanno coinvolto, con svolgimenti e registri quanto mai vari: drammatici, come ne ‘Il posto delle fragole’ di I. Bergman (1957); comici e irridenti, come ‘Il senso della vita’ dei Monty Python (1983); leggeri, nel film di Marc Forster (2006) ‘Vero come la Finzione’; metaforici e surreali, in ‘You the living’, 2007, di Roy Andersson; sarcastici e corrosivi come in quest’ultimo film dei fratelli Coen: ‘A serious man’ (2009).

Il film ci precipita fin dal suo inizio – un siparietto alla Isaac B. Singer ambientato in uno stetl della Russia dell’ottocento e usato come prologo – nel cupo della cultura ebraica, dei suoi riti, delle sue tradizioni.Il tema apparente del film sembra riguardare i modi in cui la parola di Hashem si manifesta all’uomo (secondo la religione ebraica il nome del signore non va mai nominato, per cui HaShem (il Nome).
Trasferita quindi la scena nell’America del 1967 – l’epoca in cui i due Coen erano loro stessi ragazzi – vediamo come Hashem mette alla prova la pazienza di un uomo qualunque – Larry Gopnick, novello Giobbe – buon praticante della sua religione e probo membro della comunità.
Il buon Larry vive in una linda casetta americana a schiera, col giardino intorno; ha una moglie, due figli, un fratello strampalato e nullafacente in casa, e fa il professore di matematica e fisica in un liceo, in attesa di promozione. All’improvviso, senza una ragione che lui possa comprendere, cominciano ad accadergli una sequela di disavventure, di fronte alle quali è completamente sprovveduto. Il giardino gli è insidiato da un vicino guerrafondaio, ma sarebbe il meno… La moglie gli notifica che si è innamorata di un amico comune e gli chiede un gett (un divorzio rituale) per risposarsi con l’amante, che a sua volta, da buon amico, cerca di consolarlo; con risultati esilaranti…

Il figlio adolescente, invece di prepararsi al bar mitzvah (il rito del passaggio alla maturità) e imparare le litanie della liturgia ebraica, si sballa di fumo e ascolta di preferenza i Jefferson Airplane. La figlia giovinetta è perennemente scontenta e gli ruba i soldi per rifarsi il naso; il fratello elabora balzane teorie con cui partecipa a giochi d’azzardo e si mette nei guai con la legge. Sul lavoro non va meglio. Gli studenti non riescono a seguirlo nelle sue lezioni – non a caso il professor Gopnik viene mostrato nel corso di una sua dimostrazione alla lavagna del principio di indeterminazione di Heisenberg (!); quello che in termini ultrasemplificati ad uso popolare si può tradurre che al mondo nulla è certo! E ancora… Il suo passaggio in ruolo appare problematico, e uno studente coreano prima tenta di corromperlo e poi lo ricatta.

Insomma, il povero Larry si trova da un giorno all’altro sfrattato di casa, a vivere in un motel insieme al fratello; dilapida i suoi risparmi in avvocati e consulenze, ha un incidente stradale e aspetta con ansia il responso di certi esami medici…
Ma la varietà delle sue frustrazioni è infinita ed in questo i Coen sono maestri: meccanismi comici ad orologeria e umorismo nero, sotterraneo ma esplosivo.
Ma torniamo al senso della vita.
Il buon Larry davvero comincia a pensare che Hashem gli voglia comunicare qualcosa e su consiglio di diverse persone si risolve alfine a parlare con i ministri del suo culto, i rabbini; addirittura con tre di loro, di saggezza e autorità crescenti.
Mille storie si sono scritte su pellegrini che affrontano difficoltà di ogni tipo, scalano montagne e rischiano la vita per raggiungere un vecchio eremita su una montagna inaccessibile e chiedergli: – O tu, il più Saggio degli uomini… Tu che hai a lungo ponderato… Dimmi, qual è il senso della vita?
Qui l’inventiva dei Coen attinge a vette di comicità e sarcasmo ineffabili. E fornisce un significato unitario a tanti dei loro film. Dal ‘drugo’ de  ‘Il grande Lebowsky’, agli inetti malviventi di ‘Fargo’, al barbiere abulico de ‘L’uomo che non c’era’, e agli altri che abbiamo amato/odiato in tutti questi anni… Tutti personaggi coinvolti in una immane vacuità di senso, in cui i poveretti si barcamenano alla meno peggio. Con l’irritante sospetto che la storia messa in scena possa essere quella di tutti.
Poi, nel film dell’uomo serio, per Larry il vento cambia e tutto sembra avviarsi verso un lieto fine di riconciliazione. Ma chi può dirlo? È possibile che il vento cambi ancora… E che vento stavolta!

Post scriptum
Ammetto che ‘noi di Omero’ siamo più sensibili di altri a questi temi.
Nel maggio scorso abbiamo sentito Javier Argüello parlare della ‘realtà’ come di un concetto che si presta a molteplici ipotesi in fisica, e nessuna definitiva; e di come la letteratura fantastica possa essere una modalità di approccio a questa entità inafferrabile.
Si accennò in quella occasione alla ‘teoria delle stringhe’ (Nambu, Nielsen e Susskind, 1970), e alla ‘teoria degli universi multipli’ (Many Worlds Interpretation, MWI), formulata dal fisico Hugh Everett III (1957) come spiegazione ultima alla meccanica quantistica.
Ma i cultori della letteratura fantastica avevano già familiarità con queste idee da Jorge L. Borges [‘Il giardino dei sentieri che si biforcano’ in ‘Finzioni’ (Ficciones, 1944); i lettori di ‘fantascienza’ ne conoscevano altri aspetti dalla frequentazione di Clifford D. Simak (il suo ‘City’ è del 1952).
Un tema interessante, quello se la fantasia non precorra di gran lunga la scienza e la realtà stessa, ma non è questo che ci interessa adesso.
Più recentemente abbiamo ascoltato con gran piacere Bernard Quiriny (Racconti Carnivori; Edizioni Omero, 2009) a cui invece il mondo serve ben reale, per poterci fantasticare sopra…
Reale o meno che si possa considerare il nostro universo, sulla mancanza di senso sono invece tutti d’accordo…
E i Coen – non da ora – sono nello stesso folto gruppo…
Wellcome to the Coen brothers! Lunga vita a loro!

NOTE

1. Gianni Sarro tiene dei Corsi di Cinema presso la Libreria Tra le Righe,
Viale Gorizia, 29-Roma
2. Omero si riferisce ad una nota Scuola di scrittura romana.

La Principessa che scende al sud

Assolutamente complementare alla recensione del film The Bra , è questo articolo in cui il nostro amico Sandro, “rustico & viaggiatore”, utilizzando i suoi inesauribili taccuini (che Chatwin gli fa un baffo), ci porta con lui nell’incredibile percorso di un treno simile a quello del film. Tra improbabili abitazioni di ogni tipo e un variegato spaccato di vita; la sola differenza è tra l’Azerbaigian (del film) e lo Sri-Lanka.

di Sandro Russo

Il treno si chiama Ruhunu Kumari (DownSouth Princess); parte da Matara alle 5.40 del mattino e riparte da Colombo alle 16. Al ritorno, da Colombo per tornare a casa, bisogna cercarsi un posto sulla destra, perché fino a Galle il treno passa proprio lungo il mare e ci sono il tramonto e tante altre piccole cose da vedere.

Ruhuni Kumari (DownSouth Princess). Notare gli alberi di Plumeria alba, frangipani (fiori bianchi, profumatissimi), lungo le rotaie

Il film dura quasi tre quarti d’ora, dalla partenza da Colombo: sono di scena le improbabili abitazioni tra la strada ferrata e il mare su una lingua di terra di pochi metri, a volte più ampia, e i brandelli di vita che si riescono ad afferrare dal treno in corsa.

