Jean Seberg, l’attrice francese resa celebre nel 1960 dal film di Godard “Fino all’ultimo respiro”, al suo arrivo negli USA conosce Hachim Jamal, attivista del movimento delle Black Panthers, e ne diventa ben presto sia amante che appassionata sostenitrice e finanziatrice.
Quel che non sa ancora è di essere per questo una sorvegliata speciale dell’FBI, che nell’ombra la fa spiare, pedinare, ne intercetta incontri, movimenti, telefonate, e finirà col distruggerle l’esistenza. A poco gioveranno i tormenti e i tardivi scrupoli di coscienza dell’agente federale responsabile del suo fascicolo. Più che un biopic di Jean Seberg, il film è costruito come un poliziesco o un thriller: lo spettatore segue la Seberg insieme agli agenti, la osserva in soggettiva dalle fessure delle imposte, dal teleobiettivo di un cannocchiale, ne ascolta i dialoghi dalle cimici nascoste nella sua stanza . Magnifica la ricostruzione dei favolosi Sessanta con gli outfits, le acconciature, il mobilio e il sound dell’epoca; ottima l’interpretazione di Kristen Stewart. (ma notevole anche Zazie Beetz, nel ruolo della moglie cornificata – e comprensibilmente inferocita – di Jamal). Forse non bastano a farne un capolavoro, ma certamente un film ben fatto, che si fa guardare senza annoiare.
Arriviamo finalmente al 1974 e ad Ettore Scola. E’ lui a dirigere C’eravamo tanto amati, film cardine del nostro cinema, perché narra trent’anni di storia italiana, tracciando, non a caso, lo stesso arco di Roma città aperta, Ladri di biciclette, I soliti ignoti, Il sorpasso. Il film di Scola è un film di Storia e di storie, con una struttura complessa, dove si mescolano flashback (retrospezione o racconto di un evento avvenuto prima – analessi – NdR), flashforward (anticipazione o prolessi – NdR), fantasie ad occhi aperti, materiali di cinegiornali, rappresentazione teatrale; realizzando una contaminazione tra dramma e commedia, parodia e denuncia sociale. Questa contaminazione, secondo Lino Micciché (storico del cinema e critico – NdR), avviene perché negli anni ’70 il cinema non si può più limitare a mostrare il reale, come avveniva nel Neorealismo, perché mostrare non basta; non riesce più a far capire la realtà complessa della società del dopo-boom economico.
Il film di Scola schiera un parterre de roi dove insieme a Vittorio Gassman, Nino Manfredi,
Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores spicca Aldo Fabrizi, in una delle più
belle interpretazioni della sua carriera.
Fabrizi con i personaggi di Don Pietro (Roma città aperta) e di Romolo Catenacci (C’eravamo tanto amati) rappresenta il mutamento dei tempi, tra il dopoguerra e gli anni 70 Don Pietro è il simbolo della speranze di un futuro migliore, e non esita a subire il martirio, simbolicamente uguale a quello di Gesù, per il bene dell’umanità. Viceversa Romolo Catenacci rappresenta i 30 anni che sono passati dal 1945, le speranze che sono naufragate. Il corpaccione gargantuesco del palazzinaro/pescecane è l’emblema del disfacimento e dell’auto-indulgenza dell’Italia degli anni 70.
Essendo un film che segue una traiettoria di
trent’anni, C’eravamo
tanto amati ribadisce l’itinerario culinario
che abbiamo visto nei film precedenti. Nelle sequenze iniziali, ambientate
nell’immediato dopoguerra a Roma, Gassman, Manfredi e Satta Flores, mangiano
tutti i giorni in un ristorante conosciuto come il “Re della mezza porzione”, che ci ricorda padre e figlio in Ladri di Biciclette.
