Nel 2006 mi trovai a fare il primo Corso di Critica Cinematografica organizzato dalla Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, ancora nella storica sede di via Urbana. Fu un anno notevole, nella storia della scuola, per numero di partecipanti (eravamo 18), per la personalità dei docenti e degli allievi, per i risultati ottenuti. A coronamento del percorso formativo, organizzammo una vera Rassegna Cinematografica – intitolata “Qualcosa è cambiato” – che si svolse presso il Circolo degli Artisti di via Casilina Vecchia, di cui curammo tutta l’organizzazione, dal principio alla fine, ovvero: la scelta della sede, le autorizzazioni, la selezione dei film, il Catalogo e la promozione, inclusi i rapporti con la stampa. Un momento centrale fu la selezione dei film, perché da una rosa di circa ottanta, ne selezionammo una cinquantina, per poi proiettarne 18 nei sette giorni che durò la Rassegna. Ricordo ancora l’entusiasmo, il fervore delle discussioni, la concentrazione con cui ciascuno seguiva e partecipava alle scelte degli altri. Dal Catalogo della Rassegna, ambientato in due parti, una prima in cui ciascuno spiegava cos’era per lui o per lei il cambiamento e una seconda, con le schede dei singoli film, è appunto tratto questo scritto su “La doppia vita di Veronica”
TRAMA: Una ragazza polacca, Weronica, e una
francese, Vèronique, pur non avendo nessun legame, sono uguali come gocce
d’acqua, hanno lo stesso amore per la musica e la stessa malformazione al
cuore. Per una misteriosa corrispondenza, la francese farà tesoro della tragica
esperienza dell’altra.
Partiture per voci gemelle
di Marina
Parziale
Coro
«O voi, che siete in piccoletta barca, / desiderosi d’ascoltar, seguiti/ retro al mio legno che cantando varca, //tornate a riveder li vostri liti:/ non vi mettete in pelago; chè forse, /perdendo me, rimarreste smarriti. // L’acqua ch’io prendo giammai non si corse; / Minerva spira, e conducemi Apollo / e nove Muse mi dimostran l’Orse»
Un film fatto di sole emozioni. Così Kieslowski ha definito La doppia vita di Veronica. Se fosse stato un libro avrebbe potuto scriverlo Kundera, il poeta degli impalpabili moti dell’anima. Se fosse stato una pittura avrebbe potuto avere le forme oniriche e visionarie di un Dalì e le trasparenze metafisiche di un Monet, di un De Chirico o di un Magritte. Se lo volessimo cucinare dovremmo creare una spuma dalla consistenza indefinibile, dal gusto languido e scioglievole, speziato di aromi inafferrabili. Un film fatto di emozioni intime che trascendono il reale, che compongono lo spirituale a partire dalle immagini, dai gesti, dai simboli, dai volti, le espressioni, i movimenti, le lacrime. Serve poco la parola. Il suono necessario e sufficiente diventa musica. Una musica che amalgama la struttura narrativa e la dipana sulle note e le parole di un coro. Un coro che torna, e ritorna, penetra sotto la pelle e si insinua a lungo nella mente come un eco oltre lo schermo spento.
Irene Jacob in La doppia vita di Veronica, 1991
Lo splendido coro di Van Den Budenmayer usa le parole di Dante nel prologo del Paradiso per dirci che il film non va letto e interpretato razionalmente ma va sentito, con la pancia, con le viscere, con apertura alla sfera del poetico. Un film fatto di emozioni che virano al rosso, di emozioni che odorano di erba bagnata. Come la pelle sorridente colpita dalla pioggia, come la bellezza di un viso avvolto dal pulviscolo, come il mondo guardato
da una sfera di gomma, la terra vista dall’interno di una bara, come la marionetta ballerina che muore e rinasce farfalla. È il mondo visto con gli occhi di un bambino: ciò che si avverte senza poterlo spiegare è letto con l’immaginazione, in una danza della fantasia in grado di ricomporre i misteri e di restituire al mondo una bellezza sempreverde.
La doppia vita di Veronica mette a nudo le sfaccettature di un’anima. Kieslowski rompe il concetto monolitico di identità, sdoppia gli elementi della persona ma il gioco potrebbe replicarsi all’infinito in movimenti circolari dove coincidono l’inizio e la fine, l’andare ed il tornare, la vita e la morte. Proprio dalla morte riprende la vita, in un continuum armonioso e senza strappi. La morte di Veronika è immediatamente seguita da una scena in cui Veronique fa l’amore, dal buio della terra alla luce di una lampadina che illumina la bellezza dei corpi, lo scorrere di vibrazioni ed il sospirare del piacere. Possiamo sopportare la morte di Veronika perché ci viene offerta la vita di Veronique, non c’è immobilismo, non c’è perdita che desertifica, la morte sembra quasi un passaggio naturale e necessario che genera cambiamenti. Veronika ha sentito inspiegabilmente di non essere sola al mondo e, pacificata da questa illuminazione, muore cantando.
Veronique, nel fare l’amore, avverte confusamente un senso di perdita, di tristezza per qualcuno, e si sente sola, profondamente sola. E qualcosa cambia dentro di lei. La sua apertura alle sensazioni e ai “segnali” dell’anima muta il corso della sua esistenza, aprendo quel viaggio alla ricerca di sé che porta all’amore. Perché la vita è al contempo qui e altrove.
Film:”Quando la moglie è in vacanza“, (1955) Trama: Richard Sherman si ritrova solo soletto a New York in estate, mentre la moglie e il figlio si godono la villeggiatura in campagna. Ha intenzione di lavorare sodo e di tenersi fuori dei guai, ma, sfortunatamente per lui, una bionda mozzafiato (Marilyn Monroe) viene ad abitare al piano di sopra. E quella ragazza adora intingere le patatine fritte nello champagne.
Quando la moglie è in vacanza, 1958
Citazione: Richard Sherman: “Questo è gin e vermouth. E qui c’è del Martini”. La ragazza: “Oh, quello che ci vuole con questo caldo! Penso che prenderò un bicchiere di quello lì. Un bicchiere bello grosso!”.
Ricetta Whiskey Sour 30 cl di bourbon il succo di mezzo limone mezzo cucchiaino da thè di zucchero una ciliegia mezza fettina di limone Shakerate con del ghiaccio il bourbon, il succo di limone e lo zucchero. Filtrate il tutto in un bicchiere da whiskey sour, decorate con la fettina di limone e la ciliegia e servite.
Whiskey sour
Tratto da: Rhiannon Guy. Portala al cinema. Einaudi, 2004
Pubblichiamo molto volentieri questo articolo di Gianni Canova, comparso sul N. 47 della Rivista 8 1/2 , che ci dà alcuni elementi importanti per comprendere il fenomeno “Joker”.
Lo scorso anno era toccato a Bohemian Rhapsody. Quest’anno a Joker. Flussi improvvisi di innamoramento collettivo. Passa-parola enfatizzante e contagioso. Meccanismi di inclusione e ripartizione sociale fra i sostenitori (tantissimi) e i detrattori (molti meno, ma tenaci) dei predetti film. Quando capitano fenomeni simili, quando le sale sempre più desolantemente disertate all’improvviso si riempiono, e vedi code fuori dai cinema, e senti che del film ne parlano al bar, e capita perfino che la portinaia o il ben-zinaio ti chiedano se vale davvero la pena di vederli (“vale la pena?”, mi hanno chiesto proprio così…), allora vuol dire che un film trascende i confini pur nobili dello spettacolo cinematografico e diventa a suo modo un sismografo sociale. Lo scorso anno, nel caso di Bohemian Rhapsody, il successo si poteva spiegare almeno in parte (ma solo in parte…) con il culto carismatico e transgenerazionale di un’icona intramontabile come Freddy Mercury.