Scendendo verso sud, da Colombo, il mare è sulla destra…


Spesso al confine col mare c’è scogliera, qualche volta la spiaggia. Poche palme, qualche macchia di pandanus.. Ci sono capanne baracche casupole di legno o in muratura, bicocche tuguri buchi neri; a volte chissà per quale caso o capriccio, una casa grande con muro di cinta e giardino intorno; perfino con un secondo piano e dei balconi.
E’ tutto l’insieme che è un trionfo dell’improbabilità; una archeologia della varietà degli insediamenti umani.

“Stazioncina povera… c’erano più alberi e uccelli che persone, ma…” (ricordate Giovanni telegrafista, di Enzo Iannacci?)


Si passa dalla capanna di pagliarelle e fango all’abitazione moderna di tipo occidentale, inframezzate e confuse tra loro in un groviglio inestricabile che la velocità del treno può solo suggerire, senza far apprezzare appieno. Eppure sono vere case, con il loro contatore dell’energia elettrica dietro la porta e molte antenne della televisione. Vere case di uomini, con fumo di legna e odori di cucinato; piccoli cortili e staccionate e anche microscopiche botteghe denunciate solo da una finestrella con un ripiano orizzontale verso l’esterno, che è il banco di vendita.
Spaccati di esistenze, dal treno in corsa: un barbiere al lavoro intorno ad un’unica sedia sull’aia; vecchi seduti su una pietra, davanti alla casa. Bambini… tanti bambini che giocano con qualunque cosa: a spingere avanti con un bastone un cerchione di bicicletta; a far volare una busta di plastica arancione legata per i manici, come un aquilone.

In Sri-Lanka c’è una vera cultura degli aquiloni… E’ un passatempo “serio”, per bambini e adulti; ma sono sconosciute le “guerre degli aquiloni”, come in Afganisthan

…Molti aquiloni, davvero: forse perché il vento su quella striscia al limitare col mare é un compagno di giochi sempre presente, che non si stanca mai.
Bambini sui binari della linea parallela al treno che corre; sulle pile di traversine. Bambini piccoli, evidentemente abituati ad evitare i pericoli per un istinto animale più connaturato che nei nostri.
I più grandi giocano all’indefettibile cricket, su tratti liberi appena consolidati alle spalle della spiaggia. Panni stesi ad asciugare, sui binari e sui radi cespugli; bacinelle di alluminio, cani e ancora bambini.
Su tratti più isolati di scogliera, tra il treno e il mare, molti ombrelli appoggiati alle rocce. Dietro, due innamoratini alla Peynet, praticamente invisibili se non dal mare. Chissà quali tecniche di intimità sono state inventate per essere messe in atto dietro a un ombrello.
Ogni tempo e paese ha i suoi luoghi (tòpoi): noi avevamo la 500 ‘fissa’ (…i sedili ribaltabili sono venuti solo qualche tempo dopo…). Ma qui dev’essere dura, specie il pomeriggio; …l’ombrello si mette dietro, per proteggersi dagli sguardi  e dal treno che passa… ma davanti c’è il sole, che picchia duro.

Con il treno si attraversano in rapida successione nuvole di odori diversi: i più comuni sono quelli del fumo, con tutte le sue varietà: fumo di legna, con aggiunta di plastica, di immondizia; profumi di cucina e sottospecie: speziato, acido, dolciastro. Ma giungono a folate puzze di latrine e di marciume e subito dopo profumi di fiori; il tutto con una certa latenza e sovrapposizione, rispetto alle informazioni trasmesse dagli occhi: come quando si vede un bagliore lontano e solo dopo qualche secondo arriva il rumore; la stessa cosa, ma con gli odori…
Può capitare che il treno si fermi. Dopo una decina di minuti senza alcuna informazione, qualcuno scende e risale il convoglio lungo i binari, per andare a vedere. Passa del tempo prima che tornino; i racconti sono singalesi e confusi ma si riesce a capire che c’è stato un incidente ad un passaggio a livello lungo la linea.
Evidentemente si prevedono tempi lunghi, perché la gente comincia a scendere..


Non si sa da dove, spuntano bollitori per il thè, si improvvisano fuochi, compaiono tazze e zucchero in un’atmosfera tra il picnic e la festa di paese.
Un’ora e mezza di sosta… ed è andata bene, perché non era stato il treno la ragione dell’incidente. Un breve fischio per avvertire i ‘campeggiatori’ di risalire a bordo e si riprende ad andare…
Quasi di colpo scende la notte, dopo il breve crepuscolo dei tropici; ora non c’è più tanto lavoro per gli occhi, tranne i mille piccoli fuochi davanti alle case (i più cucinano ancora con la legna) ma la campagna è già stata infettata di luci al neon e del chiarore grigio e freddo della televisione, all’interno della case.
Anche l’udito, drogato dallo sferragliare monotono smette di funzionare, e la mente ripiega su pensieri e associazioni.
..La cura è un buon libro, nell’attesa di arrivare.

La ferrovia finisce a Matara. C’è la stazione; poi i binari proseguono ancora un po’ per perdersi nel nulla, tra le case.

Pensa – dice Bruno – a quello che s’è trovato i binari a due passi dalla capanna…Che regalo che gli hanno fatto…  Avrà schiodato una parete e l’avrà spostata più in là, per inglobare prima una poi tutte e due le barre del binario… un po’ per volta, senza dare all’occhio.. Poi un giorno mette fuori l’insegna: “VENDITA FERRO” …Ma tu pensa che regalo..!

E gli brillano gli occhietti di faìna..  Si vede benissimo che li porterebbe lui stesso, a spese sue, i binari dentro le capanne.. per vedere di nascosto l’effetto che fa…

Matara (West coast Sri-Lanka); 2001

The Bra

segnalato da Sandro Russo

The Bra, di Veit Helmer, 2018

Un treno merci passa attraverso i grandi prati sotto le montagne del Caucaso. Nella cabina Nurlan, il macchinista, guida il treno lungo il percorso che passa attraverso un angusto quartiere di Baku, dove il tracciato dei binari è così vicino alle case da corrispondere esattamente alla strada che separa tra loro i modesti edifici.
La vita del quartiere si svolge sui binari: gli uomini bevono il tè seduti ai tavolini posti sulle rotaie, le donne stendono i panni su fili sospesi sopra il tracciato ferroviario. Quando il treno passa, gli abitanti si alzano, raccolgono frettolosamente i loro oggetti, scappano nelle case e tutto ciò che resta viene intercettato dalla carrozza guidata da Nurlan.

Lui, a fine giornata, raccoglie gli oggetti rimasti attaccati al treno e li riporta ai loro legittimi proprietari: lenzuola, palloni, piume di pollo. L’ultimo giorno di lavoro, in procinto di andare in pensione, trova attaccato al tergicristalli un oggetto inusuale: un reggiseno. Nurlan lo mette nella sua valigia e lo porta nel villaggio di campagna in cui vive. Nei giorni a seguire, pensare alla donna che ha perso quel reggiseno gli toglie il sonno.
La grande solitudine in cui vive lo spinge infine a mettersi alla ricerca della sua proprietaria: una ricerca che si rivelerà difficile, buffa, commovente, e che per lui finirà per coincidere con la ricerca dell’amore e dell’appartenenza. 

Il film è stato girato nel quartiere “Shangai” di Baku, dove davvero la vita della comunità girava intorno ai binari del treno, appena prima che l’intera zona venisse completamente demolita. Tra gli attori protagonisti del film Paz Vega, Maia Morgenstern, Chulpan Khamatova, Miki Manojlovic e Denis Lavant.

NOTE DI REGIA: «The Bra senza dubbio inizia come una commedia ma poi il protagonista, il macchinista Nurlan, incappa in esperienze che possiamo definire tragiche. Ma è anche una storia d’amore, una storia d’amore con un finale inatteso.
Ho scelto di fare un film senza dialoghi perché considero il parlato un modo per raccontare storie non-filmico. Il cinema è essenzialmente fatto di storie che vengono narrate attraverso immagini e suoni, ma non si può semplicemente eliminare i dialoghi dalla sceneggiatura. I film senza dialoghi devono essere concepiti proprio in quanto tali, questo comporta un lavoro notevole nella scrittura. Ma credo che il risultato sia qualcosa di unico per il pubblico che guarda il film».


