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9 Dicembre 2019
Pino Moroni
https://www.artapartofculture.net/2019/12/09/piu-libri-piu-liberi-2019-12-una-vita-in-10-film-o-i-10-film-di-una-vita/
A Più libri più liberi anche presentazioni di libri, film e documentari sul genere cinema. Dal libro di Charles Brandt The Irishman (presentato dall’attore Pif e dal critico Paolo Mereghetti) al documentario di Marco Spagnoli La luna italiana (storia del direttore generale dei programmo Apollo e del lancio dell’Apollo 11, l’italo-americano Rocco Petrone) a Una vita in 10 film, libro-gioco divertentissimo, onnicomprensivo del cinema mondiale dalla sua origine ad oggi.

L’autore Severino Salvemini, professore alla Bocconi, accompagnato da Felice Laudadio, Presidente Fondazione Centro Sperimentale di Roma e Domenico De Masi sociologo, ha presentato il suo libro nato dall’ idea di chiedere a 200 e più personaggi famosi e non (politici, imprenditori, artisti, giocatori, architetti e gente comune) di indicare 10 film che hanno connotato la loro vita.

E questa scelta ovviamente soggettiva non è dipesa dalla intrinseca qualità dei film. Il ricordo che ora si rivela in tutta la sua forma è dipeso dalla età, dal mood del momento, dai sogni, dagli ideali, dal gusto personale, dagli incubi che si sono avuti e che si vivono nella vita. Si è scoperto – ha detto l’autore – che la scelta è stata dettata da motivi emozionali più che razionali. Ed alla fine le persone, che hanno partecipato al gioco dei film, in fondo hanno rivelato con la loro scelta le loro fantasie, le ragioni personali, familiari e lavorative della stessa.
Tanto per esemplificare, visto che oltre le scelte di 10 film, ogni intervistato ha anche spiegato in poche righe perché ha privilegiato uno su tutti (il primo), abbiamo sentito dai presenti (in attesa di leggere anche gli altri) le loro ragioni.
Il Presidente dell’AIE, Ricardo Franco Levi, per esempio, ha scelto Totò, Peppino e la malafemmina, come film che ha visto e condiviso più volte con la sua famiglia, con quei dialoghi diventati tormentoni familiari. Per Domenico De Masi il primo film è quello che ha veduto per primo a sette anni al paese, Tempi moderni, ricordando i seguenti in ordine di date fino ad arrivare a 2001: Odissea nello spazio. Si è fatto poi l’esempio di due personaggi, l’imprenditore Oscar Farinetti con la sua intensa emozione per La vita è bella di Roberto Benigni. E Oliviero Toscani, fotografo iconografico che ha ricordato il film sperimentale magiaro Lemonade Joe, capostipite degli spaghetti western all’inizio degli anni ’60.
Lo stesso autore delle interviste si è intervistato, ma per lui il primo film è anche il film più tecnico da un punto di vista cinematografico, In the mood for love di Won Kar-Wai fatto di carrellate, ralenti, dissolvenze, piani strettissimi, musica sublime, reso perfetto da strumentazioni e maestranze perfette come usa oggi nella cinematografia coreana. E così anche le schede dei 10 critici rispecchiano solo il profondo amore per la grande indiscussa tecnica della settima arte.
Quali sono le conclusioni di questa importante operazione su una nuova classifica dei film di più di un secolo di cinema, che però non vogliono rappresentare i migliori in senso assoluto ma solo quelli che hanno contrassegnato le emozioni nella vita di tanti diversi intervistati. Si distanziano dagli altri: 2001: Odissea nello spazio, 8 e1/2, Blade Runner, Amarcord, Il Padrino, C’era una volta in America, Apocalipse Now, La vita è bella, Manhattan, Ultimo Tango a Parigi, Arancia meccanica, Shining, La dolce vita. Con prevalenza di tre grandi registi come Kubrick, Fellini e Coppola. Per i giovani predilezione per i film di questo secolo (Forrest Gump, Il favoloso mondo di Amelie, La grande bellezza, The Wolf of Wall Street). Mentre i più vecchi prediligono i film degli anni 40/70. Le spettatrici hanno scelto più Almodovar, Benigni, Spielberg, Weir, Tornatore, Truffaut, Visconti.
Gli spettatori hanno preferito più Kubrick, Landis, Antonioni, Leone, Wilder, Wells, Chaplin. I giovani invece amano Tarantino, Allen, Anderson, Sorrentino. I più anziani Bergman, Godard, Hitchcock, De Sica.
Ma tutti i film sono stati visti come essenziali per la formazione sociologica se non psicologica degli intervistati, funzionali alla costruzione delle loro identità personali, ben nascosti nei segreti dei propri ricordi, ed oggi con sorpresa riscoperti.
27 Novembre 2019
Pino Moroni
https://www.artapartofculture.net/2019/11/27/parasite-un-film-originale-che-nasconde-un-forte-messaggio-politico/
Perché il cinema coreano sta diventando così importante da vincere la Palma d’oro a Cannes e candidarsi con successo come miglior film straniero ai prossimi Oscar? E perché, malgrado la forte idiosincrasia dell’occidente verso i noiosi e lenti film orientali, l’uscita dell’ultimo film sud-coreano, Parasite, oltre alle buone recensioni, ha mostrato ottimi riscontri al botteghino?