Joachin Phoenix in Joker, 2019
Quest’anno, con Joker, il fenomeno è più complesso: quando un film funziona così vuol dire che intercetta fantasmi epocali, che fruga nelle anse nascoste dell’immaginario collettivo, che porta in primo piano e offre una valvola di scarico a pulsioni profonde. Non c’è marketing che tenga: qui è il prodotto-film innanzitutto che funziona, che piace tanto alla giuria della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia quanto al pubblico popolare, e che sa dialogare in profondità con il proprio tempo, anticipandone i bisogni e offrendo a tutti nuovi occhiali emozionali per vedere meglio il mondo.
Joachin Phoenix e il regista Todd Phillips
Il problema è che un tempo molti film erano costruiti così, o avevano quanto meno questo obiettivo di fondo, mentre ora Joker sembra una rara avis, un gioiello isolato in mezzo a una produzione che ormai o insegue i solipsismi di certo cinema d’autore o si adagia nella sciatteria di un cinema popolare confezionato senza passione e senza convinzione. In questo numero di 8 1/2 ci occupiamo di marketing del cinema, di come innovare i modi e le forme con cui i film vengono promossi e comunicati. È una riflessione importante e non più procrastinabile. Ma a condizione di non dimenticare mai che il marketing può ben poco se non c’è, prima, un prodotto da Offrire, se non ci sono film capaci di accendere la fantasia e di incrementare l’esperienza emotiva del pubblico che dovrebbe comprare il biglietto per entrare al cinema. In Italia più che altrove.
Quando ero bambina leggevo molti e diversi libri, in gran parte dimenticati: ricordo tutti i libri di Rodari ( riletti con i miei figli), Cuore ( spassosa rilettura con Umberto Eco[1]), I ragazzi della via Paal ( un intero pomeriggio a piangere per la morte di Nemesek), Il piccolo principe (troppo osannato, mai compreso). Ma più di tutti Pinocchio. Le emozioni che provai nel leggerlo furono vivissime: la delusione per l’ambientazione cupa e realistica della provincia toscana ottocentesca, lo squallore della povertà materiale e affettiva dei personaggi, l’impossibilità di qualsiasi identificazione col protagonista, la descrizione di una famiglia disastrata (padre single e anziano, madre assente (più propriamente alternante), con inquietanti capelli turchini. A quei tempi (quelli della mia infanzia), i bambini non avevano uno dei diritti fondamentali del bambino- lettore: non potevano non finire di leggere un libro! Oltretutto si sentivano costretti a fare esattamente tutte le cose che gli adulti si aspettavano da loro (ed erano molte). Così finii di leggerlo, ma come disse Nonmiricordochì, gliela feci pagare. Pinocchio sarebbe stato uno dei tanti libri da me letti e dimenticati, se non fosse tuttora considerato uno dei pochissimi capolavori mondiali della letteratura per l’infanzia, con centinaia di edizioni e traduzioni in quasi tutte le lingue . Di tanto in tanto esce un nuovo saggio, una nuova lettura, un nuovo film , una originale trasposizione teatrale. La critica letteraria contemporanea stroncò Collodi, considerato, a differenza di De Amicis, indifferente ai problemi sociali. Il fascismo cercò di impossessarsi del burattino considerandolo spudoratamente “patriottico”; nel secondo dopoguerra invece quasi tutti i critici letterari apprezzarono ed esaltarono Pinocchio, tra loro Zavattini, Eco, Rodari, Manganelli, Merlo. Decine di film furono tratti dal romanzo, il primo fu Pinocchio di Walt Disney del 1940. Il più bello, credo, quello di Comencini del 1972, sei puntate per la TV, sceneggiato con Suso Cecchi D’Amico. Nino Manfredi, poetico e malinconico Geppetto ed Andrea Balestri, vitale e ribelle Pinocchio, danno vita ad una storia del tutto diversa dal romanzo.
Nino Manfredi e Andrea Balestri ne Le Avventure di Pinocchio di Comencini, 1972
Lo stesso regista dichiarò in un’intervista, di aver voluto sottolineare il calore del rapporto padre figlio. La fata (Lollobrigida) , non una bambina come nel testo, ha da subito un ruolo preciso: è la moglie defunta di Geppetto. Tutti gli adulti sono meno malvagi degli originali, in particolare il Gatto e la Volpe (Franchi e Ingrassia), sono poveri imbroglioni da strapazzo, mascherati da gatto e da volpe che finiscono in miseria. Non si percepisce nel film l’aura di moralismo del romanzo ed anche nel finale, con Pinocchio che sogna la libertà e Geppetto rassegnato a rimanere nel ventre della balena, Comencini dà la sua impronta personale. Soltanto dopo molti anni mi sono riappacificata col burattino: ho capito perché lo trovavo così insopportabile: Pinocchio è una fiaba moderna,non una fiaba popolare.
____________________
Bruno Bettelheim nel suo libro Il mondo incantato, sostiene che gli esseri umani raggiungono la maturità psicologica soltanto trovando il senso della propria vita, processo graduale di sviluppo parallelo dell’intelletto, dell’emotività e della loro interazione. Perché ciò avvenga il bambino deve avere la certezza degli affetti, il supporto dell’ambiente e della letteratura. Le favole moderne non servono a questo scopo, istruiscono, divertono o fanno entrambe le cose, ma non hanno alcun accesso ai bisogni più profondi del bambino. I genitori moderni, inoltre, preoccupati di proteggere i loro figli dalla paura, dall’angoscia e dagli eventi dolorosi, raccontano loro storie rassicuranti; questa protezione non inganna il bambino, il quale prova emozioni turbinose e contrastanti, spesso violente e distruttive. Soltanto la fiaba popolare risponde a questi requisiti. Nel racconto fiabesco, attraverso i simboli, si parla di morte, di vecchiaia, dei rapporti familiari, di figli che lasciano la casa paterna, delle difficoltà che si incontrano e di come ognuno debba superarle da solo: il senso dell’ esistenza. I contenuti della fiaba devono essere chiari, semplici, polarizzati, ( bene-male, buono-cattivo, bello-brutto); ci sarà tempo per capire le infinite sfumature di queste categorie, per ora il bambino ha bisogno di chiarezza e di sentirsi alleggerito dai sensi di colpa per i suoi pensieri “cattivi”.
…cavalcava alla luce della luna…
Per evitare di minimizzare questo dialogo del bambino col proprio inconscio, gli adulti che ne seguono la lettura, non dovrebbero affrettarsi a razionalizzare o attenuare la drammaticità della fiaba: la ragione non può nulla verso l’immaginazione. L’origine della narrazione si fa risalire a due-tremila anni fa; fiaba e mito nacquero tra le popolazioni primitive, in luoghi della Terra molto lontani fra loro. Non vi è accordo tra gli studiosi sui rapporti fra nascita della fiaba e nascita del mito, sull’ipotesi che la prima derivi dal secondo o su quella che mito e fiaba siano nati contemporaneamente, avendo ognuno le proprie peculiarità. Secondo Levi Strauss “la fiaba è una trasposizione attenuata del mito, essendo sottoposta meno strettamente al criterio della coerenza logica, della ortodossia religiosa e della pressione collettiva”. Tramandate per secoli oralmente e ampiamente diffuse nel Medio Evo, le fiabe furono raccolte e trascritte nel ‘ 600. Pochissime sono le fiabe note in confronto a quelle quasi del tutto sconosciute e soprattutto alle tantissime andate perdute.