Kieslowski e il cambiamento (2)

di Sandro Russo

                     Volentes fata ducunt; nolentes tradunt
[Proverbio latino]       

È un tema avvelenato, quello del cambiamento, per le resistenze che ciascuno vi oppone; e anche un argomento di cui tutti parlano, per eluderlo; quello che tutti dicono di voler affrontare, per allontanarsene il più possibile.
Cambiamento è nella natura del mondo, nell’essenza della vita; nel tempo e nelle stagioni. Cambiamento è nella morte.
Nella vita di tutti i giorni è una piccola morte.
Ma onestamente: chi mai vuole affrontare la morte, pur sapendo che esiste e che ci toccherà, prima o poi? Meglio poi, sperando che ci prenda all’improvviso, senza troppo dolore e magari senza che ce ne accorgiamo.
Così il cambiamento: resistiamo con tutte le nostre forze finché non ci travolge e ci trascina con sé. Poi, quando il vortice, nostro malgrado, ci ha presi, ci troviamo a dibatterci, ad annaspare. Solo allora, per non morire, riusciamo a- /ci troviamo a- / accettiamo di- / cambiare.
Cambiamento non si fa per le chiacchiere o i consigli degli altri.
Quando si sentono degli esempi, si sa bene come verranno utilizzati: per dire – Mica riguarda me..! –  oppure per pararsi anche su quel fronte, casomai fosse rimasto scoperto.
Il regista che più ha parlato di cambiamenti, tanto da poterlo considerare il tema centrale delle sue opere, credo sia stato Kieslowski. Forse per questo è tanto impegnativo, anche sgradevole a volte, vedere i suoi film.
Insopportabile è già l’episodio iniziale del Decalogo (…e pensare che gli episodi sono dieci..!).

In Decalogo 1: “Io sono il Signore dio tuo.  Non avrai altro Dio all’infuori di me” – un padre razionale e positivista ha come unico amore nella vita il suo bambino. Vigila su di lui e pensa che la sua attenzione possa prevedere tutto; anche lo spessore del ghiaccio su cui il bambino gli chiede se può andare il giorno dopo a pattinare. Il padre controlla, calcola al computer e dà il suo parere favorevole.
Ma nella notte un barbone accende il suo fuoco proprio sul limitare del lago ghiacciato dove il bambino andrà l’indomani a pattinare…

In Decalogo 2: Non nominare il nome di Dio invano – c’è l’angosciante sequenza di una mosca invischiata nel miele, sul fondo di una tazza di thè; sul letto a fianco, un uomo ancor giovane, tra la vita e la morte. Entrambi hanno le stesse, minime possibilità di venirne fuori.
La mosca – e l’uomo –  poi si salvano, ma niente sarà più uguale a prima…

Il mio incontro con Kieslowsky é avvenuto in un momento della vita in cui cercavo di dare parole ad uno stato d’animo inesprimibile. Ed è successo che per caso mi sono trovato a veder scorrere sullo schermo proprio quella situazione, le stesse emozioni tra cui mi dibattevo. Da allora in poi da lui ho accettato tutto. La lentezza, il malessere; anche passare buona parte del film senza capire dove volesse andar a parare

Il film era Decalogo 3Ricordati di santificare le feste.
Poi ho trovato la raccolta di tutti e dieci i film del Decalogo, ma il 3 non mi è bastato il cuore, per rivederlo. Perciò la sintesi che ne farò sarà probabilmente travisata da falle nel ricordo e dalle mie sovrapposizioni.

“ ..Interno di una casa di Varsavia, la sera di Natale: c’è l’albero preparato, le scatole pronte per i regali; si intuisce la presenza di bambini. Lui riceve una telefonata. Risponde a bassa voce; la moglie cerca di capire di cosa si tratta, ma non riesce a sentire le parole. Lui inventa una scusa; dice che esce: non sa quando tornerà.
–  Con questo freddo e la neve? – dice lei. Lui sbatte la porta dietro di sé.
Esterno nella livida Varsavia dei film del Decalogo (una mia amica polacca la odia, ma dice che è proprio così). L’uomo incontra una donna che conosce  bene; lasciano la macchina di lei e si muovono con quella di lui. Lei gli dice che ha bisogno di aiuto; il suo uomo è scomparso, è preoccupata. Lui si mette a sua disposizione, seguendo le sue confuse indicazioni, frammenti di fotografie, vecchi indirizzi. Fanno il giro dei posti di Polizia, delle Accettazioni degli Ospedali, delle prigioni piene di ubriachi; visitano la Morgue. Vengono inseguiti da una macchina della Polizia, vanno quasi fuori strada; visitano un vecchio appartamento.
Tra i due non c’è amore – forse c’è stato in passato – e da parte di lui un’insofferenza crescente. Malgrado tutto lui la segue e ne asseconda i capricci.
Questo non comprendere le motivazioni dei due personaggi aumenta il malessere dello spettatore, come se non bastasse la discesa nei gironi d’inferno della Varsavia di notte: la visione dei corpi nudi dei morti, la violenza della polizia, il vomito degli ubriachi.
Non trovano tracce dell’uomo che lei sta cercando, anche se lui è sempre meno convinto, da pochi segni che ha rilevato qua e là, della reale esistenza dello scomparso.
E ha ragione di esserlo, perché lei – come gli rivela alla stazione ferroviaria poco dopo che l’orologio ha battuto la mezzanotte – si è inventata tutto; non c’è nessun uomo da cercare; solo aveva giurato a se stessa che mai più nella sua vita avrebbe passato da sola la notte di Natale.
L’uomo non è arrabbiato. Sembra sollevato, anzi. Tornano dalle parti della casa di lui e lei riprende la sua macchina. Lui torna a casa.
La moglie si è addormentata su una poltrona, vicino all’albero, avvolta in una coperta. Lui cerca di non far rumore, ma lei si sveglia: si vede che ha pianto.
Gli chiede: – Ora comincerai di nuovo ad uscire la notte?
– No, ora non più –  dice lui.

Questo il film: crudo e cifrato ‘alla Kieslowski’.  
Il catalizzatore è lo spettatore.
K. manda messaggi universali e senza tempo che occasionalmente raggiungono un recettore sensibile. Che può essere sensibile una volta e completamente chiuso qualche anno dopo: allora il film che si prova a rivedere, delude.
Tornando a me, mi dibattevo a quel tempo nell’incapacità di pagare un debito; l’amore era finito, ma il debito restava. Ne sentivo il peso e la forza.
Il debito l’ho pagato alla fine, molti anni dopo, anche se farlo mi ha cambiato la vita.
A Kieslowski sono stato sempre legato per quella prima epifania…