La risposta è che il divario delle tematiche e delle realizzazioni tra le due cinematografie mondiali sta affievolendosi. Con i suoi pregi e i suoi difetti Parasite è una pellicola che parla di due famiglie (i poveri Ki-taek ed i ricchi Park), con i loro piccoli grandi problemi quotidiani, che potrebbero essere ovunque ed agire con le stesse dinamiche narrate dallo sceneggiatore regista Bong Joon-ho (Snowpiercer, Okjia).
Dinamiche però non convenzionali, come nei prodotti fotocopia del cinema europeo ed americano, perché in questo film chi fa la storia, organizza piani, chi ha l’ingegno e lo mette a frutto, usando un bagaglio di conoscenza dato dalla sopravvivenza e non frutto di studi universitari economico-tecnologici, è l’emarginato della società.
Rovesciando il teorema: poveri ignoranti e sempliciotti e ricchi istruiti, furbi e intraprendenti. Dalla parte di tutti i parassiti (scarafaggi od umani che siano) che qui si chiamano indigenti senza lavoro, sempre alla ricerca di un espediente per sopravvivere.
La famiglia Ki-taek (padre, madre e due giovani figli) vive in un puzzolente seminterrato adibito ad abitazione, sotto il livello di una strada, subendone il rumore, l’inquinamento, gli allagamenti e le esternazioni corporee degli ubriachi. La famiglia Park (padre, madre e due figli ancora adolescenti) vive in una villa, disegnata da un architetto, moderna, luminosa, elegante, tecnologica. Una enorme vetrata su un prato verde interno, circondato da numerosi alberi pregiati.
La prima parte del film in cui una stupenda scenografia (Ha-Jung Lee) creata nei teatri di posa e funzionale alla smagliante fotografia (Kyung-pyo Hong) fa da perfetto sfondo alle strategie messe in atto dalla famiglia Ki-taek per vampirizzare i membri della supponente credulona famiglia Park.
Tutti i componenti riescono, usando più o meno leciti espedienti a diventare autista, cuoca, ed educatori dei figli della famiglia Park. Soprattutto ai due giovani Ki-taek, abili mistificatori di carriere universitarie inesistenti, pseudo psicologi e critici d’arte, spetta il compito di irretire sul piano intellettuale la famiglia Park. Vivendo due vite e società e sognando, vista l’ingenuità dei ricchi, di sostituirsi a loro. Iniziando a prendere possesso della casa nel momento in cui i Park sono in vacanza.
Fin qui dice il regista coreano tutto rientra nell’ordine prestabilito e nelle regole generali di una società evoluta, che fa parte dei paesi più sviluppati (viene nominata l’Ocse, n.d.r.) e produce un reddito annuo alto non ben redistribuito. Ecco il punto chiave in cui le due cinematografie (orientale ed occidentale) convergono nel raccontare il presente: i sistemi economici sono ormai omologati e sono omologate anche le strategie di parassitismo del benessere, ovunque.
Ma quando il caso arriva a rompere gli equilibri precari di un sistema ed allo stesso tempo le strategie ed i piani organizzati all’interno di esso dai singoli, un buio pericoloso fatto di misteri, di stanze segrete, di ospiti inattesi e concorrenti, di violenza repressa, invade la luminosa bellezza di ogni ambiente e la serenità delle persone. E nella natura come nella società si scatena l’inferno.
E’ un cambio di registro impressionante quello del regista Bong Joon-ho. Tutto viene filmato con un taglio caos-geometrico, fuori e dentro la casa, in cui ciò che avviene è fuori il controllo di tutti i protagonisti, ma per il regista confluisce in un mosaico filmico in cui tutti i pezzi si incastrano. E’ il momento migliore di un film non convenzionale e dirompente.
Nella parte finale per sciogliere tutti i dubbi su una convivenza forzata tra poveri arrabbiati e ricchi spreconi, in un party grottesco per un bambino viziato, il regista coreano cambia ancora registro e si misura con un caos-splatter, con coltelli, spiedi e sangue, in cui tutto sembra fuori controllo, ma che riesce a gestire con un montaggio di grande professionalità (Jonma Yang) senza cadere nel ridicolo. E’ pur sempre, come ormai sembra necessario mostrare in moltissime pellicole, un pezzo da horror gratuito, ma forse molto funzionale al messaggio di violenza politica che il regista voleva mandare.
Con un finale che sconfina nel fantasy, in cui i parassiti poveri, come in un sogno prendono possesso della casa dei ricchi. Musica eccezionale di Jung Jaeil II, nei suoi differenti stili tra classico e moderno con la sorpresa di sentire anche la canzone In ginocchio da te cantata da Gianni Morandi.
I Gangsters (The Killers), di Robert Siodmak, 1946
di Letizia Piredda
E’ un noir basato sul romanzo omonimo di Ernest Hemingway. Tra i maggiori successi di Siodmak, il film racconta in flashback la ricostruzione degli eventi che hanno portato all’assassinio di un ex pugile affiliato ad una banda di gangster. Il cast include nomi prestigiosi come Burt Lancaster e Ava Gardner. Nel 1964 Don Siegel ne girò un remake intitolato Contratto per uccidere.

In realtà, in prima battuta, questo film sembra poco un noir e più un poliziesco: infatti c’è un’indagine che, attraverso molteplici flashback, dura per tutto il film. Ma se considerato come un poliziesco, c’è un elemento assolutamente incongruo: il fatto che il protagonista (lo Svedese) praticamente non è ucciso, ma si fa uccidere dai killer, cosa assolutamente inaccettabile per i canoni del genere. E ancora, come noir ci sono alcuni elementi, ma non proprio tutti gli elementi più tipici. Sì, la femme fatale c’è, l’onirismo inteso come bianco/nero fortemente contrastato c’è, ma non l’onirismo più psicologico, quello inteso come continuo fluire da sogno, veglia, dormiveglia.