Di volta in volta risentono di influssi religiosi, biblici, superstiziosi, sono raffinate ed elaborate oppure scarne ed essenziali a seconda che provengano da popolazioni ricche di scambi oppure di civiltà assai primitive ed isolate. Propp definisce la fiaba un’invenzione poetica, che tuttavia segue scopi precisi: nel suo libro “Morfologia della fiaba”, l’etnologo russo arriva alla tesi di un’omogeneità strutturale di tutte le fiabe, che definisce “una sottile, elegante ragnatela” e le classifica a seconda degli intrecci, delle caratteristiche e delle funzioni dei personaggi.
In polemica con Levi Strauss, spiega come, per ogni opera d’arte, la forma sia indissolubilmente legata al contenuto e che pertanto la fiaba debba essere raccontata nella maniera più precisa possibile, affinché sia sempre riconoscibile. Chiunque abbia letto qualche volta favole a un bambino, sa che egli vuole sentirle infinite volte con le stesse parole. E questo vale anche per la poesia: ogni poesia può essere raccontata con altre parole da quelle scelte dal poeta, ma certo in questo modo essa perde ogni fascino. Per lo stesso motivo le numerose trasposizioni cinematografiche delle fiabe, per quanto pregevoli, sono bellissimi spettacoli , ma non hanno niente a che vedere con “ una sottile, elegante, ragnatela”.
Bruno Bettelheim. Il mondo incantato. Feltrinelli, 1975 Vladimir J. Propp. Morfologia della fiaba. Piccola biblioteca Einaudi, 1966 Claude Lévi-Strauss. La struttura e la forma. Riflessioni su un’opera di Vladimir J. Propp In : Vladimir J. Propp. Morfologia della fiaba Italo Calvino. Sulla fiaba. Mondadori, Oscar moderni, 1996
Può succedere di incontrare, un giorno, due persone felici e innamorate, e, poiché qui si parla di cinema, aggiungiamo che queste persone felici hanno anche successo, giovinezza, agio e beltà e non si farà fatica a immaginare una felicità piena e assoluta. E può succedere che, di fronte a questa felicità, si avverta il bisogno impellente di fare qualcosa per proteggerla dalla fugacità delle umane cose. In preda a questa urgenza ci sentivamo noi nel lontano 2012, nelle luci di una notte romana, guardando Emma Stone e Andrew Garfield sfilare sul tappeto rosso alla prima di The Amazing Spider-Man. A noi, che non leggiamo molte cronache mondane, era sfuggito che i due si erano incontrati e innamorati sul set del film, ma abbiamo annusato subito nell’aria quella speciale felicità e, spinti dal bisogno di proteggerla, ci siamo impressi negli occhi ogni istante, ogni minimo gesto: il completo elegante di lui, il viso un po’ serio e la classe con cui firmava gli autografi e il volto di lei luminosa e raggiante, un po’ dolce e un po’ maliziosa, animata da una forza interna tutta sua. Questa non è la solita felicità delle coppie del cinema, abbiamo pensato quella notte, dove un astro presto impallidisce mentre l’altro ancora rifulge. No, questi due non si faranno del male. Ma intanto, a scanso di dubbi, conserviamo il momento, imprimiamoci negli occhi la gioia di questa pienezza assoluta. Che ora stamattina ci torna alla mente, vivida, qui al lido di Venezia, dove ce ne stiamo avvolti dalla luce: non fa ancora troppo caldo e il mare scintilla e brulica di sole e c’è di nuovo quella felicità che aleggia sulla terrazza dove hanno allestito i set per le interviste di Madre in concorso nella sezione Orizzonti.
Rodrigo Sorogoyen
Ecco tre figure sedute ad un tavolo a prendere un caffè: Rodrigo Sorogoyen il regista: un giovane uomo, piccolo, magro, capelli neri ricci e occhi vivissimi, che bruciano e i due protagonisti: Marta Nieto esile e radiosa in un tubino bianco che le lascia scoperte le spalle e Jules Porier il ragazzino francese bellissimo e intenso, ora un poco spaesato e sperduto, forse per via della lingua. I giornalisti si avvicinano, si complimentano per il lavoro splendido di regia e recitazione, poi ognuno dei tre si sposta sul suo set e noi seguiamo il regista che ha nel corpo l’energia di un demiurgo, e negli occhi la felicità come un laccio di seta invisibile che lo tiene avvinto. Rodrigo Sorogoyen in Italia non è molto conosciuto, ma in Spagna è grande. Il suo ultimo film Il Regno, un viaggio incalzante nella corruzione politica, ha vinto 7 premi Goya. Le storie che racconta sono sempre diverse e nel 2017 ha girato un cortometraggio, candidato all’Oscar, che ha lasciato l’angoscia in molti cuori di madre e che ora, inserito in toto, è l’incipit del film omonimo presentato qui al Festival. Nel corto una giovane donna, Elena, sta per uscire di casa con sua madre quando riceve una telefonata dal figlio di sei anni. Il bambino non trova più suo padre con cui è in viaggio, il telefono è quasi scarico e c’è qualcuno che si sta avvicinando.
Un pugno nello stomaco, un ritmo da thriller, con cui il film si apre per poi cambiare bruscamente passo: ritroviamo Elena, dieci anni dopo, che vive e lavora in un bar ristorante proprio in quella spiaggia selvaggia dove il figlio è scomparso. E’ la prima cosa che gli fanno notare nella sala vetrata della terrazza dove siamo seduti: “La logica era che si seguisse lo schema del thriller: cosa è successo al bambino? Come è scomparso? Invece il film prende una piega intimista …”
“Scrivere sceneggiature è un po’ così: lasci aperte tante strade e poi ne scegli una e non sai se è la migliore.” Sorogoyen, maglietta bianca, jeans nero, annuisce, sorride e anche il suo sorriso è pieno di energia “Il tema del cortometraggio è la perdita, una perdita devastante, si capisce che questa donna è stata all’inferno, ma non era su quello che volevamo fermarci…Quando abbiamo finito il corto abbiamo sentito il desiderio di continuare, ci sembrava un atto dovuto nei confronti dello spettatore e di Elena. Non potevamo lasciarla così devastata. Volevamo sapere cosa è successo: non a suo figlio, ma dentro di lei.” In effetti c’è un sapore crudele nel corto, non è bello andarsene in giro a vincere premi facendo male alla gente, però ci vuole anche un certo coraggio a prendere una cosa che ha avuto tanto successo e a rivoltarla come un calzino. “Dopo la convulsione della tragedia serviva un passo diverso. E’ il passo del lutto: un tema difficile che si tende ad evitare.” Riprende Sorogoyen “Il corto è un unico piano sequenza, che è sempre il modo più puro di imitare la vita, e la macchina da presa sta addosso ad Elena. Ma poi la macchina si allontana…” Torna davanti ai nostri occhi la figura lontana di Elena, in riva all’oceano, che dieci anni dopo la scomparsa del figlio, un giorno vede, su quella stessa spiaggia, un ragazzo Jean che potrebbe avere l’età di suo figlio e non riesce a vederlo solo come un figlio né lui può vederla solo come una madre. Allora nasce tra loro quel qualcosa di indefinito che è l’essenza e il fascino del film: un sentimento forte a cui non possono sottrarsi. E’ la natura sfuggente del loro rapporto a tenere avvinti, a farci accettare di non sapere quello che è successo al bambino, a seguire, senza capirli, Elena e Jean lungo un percorso di crescita e rinascita, ambiguo e imprevedibile come ogni lutto. “Anche se gli altri attorno non la accettano, non la capiscono, la loro storia d’ amore racchiude ciò che vi è di più puro in due esseri umani. Jean il ragazzino bellissimo, un angelo inquieto, con lo sguardo folgorante è una figura calda, sensuale, pieno di bontà e di fragilità che sta costruendo la sua persona, è il ragazzo che diventa uomo. Elena non trova in lui il sostituto del figlio, ma la possibilità di credere nella vita che se ne è andata.”