Man mano che C’eravamo tanto amati va avanti, i pranzi diventano più ricchi ed abbondanti, fino ad arrivare a quella scena di gargantuesca opulenza dove Fabrizi, in uno dei suoi cantieri, presenzia all’arrivo di una gigantesca porchetta, depositata sul lungo tavolo allestito per il pranzo da una gru, mentre da alcuni altoparlanti vengono diffuse le note dell’inno di Mameli.
Dunque alla fine di questo gioco cine-culinario, il cibo non è più una necessità, ma assurge a simbolo, ad idolo da glorificare, a discapito di ideali sotterrati da trent’anni nei quali sono scoppiate laceranti contraddizioni sociali che hanno trasformato i sogni in incubi. Per finire, dallo stesso film di Scola, un ricordo che abbraccia Fellini e altri attori “che abbiamo tanto amato”: la ricostruzione della famosa scena del bagno de La dolce vita, a Fontana di Trevi, ricostruita per l’occasione con i personaggi veri e inserito nella trama del film…
Gianni Sarro ha dedicato tre puntate della sua serie “La storia raccontata dai film” al modo in cui è stata rappresentata la fame nel cinema italiano del dopoguerra. Assolutamente pertinente col tema, una delle ultime “schede” di Stefano Testa, che sempre pubblichiamo quando escono su LT Oggi. Questa di sabato scorso 4 maggio recensisce il saggio di Aldo Cazzullo: “Giuro che non avrò più fame”, edito da Mondadori (254 pagine). Contiene numerose perle e richiami utili per chi coltiva la (desueta) virtù di ricordare chi siamo e da dove veniamo. Il file .pdf della pagina da LT Oggi è allegato in fondo all’articolo di base
Les epouvantails di Nouri Bouzid, 2019 Sezione Sconfini
Il regista tunisino, alla seconda partecipazione ad una mostra cinematografica internazionale, vuole testimoniare con il suo film il periodo buio della Tunisia, durante il regime islamico, per rompere il silenzio che ha avvolto molte vittime.
È la storia di Zina e Djo, due ragazze che fanno ritorno in Tunisia dal fronte siriano, dopo un sequestro durante il quale sono state brutalizzate e sottoposte ad ogni tipo di violenza. Nonostante l’aiuto tramite un’associazione umanitaria da parte di un medico e di un avvocato, il reinserimento é reso ancora più difficile dalla mentalità corrente e dall’ambiente circostante. Il titolo Gli spaventapasseri, collegato alla frequente presenza di inquadrature dove sono messi in mostra degli spaventapasseri di legno, che la madre di una delle due protagoniste costruisce per venderli ai turisti, potrebbe riferirsi in senso critico ai terroristi. Il contenuto di questo film è fortemente drammatico, ma a mio giudizio viene portato sullo schermo con una modalitá originale, rispetto ad altri film con contenuti affini. I film prodotti nei paesi arabi sono spesso caratterizzati dalla presenza di colori spenti, sfumati tra il grigio, giallo pallido, nero, grigio verde; in questo film invece irrompono spesso sullo schermo luce e colori brillanti e vivaci come il rosso e l’azzurro, a contrastare la tragicità del contenuto: la vita contro la morte, che rappresenta anche la scelta di segno opposto delle due protagoniste, una sceglie la vita e l’altra sceglie la morte. Il regista, dotato di grande sensibilità nell’affrontare la tematica, riesce a catturare il pubblico inserendo scene molto crude, utilizzando una fotografia di grande potenza espressiva. Ne risulta un film meritevole di attenzione, sia per la tematica che per la forma filmica.
Presso l’Arsenale Nord, dall’11 maggio al 24 novembre 2019 sarà possibile ammirare Building Bridges, una gigantesca installazione costituita da 6 coppie di mani che partono dai due argini per intrecciarsi e formare un ponte.