Ma vediamo adesso quali sono gli elementi principali che caratterizzano il personaggio dello svedese:
– è un uomo finito come pugile (e di conseguenza trattato come qualcosa da
buttar via)
– è ammaliato da Kitty per la quale accetta di fare una rapina a mano armata
– tenta il suicidio quando Kitty fugge con il bottino
– è tradito da Kitty e da Colfax che nel frattempo si sono sposati e sono
diventati una coppia rispettabile
– è tormentato perché non si perdona di aver fatto un errore fatale, di fronte al quale non c’è più niente da fare: non ha più via di scampo, e questo lo porta a un gesto estremo (cioè si fa uccidere dai killer di Colfax).

L’insieme di questi elementi ci porta ad alcune considerazioni importanti:
è un personaggio in gabbia, senza via di scampo, tradito da Kitty e da lei raggirato, e usato, per poter fuggire con il bottino e realizzare il piano architettato da Colfax; vittima sacrificale, uomo finito, senza possibilità di riscatto, perché non può perdonarsi gli errori commessi.
A sottolineare questo aspetto converge tutta la messa in scena: non c’è contrasto buio/luce tra dentro e fuori; sia l’interno che l’esterno sono buio/buio: e questo delinea l’atmosfera cupa dell’impossibilità di riscatto. Addirittura quando i killer sparano nella stanza semibuia dello svedese, l’unica luce sono proprio gli spari.
Ci sono poi alcuni elementi tipici dell’espressionismo, come la mano che scivola inerte lungo la colonnina del letto, quando lo svedese muore.
Ora tutto questo ci sembra assolutamente in linea con l’atmosfera del noir, che, va ricordato, è un genere composito dove convivono più generi come il poliziesco, l’horror, il thriller, e che, in molti casi, non è facile tracciare una linea di confine netta l’uno dall’altro.
L’uso dei flashback di ben sette personaggi diversi ci riporta a Citizen Kane: ma non è solo questo l’elemento in comune; c’è anche il taglio giornalistico e la profondità di campo, usata da Siodmak più per addensare le fasi di un’azione senza stacco, che per rappresentare più azioni su diversi piani.
A sottolineare la maestria tecnica del regista basti il confronto della stessa scena (la rapina) in due film diversi:
1) In I Gangster la scena della rapina viene letta, dall’articolo di cronaca, dal capo delle assicurazioni e ripresa dalla macchina da presa a distanza, con un effetto distanziante per lo spettatore, che assiste ma non partecipa alla scena.
2) In Doppio Gioco (Criss Cross,1949), invece, la scena della rapina è ripresa dall’alto (“l’occhio di Dio”) (*) con un effetto che attira verso il basso lo spettatore (effetto vertigine) che, di conseguenza, viene coinvolto fortemente nella scena.
(*) In ambito cinematografico, l’espressione God’s Eye (Occhio di Dio) viene comunemente adoperata per indicare quel particolare tipo di ripresa effettuata dall’alto, in maniera perfettamente perpendicolare alla scena, in cui gli accadimenti non vengono mostrati dal punto di vista di un particolare personaggio (o un altro elemento), quanto da quello del narratore onnisciente.
NON UN FILM SU UNA STORIA MA UN FILM SULLA STORIA. NON SOLO AFFAIRE DREYFUS
3 Dicembre 2019
https://www.artapartofculture.net/2019/12/03/lufficiale-e-la-spia-di-polanski-e-harris/
Siamo entusiasti e onorati che Pino Moroni ( cliccate sul link per avere un quadro delle sue molteplici attività e competenze) abbia accettato con questo articolo una, speriamo lunghissima, collaborazione con Odeon.
Pino è nostro amico e sodale fin dagli inizi di “Visioni”, tra le polverose poltrone del Detour, ancora nella vecchia sede di via Urbana (dal 2009 trasferito al n° 107 della stessa via). Da allora cene, “pizze-&-birra” insieme, incontri al casale, raccolte di kiwi (miei) e olive (sue)… In ogni circostanza ci siamo trovati amici, uniti da un comune sentire e dalle stesse esperienze vissute, ai tempi in cui vita, cultura e emozioni facevano la stessa strada.
Ci fa piacere ritrovarlo anche tra le pagine di questo Blog (by Sandro Russo)
Un incontro prolifico tra Roman Polanski e Robert Harris. Un regista che fin dal suo primo film ha privilegiato il racconto thriller, declinato in generi diversi, psicologico, horror, metafisico, poliziesco, ecc. con titoli come Il coltello nell’acqua (1962), Rosemary Baby (1968), Chinatown (1974), L’inquilino del terzo piano (1976), Frantic (1978), ecc.. Il suo incontro con uno scrittore che ha invece declinato i suoi romanzi in maggior parte nel genere thriller-storico (Imperium, Pompei, I diari di Hitler, ecc.) ha prodotto due capolavori come L’uomo nell’ombra (2010) ed ora L’ufficiale e la spia (2019).