Marta Nieto e JulesPorier
Il film non spiega cosa attrae Elena verso il ragazzo, non dice se c’è una somiglianza fisica, non vediamo mai il figlio che ha perso, è piuttosto qualcosa di intangibile, di inafferrabile che appartiene a quel momento del suo lutto e solo a quello: se si fossero incontrati un anno prima, forse sarebbe stato diverso, forse lei non lo avrebbe neanche notato. Lui giovanissimo, lei quarantenne. E’ distruzione o salvezza la loro? Ti chiedi seduto in sala e ti senti scomodo, a disagio. Dove stanno andando questi due? Ma intanto il tuo cuore si riempie di calore, di pace, di luce. Non è strano? Strano e un po’ folle certo. Rodrigo Sorogoyen sorride felice per lo sconcerto che legge negli occhi dei giornalisti, paghi dell’incredibile pienezza che il film lascia nel cuore, e desiderosi di carpirne il segreto. E risponde sempre in prima persona plurale. Il noi si riferisce a Isabel Peña con cui scrive a quattro mani, ma è anche un noi più ampio, che abbraccia tutti nel film, un noi, che nonostante la sua vitalità che brucia, è molto rilassante. “In sceneggiatura abbiamo raccontato la storia dal punto di vista di lui e dal punto di vista di lei, in parti uguali. Ma poi nel montaggio abbiamo tolto le scene di Jean con la sua famiglia, bastano quattro pennellate per capire il processo del ragazzo, (per questo aveva quel visetto sperduto poco fa? Ci chiediamo) invece il percorso di lei è più complesso: uno dei piani del film è proprio la follia, è facile etichettare come folle il comportamento di qualcuno che ha perso qualcosa di molto importante.” Altre domande in cerca del segreto: come hanno potuto Marta Nieto e il giovanissimo Jules Porier costruire un rapporto così magnetico, ricco di emozioni, che mantiene sempre l’ambiguità e quei paesaggi, quell’oceano, come li avete trovati?
“C’è stata tanta improvvisazione ma anche tanto tempo passato insieme prima delle riprese. Quando siamo arrivati a Vieux-Bocau-Les-Bains, a nord di Biarritz, abbiamo capito che era il posto perfetto. Una geografia selvaggia, bellissima che, in certi momenti dell’anno, può essere assolutamente desolata, un deserto in cui Elena vaga come un fantasma.” Ora che la macchina da presa se ne sta a distanza, Elena è figura minuscola contro la vastità dell’oceano. Sembra che il rumore del mare accompagni i suoi pensieri, e come onde d’oceano arriva a noi l’alternarsi delle sue emozioni, il desiderio di ritrovare Jean, di passare del tempo con lui, di ascoltare la sua voce, di sapere di cosa è fatta la vita di un ragazzo, come sarebbe stata la vita di suo figlio, ma sono solo pensieri, supposizioni nostre, Elena stessa non sa cosa sta vivendo e cosa le succede.
“E’ l’aspetto psicologico quello che più ci interessa, I nostri film mettono i personaggi in situazioni scomode, per vedere come funzionano i loro sentimenti.” Sta spiegando Sorogoyen. Al di là delle differenze di genere, incalzanti o intimisti, i suoi, o meglio i loro, film scavano nelle persone, ad ogni persona il suo ritmo. Ma ora la figura minuta di Elena che cammina sulla spiaggia ha evocato la presenza di lei, dell’attrice Marta Nieto nella luce che accende gli occhi del regista. Meravigliosa Marta nel raccontare il dolore, la perdita, la follia, la tenerezza. “Un’interpretazione incredibile” commentano i giornalisti “ma come ha lavorato con lei?” Quale mondo interiore le ha permesso di creare quel personaggio che l’oceano, come l’onda del dolore, è sempre sul punto di sommergere. Gli occhi di Sorogoyen sono dardi nel sole. “E’ la sua esperienza vitale, è il suo modo di essere, è lei che è così…” Cerca altro “E’ il suo essere madre …all’epoca anche suo figlio aveva sei anni…. Si, Marta è perfetta…” ripete e il suo sguardo sembra cercarla attorno “Serviva una donna che fosse al contempo molto sensibile e molto forte. Avevamo bisogno di questi due elementi insieme e Marta …ne è una sintesi perfetta.” Di scatto, ora che gli è concessa una pausa, si affaccia dalla vetrata, la cerca: “Dove è Marta?” e anche lei lo sta cercando “Dove è Rodrigo?” E non c’è tempo di niente: solo per uno sguardo di pura felicità. Poi via si torna alle interviste, i giornalisti, a Festival appena iniziato, sono pieni di energia, ammirazione e curiosità. Le televisioni hanno ceduto il posto alla stampa scritta e si ha più tempo di parlare e con Rodrigo ora c’è l’attore Alex Brendemühl, parte del grande noi del film, che interpreta Joseba il compagno di Elena che cerca di proteggerla da nuovi traumi, un personaggio pieno di calore umano e insieme figura tragica come sono spesso le figure che accompagnano i sopravvissuti come Elena. Regista e attore se ne stanno seduti uno accanto all’altro, come due vecchi amici sul salotto di casa, e ognuno annuisce alle cose che l’altro dice : “Era rischiosa, certo, una storia che inizia con tanto dolore… soprattutto in Spagna” sta dicendo il regista “la paura della morte è sempre esistita, ma oggi viviamo in un mondo sempre più infantile e l’ infantilismo si riflette nella programmazione nelle sale. Vogliamo restare infanti quando dovremmo desiderare film coraggiosi, che ci portino altrove… ” Alex annuisce: “L’infantilismo crea una solitudine tremenda…invece questo film mi piace perché scommette sulla vita e sulla speranza, ma lo spettatore è costretto a fare un esercizio di concentrazione, un esercizio attivo, ti aspetti che vengano dette parole e fatte cose che non arrivano mai.” “Nei nostri film lo spettatore è sullo stesso piano del personaggio.” Lo sostiene Sorogoyen “Sa e vede solo ciò che sa e vede il personaggio. Nel caso di Elena lei non sa cosa è successo a suo figlio, e così è per lo spettatore, ed è una posizione terribile, ma solo in questo modo lo spettatore può sentire quello che sente lei.”