Tranquilli… Non li devo raccontare tutti, gli episodi del ‘Decalogo’
Ma come non dire de ‘La doppia vita di Veronica’ – il più misterioso e intrigante dei suoi film, a mio parere – dove le vite speculari di due giovani donne – interpretate dalla stessa attrice, la brava e bella Irene Jacob – si differenziano proprio in base alla capacità di cambiamento, con esiti drammaticamente diversi…
E si continua così… ogni volta è identificabile nella trama – più a posteriori che al momento – un punto in cui una perdita, un’agnizione, una lettera, un evento inaspettato provocano una svolta, dopo la quale tutto sarà diverso. Sono film rigorosi ed essenziali, che nulla concedono al piacere dello spettatore; anzi egli si trova a lungo a disagio, fino a che non è entrato nel mondo e nel modo di raccontare del regista.
Ma torniamo al cambiamento…
Il cambiamento si rifugge come la peste; ma più che cercarli, i cambiamenti si subiscono.
Quando qualcuno dice di aver innescato di propria volontà un cambiamento, probabilmente si sopravvaluta, mente o dice solo parte della verità. Vuole dire che la situazione gli/le era diventata così insostenibile da non poterla più vivere; non poteva continuare se non al prezzo di morirne. Infatti il cambiamento è tanto doloroso da sentirsi disposti a pagare qualunque prezzo per allontanarlo da sé. Quelli che in nome di grandi motivazioni o ideali – ma più spesso per coercizione ineludibile – hanno fatto l’esperienza di un vero cambiamento, a volte ne restano attoniti. Sempre, comunque, si sceglie il male minore.
Tra l’altro, opporsi al cambiamento… si può?
A volte, come quando c’entra la Comare Secca, questa possibilità non è concessa. Ma anche senza tirare in ballo la morte, gli eventi che stanno dietro a un cambiamento sono di natura così assoluta, globale e distruttiva da somigliare ad essa un po’.
Diffidare sempre dei cambiamenti indolori, delle chiacchiere su di essi, delle apparenze esterne; molte volte, secondo una logica da ‘Gattopardo’: si fa finta di cambiare tutto per non cambiare in sostanza niente.
Chi è coinvolto in un ‘cambiamento’, mentre sta accadendo ne parla molto poco; come i malati veramente gravi, che non si lamentano mai…
Ora – quali che siano state le motivazioni e le modalità intercorse – il cambiamento si è determinato.
Ci si trova spaesati in questo nuovo mondo: cambiati i luoghi, i punti di riferimento, le persone… Il più delle volte, non potendo affidarsi a sicurezze esterne – tutte mutate – si riparte dal nucleo più interno e affidabile. Si ricomincia da se stessi.
È qui che a volte si trovano sorprese… Ma il discorso diventa troppo lungo.
Eravamo partiti da Kieslowski. Non aspettiamoci sconti!

Kieslowski (1): https://odeon.home.blog/2019/10/18/kieslowski-la-necessita-di-comprendere/

Mediterraneo: una rivisitazione

20 SETTEMBRE, 2019
di Sandro Russo
http://www.ponzaracconta.it/2019/09/20/mediterraneo-seconda-o-terza-passata/

Ieri sera ho rivisto Mediterraneo dopo tanto tempo…
Di Gabriele Salvatores, film del 1991!
Ne abbiamo già parlato sul sito, a proposito di un saggio di una sociologa americana Kristin Lawler dal titolo alquanto oscuro – The Mediterranean Imaginary: A Nationalism of the Sun, a Communism of the Sea – “L’immaginario mediterraneo: un nazionalismo del sole, un comunismo del mare” – ma poi tutto si è chiarito, anzi ci ha dato l’occasione di parlare di un film “quasi generazionale” che ha anche dato luogo a qualche interessante commento (leggi qui).
E ancora l’ha citato sul sito Gianni Sarro qualche settimana fa rievocando, attraverso i film, la ricorrenza dell’8 settembre.
Perché il plotone che viene mandato a presidiare un’isola dell’Egeo di nessuna importanza strategica – ci resta per tre anni (!), tagliato fuori, causa la distruzione della radio, da qualunque notizia dal mondo esterno – non sa più nulla degli esiti della guerra, né della caduta del fascismo, tanto meno dell’8 settembre e della guerra civile… Come dice loro un aviere siculo atterrato lì per caso: – Minchia… nenti sapiti… è successo di tutto!
Ma quant’è bello il film! E del finale vogliamo parlare? (…sulla fine delle illusioni alla prova dei fatti – il fallimento della ricostruzione dell’Italia dopo la guerra… appaiato idealmente a C’eravamo tanto amati, di Scola).

Tutto in togliere… Quarant’anni che passano con la macchina da presa puntata sulla scia della barca che li porta via dall’isola dopo tre anni vissuti lì (…forse i più belli delle loro vite) e poi ancora sulla scia del traghetto che dopo tanti anni riporta il capitano indietro, richiamato da una lettera dell’attendente Farina…
È il sergente Lo Russo che parla, stanco e malato – Non si viveva poi così bene in Italia… Non ci hanno lasciato cambiare niente! Allora gli ho detto: – Avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice! Così gli ho detto… E sono venuto qui!
Bravo Salvatores! La “strategia della fuga” è coniugata in ben quattro dei suoi film: Marrakech Express (1989), il seguente Turné del 1990; poi appunto Mediterraneo (del 1991) e quindi Puerto Escondido (1992)

Per leggere gli articoli precedenti clicca sui link sottostanti:
http://www.ponzaracconta.it/2016/05/22/lidentita-mediterranea/ http://www.ponzaracconta.it/2019/09/08/la-storia-raccontata-dai-film-10-la-memoria-dell8-settembre-nel-cinema/

Pastrami. Piccola storiella estiva

di Sandro Russo
https://www.ponzaracconta.it/2019/08/20/pastrami-piccola-storiella-estiva/

Metti una sera a cena, oltre la metà d’agosto in una Roma semideserta. Con amici che non si vedono tanto spesso, ma con cui si stabilisce subito una buona comunicazione.
Il locale propone piatti classici e altri più originali (anche “etnici”).
Antonio prende un sandwich di pastrami.
– E che è? – chiedo curioso – Non l’ho mai sentito!
– È una carne marinata, della tradizione ebraica, credo – risponde.
Me ne fa assaggiare un pezzetto: sì, è una marinata dal sapore indefinibile, sapido e speziato, ma non saprei definire esattamente con che cosa.
Poi la cena prosegue. Tante chiacchiere, risate e buonanotte… tutti a casa
La cosa strana avviene il giorno dopo.
Vado all’aeroporto di Ciampino a prendere Giulia, la moglie dell’amico mio rumeno; la coppia che vive con me al casale.
Lei il pomeriggio già lavora (è fisioterapista) e ha tante cose da fare, dopo un’assenza da casa di circa un mese. Le chiedo se vuole mangiare da me.
 – Ma una cosa leggera, eh!? – Un’insalata di pomodori con lo tzatziki (yoghurt, cetriolo, menta, pochissimo aglio: so che le piace)
.– Ah, per me va benissimo – mi dice – tanto più che nei giorni scorsi ho mangiato tanto; proprio ieri una quantità di pastrami da mia madre!- –Pastra… che?-
Pastrami! …non lo conosci? È una carne marinata e speziata!
Insomma… uno per settant’anni non sente mai nominare una parola e in due giorni gli capita tra i piedi due volte.
Urge una ricerca su Wikipedia.
Dove si apprende che sì, il pastrami (in rumeno pastramă) è una popolare specialità gastronomica della cucina romena, di solito a base di manzo, ma anche di maiale e di montone. Altre varianti si trovano in Turchia e Israele.

Pastrami

Originariamente era utilizzato come metodo di conservazione della carne prima dell’introduzione della moderna refrigerazione.
La conservazione si ottiene mettendo la carne cruda sotto salamoia, si procede poi ad essiccarla, condirla con varie spezie (aglio, coriandolo, pepe nero, paprica, chiodi di garofano), affumicarla e infine cuocerla al vapore. Si presenta come il carpaccio o come il prosciutto e cioè in fettine sottili con varie salse associate o verdure come cavolo, crauti o cetrioli marinati.
È molto utilizzato anche negli Stati Uniti – importato dagli immigrati romeni all’inizio del XX secolo, soprattutto come street food – dove viene mangiato tra due fette di pane di segale (rye) oppure come guarnizione per insalate e hamburger.

Panino con pastrami e senape con rye

Ma non è finita.
Avete presente la scena di Harry ti presento Sally (film del 1989, scritto da Nora Ephron e diretto da Rob Reiner) in cui Meg Ryan finge un orgasmo al tavolo di un deli di New York? Nel suo piatto c’è un sandwich al pastrami, ormai il più famoso della storia. Tanto che nel film, dopo la performance di Sally, la cliente del tavolo vicino, prima ancora di essere interrogata dal cameriere sulle sue preferenze, dice: – Quello che ha preso la signorina! Woow!