Polanski non è certo più quel ribelle anarchico che scandalizzava Hollywood ed il mondo con i suoi film creativi ed innovativi (Cul de sac 1966, Per favore non mordermi sul collo 1967, Che? 1972) e con la sua vita dissipata e fuori le regole.
E infatti il film L’ufficiale e la spia, che narra l’Affaire Dreyfus, un caso di spionaggio militare della fine del secolo XIX non è altro che la puntuale rivisitazione della storia di un ufficiale francese-ebreo accusato di essere informatore dei tedeschi, condannato ingiustamente da un tribunale militare ad una umiliante degradazione ed alla detenzione sull’Isola del diavolo nella Guyana francese.
Lo scrittore Robert Harris, che ha studiato a fondo l’Affaire e l’ha descritto minuziosamente nel suo libro (momento per momento, ambiente per ambiente, comportamento per comportamento, parola per parola), fa partire la storia dalla mattina in cui Alfred Dreyfus (Louis Garrel) viene degradato nel cortile della Scuola Militare di Parigi.
Ma poi nel seguito di questo famosissimo evento il protagonista principale del libro e del film diventa il colonnello George Picquart (Jean Dujardin), presente alla degradazione e poi nominato capo della sezione statistica dell’esercito, unità del controspionaggio militare.
Un uomo integerrimo che fa dell’onore e della ricerca della verità i suoi ideali, seguendo fatti certi contro le falsificazioni strumentali e le manipolazioni. Contro soprattutto i poteri forti, gli alti comandi militari che chiedono ai subalterni ufficiali cieca obbedienza, senza voler ammettere i propri errori. Picquart che combatte contro un muro d’omertà rischierà la carriera, la prigione e forse la vita.
Ma non si può capire il film di Polanski ed il romanzo storico di Harris senza sapere perché nel 1894 si è verificato un Caso Dreyfus.
Qui solo la Storia può aiutare. 25 anni prima (1870/71) nella guerra Franco-Prussiana la Germania aveva annientato la Francia imperiale di Napoleone III e occupato l’Alsazia e la Lorena. Nella guerra i generali dell’esercito francese avevano collezionato una grande quantità di errori, arrivando alla disfatta di Sedan.
In parte i Prussiani avevano vinto per aver usato una micidiale artiglieria pesante, targata Krupp, tecnologicamente più avanzata. L’opinione pubblica francese scossa da quella cocente sconfitta (i prussiani assediarono anche Parigi) era alla ricerca di una rivincita (revanchismo) ed il nuovo esercito della III Repubblica si stava attrezzando con una più moderna artiglieria (famoso l’ultrasegreto cannone da 75).
In tale contesto le rivelazioni ed i passaggi di informazioni sulle nuove armi da parte di spie francesi erano l’innesco per far esplodere il represso nazionalismo dell’opinione pubblica che unito all’ondata di antisemitismo risultarono determinanti nella scelta di un capro espiatorio ebreo, appunto Dreyfus.
Questa la Storia, ma il film anche se aderente al romanzo di Harris dice qualcosa di più sull’indagine del colonnello Picquart. Vuoi perché Polanski è di origini ebree ed ha sofferto l’ostracismo polacco e poi tedesco verso la sua famiglia (deportata nei campi di sterminio) e poi per essere stato perseguito tutta la vita per i noti fatti sessuali degli anni ’70, di cui è stato accusato e condannato.
Le parti migliori del film sono comunque le indagini del nuovo capo del controspionaggio negli archivi della sezione statistica: ambienti angusti, cupi, vecchi, polverosi, con infissi ormai in pezzi ed odore di fogna. E’ la fine dell’ ‘800 e malgrado la Belle Epoque, oltre l’architettura, le altre infrastrutture ed i servizi, la società è in decomposizione a cominciare dai vertici e può avvenire di tutto, anche il sopruso su un militare innocente.
Polanski, perfetto nel descrivere gli ambienti, molto attento alla verità dei fatti accaduti, quasi pedissequo nel suo filmare classico anni ‘50, con la sua maestria cinematografica, si permette di superare la vera storia creando una fiction moderna fatta anche di colpi di scena e forti tensioni, allontanandosi così da un qualsiasi docufilm sull’Affaire.
Mentre i generali ai vertici dell’esercito, colpevoli di occultamento e falsificazione di prove, i politici ed i magistrati, in un balletto di maschere e battute feroci, negano spergiurando sulla validità delle prove false, e l’opinione pubblica, come sempre condizionata dal potere appoggia la Ragion di Stato, cresce il ruolo degli intellettuali nella società francese.
Sul giornale L’Aurore esce un editoriale di Emile Zola, una lettera aperta al Presidente della Repubblica, il famoso J’accuse che fa riaprire il processo (Dreyfus sarà condannato ancora).
Asciutte e perfette le recitazioni degli interpreti principali (Dujardin, Garrel, Seigner, Gadebois) e degli altri minori (militari e politici) tutti grandi attori della Comèdie Francaise.
di Lorenza Del Tosto
“Il suo film a Venezia è stato bocciato dalla presidente della giuria perché troppo sessista…” esordisce un giornalista credendo di rivelare cose note. “Davvero…?” Noah Baumbach, a Roma per presentare Storia di un matrimonio, sembra confuso. “Non lo sapevo…” – mormora, ma subito nasconde lo sconcerto. C’è molto aplomb in lui, o forse è solo timidezza, seduto attorno ad un tavolo nella saletta di un elegante albergo romano, già scintillante di luci natalizie. Anche questo incontro sembra una favola di Natale.