L’opera, alta 15 metri e lunga 20, vuole celebrare 6 valori universali dell’uomo, e la scelta di Venezia non è casuale: “Venezia è una città patrimonio mondiale ed è la città dei ponti. È il luogo ideale per diffondere un messaggio di unità mondiale e pace in modo che molti di noi in tutto il mondo costruiscano ponti con gli altri piuttosto che muri e barriere” ha spiegato l’artista per raccontare l’opera più grande che abbia mai realizzato fino ad ora. Amicizia, saggezza, aiuto, fede, speranza e amore: valori che insieme costituiscono un messaggio di pace e di comunanza, atto a permettere l’incontro tra culture e il superamento delle divisioni.
Ma come siamo messi con il Leone d’Oro? Cosa dicono i critici? Quali sono i film più quotati? Al momento per i critici italiani il film più quotato é:
J’accuse di Roman Polansky a seguire
Joker di Todd Phillip al terzo posto c’é
Martin Eden di Pietro Marcello al quarto posto a pari merito si collocano:
Marriage story di Noah Baumbach e Laundromat di Peter Soderberg e per finire al quinto posto un film italiano:
Il sindaco del rione sanitá di Mario Martone Per i critici stranieri il preferito é Marriage story. Chi vincerá? Anzitutto questa top five andrebbe confrontata con quella del pubblico. In secondo luogo non sappiamo come opereranno le giurie e quale sarà la tendenza predominante in questo festival. Non so perché ma qualcosa mi fa dubitare che daranno il Leone d’Oro a Polansky. Per saperlo dobbiamo aspettare il 7.
Film di grande impatto emotivo che sconfina con atmosfere da thriller, in un paesaggio ampio di grande respiro, una spiaggia sull’oceano in Francia. Gli occhi splendenti della protagonista tradiscono l’ombra inquietante di un orribile strappo: la perdita del figlio di sei anni. C’é un ragazzino su quella
spiaggia, dove ormai vive e lavora da dieci anni, ed é con lui che instaura un rapporto che oscilla tra seduzione e amicizia. Ma chi é questo ragazzino, il figlio ritrovato, l’adolescente che le é mancato, o soltanto un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi , sospesa com’é su un baratro di dolore e solitudine?
Il titolo del film Sangue di pellicano, prende spunto dal fatto che la femmina del pellicano, quando nutre i piccoli, prendendo piccoli pezzi di pesce macerati nella sacca della mandibola, sembra quasi che si trafigga il petto per nutrirli. Da qui si é originata una credenza medioevale secondo cui il pellicano é capace di riportare in vita i figli con il suo sangue. Tema del film é la maternitá assoluta. Una madre che ha già una figlia adottiva di nove
anni, ne adotta un’altra di cinque, con un passato traumatico. La bambina presenta un disturbo reattivo dell’attaccamento, é incapace di provare emozioni e ben presto presenta comportamenti violenti che mettono a repentaglio la vita delle persone che la circondano. Non riusciremo mai a immaginare dove potrà arrivare la madre per trovare una soluzione al problema, né riusciamo a trovare una motivazione sensata per la sua scelta. D’altra parte la tendenza all’onnipotenza materna si è mossa sempre e solo in un ambito irrazionale. Ma nel 2019 ci può ancora interessare una scelta simile?
L’8 settembre è una data shock nella Storia italiana, talmente dirompente che non serve nemmeno specificare l’anno: quel giorno il Regno d’Italia evapora, sparisce. L’Italia aveva sfiorato il collasso istituzionale già all’indomani della disfatta di Caporetto che tuttavia in qualche modo era stato evitato, viceversa l’8 settembre con la fuga del Re e dei vertici dell’esercito verso il sud Italia, già liberato dagli Alleati, il Paese è spezzato in due e la rovina nazionale consumata. La narrazione cinematografica dell’8 settembre è ricca e articolata, ed è stata realizzata, come già ricordavamo nell’articolo su La marcia su Roma, soprattutto nel triennio 1960-62 (per capire il perché di questa vasta produzione in quegli anni rimandiamo al già citato lavoro di Maurizio Zinni Fascisti di celluloide, in particolare al cap. 4 ‘Tra politica e spettacolo’ pp. 99-160). I titoli sono numerosi, tra i più interessanti, per le diversità stilistiche che intercorrono tra di loro, ricordiamo Tutti a casa, di Luigi Comencini del 1960, I due marescialli, di Sergio Corbucci del 1961, Le quattro giornate di Napoli, di Nanni Loy del 1962, I due colonnelli, di Steno del 1963.