Marta Nieto e Sorogoyen sul set di Madre, 2019
E’ da lì che viene la tensione del film: non dai movimenti di macchina, ma dal non sapere, da quel muoversi nel buio. Sorogoyen, con l’energia che sembra emanargli da ogni poro, che da un momento all’altro lo solleverà e lo brucerà, d’un tratto lascia carta bianca al suo attore, e rilassato in una bolla di felicità, appoggiato alla vetrata, la schiena abbandonata, ascolta con mezzo orecchio ciò che il suo attore sta raccontando. Sorride nel vuoto e annuisce oscillando sul puff. “Rodrigo sul set cerca sempre di sorprenderti, di spiazzarti per vedere cosa succede…magari mette una musica all’improvviso, ti mette in mano un oggetto, ti suggerisce un gesto che nessuno si aspetta…” E’ così, spiega, che ha ottenuto con Marta l’effetto della scena finale (che noi non racconteremo): grazie alla musica. A interviste finite, i due continuano a parlare, a confrontarsi sul cinema oggi: sono più liberi gli attori o i registi quando si tratta di cambiare genere? E sulla crisi economica che forse non è poi così male per i cineasti coraggiosi con pochi soldi…tanto quelli ricchi senza coraggio ci saranno sempre. E si incamminano verso la sala da pranzo, finito il dovere ora li aspetta solo la gioia di Venezia: la luce, l’incontro con il pubblico, il red carpet. Seduti a tavola, e sono tanti, tutti quel noi del film, parlano animatamente e tra tutti rifulgono, giovani e belli e felici, Rodrigo Sorogoyen e Marta Nieto. Forse gli impegni li divideranno o forse la vita, forse questo sarà un momento irripetibile o forse è solo il primo di mille momenti ma noi, a scanso di ogni dubbio, vogliamo conservare questa immagine: uno scintillio nella tovaglia, nei bicchieri, nel bianco dei camerieri che li servono premurosi, un momento di assoluta pienezza, un film che sarà molto amato, il premio a Marta come migliore attrice anche se lei ancora non lo sa. Anche se non sapremo mai da dove ha attinto l’umanità, l’emozione di una donna che ha perso il senso di tutto e ha poi ritrovato il vincolo che la riporta persona tra gli umani. Non sappiamo nulla ma, a scanso di dubbi, ce la imprimiamo a lungo negli occhi questa assoluta felicità.
Il piano sequenza è una lunga inquadratura, quindi senza stacchi, che riprende una o più scene che normalmente sarebbero raccontate con più inquadrature. Si distingue dal long take che invece è una inquadratura della durata inusuale, ma non l’unica all’interno di una determinata scena. Qui di seguito due tra i più bei piani sequenza della storia del cinema:
Cerchiamo di approfondire la differenza tra il long take e il piano sequenza. Il long take, come dice la parola stessa è una ripresa lunga in cui non c’è stacco nè montaggio. Questa ripresa descrive solo una porzione della scena.
Il piano sequenza è una ripresa che prescinde dal montaggio, ma il montaggio non si identifica con lo stacco: ci può essere, ad esempio, un tipo di montaggio senza stacco, che si chiama montaggio interno: questo succede quando c’è un soggetto in primo piano a fuoco e il fuoco si sposta su qualcun altro in un nuovo contesto, senza fare il taglio. A differenza del long-take, il piano sequenza descrive tutta la sequenza, in cui c’è un’ evoluzione narrativa, anche con cambi di location.
“Rubare è roba per gente seria, mica per gente come voi! Voi, al massimo potete andare a lavorare” [Tiberio, interpretato nel film da Marcello Mastroianni]
Il triennio 1958-60 non è un periodo facile per l’Italia: la guerra è finita ormai da tredici anni, ma il Paese è lontano dall’aver completato la ricostruzione. La lunga fase politica ‘centrista’, in auge dal 1947, che ha dato vita a governi a guida DC di volta in volta alleata con PRI, PLI o PSDI è giunta al capolinea. C’è voglia di novità, di progresso sociale: è arrivato il momento di far cadere il veto dell’ingresso al governo delle sinistre. Il cinema italiano, come sempre, è attento osservatore delle dinamiche sociali e pronto ad architettare storie che raccontino questa delicata fase del Belpaese, tuttavia gli autori capiscono che è arrivato il momento di rinnovare il linguaggio per raccontare questa travagliata fase, che se da un lato nel 1957 ha visto l’apertura a Milano del primo supermercato e in molte case sono apparsi tv, frigoriferi, dall’altra vede ancora molte periferie urbane sprofondate nella miseria. Il nuovo cinema italiano, che si fa interprete di questo fermento sociale è quello di Monicelli, Risi, Comencini (di questo rinnovamento linguistico sono protagonisti anche Visconti, Fellini e Antonioni, che però oltrepassano il genere della Commedia) che sanno interpretare il cambiamento in atto, abbandonando la farsa buonista dei film degli anni ’50 per mettere in scena una critica sociale sottile e tagliente (un titolo per tutti Il sorpasso di Risi). In questo senso I soliti ignoti – Mario Monicelli, 1958; sceneggiatori: lo stesso Mario Monicelli, Suso Cecchi D’Amico, Age & Scarpelli – è un film ponte, che unisce due Italie, quella dell’immediato secondo dopoguerra, rurale, povera, profondamente analfabeta, con quella sull’orlo dell’effimero boom degli anni ’60. Emigrazione interna e tv hanno in un modo o nell’altro amalgamato gli italiani. Comincia a diffondersi un tenue benessere, ma si palesano anche contraddizioni sociali che esploderanno da lì a poco. Monicelli ne I soliti ignoti adotta il punto di vista di un microcosmo sociale povero (come farà l’anno dopo con La grande guerra, raccontato dal punto di vista di due soldati semplici, non certamente degli eroi, che simboleggiano la massa dell’esercito, la cosiddetta ‘carne da cannone’). Il regista toscano ama costruire un discorso popolaresco, fondandolo sulle più peculiari espressioni del popolo: dallo sberleffo nei confronti dei potenti, al gesticolare, al modo d’esprimersi alle soglie del vernacolare. Ne I soliti ignoti a rafforzare l’idea del microcosmo povero è lo spazio messo in scena: quello delle borgate romane, da Val Melaina alla Casilina. Il regista realizza un film che pone come grande novità la contaminazione tra comico e tragedia. Per la disillusione, da un lato, e l’ironia, dall’altro, con cui racconta il tentativo d’un gruppo di poveracci di svaligiare la cassaforte del Monte di Pietà, I soliti ignoti si distacca, come accennavamo sopra, dalle commedie degli anni ’50, che si ponevano all’insegna dell’happy end, e può essere visto come l’atto di nascita della commedia all’italiana, un cinema con la capacità di guardare alla società, di registrarne i mutamenti – il boom è alle porte – e di metterne alla berlina i difetti. L’approssimazione, per esempio, con cui i protagonisti affrontano il colpo non è anche quella con cui nel Paese si gestì il passaggio alla modernizzazione? La maschera del napoletano Capannelle(*) con la sua fame atavica ci racconta che l’Italia è abitata da sacche di povertà dove il riempire la pancia è ancora il primo problema (I soliti ignoti è entrato di diritto nella serie in tre puntate dedicata, sempre da Gianni Sarro, alla “fame” nel cinema italiano: leggi qui – NdR).