Stamattina un vetro rotto nel suo aereo ha portato ad un atterraggio imprevisto in Svizzera e quindi: Baumbach arriverà tardissimo, sarà esausto, i giornalisti sono invitati a non presentarsi. Poi altra notizia: Noah arriverà in ritardo, ma farà tutto come previsto. I giornalisti hanno cambiato di nuovo i loro programmi e si sono seduti qui ad aspettarlo. Storia di un matrimonio è un bellissimo film che sembra sgusciare via inafferrabile: a Venezia è affondato nel silenzio della giuria, è un film Netflix e passerà sulla piattaforma dopo un breve intervallo nei cinema, il regista rischiava di non arrivare, e che dire poi del tema trattato: la storia di un divorzio?
“No grazie per carità, già dato…” – si schermiscono in tanti con un sorriso. Ma chi riesce a vederlo può accorgersi che è uno di quei film che, senza che te ne accorgi, ti cambia lo sguardo e un evento triste, come un divorzio, può lasciare dentro, a sorpresa, un volo di ali.
Delle sue disavventure nei cieli Baumbach porta solo un velo di stanchezza sul viso: naso prominente, un’ironia nascosta negli occhi scuri. E’ minuto e delicato nei gesti, ma emana da lui grande energia e volontà tenace (come il giovane protagonista del suo film Il Calamaro e la balena, dove il divorzio è visto con gli occhi dei ragazzini, che, superata la paura di visitare il museo da solo, diventa grande e si affranca dal padre).
Ma l’accusa di sessista deve averlo turbato e, più tardi, nell’incontro con il pubblico cerca di liberarsene: “E’ un film sulla prospettiva… come nei film di Hitchcock: se sei con il ladro che sta rubando i gioielli in una casa e all’improvviso torna la famiglia, tu vuoi sapere cosa succede al ladro. Così la prima parte del film sei con lei, con Nicole, prendi le parti di lei, nella seconda sei con lui e prendi le parti di lui e nell’ultimo terzo, dopo aver oscillato avanti e indietro, sei con entrambi, almeno spero. Capisci che sono due persone che cercano di fare del loro meglio. Per lei è la storia di una rinascita e per lui di un crollo”.
Per questo, per mantenere la prospettiva, ha tagliato scene interessanti ad esempio con gli amici che prendevano le parti dell’uno o dell’altra. “Ho capito che dovevo stare tutto sul divorzio e comunque la vita non si ferma solo perché stai divorziando, ci sono il lavoro, il pranzo, il figlio, i capelli da tagliare.

Risuona nella sua voce una perplessità profonda di fronte a quell’accusa, perché sebbene il film scorra fluido, così perfettamente orchestrato da avere l’impressione che non ci sia dietro nessuno sforzo, ci sono in realtà mille fili nascosti, parti di un tessuto che si sfrangia, strati che scorrono sotterranei.
C’è il modo in cui vanno a volte le cose: per cui ciò che ti ha unito è poi anche ciò che ti separa. Grazie all’amore dell’altro sei cresciuto, come accennano gli stessi avvocati, e quella crescita ti fa essere diverso e ti porta a cercare altrove. Non è colpa di nessuno e l’amore tra Charlie e Nicole rimarrà sempre: somiglia a quello di bravi genitori che, se ti amano, ti fanno crescere libero e pronto ad andar via.
Il tema ricorrente allora non è solo il divorzio, ma anche la crescita personale, magari nel dolore o magari no, ma sempre nel rapporto con gli altri.
“I miei protagonisti sono eroi moderni che lottano entrambi contro ogni avversità e in questa lotta volevo offrire loro tutto ciò che il cinema di meglio ha da offrire: anche le grandi musiche”. Dice con slancio e il suo viso si illumina.
“Randy Newman è un compositore straordinario, io gli spiego a parole le emozioni e lui le traduce subito in musica, crea dei pezzi al pianoforte che mi manda sul cellulare, amiamo entrambi la musica nei film di Truffaut: che non sottolinea un tema, ma vi si oppone, e crea una sorta di schermaglia con le immagini”.
La musica che celebra l’amore tra Charlie e Nicole nelle bellissime scene iniziali, che solo in apparenza sembrano levare il tappeto da sotto i piedi dello spettatore e ingannarlo sul corso della storia, ritorna nei passaggi più impensati del film, quando la rottura è più evidente. Ad esempio nel momento in cui Charlie (un grandissimo Adam Driver) si accorge di essere scomparso dalle foto in casa della madre di Nicole (una grandissima Scarlett Johansson) perché in un divorzio sono tante le persone che perdi, non solo la persona amata. In quel momento irrompe la musica iniziale come una una voce interiore, la voce dell’amore finito, che non può essere trattenuta.
Tra i tanti fili nascosti c’è l’idea di casa che all’inizio è famiglia, e poi diventa i luoghi anonimi degli studi legali, e la casa in affitto messa su come una quinta teatrale a beneficio dell’esperta del tribunale che dovrà decidere sull’affido. Case e pareti dove resteranno parti di loro che non ci sono più.

E c’è il filo intessuto dal bellissimo assolo di Charlie che canta “Being alive” tratto da Company di Stephen Sondheim: opera di Broadway che narra l’avventura di un uomo che non vuole sposarsi perché non sopporta le costrizioni di un legame e poi finisce per invocare quelle stesse costrizioni perché: ci sono mille ragioni per non stare insieme, ma non ce ne è una per restare da soli.
Non c’è forse in Being alive un’impalpabile ammissione di responsabilità da parte di Charlie per aver dominato troppo nel rapporto, per non aver tollerato lo spazio e i bisogni dell’altro? Chissà.
Questo spiegherebbe magari l’apparente squilibrio, definito sessista: per Charlie si tratta di un percorso più lungo per arrivare ad una comprensione più profonda di sé, per Nicole è liberazione e rinascita già iniziate da tempo.
Noah Baumbach somiglia molto al suo Charlie mentre, seduto attorno al tavolo, sfinito dalle disavventure aeree, parla con passione del lavoro di scrittura, del lavoro con gli attori, ed elude la questione Netflix, a favore o contro, che è un’ombra tra le lucine di Natale, nessun giornalista si azzarda a metterlo alle strette, qui dove in tanti ascoltano, chiedendogli una sua opinione al riguardo.