Il film di Loy sceglie una narrazione basata su ricerche d’archivio, lo stile adottato dal regista sembra scegliere un punto di vista oggettivo, tradito in parte, come nota acutamente Morando Morandini nel suo Dizionario dei film da una colonna sonora in cui c’è: ‘..qualche tarantella di troppo…’. Ad ogni modo il film piacque molto alla stampa specializzata, con qualche distinguo per quel che riguarda la critica di sinistra che trovò contraddittoria la scelta di Loy di non mostrare nessun fascista ‘cattivo’. Anche il pubblico premiò il film, che colse un ottimo risultato al botteghino, registrando un incasso intorno ai 700.000.000. La narrazione dell’8 settembre mostrata da I due marescialli e da I due colonnelli ha la caratteristica della commedia farsesca, in entrambi il protagonista è Totò, affiancato da De Sica nel primo e da Walter Pidgeon nel secondo. Tuttavia uno sguardo attento può notare che, come nel film di Loy, da un lato ci sono i cattivi per antonomasia, ovvero i Tedeschi, dall’altra gli Italiani (che siano Carabinieri, soldati, semplici cittadini) mentre la figura del fascista è rappresentata come una macchietta. Tutti a casa si apre con le immagini di soldati italiani intenti a prendere il sole in spiaggia e a fare il bagno in mare. L’atmosfera è rilassata, la guerra sembra lontana. Poi dalla radio si ode la voce del Maresciallo Badoglio che comunica l’avvenuta firma dell’armistizio con gli Alleati. Nella finzione filmica le parole appena ascoltate creano un’illusione che fu di moltissimi italiani anche nella vita reale di quei giorni: la guerra era finita. Nel film di Comencini la battuta fulminante del tenente Innocenzi, interpretato da Sordi ‘I tedeschi si sono alleati con gli americani’ è emblematica del caos regnante. La sottolineatura del cortocircuito avvenuto nella catena di comando dell’esercito italiano costò al film un pesante boicottaggio da parte delle forze armate, che negarono l’uso di veri carri armati costringendo la produzione a ricorrere a quelli di cartapesta. Il finale del film mostra Sordi arrivare fino a Napoli, ed impegnarsi nella rivolta contro i Tedeschi che porterà alla liberazione del capoluogo campano dopo quattro giornate di combattimenti. Non sappiamo se il tenente Innocenzi sopravvivrà dopo i titoli di coda, tuttavia sappiamo che Sordi si batté molto per un finale meno eroico di quello che è stato girato, la produzione decise altrimenti.
Qualcosa di simile accade in un altro film girato nel 1961, Una vita difficile, di Risi, che narra le vicende di un ex appartenente alla Resistenza (sempre Sordi) seguendolo fino agli albori del boom economico. Il racconto si sarebbe potuto (dovuto) concludere con la lunga scena in piano sequenza sul lungo mare di Viareggio, dove la macchina da presa lascia allontanare il personaggio fino a perderlo di vista, negando allo sguardo dello spettatore qualsivoglia finale consolatorio. Un finale che avrebbe mostrato una verità amara ma ineluttabile: la sconfitta degli ideali antifascisti che molte speranze aveva acceso dopo l’8 settembre.