La struttura narrativa de I soliti ignoti è un racconto corale a sette voci. Vittorio Gassman / Peppeer Pantera; Totò / Dante Cruciani; Marcello Mastroianni / Tiberio; Memmo Carotenuto / Cosimo; Tiberio Murgia / Ferribotte; Claudia Cardinale / Carmelina; Carla Gravina / Nicoletta. Assunto che Gassman (**) ha una sottile ma evidente supremazia d’inquadrature, tutti gli altri godono di almeno una scena autonoma. Tutti i personaggi mostrano una profondità psicologica che rispecchia la volontà di Monicelli di mostrare un’idea di Storia e di storia come processo collettivo, in cui è protagonista la vita quotidiana. Nel film emerge la messa a punto di un cambiamento del registro comico. Fateci caso: Totò e Fabrizi facevano ridere perché erano vittime delle circostanze avverse, come anche dall’altra parte dell’oceano a cavallo della Seconda Guerra Mondiale Stanlio e Ollio; invece adesso con Gassman (e soprattutto con Sordi) il comico è prepotente, in qualche maniera diventa carnefice, aggressivo (pensiamo a come Gassman si relaziona con Capannelle), la risata scatta per la prepotenza, la fanfaronata. Anni dopo la lezione de I Soliti ignoti e più in generale della Commedia all’italiana sarà ripresa dai fratelli Coen. Il loro cinema non prevede la figura dell’eroe tout court, a tutto tondo, anzi la elimina. Pensiamo ad Arizona Junior (Coen, 1987) dove i due fratelli di Minneapolis ci mostrano il protagonista Herbert I. “Hi” McDunnough (interpretato da Nicholas Cage) antieroe simpatico e perdente, disadattato, velleitario, che tanto ci ricorda gli ‘eroi’ fanfaroni inadeguati della Commedia all’italiana.
Da YouTube, l’episodio della terrazza con Totò, da I soliti ignoti: “Buongiorno, brigadiere. Come vede… si lavicchia! Eh eh..!”
.Note
(*) –
Carlo Pisacane “Capannelle” – Guarda qui “La morte di
Abacucco“, ne L’armata Brancaleone (1966).
(**) – Fu una geniale intuizione di Monicelli (non poco osteggiata da Franco Cristaldi della Titanus film) quella di utilizzare Gassman – attore classico, presenza e voce impostate per ruoli drammatici – come attore comico, balbuziente e un po’ ’ntronato. Il successo de “I soliti ignoti”, spinse i produttori a replicare il tema l’anno successivo – mantenendo gli stessi caratteri e gli stessi attori -, con L’Audace colpo dei soliti ignoti, un film del 1959 diretto da Nanni Loy.
Con piacere pubblichiamo un nuovo articolo della nostra amica Lorenza, che ha partecipato, come interprete, all’intervista di Ropert Goold,regista del film Judy, presentato alla Festa del Cinema di Roma, 2019, di cui ci regala un ritratto assolutamente originale e composito.
“La vita di Judy Garland è già stata raccontata tante volte. Lei cosa vorrebbe che restasse, in particolare, agli spettatori della sua Judy?” Chiede la giornalista con occhi luminosi a Rupert Goold regista britannico: camicia jeans, occhi scuri, fluenti capelli ondulati, venuto a presentare il film alla Festa di Roma. E’ una domanda di rigore, tra tanti film, tante interviste e il poco tempo, bisogna andare all’essenza delle cose. Ma lui Rupert sembra provarne un leggero timore. “Io vengo dal teatro, dall’opera, anzi la prima opera che ho diretto è stata proprio qui in Italia, dal musical.” Forse i registi di teatro non sono più abituati ad avere tante luci puntate addosso e televisioni che incalzano una dietro l’altra, con i loro microfoni. Forse non più. Magari si è presentato alle interviste immaginando una routine, una sorta di fatica inutile da sbrigare in fretta e ad ogni breve pausa, tra un giornalista e l’altro, si tuffa sul cellulare, le dita velocissime sulla tastiera. O magari non si aspettava che ai giornalisti piacessero tanto il suo film e la sua protagonista: Renée Zellweger capace di trasmettere una tale carica vitale, un tale meraviglioso coraggio di donna, che è stata vittima, ma soprattutto combattente, e continua ad infrangere ogni regola con feroce umorismo.
Una rock star ante litteram. Una sopravvissuta pronta a ripartire ogni volta. E’ questa carica di umanità che la stampa vorrebbe ritrovare anche in lui. Cosa non facile: chiusi in una stanza gelida e buia, con interviste da tre minuti, nella frenesia del Festival. Rupert Goold, prima che gli venisse proposto il progetto, ammette, non sapeva granché di Judy Garland, non era certo tra i suoi fan. Ma ora ha scoperto, di lei, cose che lo hanno colpito. Ci sono interviste bellissime, biografie – ognuno dei suoi cinque mariti ne ha scritta una – testimonianze, soprattutto quella della sua assistente a Londra e quindi, superato l’iniziale timore, spiega: “Vorrei che restasse la sua ironia, la sua capacità di ridere nei momenti più bui, anche di fronte alle circostanze più avverse. E’ incredibile che le sue canzoni siano così gioiose se si pensa alla vita che ha avuto. In un certo senso vorrei che restasse la speranza: anche quando tocchi il fondo può esserci una sorpresa dietro l’angolo e, magari, la possibilità di ricevere amore in posti estranei, dalle persone più inaspettate.” Inaspettato come il successo del film che racconta Judy a 47 anni, pochi mesi prima della morte quando il suo astro è ormai in declino. Ha problemi con il divorzio, con l’affido dei figli, è totalmente al verde, in America non ha più lavoro, ed è costretta ad un tour forzato a Londra dove ancora la gente pagherà per ascoltarla. (Anche se qualcuno verrà ogni sera per voyeurismo, nell’attesa di vederla collassare). E insieme il film introduce ricordi, in flashback, di Judy bambina che interpreta Dorothy ne Il Mago di Oz. Una Judy oppressa dallo star system hollywoodiano, bullizzata e privata dell’infanzia. Un periodo di cui si porterà per sempre dietro i segni: l’insonnia e la solitudine. “Mi ha veramente stupito vedere quanto la Hollywood dell’età dell’oro schiacciasse le persone”.
Judy Garland ne Il Mago di Oz, 1939
“A differenza di un biopic tradizionale il suo film presenta solo l’inizio e la fine della vita di Judy, come in una tragedia greca. Perché questa scelta?” Gli chiedono. Goold sorride sorpreso.
Ropert Goold
Lo sorprendono questi giornalisti italiani, non sono male le loro domande che in tre minuti riescono a toccare il cuore caldo delle cose anche quaggiù in questo studio dell’Auditorium dove lui sta gelando. Ha provato a chiedere di alzare un poco la temperatura, ma a quanto pare non si può. E intanto lassù, nella luce e nel sole, sfilano le star vere e quelle di un giorno, la ricca umanità sorprendente della Festa di Roma, imitatori di gente famosa, inventori di vite famose. Donne, madri e figlie coperte di veli, in cerca di fotografi, di un colpo di fortuna, di qualcuno che le noti e le riscatti, al braccio di mariti impacciati ma sempre compunti, chissà che invece non siano loro ad essere scoperti, in questo mondo unisex. Al riparo dalla loro sfilata noi ce ne stiamo qui, nella penombra fredda, che poi non è così diversa dal rovescio della fama. “Io credo che i semi della fine vengano gettati all’inizio della vita.” La voce di Goold ci strappa ai nostri pensieri. “Mi interessa il momento, nel percorso di certi artisti, in cui non possono più fare affidamento su ciò che li ha resi famosi. E’ vero per Judy. E’ vero per Leonard Cohen e per Johnny Cash. E comunque c’è un rapporto causale tra la Dorothy de Il mago di Oz che vorrebbe tornare a casa e deve fermarsi invece in terra straniera e la Judy della fine che per guadagnare i soldi che le permetteranno di vivere con i figli, deve lavorare da sola a Londra.” Londra, terra straniera, che offre però anche un calore al suo personaggio, getta su di lei la luce europea della swinging London, con la sua pioggia e il suo amore per l’arte al di là dello star system americano. Incurante dei suoi debiti, l’Europa può amare una voce così bella che sa ancora parlare al cuore anche se ormai è logorata dal tempo, dagli stravizi, dalle difficoltà della vita.