Anche Baumbach è un eroe moderno al pari di Charlie mentre parla di sceneggiatura.
“Solo quando comincio a scrivere”, racconta, “mi accorgo di quante cose ascoltate casualmente, vissute personalmente entrano nella storia”.
Per questo film ha fatto tanta ricerca, tante conversazioni con i legali, ma la sceneggiatura sarebbe stata molto diversa senza i tre attori scritturati ancora prima che iniziasse a scriverla: Adam Driver, Scarlett Johansson e Laura Dern. “Il monologo di Nicole l’ho costruito vedendo il viso di Scarlett che lo raccontava, senza di lei avrei forse distribuito le informazioni nell’arco del film e Laura Dern mi ha permesso di creare una figura di avvocato straordinaria.”
Con il Charlie del film condivide il lavoro curato ossessivamente nel minimo dettaglio, ma anche la collaborazione con tutti. La compagnia teatrale, la troupe televisiva e il cast tecnico del film accompagnano Charlie e Nicole, e Baumbach stesso, come una seconda famiglia: quella che resta sempre.
“La scena magnifica della grande lite tra i due con il crollo finale di Charlie come l’ha costruita? E’ straordinaria…”

“Abbiamo fatto molte prove. Io alle prove voglio che partecipino sempre anche il direttore delle luci, lo scenografo, la montatrice: da ognuno viene un arricchimento e il film cresce. Con la montatrice lavoriamo insieme già nella sceneggiatura per togliere le parti che non servono. Così resta più tempo per ripetere le scene lunghe che permettono di esplorare e indagare in quello che succede”.
Quella scena cruciale è stata girata in due giorni. Provando e riprovando, ci sono momenti in cui le loro voci si sovrappongono, gli attori sapevano i punti precisi in cui lui avrebbe tagliato, sapevano che ad ogni battuta doveva corrispondere un gesto e in quei confini strettissimi, curati con precisione maniacale, hanno espresso una carica emotiva enorme.
“Non potevano mai riprendere la scena dal punto in cui erano arrivati, si ripartiva sempre da capo per mantenere la tensione. Alla fine erano esausti e io con loro”.
Gli attori sono mostri di bravura: tecnicismo assoluto e assoluta emozione e Baumbach un mostro di coreografia capace, come Charlie nel film, di tirar fuori il meglio dagli altri. Ce ne accorgiamo anche noi: seduti accanto a lui ci arrivano piccole note di incoraggiamento, qualcosa di impalpabile che ti fa andare avanti leggero nonostante l’ora tarda, le frasi lunghe e le luci basse, assai poco natalizie, dell’incontro con il pubblico.
Tutti gli attori del film, anche i ruoli più brevi, sono straordinari. Per primo il ragazzino, e poi l’esperta del tribunale, la madre e la sorella di Nicole, e gli avvocati, tutti bravissimi, non sarà certo una coincidenza.
Ma ecco che alla fine la domanda temuta è arrivata: trovando altra forma e altra strada: “Come ha reagito alla notizia della riapertura del cinema Paris a New York?”. Il Paris è cinema storico di New York davanti all’Hotel Plaza,

specializzato in film indipendenti, Marlene Dietrich nel 1948 ha tagliato il nastro inaugurale, e, ad un tratto, è sembrato che dovesse chiudere. Ora riapre per mano di Netflix, che vi porterà i suoi film e riapre proprio con Storia di un matrimonio.
Noah Baumbach risponde impassibile: “E’ un grande merito di Netflix, io sono nato e cresciuto a New York, il Paris fa parte della mia vita”. Poi, a chiarire le cose e a dissipare dubbi, sancisce la differenza “In America i film Netflix hanno un’uscita esclusiva nei cinema per un mese prima di passare sulla piattaforma e, in seguito, restano in sala tutto il tempo che vogliono.”
Non è questione di Netflix sì o no, è questione che se hai potere, come l’America, sai negoziare le condizioni.
“Sono due esperienze diverse e io cerco di andare al cinema il più possibile”. Conclude Baumbach candidamente.
E’ ora di chiudere anche se Noah, minuto e stanco, appollaiato sul suo sgabello, non smetterebbe di raccontare. Ci lascia però questo piccolo gioiello di precisione, una melagrana da aprire, in sala o sullo schermo di casa, per scoprire che, magari, anche ciò che abbiamo perso, che è finito o cambiato, ci ha lasciato dentro, a sorpresa, un volo di ali.
La Redazione
Alcuni giorni fa Giuliano Montaldo ha raccontato un simpatico episodio accaduto ai tempi delle riprese di L’agnese va a morire, film del 1976.

‘Un mese prima delle riprese la Thulin va nelle valli di Comacchio per ambientarsi, conoscere i posti, rubare l’accento (recitò in italiano, anzi in romagnolo pur sapendo che sarebbe stata doppiata). Decide che deve muoversi in bicicletta, come l’Agnese, e assieme al caporeparto dei trovarobe va in una vecchia rimessa dove le fanno provare una serie di vecchie biciclette d’epoca.

Ne prova tre o quattro, le tocca, le annusa, le tasta e alla fine ne sceglie una e dice “E’ questa!”. Un meccanico prende la bici e le dà una sistemata. Smonta il manubrio per metterci un po’ d’olio. E nella canna alla quale era attaccato il manubrio scopre un foglietto. Lo leggono. E’ un messaggio diretto a un capo partigiano. La bicicletta era appartenuta a una staffetta e quel messaggio era rimasto lì da allora, senza che nessuno l’avesse mai trovato. Chissà che fine aveva fatto, la donna che aveva montato quella bicicletta trent’anni prima?’
di Patrizia Montani
Cinderella, USA 1950 di Walt Disney, fa parte di una lunga serie di film di animazione, iniziata con Biancaneve e i sette nani del 1937. Il grande successo mondiale di quest’ultimo film incoraggiò il produttore a tradurre in cartoni animati diverse fiabe ( 1), tutte di notevole qualità tecnica e formale, tutte contrassegnate da un inguaribile ottimismo roosveltiano e da uno stile un po’ “manierato e stucchevole”(2 ).
La protagonista è una ragazza orfana che vive insieme alla matrigna ed alle sorellastre e sogna il grande amore; lo troverà alla fine della storia, secondo la narrazione di Perrault, cioè con l’aiuto della fata madrina e smarrendo la scarpina di cristallo.