Come finisce questa storiella estiva minima di stranezze e coincidenze?
Che Giulia mi cercherà un mezzo chilo di pastrami al negozio di prodotti rumeni più vicino: – A Lanuvio no, ma a Velletri sicuramente c’è – mi dice; e quanto prima faremo un Pastrami party da noi.
Solo toccherà all’ospite femminile più volenterosa rifare la parte di Meg Ryan del film, dopo la degustazione..!

Jeremy Irons e i ragazzi del Piccolo America

di Lorenza Del Tosto

– È qui, è arrivato… – sussurra una voce nel giardino di un antico convento di Roma – un tempo commissionato al Borromini e ora trasformato in albergo – dove siamo seduti  sotto filacci porpora di piccole nubi al tramonto.
Eccolo Jeremy Irons, vestito di scuro svetta alto contro le luci soffuse dell’atrio che apre alla chiesa. E’ appena arrivato da Londra per presentare stasera, in piazza, Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci su invito  dei ragazzi del Piccolo  America.
– Noi scriviamo a tutti –
ci ha detto Valerio Carocci, il ragazzo presidente del gruppo, sorriso aperto, tratti volitivi, molti non rispondono ma noi li invitiamo lo stesso. E, alla fine, qualcuno più generoso ci dice di sì.
Lui, il presidente, è uno che non molla.
– Finché non ottengo quello che voglio vado avanti: avevo un problema con l’assessore Bergamo, che ci ha cacciato dalla piazza, e per sei mesi non ho pensato ad altro. Io sono fatto così: se ho un problema lo devo risolvere. E poi la sera, quando torno  a casa, voglio stare da solo… le ragazze però non lo capiscono.

Ora in giardino, emozionati, ma senza piaggeria i ragazzi si presentano  all’ospite importante che ha accettato il loro invito, bruciano di passione, di follia, di giovinezza e si fanno in quattro perché ogni cosa vada nel verso giusto. Anni di occupazioni di casa abbandonate hanno insegnato loro a muoversi in gruppo e all’unisono, e ora, da anfitrioni provetti, offriranno l’aperitivo al loro ospite prima di accompagnarlo sul palco e poi a cena, orgogliosi di mostrare il calore di un quartiere che li accoglie, di strade e vicoli che si aprono ai loro ospiti, tra foto e richieste di autografi.
Ieri un ragazzo dell’ufficio stampa si stupiva: ma come portate gente di questo calibro in giro così? Senza sicurezza? Senza niente? I responsabili, in genere, fanno mille storie, impongono mille regole.
– Sì, così li portiamo in giro – rideva Valerio,  sicuro del fatto suo  perché, come spiega sempre a tutti: – noi vogliamo portare la cultura nelle strade, vogliamo che il cinema arrivi anche alla gente che non può pagare un biglietto.
Ma questa è diventata, all’improvviso, una sera speciale, diversa dalle altre, perché  nella notte sono successe cose molto brutte.
Ma come non lo avete informato? – si stupisce il giovane presidente.
Federico, il ragazzo che è andato a prendere Jeremy Irons all’aeroporto: capelli lunghi, modi pacati, ottimo inglese, vegetariano, membro del comitato di selezione del film in piazza, sorride per scusarsi: lui ha preferito parlare di cinema, di quello che è successo stanotte è meglio che ne parli Valerio, in cui tutti riconoscono il loro leader naturale, ma senza servilismo, in piena indipendenza, perché ognuno, qui nel gruppo, si dedica a ciò di cui ha competenza: i microfoni, la parte tecnica, la scelta dei film, le foto, i social. Ognuno qui dà il meglio di sé in quello che sa fare.

La gentile assistente di Bertolucci e un’amica di famiglia di Irons, che sono con noi  in giardino, spiegano cosa è successo ieri notte o meglio alle prime ore di questa mattina: quattro ragazzi del gruppo sono stati assaliti da altri ragazzi, nel quartiere, che hanno intimato loro di levarsi le magliette ritenute dagli aggressori antifasciste e, al loro rifiuto, li hanno aggrediti.
Valerio non si è dato pace, sui social è girata in un istante la voce e ora la notizia è su tutti giornali, sono andati a trovare il ragazzo in ospedale che ha il setto nasale rotto e sono tutti molto scossi. All’unisono si sono sguinzagliati per individuare i responsabili, e comunque hanno ottimi rapporti con il comandante dei carabinieri di zona: –  È  bravissimo il comandante: appena qualche ragazzo, qui in zona, fa cose strane lui chiama le famiglie, ci parla. Gli aggressori finiranno dentro.

Jeremy Irons ascolta il racconto nel suo aplomb britannico e si informa: c’è una questione politica dietro? E’ un problema dovuto alla crisi? Sembra ponderare ogni informazione e assorbirla mentre tutti parlano e spiegano e il suo pragmatismo britannico crea uno strano connubio con la carica vitale dei ragazzi comunque  sempre garbati, mai eccessivi
Se la metterebbe lei la nostra maglietta in segno di solidarietà?
Certo – risponde Jeremy Irons.
– Che taglia le serve?
– Una L.
– Se la metterà sopra la camicia?
– No sopra la camicia no,  fa le pieghe ed è una cosa orribile.
L’aereo è arrivato in ritardo, il pubblico aspetta già da tempo, ma non si può chiedere a uno come Jeremy Irons di cambiarsi  e restare a petto nudo in piazza.
– Facciamo venire qualcuno con una moto, Subito. Dice Valerio.
In un istante, arriva una maglietta bordeaux portata dalla piazza, dove sono in vendita, taglia L, e Irons in un angolo del giardino si cambia e poi via sul van nero verso il grande schermo di San Cosimato, non c’è tempo, stasera, per la passeggiata tra i vicoli.

Ed ecco la piazza: i ragazzi la guardano come fosse una loro creatura  che non li tradisce ma – la piazza non fa mai questo -, li sentiamo ripetere spesso: – No non c’è nessun pericolo: la piazza non se ne va, la piazza rimane sempre fino alla fine del film -, tutto il resto può essere  un problema, magari i mesi per superare le barriere  burocratiche, ma la piazza mai.
Il van arriva sotto il palco dove la folla preme da ogni lato, sono venuti a vedere Jeremy Irons e a protestare contro la violenza di ieri: voci rotte dall’emozione, occhi lucidi e allegri, bravo, gridano, scattano foto e lui, Jeremy, sorride imperturbabile, subito si è adattato al ruolo che le circostanze gli hanno richiesto, arriva la voce di Valerio che è salito sul palco e urla che quello che è successo non dovrà più succedere e ringrazia la folla tanta che è qui per difendere la libertà della piazza.
Gente preme da ogni lato, poi miracolosamente, i ragazzi aprono un varco, e senza forze di sicurezza, senza nulla
Jeremy è sul palco e noi dietro a lui ed è un boato. Ma in tanto frastuono lui è calmo e pacato, chiede solo in un sussurro che la gente si sieda, non vuole che nessuno se ne stia aggrappato, abbarbicato alle assi del palco, come in un assalto alla fortezza, e, in un istante, tramite un ordine segreto, la piazza si siede, incredibile questa grande creatura così viva, occhi davanti a noi bruciano e attendono, bruciano e attendono e ce li sentiamo sulla pelle.

Jeremy non può non sentirla anche lui la trepidazione attorno. Questa serata è un omaggio a Bertolucci e lui lo sa bene: la moglie Clare Peploe è seduta lì in prima fila, i ragazzi si sono assicurati che ci fosse il posto per lei riservato, era molto stanca, ma ha detto che avrebbe fatto uno sforzo ed eccola lì con i suoi occhi stanchi.