Reneè -Judy
Ci sono altre affinità più sottili tra Dorothy e Judy, tra gli inizi e la fine, che emergono lentamente perché Rupert Goold esita a parlare di aspetti che nel film sono solo accennati, come una forma di pudore: come Dorothy ne Il mago di Oz accoglie ed è un riferimento per i diversi, per quelli a cui manca qualcosa: lo Spaventapasseri, che voleva un cervello, il Boscaiolo di Latta, che voleva un cuore, e il Leone Fifone, che voleva un po’ più di coraggio, così Judy Garland è diventata un simbolo per la comunità LGBT, che certo non aveva all’epoca vita più facile. Lei stessa era una persona ai margini. “C’è in lei un’estrema femminilità unita ad un che di mascolino.”Spiega il regista “Suo padre era gay e si è cercata i suoi mariti tra uomini gay o almeno bisessuali” Ma è commento veloce, spiegazioni non necessarie, come un pettegolezzo strappato a denti stretti. Il buio in cui siamo immersi torna ad accendersi ad ogni domanda: gli occhi dei giornalisti brillano quando chiedono di lei, della divina Renée Zellweger.
Reneè Zelweger
Incantevole, grandissima, non se ne ha mai abbastanza. Si avrebbe voglia di non smettere più di guardarla e continui a portartela dentro: con la sua schiena curva, con la sua mimica facciale, con le sue battute folgoranti.
“Ha mai preso niente per la depressione?” “Sì quattro mariti, ma non sono serviti a niente”
Rivedi quegli occhi che diventano tristi, e un istante dopo riprendono a giocare, pronti a tuffarsi nel gioco della vita, è lei la luce che riempie questa penombra, che scalda le mani nel sotterraneo, immortalata nei tanti primi piani del film. “Ci sono molti primi piani in questo film.” Gli fanno notare. “Forse è la novità del mezzo che mi ha preso la mano, ne volevo approfittare” si giustifica Goold come se lo avessero colto a rubare marmellata “a teatro vedi tutto da una tale distanza…Volevo catturare gli occhi, il viso, il collo.”
Mostrare in primo piano le emozioni che il teatro gli ha permesso di conoscere nel backstage. Il dietro le quinte degli attori: il terrore del palco, e insieme l’euforia, e il bisogno del palco, la dipendenza dal palco, sua moglie è attrice e conosce la lotta di una vita divisa tra teatro e famiglia. Non voleva rubarli solo nei camerini quegli sguardi voleva portarli sulla scena. Renée Zellweger è perfetta: la voce, la taglia minuta, la qualità della star. Solo una star poteva capire un’altra star. “Era un aspetto importante: l’idea che in strada tutti ti conoscono. Tutti ti fermano, tutti credono che tu debba conoscerli.” La solitudine è un tema costante per Judy Garland e si sente nel film, presenza palpabile quando arriva a Londra, separata dai figli piccoli che adora e si ritrova in una stanza d’albergo sontuosa, enorme, ma fredda e tanto vuota. Le persone che l’accompagnano se ne vanno, la porta si chiude alle loro spalle e lei resta lì sola. E ti chiedi come passeranno le sue ore fino al prossimo spettacolo? Lei che di notte non riesce a dormire. Di cosa si riempirà ogni giorno ora che i figli non ci sono …ora che i mariti non sono serviti. “Ci sono delle interviste” spiega il regista “di quel periodo dove la Garland sembra perdersi in discorsi filosofici sulla solitudine, Come è possibile essere famosi e insieme tanto soli?” Per assurdo il palco, dove si esibisce da sola, è l’unico antidoto alla solitudine, l’amore dei fan l’unica compagnia. “Qual è la sua scena preferita del film?” Gli chiedono “Forse è la scena in cui lei torna a casa da sola nella luce dell’alba: è riuscita a dare conforto ai suoi fan, ma non è riuscita a riceverlo.”
Renée Zellweger è tutto questo. “Era terrorizzata all’idea di cantare, ma poi è stata splendida. Quando è stata scelta per il ruolo di Bridget Jones, un’americana, gracile, gli inglesi hanno gridato allo scandalo, ma poi alla fine è riuscita a convincere tutti. Mi ha raccontato che si era esaurita lavorando, e ha lasciato tutto per sei anni. E ora ha dato il meglio di sé: un’attrice che conosce tutti gli aspetti tecnici, ma ha l’energia, la freschezza, e la fame disperata della scena dopo sei anni di assenza. Non voglio la Garland, voglio René che interpreta la Garland, le dicevo.” Ci sono le scene meravigliose, quei colori ripresi da Il Mago di Oz, dalla continua illusione creata dalla macchina infernale di Hollywood e c’è un glamour impalpabile onnipresente che riempie lo schermo.
Judy Garland ne Il Mago di Oz,1939
“Se vuoi mostrare la prigione non scegliere le sbarre, mettici piuttosto un carcerato,” spiega Goold d’un tratto contento, d’un tratto tornato nel suo campo: i dettagli che costruiscono una scena: “Allo stesso modo se vuoi del glamour metti la donna di glamour e il gioco è fatto. “ Lo sente, Rupert Goold, che ora, a interviste finite, la fame di Renée Zellweger, il desiderio di vederla, resta, si vorrebbe scoprire il suo segreto e parlare con lei della devastante solitudine e dell’allegria, dell’irriverenza che ha portato sullo schermo e ha lasciato nei nostri cuori, ma Rupert Goold ha fatto quello che ha potuto, si è lasciato prendere dall’entusiasmo descrivendo la realizzazione di qualche scena, ma il film è di Renée ed ora lui è felice, è chiaro, di sparire dietro le quinte. “Il teatro è l’arte dell’argomentazione, della discussione” ha detto “esci da teatro e hai voglia di parlare dei grandi temi, la televisione è l’arte della narrativa come un romanzo, il cinema è l’arte del personaggio. Ti permette di entrarci, di studiarlo, indagarlo, metterlo a nudo. E a me piace scavare nel fiume nascosto che scorre dentro ogni attore, Mi piace creare la fiducia che permette all’attore di aprirsi e di dire la sua verità.” E ci è riuscito con Renée che si è riversata nella Garland ed è andata al di là della perfezione. Ma oggi lei non è qui, non è a Roma. E Rupert Goold non vuole certo che magari le televisioni adesso si mettano ad indagare dentro di lui. Forse era questo il suo vero timore. Non è lui il personaggio. La macchina da presa ti mette troppo a nudo. Questo è il suo secondo film, il primo (True story, accolto dalla critica piuttosto freddamente) era basato su una storia vera, e il secondo su una persona vera. “Perché questo bisogno di realtà?” Gli hanno chiesto. “Perché a volte quando costruisci una storia e la inventi, ci sono momenti in cui ti chiedi: ma non è un po’ ridicolo?” Ha risposto con imbarazzo “Come se stessi solo giocando, ti chiedi: ma a chi serve questa cosa? Forse stare nella realtà, raccontare cose vere ti fa sentire meno inutile.” Sorride prima di scomparire nel buio, inghiottito dalle quinte, anche lui come Dorothy, come Judy ha voglia di tornare a casa. A scaldarsi al calore del suo teatro. Al mondo senza microfoni, senza telecamere che ti scavano nel viso, negli occhi, tra le pieghe del collo, in attesa di una tua risposta.