Appendice (a cura della Redazione) Qui su YouTube – scaduti i 50 anni per la fruizione di “pubblico dominio” -, si può visionare l’intero film:
Si segnalano due scene: – La dichiarazione dell’armistizio, ascoltata per radio dai due pela-patate del reggimento, seguita dall’incredulità di tutti e dall’impreparazione dei vertici militari (anch’essi ignari al pari delle truppe) a far fronte alla notizia: dal tempo 6’ 10” al tempo 10’; – la scena in cui il tenente Innocenzi e il suo reparto, in missione esterna al campo base, vengono attaccati dai tedeschi che fino al giorno prima erano loro alleati. E il povero Innocenzi ne trae la conclusione più ovvia (sebbene errata): “Signor Colonnello, accade una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani!” (dal tempo 13’ e 50” al tempo 15’ e 30”). Sembra comico, a vederlo nel film, ma fu la drammatica realtà.
Il focus del film é il rapporto M/F. E già la scelta delle due attrici ci fa sorgere una domanda: chi é la Madre e chi é la Figlia? Una madre egocentrica, che prima di essere donna e madre, é attrice, centrata sulla sua affermazione personale e sull’apparire, vincente.
Una figlia dimessa, poco curata, che punta il dito contro la M. che preferisce mentire, piuttosto che ammettere qualche suo errore, con marito e figlia ma svalutata agli occhi della M.,perdente.
In Italiano il titolo del film sará al plurale Le Veritá. E noi a quale verità vogliamo credere?
La pubblicazione del Manifesto sulla razza nel luglio del 1938 decreta la svolta razzista del regime fascista, sancita da più regi decreti emanati tra il settembre e il novembre dello stesso anno, tutti avallati da Vittorio Emanuele III, che in tal modo rende la Monarchia complice di Mussolini. In questa fase è da registrare l’atteggiamento profondamente diverso adottato dal Vaticano, che attraverso due interventi di Pio XI condanna la discriminazione. Il periodo storico delle cosiddette ‘Leggi razziali’, che coincide con l’apice del consenso raggiunto dal fascismo (come mostra Ettore Scola in Una giornata particolare, del 1977) non è stata largamente rappresentata al cinema, perché l’argomento mette in discussione uno dei capisaldi della narrazione post fascista, ossia che la responsabilità di quella legislazione fu tutta da ascrivere al regime e tutt’al più alla Monarchia, mentre il resto del corpo sociale è sostanzialmente innocente. A questa riflessione va aggiunto che la rappresentazione del fascismo al cinema ha conosciuto nel corso dei decenni andamenti alterni. Al grande sforzo produttivo dei primi anni sessanta, segue un periodo di flessione, che aumenta col passare degli anni. Questo avviene per due ragioni, la prima di natura squisitamente economica, ovvero la gravissima crisi economica che colpisce l’industria cinematografica italiana dalla fine degli anni settanta in poi (nell’arco di un decennio si passa dai 318,6 milioni di biglietti venduti nel 1978 – che già rappresenta il 14% in meno dell’anno precedente -, ai 93,1 milioni di biglietti staccati al botteghino del 1988). La seconda ragione è la complessa situazione sociale attraversata dall’Italia nell’abbrivo finale del secolo. Tra il 1985 e il 2000 le pellicole sul fascismo sono una ventina, tra i titoli da ricordare Gli occhiali d’oro, di Montaldo del 1988, Un tè con Mussolini, di Zeffirelli del 1998, film di pregevole fattura, che però hanno la caratteristica di adottare una rappresentazione calligrafica del fascismo. C’è poi La vita è bella, di Benigni vincitore di tre Oscar, che tuttavia risulta, come tutti i film del comico toscano, una fabula atta a sottolineare più la verve da ‘mattatore’ dell’autore, che non una riflessione sulla discriminazione razziale. Una delle illustrazioni migliori la fa Ettore Scola in Concorrenza sleale, del 2001. Il film è ambientato nei mesi che precedono e seguono l’emanazione delle leggi razziali. I protagonisti della vicenda sono Umberto uno stimato commerciante di stoffe (interpretato da Diego Abantantuono) e Leone (Sergio Castellitto) un sarto di religione ebraica che con la sua piccola bottega gli fa concorrenza.