I fiati trattenuti e Jeremy Irons, che è uomo di teatro, lì sulla sedia non è seduto come gli altri no, il suo corpo è proteso verso il pubblico, risponde ad ogni vibrazione, sospiro, ad ogni sguardo che sale dalla piazza e racconta dei giorni meravigliosi delle riprese di Io ballo da sola,  in compagnia di attori fantastici sotto il dolce sole della Toscana, o meglio sotto una tenda che Bernardo si era portato dietro, insieme ad un cuoco. Perché per Bertolucci il cinema era questo, spiega: stare insieme, unire le persone, proprio come stasera qui, e un respiro profondo si leva dal basso, dalla piazza che risponde.

Bernardo Bertolucci e la moglie Claire Peploe al festival del cinema di San Sebastian, Spagna, settembre 2001

Inizialmente Bernardo aveva contrattato sua moglie, l’attrice irlandese, Sinéad Cusack – …e allora gli ho chiesto  se avesse una parte anche per me, avevo voglia di passare l’estate con mia moglie in Toscana.
C’è un grande amore per sua moglie nelle sue parole, e, a quanto pare, anche Bertolucci lo aveva colto se, vedendoli insieme, ha aggiunto nuove parti alla sceneggiatura: – …non voglio certo interpretare la parte del marito di mia moglie, gli ho detto, e allora l’unica parte che può andare bene per te è quella del morente, mi ha risposto Bernardo. E così mi è toccato il morente -. Ride.
Uno dei personaggi più belli, più intensi del film.

– Osservavo Bernardo sul set e capivo che il mio personaggio era quello in cui più si identificava. Lui un uomo che sentiva avvicinarsi la fine e si inebriava della giovinezza e della bellezza di Liv Tyler che allora era nel pieno del suo splendore. Era l’uomo consapevole del passare del tempo e della fine delle cose. E questo struggimento ho messo nel mio personaggio. Un giorno Bernardo è venuto da me e mi ha detto c’è una scena in cui tu sei nello studio e non puoi andare con gli altri perché sei malato e senti che la ragazza sta venendo a salutarti e allora ti metti a cercare una poesia che non trovi… ho capito, gli ho detto e non c’è stato bisogno di aggiungere altro.
Ne è venuta la scena più struggente dove la poesia che il morente non riesce a trovare nella libreria è la più bella che abbia mai scritto: metafora della vita e dell’amore che lui non può più avere.
E ancora Irons parla e racconta: – Bernardo si prendeva il suo tempo, aveva una grande chiarezza e una grande semplicità nel trasmettere le sue emozioni, che erano vere, perché lui le sentiva davvero e si prendeva tutto il tempo per trasmetterle: qualità così rara adesso, dove si bada solo ai tempi e a stare nel budget e c’è sempre fretta.
Poi arrivano sussurri da qualche parte della piazza qualcosa che lui deve avvertire e a noi sfugge. E salta in piedi, la maglietta bordeaux sotto la giacca e dice con voce  forte, possente che ciò che dobbiamo tutelare in momenti così difficili è la nostra umanità e l’arte serve proprio a questo: a cercare di capire l’altro e le sue idee, a cercare di capirci nelle differenze non a frammentarci e tanto altro dice lì in piedi, un appello a far sì che ciò che è successo 70 anni fa non torni a gettare i suoi semi e la sua voce intensa ci  investe e traduciamo in una sorta di danza con lui e con la piazza, un’energia che ci solleva e ci fa girare.
E poi via a cena sempre lì a pochi metri e sempre con il van perché la folla preme, e a cena al grande tavolo lui conversa e gente va e viene, gente famosa di ogni età che si ferma a fare un saluto al capo e ai ragazzi che siedono impettiti ma felici e sprigionano energia, progetti e programmi, ma soprattutto sprigionano azioni, non sono sognatori o almeno non solo, nascono dalle occupazioni di case abbandonate.

Jeremy Irons a Piazza San Cosimato con Lorenza che lo traduce

– Una volta – piace raccontare a Valerio – è capitato che abbiamo occupato il cinema America, ma solo perché era un posto abbandonato come tanti e da lì è nato tutto, io di cinema non capivo niente, e neanche mi importava, non c’era proprio il cinema nella mia vita, ma piano piano sono diventato esperto, mi sono impegnato.
Dice schietto, ride e arrossisce: – Bertolucci lo aveva capito subito. Mi ha fermato e mi ha detto “guarda che io lo so che tu non ci capisci niente di cinema”, però ci ha aiutato tanto.
Come li aiutano tutti quelli che passano di qui, nomi famosi del cinema, che si fermano a fare due chiacchiere. Forse qualcuno rivedrà in loro le proprie passioni di giovinezza, rivedrà la speranza, la trasmettono questi ragazzi che non mollano, questo presidente che non sapeva niente di cinema e ora smuove il mondo.

Ma ecco che nel mezzo della cena, dopo gli antipasti, Jeremy Irons si alza, lui torna in piazza, dicono, ha voglia di vedere la fine del film, di sedersi tra la gente al buio, – Ma come così? – si chiede qualcuno – Non sarà pericoloso?
No la piazza non è mai pericolosa, e via in un istante, all’unisono, tutti fuori, le forchette lasciate nei rigatoni, bottiglie ancora piene, tovaglioli sulle sedie, rimarrà solo uno dietro a pagare, gli altri verso la piazza di gran passo, Jeremy Irons davanti a tutti nella penombra della strada, a capo chino, l’andatura dimessa, le spalle incassate, improvvisamente irriconoscibile, sembra un viandante, uno di quei senzatetto che  la sera si siedono a vedere il film, perché la cultura qui è anche per loro.
Si ricava uno spazio tra la gente seduta a terra, nessuno all’inizio lo riconosce, seduto immobile guarda lo schermo, poco fa ha detto che il film gli porta ricordi: sua madre che era venuta a trovarli sul set  in Toscana (lei non veniva mai) e anche suo figlio di dieci anni che si intravede in una scena, e ogni tanto qualcuno si volta per caso e si accorge che Jeremy Irons è lì, una ragazza  strabuzza gli occhi e spalanca la bocca, e altri si danno di gomito, ma subito, per accordo tacito, intuiscono la sua richiesta di anonimato, e riprendono a guardare il film, come bambini che, a nascondino, non rivelano la tana di un compagno. La grande piazza  si stringe attorno a lui che, per una notte, vuole essere uno spettatore tra tanti, a guardare le immagini girate da un uomo, Bertolucci, che cercava di catturare un istante di bellezza fugace come questo, adesso, in questa piazza dove ognuno, sotto le stelle, può sentirsi ancora re e padrone dei suoi sogni.

Che sorpresa trovare per caso Ponza in un film!

8 APRILE, 2019
di Sandro Russo
https://www.ponzaracconta.it/2019/04/08/che-sorpresa-trovare-per-caso-ponza-in-un-film/


Una scoperta del tutto casuale ieri, alla visione di un film da qualche settimana nelle sale.
Ricordi? – di Valerio Mieli (2018), con Luca Marinelli e Linda Caridi.

Il film è bello, ma questa non è una recensione: penso anzi di doverlo rivedere; solo un appunto al volo, per chi avesse intenzione di andarlo a vedere mentre è ancora nelle sale (non restano a lungo in programmazione, negli ultimi tempi!).

È un film sui ricordi di una coppia, sul modo di ricordare, confuso e disordinato, come sono le immagini che passano per la mente e su come gli stessi episodi vengono ricordati in modo diverso da lui e da lei (che rimangono senza nome)… Due che si incontrano, si amano, vivono per un certo tempo insieme; si lasciano, si ritrovano… potrebbe essere la storia di una coppia qualunque…

Non ne avevo sentito parlare – della location di alcune scene a Ponza -, per cui è stata una vera sorpresa trovare degli scorci dell’amato scoglio dove proprio non me l’aspettavo.
C’è una scena, brevissima, al cimitero: uno scorcio delle scalette in discesa tra le cappelle e il mare in fondo; poi qualche scena a capo Bianco, e una – mi è sembrato -, alla “spaccata” di Frontone. Forse qualche altra scena… non sono sicuro; devo rivederlo.