L’ambientazione è nell’Europa dell’Ottocento, come si evince dai costumi e dal famoso castello di Disney( 3).
A ben guardare però Cenerentola sembra più che altro una ragazza americana degli anni ’50: niente cenere, nessun camino, la fanciulla ha un aspetto lindo e ordinato, un abbigliamento semplice, non certo ottocentesco, un atteggiamento positivo verso la vita, accudisce i suoi amici animali, e non è assolutamente piegata dalle angherie dalla matrigna.
La vediamo svegliarsi nel suo candido letto e cantare trasognata “ i sogni son desideri”, fare la doccia con l’aiuto degli uccellini, indossare un grembiule da perfetta massaia e preparare la colazione per tutti. Seguono alcune ( forse troppe) scene di schermaglie tra gli amici di Cenerentola , (uccellini e topolini antropomorfi) ed il perfido gatto Lucifero (luogotenente della matrigna).

La storia di due innamorati e le loro difficoltà per ritrovarsi, i personaggi minori stereotipati (sorellastre, brutte e ridicole, vecchio re bonario, gran ciambellano un po’ tonto e munito di solito monocolo) e soprattutto la fata madrina, non la creatura alata ed eterea che ci si aspetterebbe ma una anziana zietta cicciottella , fanno di Cenerentola di Walt Disney più che una fiaba, una vera commedia.
Nota 3 ). Il castello del logo WD esiste davvero , è in stile neo gotico ed è appartenuto a Ludovico di Baviera. Il nome è facilissimo .Neushwanstein, costruito alla fine del XIX secolo, in onore di Wagner.
di Patrizia Montani con il gentile contributo di Angela Caputi
Nella fiaba Cenerentola sono presenti tutti gli elementi fondamentali delle fiabe popolari: origine antichissima, uso dei simboli, personaggi ben riconoscibili, presenza di oggetti e\o animali magici, intreccio e conclusione positiva.
Nata probabilmente in Cina nel IX secolo a.C., diffusa anche in America, in Europa e in Egitto, si presenta con più di 300 varianti, cambia nome (1), cambia sesso ( 2), ma rimane comunque un personaggio degradato, escluso, umiliato, invisibile , nel quale il lettore ( non soltanto il bambino) si può identificare, sognando il trionfo o almeno il riscatto dalle proprie frustrazioni.

L’intreccio familiare, con padre assente o morto, matrigna e sorellastre ostili e competitive, rappresentano il conflitto familiare, inesprimibile pensando alla propria vera madre ed ai propri fratelli.
Anche i simboli sono costanti nelle diverse letture. Prima fra tutte la scarpetta: come è noto, nella Cina dell’antichità, il piede piccolo era ritenuto espressione di bellezza, femminilità, eleganza al punto di imporre alle bambine calzature costrittive per non farlo crescere .
La scarpetta viene descritta in diverso modo, a volte è una elegante pantofola orientale, altre volte una inverosimile calzatura di vetro ( forse , banalmente, un errore di traduzione da vair a verre, da pelliccia a vetro).
Il significato simbolico della cenere è molto più complesso: rappresenta senz’altro la vita umiliante ed esclusa accanto al camino, ma anche la purificazione, l’iniziazione (3 ) e la rinascita (4 )




Gli oggetti e gli animali magici, cambiano da una versione all’altra ( mucca, uccellino, pesce, capra… fata madrina).
Nella conclusione vi è sempre il matrimonio come riscatto sociale, mentre soltanto in alcune versioni si consuma la vendetta attraverso l’uccisione della matrigna o l’accecamento delle sorellastre (5).
Nel corso dei secoli, Cenerentola rimane se stessa nei tratti fondamentali ma si adatta ai tempi ed ai luoghi, a seconda delle varie culture.
La prima trascrizione ad opera di Charles Perrault ( 1697 e successive edizioni), scrittore alla corte del Re Sole, ebbe la forma oggi più nota, la fanciulla innocente, aiutata dalla fata madrina, concede alla fine il perdono alla matrigna. Da allora molte trascrizioni furono fatte.

Nel ‘600 in Italia Giambattista Basile, ne Lo cunto de li cunti, scrive la storia in dialetto napoletano e, soprattutto fa di Zezolla ( Cenerentola ), non una ragazza innocente ma un’assassina che uccide la sua prima matrigna .
Nella versione dei fratelli Grimm ( 1812), la storia si sofferma sul rapporto tra Cenerentola e la sua vera madre morente,sulla disperazione di Cenerentola che va a piangere sulla tomba della madre.
La versione dei fratelli Grimm, più lontani di Perrault dal mito greco- romano e più vicini al Romanticismo tedesco,è più cruda, la magia più rozza ( non la fata ma un albero di nocciolo e un uccellino), più truculento lo svolgimento: le sorellastre si tagliano pezzi di piede per infilarsi la scarpetta ed infine due colombe le accecano, proprio mentre assistono al matrimonio.