Quarto Potere di Orson Welles, 1940 di Letizia Piredda
In una sua recensione del film, Jorge Luis Borges parlò di “giallo metafisico” che scava intorno agli aspetti più nascosti della personalità di un uomo, attraverso le testimonianze delle persone che lo conobbero. Il film si snoda attraverso i racconti di cinque personaggi, che proiettano ognuno un’immagine diversa sul protagonista, a cui si aggiunge un’immagine pubblica che viene fornita mediante un cinegiornale. Questa struttura narrativa a incastro introduce una novità senza precedenti e senza precedenti è il fatto che il protagonista compare solo pochi secondi all’inizio del film, mentre sta morendo. Alcuni hanno pensato che Welles abbia utilizzato la vicenda dell’uomo-Kane come una metafora dell’America: il magnate che inizia la sua fortuna grazie all’oro di una miniera ma che frana sul piano personale (non riesce ad amare) perché risucchiato dagli interessi economici, sarebbe l’America e la sua “caduta” dalla condizione di “giovane nazione” a causa di un surplus di risorse accumulate(vedi crisi del ’29). Altri vedono nella subitanea morte di Kane una morte simbolica del cinema classico, con Welles che con questo film pone le basi del cinema moderno: non c’è un protagonista presente, non c’è lieto fine, non c’è un significato palese, ma lo spettatore deve andare a cercarlo tra le pieghe degli indizi forniti dal regista, non c’è rigore logico (la frase pronunciata da Kane non potrebbe averla sentita nessuno, dato che lui è solo nella sua stanza). Anche sul piano formale Welles fa numerose operazioni innovative e di rottura. Rielabora e migliora le tecniche di maestri del primo cinema, come Griffith (Nascita di una Nazione, 1915) e fonde in modo eccezionale elementi del teatro e del cinema.
L’uso espressionistico di luci e ombre rivela l’influenza esercitata su Welles dal cinema tedesco (Fritz Lang ) e russo.
L’elemento più innovativo del film è dato dall’uso sistematico della profondità di campo e dal piano sequenza. La profondità di campo, tecnica che mette a fuoco tutti gli elementi dell’inquadratura, era stata bandita da Hollywood perché distraente e perché eliminava la gerarchia tra primo piano e sfondo. Welles si rifa agli stili di Eric von Stroheim e John Ford ( ha visto per 40 volte “Ombre rosse” durante la lavorazione del film).
Contro le regole del cinema classico è stato l’uso di lenti e obiettivi per distorcere le immagini e dare particolari effetti espressivi.
Un’altra trasgressione è data dalla mancanza di linearità della struttura temporale, che , invece, procede con continui salti in avanti e indietro e addirittura con la ripetizione di alcuni episodi (es. il debutto di Susan) che viene raccontato da due diversi narratori: da Leland visto come il segno del trionfo di Kane, da Susan come dramma privato.
Di Rosebud parla anche Sandro Russo in un contesto diverso e cioè il sogno, nei suoi scritti sulla memoria, tra le “cose che vanno salvate dal fuoco”.
Una giornata particolare – film del 1977 diretto da Ettore Scola – è ambientato nei giorni della visita di Hitler a Roma, il 6 maggio 1938; nello stesso giorno avviene l’incontro fra Antonietta/Sofia Loren, una casalinga madre di famiglia e Gabriele/Marcello Mastroianni, un omosessuale in attesa di essere portato al confino. I due per qualche ora sono gli unici abitanti di un grande condominio (si tratta di Palazzo Federici, in viale XXI aprile a Roma, progettato dall’architetto Mario De Rienzi, uno dei principali esponenti del Razionalismo) poiché tutti gli abitanti sono andati alla parata organizzata in onore del Führer.
Questo breve plot riafferma (come già avvenuto in C’eravamo tanto amati e come avverrà successivamente in La famiglia e Concorrenza sleale) un aspetto centrale del cinema di Ettore Scola, ovvero realizzare film dove la Storia, in questo caso la visita di Hitler, e le storie dei personaggi di fantasia, Antonietta e Gabriele, s’intersecano. Per rafforzare l’incidere degli eventi della Storia nella quotidianità dei personaggi, Scola monta all’inizio del film immagini girate dall’Istituto Luce, che mostrano l’arrivo della delegazione nazista alla stazione Ostiense, accolta da Vittorio Emanuele III e Mussolini, quest’ultimo sempre un passo indietro al Re per ragioni di protocollo. Dopo quest’iniziale immersione nella realtà passata della Storia, Scola inizia ad esplorare il palazzo, con lenti movimenti di macchina, fino ad entrare in un appartamento dove facciamo la conoscenza di Antonietta.
Il racconto di Una giornata particolare poggia sul contrasto dei due caratteri principali. Sin dall’inizio Antonietta ci viene mostrata come un personaggio trasparente, il racconto esprime con chiarezza la realtà vissuta dalla donna, madre di sei figli, la cui bellezza è sfiorita da tempo, ingenuamente innamorata di Mussolini, ma costretta a rimanere a casa dai suoi doveri di madre e moglie, in quella giornata (particolare) così importante per il regime. A fare da contraltare ad Antonietta c’è Gabriele, personaggio opaco, tutto da scoprire, misterioso. Il punto di vista che ci viene mostrato di lui è quello di Antonietta; solo col procedere del film (a partire da una misteriosa telefonata, dove capiamo che l’uomo sta parlando col partner, del quale tuttavia non ci viene svelata nemmeno la voce) egli diventa più trasparente. Solo alla fine del film capiremo che era rimasto a casa in attesa dei poliziotti che l’avrebbero portato al confino, presumibilmente a Carbonia. C’è un elemento di più che differenzia i due personaggi: il dinamismo, a tutto vantaggio di Antonietta; è infatti il personaggio magistralmente interpretato dalla Loren a muoversi dalle sue posizioni iniziali, ad intraprendere un viaggio che la porterà a scoprire ‘mondi’ come l’antifascismo e l’omosessualità, ad aprirsi, pur se in maniera contraddittoria. Al contrario Gabriele è meno dinamico, anche se la mobilità della donna finisce col coinvolgerlo. La costruzione dei personaggi è apparentemente realizzata su una serie di opposizioni, eppure sottotraccia emergono due tratti che accomunano Antonietta e Gabriele: sono entrambi soli e emarginati (lei dalla famiglia, lui dalla società). Sono questi due tratti a determinare il desiderio di comunicare da parte dei due: da questa necessità di dialogo scaturisce il meccanismo che porta all’incontro di Antonietta e Gabriele che è poi l’architrave del racconto.
L’epilogo del film mostra Antonietta nuovamente da
sola, dopo che tutta la famiglia, rientrata dall’adunata, è ormai al letto,
mentre Gabriele è stato portato via dalla polizia. In mano Antonietta ha in
mano un libro: I
tre moschettieri, regalatole da Gabriele. Intuiamo che
la donna è diversa da quella che abbiamo visto quella stessa mattina, non
perché sia finalmente fuori dall’oppressione del marito (che l’aspetta in
camera per ‘fare un altro figlio’) e del regime, bensì perché adesso è
consapevole.