Ma è una Ponza lontanissima dal “formato cartolina”; nessuno scorcio ‘ruffiano’. Immagini per chi la conosce e la ama.
Per il resto, oltre a molte ambientazioni ‘in interno’, il grosso delle riprese ‘in esterno’ a Roma (sotto la sopraelevata a San Lorenzo, nei dintorni dell’Università) e anche nel Parco dei Mostri di Bomarzo; ma sempre da angolazioni inconsuete, poco viste al cinema.

P.S. Sempre a proposito di location, anche le immagini della locandina del film – i due personaggi ripresi sullo sfondo di un murale che ritrae farfalle e insetti – sono riprese a viale delle Province, nel suo tratto finale che incrocia via Tiburtina, sui muri che circondano l’Istituto di Biologia animale. Bellissimo murale; purtroppo esposto alle intemperie si sta deteriorando. Anch’esso da vedere prima che scompaia.

Trailer del film da YouTube:

Di quel poco che so sulle Serie tv

di Sandro Russo

Un mio amico di qualche tempo fa, cinefilo doc, aveva sviluppato una strana psicosi (una specie di sindrome da indennizzo) che lo portava a sentirsi “danneggiato” per ogni nuovo film che usciva. Faceva calcoli complicati sul numero di nuovi film che uscivano ogni anno, li sommava a quelli del passato, e divideva il tutto per la durata della vita umana (e nel suo caso specifico su quante ore al giorno poteva dedicare alle visioni) traendole la chiara (e matematica) conferma di una lotta impari.
Un altro amico, in tempi più recenti, senza saperlo ma in continuazione di quella stessa linea di pensiero, ha pronunciato un’altra frase rivelatrice:
“…E adesso ci mancavano le serie!”
Questo per dire l’impatto delle serie tv sulla (fragile) psiche di noi cinefili. Più che amare i film, ci crucciamo di non poterli “possedere” tutti.

Qualche settimana fa al Corso di Cinema di Gianni, a proposito di “Romanzo criminale” si è accennato ad entrambe le messe in scena: – quella del film del 2005 diretto da Michele Placido tratto dall’omonimo romanzo del 2002 scritto di Giancarlo De Cataldo ed edito dalla casa editrice Einaudi;
– e quella delle serie – prima stagione, 2008-2009, 12 episodi; seconda stagione, 2010, 10 episodi. Si è trattato della seconda fiction prodotta da Sky dopo Quo vadis, baby? Regia di Stefano Sollima.

Quindi entriamo in qualche modo “nel vivo” della materia e proviamo a definire in termini generali la “serialità post televisiva”, di cui non sono un esperto (mancando dell’elemento fondamentale della tv) ma che frequento occasionalmente “da parassita” a rimorchio altrui (per la precisione ho visto solo un congruo numero di episodi di Westworld e di Black mirror).
Riporto quindi per la maggior parte opinioni altrui che ho condiviso in base alla mia limitata esperienza.

Ha detto qualcosa di molto sintetico sulle “serie”, Thierry Frémaux (storico direttore del Festival di Cannes), in un recente articolo su la Repubblica (6 maggio 2019 – il file .pdf dell’articolo è in allegato in fondo):
Alla domanda: « La maggiore differenza artistica tra una serie e un film? »
Risponde: « La durata. Una serie mi dice in 15 ore e tre stagioni quello che il cinema racconta in due ore e un solo appuntamento. E la definizione: un film è celluloide per il grande schermo, una serie è un’opera da piccolo schermo, prodotta in modo industriale, scritta per tenere alta l’attenzione a ogni puntata. E poi il cinema punta più sui registi, la serie su sceneggiatura, attori, primi piani.
Gli inesorabili di John Huston è fatto solo di campi lunghi, non si può goderlo in tv, come Apocalypse Now o La dolce vita ».

Domanda: « Ma qualche serie a Cannes c’è. Quest’anno, quella di Nicolas Winding Refn (Too old to die young – N.d.A.). A lei quali piacciono?»
Risposta « Non ne vedo molte, preferisco iniziare a ripassarmi tutto Eisenstein, Kurosawa e Billy Wilder. Ma passerò l’estate a vedere Trono di spade perché, come si dice, “non voglio morire stupido”. In seguito, vedremo se il Trono sarà in grado di resistere alla prova del tempo come La strada, I sette samurai o I 400 colpi, di cui quest’anno si celebrano i sessant’anni con la nascita della Nouvelle Vague ».

Questi altri punti sono (ultra) sintetizzati – salvo diversa indicazione – da un recente saggio di Alessandro Alfieri:  [Galassia Netfix – L’estetica, i personaggi e i temi della nuova serialità (Villaggio Maori Edizione; marzo 2019)]:
Anche la narrazione è stata “seriale”. Le vecchie serie tv recuperavano la tradizione letteraria dell’800 (Dostojewski, Flaubert; Dickens).
La narrazione breve (per singoli episodi) si presta molto alle esigenze televisive.
Vecchia serialità televisiva (soap-operas, telenovelas):
– principio orizzontale di trasmissione
– scansione settimanale (se non si era davanti alla tv per quell’appuntamento, lo si era perso per sempre).
– non ambizioni concettuali ma di relax
– la sceneggiatura della serie complessiva non deve evolversi, ma costruirsi su segmenti separati, che al loro stesso interno (nei loro quaranta minuti di durata) abbiano tutte le figure della narrazione classica: la condizione di partenza, il problema, il climax, la risoluzione. Ogni episodio è una storia a sé, con ovvi rapporti con gli episodi precedenti e successivi, ma senza che tali rapporti siano vincolanti e necessari.
– un episodio può venire scardinato dalla successione senza smarrire il senso complessivo: le serie autenticamente televisive sono malleabili, rispondono a principi di consumo televisivo classici, per i quali la televisione non intende mai tradirti. Hai perso un episodio? Poco male…recuperalo se riesci, altrimenti continua a vedere la serie dalla prossima puntata, non succede niente!
– la vecchia serie tv seguiva il principio della ritualità dell’appuntamento fisso settimanale, solitamente serale, e paradossalmente la scarsa attenzione alla dimensione stilistico-formale di regia e fotografia rispecchiava una semplicità percettiva che esprimeva il principio di rilassare il fruitore con prodotti senza pretese; questo perché è «la forma della narrazione a produrre piacere, non il suo contenuto.

Anni ’90:
– nascono in maniera sempre più invasiva delle serie specificatamente rivolte alla categoria dei teenager, unisex nel senso che non erano rivolte nello specifico ad uno dei due generi.
Beverly Hills 90210 (1990-2000) – Dawson Creek (1998-2003)

Metà anni 2000
X-Files (1993-2008), Dr. House – Medical Division (2004-2018), Lost (2004-2010) sono fenomeni di transizione tra due differenti stagioni della serialità: tra la logica televisiva e la programmazione in streaming sul web.
Sex in the city (1998-2004) – Desperate housewives (2004-2012): «drastica demolizione di tabù e censure»

Evoluzione. Cambia il mezzo tecnico, cambia il target à cambia il prodotto
La tv non scompare; i vecchi media (radio, tv) non scompaiono, ma con l’arrivo del web si trasformano, si adattano; a volte si travasano, come per le serie che diventano film (tipo Avengers) o viceversa.
Vedere la puntata quando si vuole (on demand) è anche adattabile alle diverse modalità lavorative.
Si diffonde il fenomeno del binge watching (visione additiva e compulsiva):
– restiamo per ore dinanzi al monitor del dispositivo per esaurire il prodotto nella sua interezza. Si tratta di una sorte di “fruizione ipnotica” motivata anche dalla profondità dei contenuti e dalla complessità dei profili psicologici dei protagonisti; l’insaziabilità del fruitore ingordo cerca nelle series non più una tappa rituale nella sua settimana, ma la possibilità di colmare un vuoto che può prolungarsi per intere giornate

Personaggi
– Fascino dei personaggi delle neoserie deriva non più da un’effettiva bellezza e prestanza fisica, ma neppure dalla moralità e dall’animo, anzi… l’attrazione è per qualcosa di inusitato e difficilmente comprensibile.
– Politicamente scorretto – cinismo – sarcasmo
– Figure asociali, outsider, antipatiche, eccentriche:
Esempi: Mr. Robot, Dexter, Sherlock, Breaking Bad

Chi è l’Autore di una serie.
È un aspetto variabile delle serie;si va da Autori importanti (David Linch, Lars Van Trier, David Fincher) fino alla completa insignificanza. Di solito l’autore famoso viene assoldato per curare il primo episodio (pilot) della serie, per cui si spendono cifre strabilianti.
Una figura di crescente importanza nelle serie è quella dello show runner, l’ideatore (a volte), ma comunque il garante della coerenza interna  e “dell’anima” della serie.