In tutta la prima parte del film i rapporti tra i due negozianti sono molto tesi, a causa dei loro frequenti alterchi per questioni puramente commerciali. Quando poi l’antisemitismo strisciante diventa un’atroce realtà, Umberto capisce la tragedia che sta colpendo l’Italia e in lui sorge un sentimento di disapprovazione verso il regime. Scola gira il film interamente in studio; questo gli permette di mostrare con più efficacia, l’unità di spazio rappresentata dal complesso strada, negozio, casa, che registra, come un sismografo, le prime scosse che poi porteranno al terremoto delle leggi razziali. L’unità di spazio è uno dei capisaldi del cinema di Scola, che lo utilizza in svariate occasioni, tra cui, per fare due esempi di film che sono ambientati interamente o parzialmente durante il fascismo, in Una giornata particolare, 1977, nel quale i piani sequenza iniziali svolgono la funzione di racchiudere in un unico sguardo tutto il caseggiato, che diviene metafora della larga adesione al fascismo della società italiana del periodo; e anche in La famiglia, dove Scola attraverso l’unità di spazio rappresenta lo sviluppo del tempo narrativo che va dai primi del ’900 al 1986. In Concorrenza sleale Scola attraverso la macchina da presa (mdp)identifica il suo sguardo con quello del figlio più piccolo di Umberto, Pietruccio, al quale appartiene anche la voce fuori campo (voice over). Lo sguardo finale del film è sempre del bambino, che osserva la famiglia di Leone mentre si trasferisce al ghetto, come impongono alle famiglie ebraiche le nuove leggi. Di quest’ultima scena colpisce la camicetta a righe indossata dal piccolo, così simile alla divisa che i nazisti imponevano nei lager, e che sembra evocare il sinistro destino che attende il suo amichetto.
Alla fine della narrazione di Scola, possiamo ipotizzare che lo sguardo desolato e impotente di Pietruccio è non solo quello dell’autore, ma anche quello del cinema, che può raccontare, affinché resti la memoria, ma non cambiare la Storia. Ettore Scola nel 1997 ha girato un cortometraggio, 1943-1997, opera sconosciuta ai più, che attraverso poche immagini costruisce un discorso dal grande impatto emotivo, mostrando tutta la capacità espressiva ed evocativa del cinema.
1 commento per La storia raccontata dai film (2). A margine del saggio di Emilio Iodice su Mussolini
Sandro Russo 4 Settembre 2018 alle 07:26 Dagli articoli di Gianni Sarro sui film che raccontano il ventennio fascista c’è solo da imparare. È il mio maestro al Corso di Cinema, ma non lo dico per acquisire merito ai suoi occhi (…sono sei anni che mi promuove cum laude!). Volevo solo puntualizzare un aspetto che cita anche Emilio Iodice (qui l’ultima puntata tradotta dall’inglese e i link alle precedenti) nel suo saggio riguardo al “tradimento della fiducia”. Molti degli ebrei che si trovarono più o meno da un giorno all’altro ad essere “sgraditi” e addirittura perseguitati, erano fascisti della prim’ora e entusiasti sostenitori del regime (alcuni avevano anche partecipato alla Marcia su Roma); ma indipendentemente dalle loro idee, si ritrovarono nel tritacarne dell’esclusione sociale e della repressione. E questi aspetti sono ben mostrati nel film di Scola. Per non parlare dell’abbietto comportamento del re, incapace di tutelare i diritti dei suoi sudditi. E un’altra considerazione. Una “narrazione” del ventennio attraverso i film è senz’altro illuminante, e ci conforta che il nostro approccio sia analogo a quello adottato da un grande quotidiano. Un racconto di Camilleri che rievoca quel periodo – l’abbiamo riportato sul sito: leggi qui -, viene corredato da cinque schede di film emblematici scelti e presentati da Emiliano Morreale.