Mentre la Zezolla di Giambattista Basile è un racconto per adulti, tutte le altre fiabe popolari sono diventate, dall’inizio dell’Ottocento tradizionali letture per l’infanzia. Lo stesso Goethe le definisce così.
Negli ultimi due secoli altre storie sono state scritte per bambini, sempre più adeguate alle diverse età, sempre più avventurose, istruttive, divertenti, ma le fiabe antiche conservano intatto il loro valore ,nel dare , come il mito, spiegazioni a cose inspiegabili.
Nella seconda metà del secolo scorso molte fiabe, tra le quali Cenerentola, sono state trasferite sullo schermo.
Il cinema , certamente ci sa raccontare fiabe bellissime , ma probabilmente, avendo un suo linguaggio specifico, può farlo con testi scritti appositamente per essere visti, la fiaba al contrario fatta di materiale impalpabile, deve essere narrata, quindi rischia, ogni volta che la si tocca, di dissolversi come una sottile, elegante ragnatela.
Note
1) i nomi di cenerentola:Cennerella, Zezolla, Petrosinella, Cinderella, Rodopi, Yeh Shen
2) nella versione tedesca e tra gli indios il protagonista è un ragazzo.
3)in alcune tribù il rito di iniziazione per l’integrazione nel gruppo avveniva tramite cospargi mento di cenere sul capo.
4)vedi rinascita della fenice
5)Nella fiaba dei fratelli Grimm le sorellastre , dopo aver tentato invano di calzare la scarpetta tagliandosi le dita dei piedi e i talloni, vanno al matrimonio di Cenerentola ma vengono accecate dalle colombe.
Bibliografia
Bruno Bettelheim Il mondo incantato Feltrinelli
Vladimir Ja Propp Morfologia della fiaba Piccola Biblioteca Einaudi
Italo Calvino Sulla fiaba Oscar Moderni
Fratelli Grimm. Le più belle favole, Gribaudo Editore
Le Cenerentole 1 – Continua
Molto volentieri pubblichiamo questo articolo di Mauro Favale, uscito su Repubblica in data odierna, sui ragazzi del Cinema America, per condividere con loro e con i lettori il grande successo raggiunto: una sala cinematografica tutta per loro, la Sala Troisi che, una volta ultimati i lavori di ristrutturazione , riaprirà nell’autunno del 2020.


Nella capitale delle 50 sale chiuse (e abbandonate), dove gli esercenti dei piccoli cinema in centro rischiano di essere fagocitati dalle multisala di periferia, un gruppo di under 30 ha avuto la pazienza e il coraggio di investire in cultura a Trastevere. Loro sono i 23 ragazzi e ragazze del “Cinema America” che dopo lo sgombero della sala occupata nel 2012 in via Natale dal Grande e dopo l’esperienza delle arene estive alle-stite prima in piazza San Cosimato, poi anche a Ostia e a Tor Sapienza, hanno ottenuto un cinema tutto per loro, vincendo nel 2016 un bando comunale per quell’immobile di proprietà del Campidoglio.
La locandina dell’ultimo film proiettato è ancora li, all’ingresso, dietro una teca di vetro, a ricordare gli anni passati. “Lincoln”, diretto da Steven Spielberg uscì in Italia a fine gennaio del 2013. Il Cinema Troisi spense il proiettore poche settimane dopo, il 27 febbraio. Da allora, “buio in sala” per il cinema di via Induno fu sinonimo di abbandono. Ora, sei anni, tre sindaci, un commissario prefettizio, tre ministri della cultura e svariati intoppi burocratici dopo, finalmente c’è una data che segna la seconda vita di quella sala. Lunedì 25 novembre prenderanno il via i lavori di riqualificazione della struttura che puntano a restituire alla città il cinema Troisi nell’autunno 2020.

Da allora un calvario di ricorsi, di verifiche di conformità statica, urbanistica ed edilizia, di bandi per ottenere i finanzia-menti, di ritardi nell’erogazione dei fondi. Fino a ieri, quando Valerio Carocci, anima dei ragazzi dell’America, ha dato l’annuncio: «Il progetto di riapertura del Troisi è stato definitivamente sbloccato», ha spiegato fornendo i dettagli del progetto di restauro: un sala da 300 posti completamente rinnovata, un unico schermo da 13 metri, digitalizzazione 4k di ultima generazione. Ancora, un foyer bar. E, soprattutto, un’aula studio-biblioteca da 40 postazioni, aperta 24 ore su 24. «Sarà la prima esistente a Roma — spiega con una punta d’orgoglio Carocci —quelle della Sapienza soddisfano soltanto il 2% degli iscritti all’università». Quello dell’aula studio dentro al cinema è un vecchio pallino dei ragazzi dell’America. Negli anni dell’occupazione della sala a due passi da piazza San Cosimato al primo piano del cinema era stata allestito uno spazio dedicato agli studenti, oltre a una biblioteca con decine di testi donati dai residenti di Trastevere che avevano adottato quell’occupazione “sui generis”. «Questi servizi diversi e complementari — prosegue Carocci — affiancheranno l’attività cinematografica, permettendo a una cittadinanza eterogenea di attraversare e vivere lo spazio, con l’obiettivo di coinvolgere nuovi potenziali spettatori tra coloro che non frequentano più il grande schermo o forse, nel caso dei più giovani, che non lo hanno mai frequentato». Prima di tornare a vivere, però, il Troisi ha bisogno di numerosi lavori: il progetto degli architetti Claudia Tombini e Raffaella Moscaggiuri verrà realizzato attraverso un investimento di 1,4 milioni di euro, la gran parte (1 milione circa) ottenuti attraverso la partecipazione al bando del “piano straordinario cinema” del Mibact.

Un altro finanziamento di 100 mila euro è targato Regione Lazio e altrettanti arrivano da Siae e vari sponsor. «Infine — aggiunge Carocci — i restanti 185 mila euro provengono dai nostri fondi e da donazioni ricevute dai sostenitori, raccolte durante le arene estive e da contributi offerti da personalità del mondo dello spettacolo». Ancora un anno, poi il proiettore tornerà a girare: «Daremo visibilità e voce alle opere più piccole e meno conosciute. Ma non solo. L’obiettivo è quello di creare pubblico anche grazie al lavoro quotidiano svolto sul territorio. Non vediamo l’ora — conclude Carocci —di staccare i biglietti al pubblico delle arene estive».