Qualche esempio di serie di rilievo:

Soprano
(1997-2007) – David Chase
– Tony Soprano non ha talenti particolari, questa la sua specificità e grandezza: non possiamo ritenerlo “un buon capo”, non possiamo ritenerlo un uomo rispettoso della famiglia e neanche un buon padre, non è una persona equilibrata e lo sviluppo della narrazione testimonia che spesso ha torto, sbaglia, infatti crea lui i problemi che anche i suoi amici sono condannati a risolvere o per i quali sono destinati a perire. Non è morale, ma non è neanche un genio, ed è questo lo splendido piano di realismo dei Sopranos: come la maggior parte degli individui, non è un eroe, e neanche un anti-eroe.

Mad men (2007-2015) – Matthew Weiner
– il fascino del personaggio Don Draper è in questa complicazione dialettica: un uomo al quale ci siamo affezionati per le sue capacità rivoluzionarie di pubblicitario resta fonte di attrazione anche quando sembra smarrire questo talento, quando decide di ripudiarlo in una ricerca inappagata del suo sé (probabilmente smarrito per sempre perché morto nella sua autentica identità in guerra).

Lost (2004 –2010) – J. J. Abrams, Damon Lindelof
– La complicazione narrativa che struttura le vicende di Lost è legata a una moltitudine di personaggi che in un caso quasi unico si danno il cambio simmetricamente acquisendo importanza e centralità attraverso il montaggio alternato, se non persino al montaggio parallelo che mette in corrispondenza universi paralleli e dimensioni temporali con gli stessi personaggi protagonisti. Il successo della serie è infatti nella sua originalità, ovvero nell’intricarsi continuo della trama fino a diventare irriconoscibile rispetto all’inizio, toccando vette di speculazione filosofica inusuali nel periodo nel quale uscirono le sue sei stagioni.

Breaking Bad (2008-2013) – Vince Gilligan
– In Breaking Bad la domanda essenziale è proprio quella della possibilità di costituire una nuova identità a partire dall’opposizione netta nei confronti dell’identità precedente: la malattia come momento iniziatico della trasformazione (la chimica come scienza del cambiamento), che allude al paradosso dell’interrogativo a suo modo irrisolvibile sull’autenticità dell’io. Walter White è il premuroso padre di famiglia disposto all’umiliazione sociale, a dispetto del suo talento geniale, rispettoso della legge e condannato alla miseria della vita di provincia? Oppure Walter White, prima di essere per l’appunto Walter White, è più originariamente ancora The King, Heisenberg, l’astuto e cinico manovratore della mente altrui votato al dominio e al controllo della situazione?

Westworld (2016 – in progress) – Jonathan Nolan, Lisa Joy
– In Westworld il ‘dentro’ e il ‘fuori’ non sono figure astratte relative alla mente umana o alla sua morale, ma assumono una spazialità precisa, e questa dimensione narrativa concede alla serie un’affascinante prospettiva meta-testuale; il dentro paradossalmente coincide col fuori. Nell’opera di Jonathan Nolan e Lisa Joy, lo spazio della profondità da cui proviene la coscienza sono i laboratori, più oscuri e bui delle scene a cielo aperto perché rappresentano la realtà ultima delle origini della coscienza artificiale. Sono spazi claustrofobici, fievolmente illuminati da luci al neon intermittenti, dove non solo si progettano e si costruiscono le menti robotiche, ma soprattutto “si scrive” la loro storia. Il dentro della coscienza dei droidi, ovvero il fuori rispetto ai laboratori, è uno spazio cinematografico, quello del vecchio West: nel parco divertimenti, i personaggi, come gli attori stessi, sono “condannati” a recitare la loro parte, e non a caso la storia di Westworld è il tentativo di ribellione degli attori nei confronti del loro stesso copione.

Sulle Serie e su Westworld, in Omero, Scuola di Scrittura:
https://www.omero.it/omero-magazine/omeriche-visioni/parliamo-di-westworld-una-serie-non-e-un-film-ma-si-somigliano-molto-prima parte/
https://www.omero.it/omero-magazine/omeriche-visioni/parliamo-di-westworld-una-serie-non-e-un-film-ma-si-somigliano-molto-seconda-parte/

Black Mirror (2001 – in progress: 5 stagioni finora; serie televisiva britannica prodotta da Charlie Brooker per Endemol).
Si tratta di una serie antologica, in quanto scenari e personaggi sono diversi per ogni episodio. La fiction, ambientata nel futuro, ma in realtà ispirata al mondo di oggi, è incentrata sui problemi di attualità e sulle sfide poste dall’introduzione di nuove tecnologie, in particolare nel campo dei media (il titolo si riferisce allo “schermo nero” di ogni televisore, monitor o smartphone).
Ogni episodio è a sé stante, e il filo conduttore di ognuno è l’incedere e il progredire delle nuove tecnologie, l’assuefazione ad esse ed i loro effetti collaterali. Vengono immaginate e ricreate diverse situazioni del mondo moderno (o futuro) in cui una nuova invenzione tecnologica o un’idea paradossale ma realistica ha, in qualche modo, destabilizzato la società e i sentimenti umani (estratto da Wikipedia).

True detective (2014 – in progress) – Nic Pizzolatto
– L’oscurità domina la serie, gli avvenimenti accadono come momenti del processo della coscienza, tanto che il continuo confronto tra Rust Cohle e Marty Hart è una potente espressione della dialettica del pensiero. I campo/controcampo dei loro dialoghi sono parti di un flusso di coscienza che non arriva ad alcuna sintesi, ma solo a compromessi provvisori. In True Detective la luce del sole, sempre “sporca di grigio”, non arriva mai a schiarire le coscienze, che nel corso dell’indagine intraprendono un percorso verso il buio e la confusione.

The Handmaid’s Tale (2017 – in progress) – Bruce Miller
– Dal punto di vista tecnico-visuale, si rincorrono il futuro e il passato, in una spirale anacronica irrisolvibile: i costumi, le scenografie, anche la costruzione fotografica degli interni guardano a elementi del passato. Siamo proiettati in uno scenario pre-elettronico e pre-informatizzato: gli interni sono illuminati flebilmente da lampade tenui, espressione simbolica della catastrofe che vive la protagonista.
The Handmaid’s Tale si costruisce su inquadrature particolari: ai totali che inquadrano le ancelle dal volto coperto, gestite visivamente come pedine, rispondono inquadrature strette che però non ripropongono lo stile abitudinario della fiction televisiva; si tratta nella maggior parte di ‘disinquadrature’, dove il volto del personaggio è relegato a un angolo dell’inquadratura, sovrastato da un muro o da un fondale senza orizzonte. Emblema potente dell’oppressione, tali disinquadrature, assai frequenti, comunicano che il destino è interrotto, così come la decisione e l’azione sempre osteggiate dalle autorità.

File .pdf dell’intervista a Thierry Frémaux su la Repubblica: